Se non ora, quando? By Nelle Nuvole

Dall’ottima Nelle Nuvole ricevo questa riflessione sui corretti tempi di valutazione dei vini e del Brunello in particolare. Riflessione di particolare attualità dopo la valutazione, molto controversa, dei Brunello di Montalcino dell’annata 2006 durante Benvenuto Brunello… Buona lettura! “

All’inizio del 1995 ci fu al Greppo, dimora e azienda di Franco Biondi Santi, una degustazione verticale di Brunello di Montalcino. L’ospite d’onore e perno di tutto l’evento era Michael Broadbent, mitico wine writer britannico, ospite fisso della rivista Decanter e fra gli esperti sommi di vino francese. Mr. Broadbent fu estremamente cortese e disponibile, con quel modo di fare impareggiabile della middle- class anglosassone.
Un paio di mesi dopo la degustazione apparve su Decanter una bella pagina, interamente dedicata ai Brunello assaggiati con descrizioni dettagliate per ogni annata.
Non mi ricordo esattamente quali fossero le vendemmie presentate, a parte le 1975 e 1955, veramente straordinari e la 1945 che aveva da tempo intrapreso la fase calante, ma mostrava ancora un carattere ed una personalità unica.
Dopo tanti anni quell’articolo mi è tornato in mente, perché oltre alle valutazioni dei singoli vini poneva un interrogativo interessante e cioè “la longevità di un vino è elemento determinante per la definizione della qualità?” sottintendendo anche “per giudicare un vino nella sua pienezza si deve aspettare un affinamento in bottiglia di più di dieci anni?”.
Qui occorre fare una distinzione: ci sono vini che nascono già grandi e la cui bontà è immediatamente percepibile anche se solo accennata. Vini che procurano piacere e giustificano la spesa, per i quali vale la pena di comprarne più bottiglie per vedere come possano evolversi negli anni, seguendone la crescita ed imparando ad apprezzarli sempre di più.
Poi ci sono vini che all’inizio della loro vita in bottiglia sono chiusi, impenetrabili e soprattutto molto pesanti, alcolici, legnosi. Questi vini sono anche molto costosi e spesso il loro scarso appeal iniziale viene giustificato con frasi del tipo “ha bisogno di un paio d’anni in bottiglia e poi verrà fuori” . Purtroppo dopo un paio di anni gli stessi vini non sono cambiati,  le stesse caratteristiche sono rimaste e anzi, aggravandosi, trasmettono una noia mortale a chi li beve.
Oggigiorno la maggioranza di chi compra un vino nella fascia fra i 20 e i 50 euro lo consuma nel giro di sei mesi. Sono anche i vini più consumati nei ristoranti medio-alti. Quasi nessuno si può permettere uno spazio adeguato per conservare degnamente molte bottiglie. Lo sforzo dei produttori è quindi sempre più indirizzato a vendere vini già pronti alla beva, pur mantenendo le capacità di invecchiamento e affinamento peculiare a molti vini di qualità.
E’ uno sforzo molto impegnativo, che a volte squilibra il prodotto o da una parte o dall’altra. Il motivo di tutto questo mio scritto è appunto riuscire a capire, anche grazie ai vostri commenti,  se quello che ho posto è un falso problema o no. La risposta esatta non c’è, lo stesso Mr Broadbent alla fine dell’articolo lasciava aperto l’interrogativo. Parliamone”.

12 pensieri su “Se non ora, quando? By Nelle Nuvole

  1. E’ una domanda più che lecita. Nel dubbio, faccio sempre comprare prima agli altri collezionisti. Casomai succedesse qualcosa di bello dentro alle bottiglie, sono sempre in tempo a ricomprare da loro, dopo qualche anno…

  2. “Oggigiorno la maggioranza di chi compra un vino nella fascia fra i 20 e i 50 euro lo consuma nel giro di sei mesi. Sono anche i vini più consumati nei ristoranti medio-alti. Quasi nessuno si può permettere uno spazio adeguato per conservare degnamente molte bottiglie”.
    Secondo Lei, per motivi di spazio o per motivi di capitale immobilizzato? Da alcuni post precedenti mi pare di avere inteso che il problema grosso per ristoranti ed enoteche siano le carte dei vini mastodontiche o squilibrate, comunque con grandi quote di invenduto.
    Se è davvero così, allora forse il padre di tutti i problemi è il giusto prezzo di vendita, sia all’origine che poi in enoteca/ristorante.

