Lo Champagne torna a volare e i fanatici dello “spumante italiano” sono in lutto

Me le immagino le facce dei fanatici delle “bollicine tricolori”, quelli cui non era sembrato vero di poter urlare ai quattro venti – leggete qui ad esempio – che “lo spumante italiano” aveva “stracciato” lo Champagne.
Personaggi vari felicissimi, e non per una forma di legittimo eno-nazionalismo, ma perché sono abituati a proporre un’informazione “minestrone”, di inneggiare ad un comico “Italia batte Francia”, persuasi che la variopinta “armata Brancaleone” di cose profondamente diverse tra loro e irriducibili ad una qualsiasi unità, dai frizzantini da battaglia ai Prosecco, dai metodo classico generici a quelli a denominazione d’origine, dall’Asti Docg al Brachetto, avrebbe sostituito sulle tavoli di tutto il mondo il secolare modello francese. Me li vedo oggi, con il mento più lungo e l’aspetto più mogio di quelli di Cristiano Ruiu di Telelombardia, quando “l’altra squadra di Milano: come si chiama?” perde, costretti a rivedere le loro previsioni, a prendere giocoforza atto che lo Champagne è tutt’altro che “morto”, “stracciato” e superato.
Perché lo Champagne è sempre lo Champagne. E vanta una storia, una solidità e una nobiltà che altri se le possono solo sognare…
Pertanto, anche se la crisi continua a mordere (e notizie molto preoccupanti arrivano sia dal fronte libico e nord africano che dal Giappone), le notizie comunicate dal C.I.V.C., Comitato interprofessionale dei vini di Champagne parlano chiarissimo: dopo due anni di difficoltà, contrassegnati da contrazioni significative dell’export, oltre che del mercato francese, le esportazioni di Champagne sono tornate a crescere nettamente nel 2010, con un incremento del 19,5%, che porta l’export a quota 134,5 milioni di bottiglie.
Ancora una volta il primo mercato si conferma il Regno Unito, con 35,5 milioni di bottiglie acquistate, e uno squillante +16,3% sul 2009. Seguono gli Stati Uniti (16,9 milioni di bottiglie, +34,9%), la Germania (+21,6%) e il Belgio (+7,8%). Il solo Paese a segnare un calo significativo è stato l’Olanda, verso il quale le esportazioni di Champagne sono calate del 9,5%, fermandosi a 2,4 milioni di bottiglie. L’Italia si colloca al sesto posto nella classifica dei principali Paesi importatori di Champagne, con 7.113.000 pezzi, preceduto di trecentomila unità dal Giappone ma davanti a Svizzera, Spagna e Australia. Gli aumenti più forti riguardano però i nuovi mercati, anche extra europei. Nel 2010 sono cresciute dell’87,6% le esportazioni di Champagne (1,07 milioni di bottiglie) verso la Russia, mentre il Brasile (+63,2%) supera per la prima volta le 600.000 bottiglie del periodo pre-crisi, e sfiora il milione. Per la prima volta nella storia, poi, sono state esportate più di un milione di bottiglie verso la Cina (+89,9% sul 2009).
Le esportazioni rappresentano il 42% delle vendite totali di Champagne, ma si consolida anche il mercato interno: 184 milioni di bottiglie vendute in Francia nel 2010 su 315 milioni prodotte, con una crescita del 2,3%. Complessivamente nel 2010 si sono vendute nel mondo 319.5 milioni di bottiglie per un fatturato di 4,109 miliardi di euro. Non tanto lontano dal record del 2007, appena prima della crisi, quando il settore conobbe un vero boom, con un fatturato di 338,7 milioni di euro.
I dati forniti dal C.I.V.C. rivelano che le spedizioni di Champagne hanno raggiunto quota 319 milioni e mezzo, di cui 219 milioni da parte delle Maison de Champagne (69%) e 100 milioni da parte di aziende individuali e cooperative (31%).
Domanda: e ora chi glielo va a raccontare questo exploit dello Champagne ai teorici del “sorpasso” da parte dello “spumante italiano”? E come “costringerli” a ragionare su una semplice evidenza, da me già sottolineata qualche tempo fa qui, ovvero che se riprende, come ha ripreso, lo Champagne non sono i metodo classico a dover tremare… ma altri prodotti?

Detto fuori dai denti: chi deve avere “paura”, o meglio temere, commercialmente parlando, la ripresa dello Champagne ed il ritorno a livelli numerici che si avvicinano a quelli precedenti all’arrivo della crisi?
Devono temerlo i diretti “concorrenti”, si fa per dire, italiani, (20-22 milioni di pezzi in totale contro 300 milioni) i vari metodo classico a denominazione d’origine, ognuno dei quali può contare su un’identità già affermata o in via di progressiva definizione presso i consumatori?
Oppure devono temerlo gli “spumanti” generici ed i vini, anche a denominazione in alcuni casi, che hanno rosicchiato fette di mercato allo Champagne a causa della crisi economica e per il semplice fatto che costavano meno?

