L’ospite e l’invitato: benvenuto ad Angelo Peretti e a Internet Gourmet


Parte oggi su Vino al Vino (e parallelamente anche altrove) una nuova rubrica.
Si chiamerà “L’ospite e l’invitato” e costituirà una sorta di gentlemen’s agreement del Web, uno scambio di cortesie tra responsabili di siti e wine blog, ognuno dei quali, di volta in volta, inviterà un ospite a dire la sua, su un tema liberamente scelto, sul suo blog. Venendo in cambio ospitato in casa dell’invitato. L’ospite e l’invitato appunto.
Ognuno rimarrà responsabile di quanto scriverà in questo spazio aperto di cortesia e di dialogo, ma in tal modo si favorirà il dialogo e sarà possibile che i lettori di un blog (se non lo sono già) diventino lettori anche dell’altro.
Il primo invito, l’iniziativa nasce da me ed è toccato a me per ora invitare, è rivolto ad una penna che stimo molto e ad un sito/blog (come definirlo?) che leggo attentamente e che consiglio alla vostra attenzione.
Sto parlando del gardesano Angelo Peretti e del suo ottimo Internet Gourmethttp://www.internetgourmet.it/ – che interviene oggi, mentre in contemporanea io intervengo a casa sua, parlando di.. beh, andatevelo a scoprire, su un tema quanto mai di attualità e fortemente discusso, i vini naturali.
Beh, buona lettura e benvenuto ad Angelo!

Sarà l’istinto a dire se un vino è naturale
Caro Franco, esistono i vini naturali? Non ho dubbi che esistano. E possono essere definiti o codificati? Neanche per sogno. Questa parole che avete appena letto non sono mie. Lo è solo la traduzione. Le parole sono di Matt Kramer, editorialista di Wine Spectator. Numero di novembre, pagina 36, articolo “Realm of the Senses”, tipo, “L’impero dei sensi”, e quelle parole sono l’occhiello.
Mi piace come scrive Matt Kramer, il mio editorialista preferito – dopo il grandissimo Hugh Johnson, ovviamente, ma quello è hors catégorie -, perché ha il pregio di saper affrontare temi complessi con levità ed ironia, ma anche con profondità di pensiero, e con un bel po’ di autonomia di pensiero.
Mica facile, soprattutto se scrivi su una cosa che si chiama Wine Spectator. Stavolta si è occupato dei “vini naturali”, e la cosa potrà far gridare allo scandalo i puristi del “naturale”, perché Wine Spectator alcuni di loro lo vedono come il nemico, il demonio, il male assoluto, ed è come quando nel tempio si faceva il mercato, e Cristo li scacciò, i mercanti: un sacrilegio.
Il diavolo e il buon dio, per dirla con Sartre, e scusate se è poco. Ma, dice Kramer, la parola d’ordine oggi è “natural wine”, e ci sono i pro e i contro e gli ambivalenti, epperò bisognerebbe almeno mettersi d’accordo su cosa significhi “naturale”.
Ora, scrive, ci sono le leggi di Newton, e una dice che a ogni azione segue una reazione uguale e contraria, e dunque alla diffusione di vini che sembrano i droni di Star Trek, da tanto sono tecnologici, ha fatto seguito, come reazione, il tentativo di crearne altri adottando sistemi che sia il meno distorsivi possibile.
Il che “è ammirevole, desiderabile, perfino essenziale”, ma c’è un’alta regola che entra in gioco, ed è quella che “no good deed goes unpunished”, e insomma che tu puoi avere tutte le più buone intenzioni del mondo, ma alla fine saltano fuori un sacco di problemi.