    Farei una proposta fantascientifica, perchè so che il vino (e il mercato) non è una scienza esatta: se un vino è importante, longevo (almeno come tipologia, diciamo un Brunello), sia in seguito il tempo galantuomo o meno nella sua evoluzione, i produttori dovrebbero poterli vendere quasi secondo un modello “en primeur”, sulla base anche di indicazioni ufficiali di una manifestazione come l’Anteprima (cui ovviamente si aggiungerebbero fattori quale il nome del produttore, l’andamento qualitativo/temporale delle ultime annate, la domanda ecc.), per poi variare il prezzo di vendita negli anni successivi sulla base di degustazioni “edi controllo” (la strada intrapresa quest’anno dal Taurasi). Il prezzo all’immissione sul mercato sarebbe quindi ridotto. IN questo modo il costo e il rischio dello stoccaggio del vino, in attesa che possa esprimere il meglio, potrebbero essere ragionevolmente divisi fra produttore e ristorante/enoteca/consumatore.
    Ripeto, so che è fantascienza, però forse da un lato ridurrebbe l’invenduto, dall’altro ci sarebbero meno tentazioni per scorciatoie verso la bevibilità immediata.

  3. Grazie per la nota Nelle Nuvole;
    Come mai a Montalcino non esistono le sottozone sulle etichette come nelle Langhe ?
    Perche’ ai Montalcinesi non interessano ?
    Se buona parte dei produttori Montalcinesi continuano a correre appresso al gusto del consumatore, e in basi a questo modificano i loro vini, questa corsa non avra’ mai un senso….per entrambi..
    E come correre appresso all’ombra…
    In poche DOCG Italiane si riscontra una grande variazione tra un annata ed un altra come a Montalcino..
    Come mai al Barolo non accade questo ?
    Come mai a Montalcino non esistono le sottozone sulle etichette come nelle Langhe ?
    Lei pensa che questo e tutta colpa di madre natura ?
    In piccola parte…ma la grande colpa e di chi porta le uve in cantina…e della maledetta legge di disciplinare che li acconsente di rinfrescare con il 10% di una altra annata la corrente annata !!
    Se l’etichetta dice 2006, il vino deve essere 100% 2006 e basta !!

  4. Non capisco perchè alcuni vini, e dei più costosi, debbano essere imbottigliati “chiusi, impenetrabili e soprattutto molto pesanti, alcolici, legnosi.” Dopo un buon lavoro in vigna l’uva non può essere che rovinata in cantina. Massima attenzione quindi nel momemto più delicato. Alla fine del processo se un vino entra in bottiglia consistente equilibrato ed integro può essere bevuto da subito sino a quando la consistenza sarà così massima da potersi opporre gradatamente all’ossidazione traguardo inevitabile per tutti i vini. Il processo degenerativo delle proprietà gusto-aromatiche del vino produrrà poi altre sensazioni gustative che alcuni troveranno come plus evolutivo altri come negativo…de gustibus.

  5. Personalmente ho sempre creduto che la risposta al problema fosse scontata e corroborata da varie esperienze di degustazione.
    A me non è mai capitato di trovare vini che avessero complessità, finezza e integrazione (potenziale o attuale) che non avessero anche capacità di invecchiamento. Ho trovato buoni vini che non invecchiavano molto, ma grandi vini mai.
    E quelle bottigliacce alle quali lei si riferisce possono anche invecchiare in alcuni casi, ma non bene certamente, inoltre fini e integrate non lo saranno mai.
    E’ chiaro che non bisogna arrivare ai livelli del Lafite 1870 come tenuta, ma un minimo di 10 anni mi sembra indispensabile per iniziare ad offrire profondità e complessità.
    Direi quindi che la capacità di invecchiamento è una condizione necessaria, ma non sufficiente per fare un grande vino.
    Comunque grande Broadbent, se fossero tutti come lui i vini legnosi e disarmonici dei quali lei parlava verrebbero solo derisi, con sense of humor da middle class inglese, da tutta la stampa.

