Parola d’ordine: sostenibilità

L’improvviso approdo al naturale di molte aziende del vino italiane

A chi avesse ancora qualche dubbio sul fatto che per molte aziende vinicole italiane l’approdo al naturale, al biologico e al biodinamico persino, la scoperta della biosostenibilità (ovviamente a difesa del consumatore) rappresenti il nuovo modo per mostrarsi à la page, per cavalcare le mode e, in alcuni casi, per tentare di rifarsi una verginità, pardon credibilità, agli occhi degli appassionati di vino, consiglio la lettura integrale di questo comunicato.
Che mi è arrivato ieri mattina, inviato dalla p.r. dell’azienda, una collega giornalista.
Leggete e poi proviamo a ragionarci.

“Castello di Brolio, 7 febbraio 2011
La ricerca e la sperimentazione, come si sa, sono sempre state di casa a Brolio.
Dunque era del tutto naturale che Barone Ricasoli fosse tra le prime cantine italiane ad aderire al progetto Magis, promosso dall’Unione Italiana Vini in collaborazione con Bayer Crop Science.
Il progetto ha preso avvio in seguito alla prossima entrata in vigore di un nuovo regolamento comunitario che a partire dal 2013 regolamenterà l’utilizzo degli agrofarmaci in agricoltura.
Per questo l’Unione Italiana Vini ha voluto precorrere i tempi promuovendo la nascita di un Protocollo di Sostenibilità mutuato dalla medicina e che una volta messo a punto consentirà alle aziende di migliorare e garantire la sicurezza e la sostenibilità del vino italiano.
Insieme a un’altra settantina di aziende che rappresentano l’eccellenza del vino italiano, Barone Ricasoli ha aderito immediatamente al progetto Magis, contribuendo allo studio per la realizzazione del Protocollo di Sostenibilità. L’azienda ha così dedicato al progetto un grande vigneto di 12 ettari coltivati a Sangiovese.
Di questi, 5 ettari sono gestiti secondo il protocollo di difesa ottimizzato che viene fornito direttamente dai responsabili scientifici del progetto, che vede coinvolte anche le Università di Firenze, Milano e Torino.
I restanti 7 ettari invece sono gestiti in maniera diretta secondo il normale calendario aziendale. Nel corso dell’anno sono stati effettuati vari prelievi di foglie per verificare eventuali residui di prodotti, mentre le uve provenienti dalle due differenti porzioni di vigneto sono state sottoposte a vinificazioni separate, in modo da poter procedere ad analisi comparative.
Per questi primi esami effettuati si aspettano a breve i risultati, che saranno presentati a Rimini nel corso del prossimo Agrifil, il Salone della Filiera Agroalimentare, di scena presso il padiglione fieristico della cittadina romagnola dal 19 al 22 febbraio prossimi.
Contemporaneamente e in maniera del tutto indipendente, Barone Ricasoli ha anche deciso di dedicare ben 40 ettari di Sangiovese a regime biologico. La sperimentazione andrà avanti per un triennio, ossia per il tempo necessario per poter verificare e valutare differenze analitiche e costi di gestione. Francesco Ricasoli dunque dopo aver realizzato la mappatura di tutti i 250 ettari di vigneto ed essere arrivato quasi alla conclusione del lungo processo di selezione clonale e di omologazione di un clone di Sangiovese autoctono dei vigneti di Brolio, ha deciso di percorrere anche la strada della sostenibilità produttiva e della tutela del consumatore”.
Per maggiori dettagli sul Progetto Magis, leggete qui.
Fino a qualche anno fa aziende come questa, e come molte altre, che ancora insistano a rappresentarsi come portabandiera della “eccellenza del vino italiano” (chi si loda s’imbroda, diceva mia suocera…) mandavano comunicati stampa per dire che avevano ricevuto i “tre bicchieri”, che Parker o Suckling avevano dato a qualche loro vino 95/100, che il loro prodigioso enologo aveva preso la consulenza della 50ma azienda, che aveva vinto un premio, che aveva tramutato, novello Re Mida, l’acqua in vino. Che un loro vino era magicamente stato compreso nella classifica dei Top 100.