Perché appena ha cominciato a farsi sentire in giro la nuova aria del “naturale”, ecco che sono arrivati i giudici che hanno avocato a sé il diritto quasi sacerdotale di sancire che cosa sia o no “naturale”. E così ci si è trovati impelagati nella spirale che nasce dal voler codificare a tutti i costi che cosa sia o non sia “naturale” in un vino.
Insomma, il mondo “naturale”, ancorché ammirevole per le intenzioni e per gli ottimi risultati, è alle prese con una infinita serie di “no”, e si sono formate più congreghe di produttori, che a loro volta si sono spezzettate in gruppi più piccoli, a seconda delle pratiche sempre più restruttive che si sono andate “devotamente” adottando.
Il problema, però, per chi beve vino cercandone prima di tutto la piacevolezza, e non già per argomentarne, è se sia possibile avvertirla, nel bicchiere, la “naturalità” del vino. “Certo che puoi”, dice Kramer, ed anzi, aggiunge, non c’è nessuno, tranne te stesso, che possa dirti se un vino è “naturale” oppure no.
Perché prima di tutto la “naturalità” è una maniera di sentire, è una forza interiore che avverti nel vino, e non importa il “come” il produttore ci sia arrivato a darti quella sensazione di “naturalità”, anche se va da sé, per esempio, che se usi il concentratore è molto difficile che tu ci possa arrivare, a meno che tu sia un genio assoluto.
Sì, sono d’accordo con Kramer: c’è bisogno di chi si impegna a fare vini “naturali” e che ci insegna quali siano gli effetti, buoni o cattivi che siano, di quelle pratiche. Ma non c’è bisogno di chi pontifica sull’unica vera via per come arrivarci ad essere “naturali”.
C’è bisogno invece, e cito, di “produttori che cercano soltanto di amplificare la voce della terra senza – e questo è il problema – distorcerla”. Non importa se quell’amplificazione avvenga con uno stereo o col transistor, col vinile o col supporto analogico: conta il risultato, quello solo. “Credi ai tuoi sensi, e ai tuoi istinti”, dice Kramer.
Sottoscrivo, e temo – anzi so – che sarò posto all’indice, sul libro nero, sulla graticola. Ma chi se ne frega?
Angelo Peretti

12 pensieri su “L’ospite e l’invitato: benvenuto ad Angelo Peretti e a Internet Gourmet

  1. Salve signor Peretti
    E’ da tempo che il tema dei vini “naturali” è sulla bocca di molti tanto da parlare quasi di moda: un bell’ossimoro in quanto la filosofia originale che sta alla base del movimento si prefissava di andare controcorrente, e quindi contro la moda dei vini confezionati ad arte!
    Spesso discuto con molti miei amici su che cosa significhi vino naturale, e soprattutto di capire in che cosa si diversifichino da quelli considerati “non naturali”. Un sacco di idee, atteggiamenti, diversità di vedute ed azioni, ma in definitiva una gran confusione. C’è purtroppo la percezione diffusa che chi si occupa di vino naturale (quale che sia la sua natura!) sia considerato alla stregua di un guru di una setta di puristi, con chissà quali riti di iniziazione…
    Senza fare esagerazioni fuori luogo, penso che lo spirito dell’artiolo di Kramer su WS ed il suo commento coincidano con quanto ho sempre sostenuto: lavorare bene, con coscienza, con consapevolezza di quello che si sta facendo, il tutto nell’assoluto rispetto della materia prima (che sia uva per il vino o ingredienti per il cibo) e sopratutto dell’etica fa si che il prodotto finale sia in tutti i sensi “naturale”. Questo perchè si è cercato di rispettare tutti e tutto. Ecco perchè quando vado per degustazioni e manifestazioni enologiche varie cerco in tutti i modi di incontrare di persona chi fa il vino, di parlargli e di capire come è e lavora: in questo modo, accresco la mia consapevolezza di cosa sto bevendo. E poi pace se quel produttore fa parte di Viniveri, Renessaince oppure no ma cerca di lavorare bene senza essere etichettato in qualche modo. E se magari usa qualche prodotto di sintesi, ma con l’approccio del minimo intervento possibile proprio quando non si riesce a farne a meno: preferisco l’onestà di chi prova a lavorare e vivere con rispetto che la testardaggine di chi ha idee e progetti granitici che non cambiano di una virgola!
    Antonio Grimaldi

  2. Non capisco bene chi sarebbe l’ospite in questo caso. Dato che, a quanto pare, Peretti non fa altro che sintetizzare un articolo di Kramer, direi che l’ospite effettivo è Kramer.
    Mi risulta che Wine Spectator stia cercando un riposizio-namento di mercato, probabilmente è per questo che affronta temi da cui storicamente è molto distante. Il modo in cui lo fa, però, mi sembra rivelare una netta continuità con il passato (quella storia del lupo, del pelo e del vizio…).

    “ Il problema (…) è se sia possibile avvertirla, nel bicchiere, la “naturalità” del vino. “Certo che puoi”, dice Kramer, ed anzi, aggiunge, non c’è nessuno, tranne te stesso, che possa dirti se un vino è “naturale” oppure no. ”
    Questa affermazione, con il suo americanissimo appello a “how do you feel like”, è fuorviante. L’“uomo della strada” può dire tuttalpiù se un vino gli piace o meno. Che tiri a indovinare se sia “naturale” o no, non ha nessun senso e facilmente porta all’equivoco di definire “naturale” una parte, se non tutto, di ciò che piace. Inoltre è evidente che i tratti spontaneamente associabili con la “naturalità” (mettiamo certe note selvatiche) possono essere riprodotti in modo artificiale, se il produttore lo ritiene utile: quindi questo apparente “empowerment” del consumatore lo lascia in balia del produttore più smaliziato.