  6. Io sul blog non intervengo più, e mi dedicherò esclusivamente alle mie mansioni commerciali.Qualcuno,per cui lavoro, mi ha detto che è da perdi tempo. Sigh!
    Scherzo, eh!

  7. Troppi sono quei vini “marmellata” che negli ultimi anni, sempre di piu’, vanno tanto di moda, ma non capisco perche’ debbano essere giustificati con tanti sforzi dai noti esperti sulle blasonate riviste. Sono vini incapaci di maturare negli anni, con prezzi fuori da ogni logica, che non rispettano la tradizione il territorio e la natura, che hanno subito chissa’ quali manipolazioni, lecite o meno e che comunque spesso hanno valutazioni insufficienti. Sono vini che vanno lasciati invecchiare nelle cantine dei produttori/imprenditori modaioli riscoprendo i veri fuoriclasse, quelli che fanno i 90 e piu’ centesimi.

    P.s. Franco e l’ Amarone 2007..?!?

  8. Buongiorno.
    Nel passato credo si producessero vini di 2 tipologie fondamentali e cioè circa il 90% di essi per consumatori e il 10% per wine lovers.
    I primi erano vini spesso acquistati quotidianamente e che dovevano essere consumati in un paio d’anni, vini che erano l’evoluzione migliorativa naturale dell’ “house wine” per le caratteristiche qualitative ma che dal punto di vista culturale ne marcavano ancora forte lo stile. I passaggi storici sono stati: tutti facevano il vino proprio; successivamente qualcuno girava con damigiane per gli acquisti da fattorie per arrivare a bt acquistabili prima solo nelle enoteche ora anche nella GDO.
    I secondi invece, vini strutturati, dedicati a chi poteva acquistare la o le casse per poterne gustare le caratteristiche negli anni. Produzioni limitate a cui solo veri conoscitori e appassionati ne avevano l’accesso.
    Fine anni ’80 le prime guide e poi le riviste e poi i “wine writers” blog e blogger, da una parte, e i boutique wines, grandi gruppi industriali, i consulenti e le “grandi firme” dei top wines contribuirono al miglioramento della conoscenza del vino affinchè anche il consumatore “quotidiano” potesse avvicinarsi ad una bottiglia importante.
    Il problema era al dettaglio, cioè quando l’enotecario doveva consigliare un periodo ulteriore di affinamento e il consumatore “quotidiano” con capiva e non poteva accettare perchè stava pagando per qualcosa che non era subito “godibile”.
    Questo periodo è durato tanto con l’eccesso di legno, “barriques” scritto in etichetta per dare valore aggiunto, fino ad arrivare a vini da spalmare o al coltello, più lo erano e più si definivano vinoni longevi di grande prestigio.
    Molte aziende prima di fare il primo Chianti Classico della loro esistenza avevano già prodotto il loro bel “Supertuscan”.
    Oggi il vino è per tutti e anche il consumatore quotidiano deve avere il piacere, per un’occasione, di stappare una bt importante. Sono cambiati i vigneti, le tecniche di vinificazione, le dimensioni delle botti, i legni le tostature.
    In giro per il mondo il consumatore vuole consumare per cui il vino deve essere fruttato, strutturato, piacevole, che si possa bere in ogni occasione, che non si debba fare un mutuo e la maggior parte non ne può più dei “…ancora due o tre anni di bt”.
    Le Aziende devono produrre bene nel rispetto delle caratteristiche del territorio, ma sanno bene che è dalla seconda bt venduta che si comicia a parlare di risultati.
    Penso che la maggior parte dei vini importanti di oggi offrano ad ognuno la scelta di berli subito o di aspettare qualche tempo. Credo che il peggio, lo spero, sia passato, anche da ciò che avete scritto sul Brunello mi pare di capire che indipendentemente dal gusto personale, la gran parte dei produttori siano indirizzati al vino più che ai contenitori. Mi viene in mente un Grande Vecchio: Sergio Manetti, un giorno mi disse: La barrique è solo uno strumento di cantina, io produco vino!!!
    Dalla mia poca esperienza dico che la longevità non è più determinante, lo è stata, a definire un vino di qualità. La qualità in un vino c’è da subito.