Francesco Ricasoli

Oggi ci informano invece, con lo stesso stile di comunicazione, che hanno adottato un “protocollo di sostenibilità”, che sono state folgorate sulla via del naturale e sulla ricerca di un clone autoctono di Sangiovese, che vogliono progressivamente convertirsi al biologico.
Giusto credere, sarebbe ingiusto non farlo, alla loro conversione al credo del buono pulito e giusto, alla folgorazione sulla via del bio.
Però qualche sospettino che si tratti di una mossa tattica, del cavalcare la moda del momento, a quelli un po’ “malfidati” come me, non è legittimo nutrirlo?

20 pensieri su “Parola d’ordine: sostenibilità

  1. legittimo, legittimo.
    Parto dalla considerazione che in Francia (e fortunatamente, sempre più frequentemente anche in Italia) ci sono fior di aziende che sono biologiche o biodinamiche, ma non lo si trova scritto da nessuna parte, né sui depliant aziendali, né sui siti internet, né sui comunicati stampa.
    Ci sono aziende (sud-Italia, non specifico meglio) che furbescamente tengono in piedi linea convenzionale e biodinamica ad un tempo, giusto per tenere aperte tutte le porte.
    Se produco un alimento (e il vino rimane quello, fino a prova contraria) ho il dovere (per legge, se non per etica) di produrlo in modo che esso non sia dannoso alla salute.
    Se poi per produrlo applico metodologie eco-sostenibili, ben venga, ma non deve essere utilizzato come uno strumento di marketing.
    E’ una semplice scelta produttiva: come usare la barrique al posto del legno grande.
    E’ poi dal risultato nel bicchiere che il consumatore attento discrimina.

  2. di conversioni sulla via di damasco ne è piena la storia…
    e spesso erano conversioni fasulle, o per convenienza.
    in Italia poi ci siamo inventati anche le “riconversioni”, ovvero la capacità di fare più volte il salto del fosso in andata e ritorno.
    comunque la valutazione etica va fatta sui fatti, mentre temo che la valutazione commerciale almeno per la massa dei consumatori prescinda da queste tematiche, e oggigiorno risenta sempre più del mero fattore-prezzo

  3. Oggi essere “sostenibili” è una leva di marketing, è dire “vedete quanto siamo bravi..”, è cavalcare l’onda verde prima che lo facciano gli altri.. Quali siano poi i reali vataggi della sostenibilità non è chiaro però è chiaro che “bisogna” essere sostenibili per non limitarsi a pendere dalle labbra del Suckling di turno.. Visto che la sostenibilità è di moda ed è anche un argomento facilmente orecchiabile dal pubblico si fa di necessità virtù.. Speriamo che tutta questa foga sostenibile porti almeno dei risultati concreti al di la delle parole..

  4. pero’ il vero punto non e’ perche’ lo fanno, ma e’ il fatto che lo facciano. Questo e’ l’obiettivo della “moral suasion” dei consumatori, che sta orientando le aziende a comportarsi in modo diverso.
    Io lo trovo uno degli effetti piu’ convincenti del funzionamento dell’economia di mercato, che ha nel medio termine un efficacia molto maggiore, nei confronti dei comportamenti delle aziende, di tutta la valanga di incentivi e precetti (pagati dal contribuente)derivanti dal settore pubblico.
    Che poi si lodino e si imbrodino e che vogliano passare per convinti sostenitori di quello che fino a ieri gli interessava poco e’ un possibile errore che semmai puo’ ridurre l’effetto positivo dei comportamenti in realta’ intrapresi. Questo perche’ i consumatori, tutti noi piu’ o meno, possono essere magari un po distratti, ma non sono stupidi.