    “ prima di tutto la “naturalità” è una maniera di sentire, è una forza interiore che avverti nel vino, e non importa il “come” il produttore ci sia arrivato a darti quella sensazione di “naturalità” ”
    Il “come” importa invece moltissimo, in un mercato in cui le frodi sono dietro l’angolo. Per questo personalmente sono a favore delle certificazioni (biologiche e biodinamiche) piuttosto che delle autocertificazioni che ormai hanno preso piede anche da noi, in parallelo con la crescita di interesse verso i “vini naturali”. Qui poi si dice addirittura che conta solo il “fine” (vago) e non i “mezzi”: mi sembra che siamo nella confusione più assoluta (e voluta).

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  4. @Antonio. Grazie del commento, che sottoscrivo in toto, ovviamente.
    @gp. Sì, siamo alla confusione più assoluta, ma per motivi diversi, temo, da quelli che sono contenuti nella sua replica. Il problema – lo sto dicendo da tempo – è che qui da noi, in Italia, patria dell’umanesimo, siamo, in fatto di vini, iper razionalisti, mentre ad esempio in Francia, patria dell’illuminismo e del razionalismo, c’è un approccio più umanistico al vino. Qui da noi, un vino lo si vede come il risultato della terna vitigno-suolo-fattori naturali, in Francia questi tre elementi costituiscono gli strumenti attraverso i quali si esprime una persona (il produttore) integrata in una comunità (la denominazione). Insomma: il terroir visto all’italiana è un fattore tecnicistico e quindi – e vengo al punto – si va alla ricerca di certificazioni e di attestazioni, mentre in Francia conta di più quell’elemento immateriale che è la rispondenza al terroir. Kramer mi sembra molto più vicino al pensiero francese che a quello italiano, e ne condivido l’impostazione. Volutamente.

  5. Complimenti per l’articolo che mi pare gentilmente ed intelligentemente provocatorio.
    In un epoca di assenza di verità, l’unico esercizio possibile è il dubbio e la possibilità di esercitare una critica flessibile.
    Sostituire la fede incrollabile nella tecnologia con quella altrettanto incrollabile nella naturalità mi paiono entrambe degli errori madornali.
    Errori comprensibili perchè figli di un periodo storico che brucia rapidamente i risultati acquisiti nella spasmodica ricerca della novità (tema questo caro a chi si occupa di marketing)che metabolizza rapidamente il diverso e il deviante per riportarlo nell’alveo della normalità.
    L’unica certezza (non immutabile ma confutabile) è che la tecnologia e la tecnica hanno scollato il prodotto vino da quell’insieme, una volta imprescindibile, composto da terroir e milieu culturale.
    Assaggiando vini “naturali” si sente che sono latori di un mondo diverso (non sò se migliore)forse dimenticato, di un universo di qualità organolettiche anomale ma, io ritengo, interessantissime.
    Banalmente, dagli assaggi mi è parso che l’uso di lieviti selezionati tenda a mortificare i vini che ne escono un po’ malconci con profili olfattivi monocordi e statici (in rapporto con i naturali).
    Il grande dubbio è che il consumatore medio queste cose non le percepisca o fatichi a riconoscerle perchè non è informato e/o allenato con il rischio che il vino venga sottovalutato e scartato dal proprio orizzonte gustativo.
    Io credo poco nel “bon sauvage” che senza un minimo di preparazione possa comprendere ed apprezzare le novità.
    Il gusto evolve e l’emulazione e la cultura incrementano o determinano il successo di un prodotto o di un altro.

  6. Complimenti Franco e (Peretti, in questo caso, anche per l’argomento scelto).

    Complimenti prima di tutto per l’idea di network lieve tra siti e blog affidabili, che trattano di un tema (il vino) che io – da sempre – sento, molto prima che come una bevanda o come un ‘alimento’, vivo come tema vitale, come l’affascinante racconto di quello che ci offre la nostra bella terra.

    Un tema in cui i blog, i siti e i giornalisti del vino e dintorni, ma anche quelli che intervengono (come la sottoscritta) possono fare molto per contribuire ad affrontare il futuro con IL TEMA del futuro stesso: il territorio.

    Credo che affinare (e non solo affilare) le armi dialettiche per cercare di capire che cosa è meglio scegliere, come bisogna guardare alla terra, che fare per proseguire nel viaggio nel modo migliore, sia (sarà) un risultato di questi accordi ‘light’ tra blogger responsabili e sensibili…

    Inevitabilmente, l’argomento odierno – i vini ‘naturali’ (virgoletto non per dubbio, ma per rimarcare la mia negazione di qualsivoglia fondamentalismo, in merito) – si lega alla modalità scelta da Ziliani (e oggi anche da Peretti).