9 pensieri su “Lo Champagne torna a volare e i fanatici dello “spumante italiano” sono in lutto

  1. Il marketing del vino francese, è sempre più coerente e di spesso rispetto a quello dell’Italia.
    Non bisogna continuare a ricorrere le mode, ma essere se stessi e dare espressione al terroir.

  2. E che dire della progressiva e salvifica penetrazione nel mercato di piccoli vigneron champenois che affiancano con prodotti più ricercati e territoriali a dei costi spesso inferiori le grandi Maison.
    Non sono morti gli Champagne, tuttaltro e forse i nostri produttori dovrebbero cercare di legarsi ai vigneron independenti della champagne per la affinità elettiva che lega gli agricoltori del mondo.
    Se il mondo chiede qualità, io sono certo che i nostri produttori possano rispondere alla chiamata, senza inutili derive scioviniste.

  3. Sono perfettamente d’accordo con Lei:
    paragonare lo spumante italiano con lo champagne è una assurdità da qualsiasi parte la si voglia guardare. Semmai dovremmo porre mente a due cose:
    1. non dobbiamo ragionare in termini di “vincere” o “perdere” ma provare a fare un buon prodotto italiano, venderlo e acquistare la credibilità ed il prestigio che ci consenta di mantenere le nostre quote di mercato;
    2. provare ad avvicinarci un pochino, se ne siamo capaci, e non tanto a superare i Francesi, che è un nonsenso, ma insieme evitare che competitori/produttori internazionali o dei paesi “emergenti” insidino loro i nostri volumi di vendita, specialmente negli spumanti di qualità inferiore;
    3. ogni paragone sensato nel campo dello Champagne fra noi e i Francesi va fatto fra la loro nazionale di rugby e la nostra, dimenticandoci le categorie del calcio a cui così tanti Italiani pensano.

    🙂 a proposito: dall’alto della mia fede calcistica -che ha i colori dei vini principali: il bianco ed il nero- mi permetto di considerare che la sua competenza calcistica è inversamente proporzionale a quella del vino … (scherzooo) – Amala!!)

  4. Mi intrometto con una domanda non del tutto attinente al tema, ma che riguarda comunque il mondo dello champagne (ed ovviamente anche dello “Spumante italiano”) non millesimato. Capita troppo spesso di stappare bottiglie che contengono un vino palesemente “passato”. Perchè il mercato non chiede con forza che anche questi prodotti, che hanno comunque un costo elevato, portino in etichetta un’indicazione chiara relativa all’anno di commercializzazione? Sarebbe un’opera di correttezza molto apprezzabile verso il consumatore.

  5. Larmandier Bernier “Terre de Vertus”…..altissimo godimento….
    Marie Noelle Ledru Champagne G.C. Extra Brut…….pura vita!!!!

  6. @Angelo,
    con ritardo rispondo al tuo quesito.
    In realtà, come ci insegna Giovanni Arcari, importante, anzi, fondamentale è più che la data di commercializzazione la data di sboccatura l’unico riferimento certo sullo stato evolutivo del vino.
    Quindi più è lontana dalla data d’acquisto e più ci troveremo di fronte ad un prodotto che ha subito una evoluzione.
    Altro problema è l’uso di basi spumante già fortemente ossidate (un po’ per moda che vuole vini più rotondi, un po’ per cause produttive)le quali non si fanno influenzare più di tanto dalla sboccatura essendo già alla fine del loro viaggio organolettico prima.
    Le consiglio comunque di assaggiare senza preconcetti vini anche brut base con sboccature “anziane” i produttori seri le daranno belle soddisfazioni.
    Io ricordo il Gatti 2004 saten sboccato 2008 bevuto ieri con le lacrime agli occhi.
    Per la bontà ovviamente.

  7. Caro Luigi Fracchia,
    grazie per il gentile commento. Ovviamente corretto dire che il riferimento dovrebbe essere più la data della sboccatura che non quella della commercializzazione. In pratica poco cambia, perchè quasi mai l’etichetta porta riferimenti di questo tipo. Oltre tutto non si può neanche fare affidamento sulla data di acquisto: la bottiglia potrebbe essere rimasta in quell’enoteca anche diversi anni. Quindi comunque lo si rigiri il problema resta; credo sarebbe utile da parte di chi fa opera di informazione e divulgazione sul mondo del vino sottolinearlo, con l’obiettivo di vedere in futuro questa benedetta data stampata sull’etichetta.

  8. “Personaggi vari felicissimi, e non per una forma di legittimo eno-nazionalismo, ma perché sono abituati a proporre un’informazione “minestrone”. Geniale, concordo pienamente. Anne

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