  9. L’aspirazione di ogni produttore di grande vino sarebbe quella di produrre un vino capace di durare idealmente per sempre, evolvendosi sviluppando nuove dimensioni degustative: questo sarebbe la situazione ideale, ma il prezzo da pagare è inevitabilmente rappresentato da una scontrosità anche feroce nel vino giovane imbottigliato da poco. Ogni bottiglia così diventerebbe però un investimento reale capace di aumentare il suo valore nel tempo al pari della sua crescente capacità di convincere nel bicchiere. A Bordeaux è sempre stato così, quasi mai i vini giovani erano godibili fin da giovani.Poi arrivò il 1982, forse l’ultima grandissima annata di un era ormai tramontata dove c’erano le buone annate e le meno buone: oggi questa spontaneità semplicemente non se la possono più permettere.Uscì il Chateau Cheval Blanc ’82 che letteralmente stregò il mondo intero enologico per la sua incredibile sensualità, frutto amaliante e morbidezza convincendo molti che i grandi vini avrebbero dovuto tutti aspirare ad essere pienamente godibili fin da subito.In qualche modo il movimento degli anni successivi dei cosidetti parker wines era tutto alla ricerca di questo sacro graal, godibilità fin da subito, ma con la speranza che questi vini avrebbero comunque avuto la capacità di invecchiare altrettanto bene: lo Cheval Blanc ’82 è stato un vino inimitabile ancor più per le capacità di invecchiare che non per quel suo carattere ammaliante. Peccato che vini come questi sono rari come le mosche bianche eppure la produzione di vini come il Luce della vite dimostra che ancora oggi c’è chi crede a questo mito.Tornando al post credo che Biondi -Santi, possa permettersi di produrre i vini che produce perchè ha una reputazione tale per cui gli è concesso che per almeno 15 anni i suoi vini siano inavvicinabili, ma un produttore che non abbia una simile reputazione che tenti una simile strada, ammesso che abbia il genius loci adeguato, credo che avrebbe da percorrere decisamente molta salita per convincere i critici ed i clienti a credere in una scelta simile. I vini di qualità oggi quindi vengono prodotti per essere bevibili fin da subito ma contemporaneamente offrire un dignitoso margine di miglioramento, anche se solo per allungare lo shelf-life, visto i tempi che corrono…

  10. Ma sai, Cheval Blanc è stato sempre un vino capace di esprimersi bene sia in gioventù che in vecchiaia, non è solo del 1982 questa caratteristica. Bisogna dire che Parker diede 100 punti anche a Latour 82 che era tutt’altro che godibile.
    Purtroppo, mediamente, l’80% dei vini che premia sono vini di scarsa finezza e armonia e li premia solo sulla base della potenza (potenza alcolica e non estrazione che sarebbe ben altra cosa) e della fruibilità immediata.
    Molti di questi vini sono talmente potenti che un pò di invecchiamento nelle gambe ce l’hanno, ma un invecchiamento che non li migliora e nulla da alla loro finezza.
    Poi se scendiamo intorno ai suoi 95 punti ce ne sono vari che non possono neanche arrivare a 10 anni e quelli spesso sono così squilibrati che ti chiedi come questo tipo è arrivato a scrivere di vino…

  11. ma questo è un blog serisssssimo.

    ziliani mi sa che qui non posso scrivere quello che scrivo su intravino.

    una cosa posso dirtela, in amicizia e con profonda stima.
    cambia la foto
    il look da professorino universitario non tira più.

    • scrivi quello che vuoi Kenray. Quanto alla foto, sto pensando alla prossima versione, molto più casual di questa. Ma il look da professorino universitario (cosa che non sono e non sarò mai) non c’entra proprio…

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