    Non è ignoto, a quelli che mi conoscono, il legame di parentela che ho con due produttrici di vini che possono, a buon diritto, essere definiti ‘naturali’ (virgolette sempre per le ragioni di cui sopra), e tuttavia il mio personalissimo pensiero rispetto ai frutti delle scelte delle mie parenti – frutti che apprezzo fino in fondo – è che non debbeno essere ‘etichettati’, compartimentati, classificati burocraticamente, né recintati in un ‘ghetto per eletti’.

    Credo – e molti produttori naturalisti me lo confermano – che, senza fisime né mode, i produttori che si sforzano e si misurano con il concetto di “amore per la terra”, debbano farlo e basta.
    Credo anche che proporre il proprio vino – in primis – per la sua ‘biologicità’ et similia sia una fesseria e penso che quello che conta invece sia il risultato: sulla terra che uno coltiva e nella bottiglia che egli offre al mercato.

    Del resto, l’odore della terra, quando si visita una vigna, e il profumo del vino nel proprio bicchiere, non mentono mai.

  7. @Franco. Grazie a te per l’invito: è un onore poter dire la mia su Vino al Vino, ed ancora di più poter ospitare te sul mio InternetGourmet.

    @Luigi. Ecco, centri in pieno il mio modo di pensare e di essere quando dici: “In un’epoca di assenza di verità, l’unico esercizio possibile è il dubbio”. La penso esattamente così, e credo che l’esercizio del dubbio sia la maniera migliore per cercare di intravedere di là dal pregiudizio. Anche nel vino.

    @Silvana. Bellissima la definizione del “network lieve”. Sì, credo che Franco ci abbia visto giusto. Unica osservazione: personalmente, credo che davvero, come dici, il “tema” del futuro sia il territorio, ma all’unica condizione che tale accezione non sia puramente legata a contenuti naturalistici o ambientali, ma contenga anche una forte connotazione umanistica. L’ambiente naturale e l’ambiente umano per me sono entrambi componenti fondamentali di quel “tema”. I francesi ci insegnano che i due ambienti interagiscono nella formazione del concetto di terroir. Gli architetti parlano invece di “genius loci”, e credo che questo concetto – il “genius loci” – possa (debba) essere in qualche maniera adattato anche al mondo del vino. Mi piace parlare di “genius loci” quando parlo di vino, anche se a volte mi guardano strano. Ecco: se Franco vorrà ancora ospitarmi, potrebbe essere un altro argomento da dibattere sul “network lieve”.

    • concordo anch’io sulla bellissima definizione di Silvana di “network lieve”. Non una cosa statica, ma dinamica. Prossimamente lo scambio di inviti e di ospitalità avverrà con un blog che racconta molto bene il vino nel Sud. Ma non voglio rovinarvi la sorpresa… 🙂

  8. Caro Angelo,
    leggo con invidia il termine “genius loci” malgrado ne abbia parlato all’infinito e a sproposito quando insegnavo ad architettura, non sono riuscito in quel gioco linguistico di scavalcamento dei generi che tu hai proposto parlando di genius loci vitivinicolo.
    Ancora complimenti.
    Propongo come ulteriore termine significante quello da me citato nel primo intervento ossia il Milieu culturale che indica tutto il complesso sottobosco antropologico, culturale, economico, di costume in perenne mutazione.
    Perchè un genius loci non è un concetto oggettivo ma è figlio del milieu culturale dell’epoca che lo elabora.
    Quindi , forse, oggi cinque febbraio 2011 è giusto, doveroso parlare e bere vini naturali; domani chissà!

  9. Buongiorno Peretti@ (buongiorno Franco); stamattina mi trovavo seduta quietamente con due ‘giovani’ produttori di Montalcino a parlare dello stesso argomento (territorio, terroir, genius loci), e mi sono sorpresa a dire (voce dal sen, davvero, fuggita)”ci sono vini con l’anima e altri invece no”.
    I vini con l’anima ti parlano della terra in cui crescono e della mano dell’uomo che li crea. Dell’uomo, della sua storia e dei suoi pensieri, come bene dice luigi fracchia@, qui sopra.

  10. @Luigi. Mi piace questa definzione: “Perchè un genius loci non è un concetto oggettivo ma è figlio del milieu culturale dell’epoca che lo elabora”. Mi piace ed è e sarà fonte di riflessione, per me.

    @Silvana. Condivido: sono i vini con l’anima, quelli da bere. Ed è ancora meglio se, per usare una definzione di James Hillman, quei vini raccontano “l’anima dei luoghi”.

    Terroir, genius loci, milieu culturale, anima dei luoghi: valeva la pena di scriverle queste righe per Franco.

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