  5. Colpisce – subito, in prima battuta – il partner dell’UIV in questa nuova ‘avventura’; Bayer Crop Science.

    Devo però confessare subito il mio conflitto d’interessi, nell’intervenire su questo argomento: sono, da molti anni, regolarmente divorziata da un chimico ricercatore!

    Io però trovo che questa, invece, potrebbe essere una bella notizia, Franco Ziliani; perché potrebbe voler dire che anche i grandi nomi – gente che non dovrebbe avere problemi di mezzi (i mezzi sono anche le conoscenze a livello politico, imprenditoriale, amministrativo eccetera), nello scegliere la via da seguire – stanno girando la testa verso la terra, la naturalità, la salute, la qualità del cibo, il consumo di territorio, l’etica (ah l’etica!).

    Potrebbe essere una buona notizia, che avrebbe anche peduncoli e radici che vanno ad affondare nel mondo del lavoro – coltivare naturalmente vuole dire impiegare qualche macchina in meno ma qualche uomo in più -.

    Potrebbe essere una splendida notizia per la nostra salute: “biologico” esclude – se non sbaglio – gli antimuffa (teratogeni), il diserbo (su cui si indaga per eventuali concause nella SLA o malattia dei calciatori).

    Potrebbe essere una buona notizia: “biologico” vuole dire anche uno sguardo attento al futuro – prima ancora che uno adotti tecniche diverse – un atteggiamento più solidale con la terra, un maggior rispetto degli uomini.

    Potrebbe essere una buona notizia…

    Peccato che il ‘comunicato stampa’ sia così ‘buro’.

  6. Salve,
    premesso che non conosco il progetto nei dettagli noto alcune sbavature nella comunicazione. esempio, che significa “migliorare e garantire la sicurezza e la sostenibilità del vino italiano.” che ora non è sicuro? e “ha deciso di percorrere anche la strada della sostenibilità produttiva e della tutela del consumatore” che vuol dire, che finora del consumatore se ne fregavano?
    Più che il progetto in se è questa comunicazione che a me da noia, fastidio. La ricerca va bene, io non ho preclusioni di sorta, non credo che il bio sia il toccasana ne che risolva i problemi del mondo, non credo che l’agricoltura convenzionale sia il demonio, non ho particolari preclusioni neppure pèr gli OGM, e ritengo che la sperimentazione vada fatta e a farla, spero che Franco qui concordi, sono al 95% le aziende di maggiore dimensione che hanno mezzi e risorse per poterla sostenere. Quindi Brolio è tra questi e fa bene a farla, e se migliorasse anche la comunicazione e, soprattutto, i vini non sarebbe male. E’ l’aria da voltagabbana che si respira sempre in questi casi che da fastidio, strano che nel comunicato manchino l’esaltazione della mineralità e della digeribilità dei vini, sarebbe stata la giravolta perfetta.

  7. Non si può che condividere questo interrogativo.

    Non avere una faccia per il giorno,ed una per la notte.

    Dimmi con chi vai,e ti dirò chi sei.

  8. A pensare male si fà peccato ma si ha ragione.
    E’ il trattare con l’aridità del marketing e le parole finto scientifiche un problema inderogabile come quello della sostenibilità delle produzioni agricole che irrita.
    E’ la velocità con cui lo stesso convinto assertore di tecniche scientifiche al primo momento, in cui può o gli conviene, salta sul carro del vincitore (o presunto tale) con argomentazioni olistiche che non gli sono proprie.

  9. Non mi permetto di criticare colleghi, tantomeno così blasonati, da soggetto della filiera vorrei dare un elemento di lettura.
    Fermo restando che tutto ciò che si fa in nome della sostenibilità, se fatto bene e nel rispetto delle regole, è benvenuto e che troppo tardi ci stiamo accorgendo che il pianeta è uno ed uno solo, uno spartiacque sono le date “ufficiali”, un’altro il ricorso alla comunicazione. Nel caso della mia piccolissima azienda vi sono delle date “ufficiali” per esempio 2004 anno di nascita di mia figlia, 2004 anno della certificazione ambientale ISO 14001 prima cantina della Puglia ad ottenerla. Cosa voglio dire, in ognuno di noi vi sono eventi scatenanti, per me la nascita di mia figlia ha provocato il più banale dei sentimenti, cosa le lascerò in eredità? spero un ambiente più sano è stata la risposta. Questa filosofia ha poi avuto un seguito con il calcolo delle emissioni aziendali di CO2 in atmosfera e la compensazione per mezzo di piantumazione, la conversione dei vigneti da coltura tradizionale a coltura biologica che si completerà nel 2011 e l’installazione sul tetto dell’azienda di pannelli solari per l’auconsumo con l’affrancamento totale dall’energia fossile appunto anche nel 2011. Io, forse sbagliando, non ho fatto comunicati stampa, tutto questo lo faccio per me, per mia figlia, una briciola che spererei divenisse valanga.

  10. Anche si trattasse di mossa tattica (e non ce n’è alcun dubbio)la diffusione di questo tipo di tendenza credo possa essere salutare, anche se “a la page”. Ma poi tra tre anni? Vini triplicati per costi di gestione, mentre magari (come spesso avviene nelle mie zone) il vicino di campo fa il piccolo chimico nel suo vigneto, rendendo superfluo ogni sforzo compiuto.

    preservare la biodiversità e essere attenti alla sostenibilità è una cosa che non si improvvisa. E’ un percorso, personale prima che accademico, che va maturato con calma ed attenzione. Ed accostare questo tipo di ragionamenti alle logiche di mercato fa venire un pò i brividi.

  11. Circa un due anni fa si faceva questo ragionamento con il mio fornitore di fiducia. Persona alquanto autorevole e ben introdotta in questo strano universo enoico. L’oggetto del contedere era in quel caso una sicula azienda di planetaria fama. Le sue considerazioni portavano tutte al fatto che aziende con quella impostazione e filosofia sono per loro natura “marketing oriented”. La qual cosa, brutta a scriversi ed a sentirsi quando riferita al nobile nettare, porta però inevitabilmente a fare due banalissime, positive considerazioni:
    1) il mercato si sta orientando verso quel tipo di prodotto
    2) se il fine è comunque il profitto il mezzo con cui ci si arriva è decisamente più nobile e sostenibile (speriamo lo stesso anche per i prodotti)

  12. La frequentazione assidua degli eventi dedicati al vino naturalbiodinamico mi ha portato alle medesime conclusioni. Accanto a straordinari vignaioli si incontrano sempre più frequentemente personaggi e prodotti che lasciano parecchi dubbi.
    La considerazione che, per il solo fatto di aver bandito concimi chimici e pesticidi, il vino debba essere più buono oltre che più genuino sembra giustificare qualsiasi “esperimento”. Vini sempre più simili e prezzi sempre più alti sono una costante. Adesso anche i produttori da un milione di bottiglie si accorgono del business e si danno da fare.
    Il processo verso un vino con sempre meno chimica è doveroso e assolutamente da incoraggiare ma bisogna stare attenti ai soliti furbetti o furboni. Personalmente sarei del parere di incominciare a pensare seriamente se non sia meglio rinunciare a dichiarare in etichetta se il vino è o meno prodotto da agricoltura biologica. In tal senso mi pare si stiano orientando i francesi.

  13. puzza tutto di marketing e nulla più… Parole che sembrano atti di fede, tra cui spicca la più sacra di tutte: BIODINAMICA. Ma qualcuno ha letto i trattati di Steiner? O l’almanacco della Thun? O la preparazione dei vari composti in cui forze esoteriche si mischiano a spiriti ribelli? Sembra di essere tornati ai tempi delle streghe e dei maghi. E poi diciamo che siamo “moderni”… Usiamo il cellulare che è frutto di scienza d’avanguardia, ma poi crediamo alle “bufale” dei corni di vacca di due anni che battono di gran lunga l’astrologia più squallida. sveglia signori: biodinamica fa tanto fine e fa abboccare all’amo tanti pescetti che pagano lautamente i suoi “santoni”…

  14. Non credo a questa gente troppo grande. Fare vino biologico, o biodinamico, -e non è la stessa cosa e fra l’altro fra produttori naturali è in corso una lotta che ben conosce chi legge la rivista http://www.porthos.it/- è una mentalità, non una giravolta di marketing. Non è che le cose cambiano molto se uno non sceglie questo tipo di produzioni con la testa e con il marketing, anzichè con la pancia. Perchè, a quanto ho capito ascoltando vignaioli che hanno preso questa strada, ed avendo assistito al convegno di Trento su questo argomento, si tratta di essere sensibili a tutto ciò che capita: abbastanza poco compatibile con le industrie da milioni di bottiglie.
    Poi io al biologico ci credo poco: aumenterà solo il prezzo, beati loro.
    Saluto, Giorgio

  15. Sono una convinta estimatrice di coloro che da anni – alcuni da sempre – hanno scelto di guardare la terra come luogo della propria origine e che ora – in pieno fermento di rozzo marketing – hanno eliminato dalla loro etichetta qualsiasi definizione (biologico, biodinamico); essi lo fanno per onestà – mot inconnu! – nei confronti di tutti e non solo per vendere il loro vino.

    I signori del marketing – di cui sono una strenua sostenitrice quale sintassi per rapportarsi al mercato, (proprio come dice la parola) – sappiano che il biologico ha le gambe corte…come ‘parola detta’.

    Aggiungo il seguente concetto: oggi non si vende più niente se non si ha una storia da raccontare (G.P.Fabris, ma persino Baricco!); bisogna però che la storia abbia l’inconfondibile sapore della verità.
    Un sapore che – come spezia rara – esalta il ‘prodotto’, senza coprirne le caratteristiche.

    E’ finito il tempo degli uffici stampa che ‘mettevano insieme’ una storia bastachesia.
    Con quei metodi (scarpantibus’s marketing and communication) si combina qualcosa nell’immediato (e, sì certo, caro Pagliantini@ si raccattano i contributi!) ma non si racconta altro che una storia banale; qualcosa che il target ‘alto’ – quello che ci serve per tenere il mercato nel lungo periodo – ci risputerà in faccia.

    Perché il target alto oggi è fatto di gente con ‘pochi’ tra virgolette soldi in tasca, è estremamente selettivo non rinuncia ai VERI piaceri della vita, ma è affezionato solo alle storie capaci di parlare al cuore e alla mente di chi non pensa solo ad apparire (non si usa più).

    Scusate per ‘la gamba tesa’!

  16. sig Ziliani,
    mi sà che i Ricasoli non la inviterano più alle degustazioni en primeur dei loro vini dopo il putiferio che ha scatenato ;).
    Comunque è un po’ di tempo che i talebani del naturale paventano irruzioni mediatico/markettare/con profluvio di mezzi economici ed è il motivo per cui pochi credono nelle certificazioni classiche bio o bio qualcosa che di fatto si possono ottenere (avendone i mezzi) con relativa facilità.
    Forse nel futuro c’è il vino in brick rigorosamente biologico certificato.

  17. non conosco personalmente la realtà dell’azienda del Barone Ricasoli e non mi sento di emettere giudizi sul fatto che stia facendo del semplice “green-washing” o abbia realmente preso coscienza dell’importanza dei temi legati alla sostenibilità delle produzioni viticole.
    Mi permetto però di porre due quesiti:
    1) è giusto ritenere che chi sceglie la produzione biologica o biodinamica sia dotato senza ombra di dubbio di maggiore “onestà intellettuale” di una persona come il Barone Ricasoli o di chi produce in modo “convenzionale”?
    2) siamo sicuri che la produzione biologica o biodinamica sia più sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico ?

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