Per l’Independent nessun vino (tanto meno toscano) tra le “tipicità italiane”

Notizie ben poco allegre per il mondo del vino italiano.
Per quanto ci si affanni a proporre al mondo, a volte in maniera contraddittoria, un’idea del vino italiano come insieme di prodotti unici, inimitabili, irrinunciabili, dotati di peculiarità e caratteristiche che si possono trovare, dal Blanc de Morgex et de la Salle valdostano al Pigato ligure, dal Nebbiolo piemontese al Lagrein altoatesino, dal Teroldego e dalla Nosiola trentini, dalla Ribolla gialla al Terrano del Friuli Venezia Giulia sino al Sangiovese toscano, al Verdicchio marchigiano, all’Aglianico campano e lucano, al Negroamaro salentino, al Nerello Mascalese siciliano, da nord a sud, è inutile, la nostra personale e convinta idea di “tipicità” non riesce a passare.
Ed i nostri vini, anche i più personali, schietti, ricchi di legame con i territori di produzione, con la loro storia e le loro tradizioni, non riescono ad affermarsi nell’immaginario collettivo, soprattutto quello di alcuni Paesi esteri, come espressione autentica della nostra cultura.
E’ notizia di ieri, raccontata in questo articolo pubblicato sull’edizione on line del Corriere della Sera: il quotidiano britannico The Independent decide di pubblicare una classifica, una “scelta ragionata in cui si elencano quindici tipicità italiane «esportate» dal nostro Paese, per le quali l’Italia è apprezzata (o comunque conosciuta, se il motivo della fama non è positivo) nel mondo”. Un articolo intitolato Fast cars to Latin lovers: Italy’s top 15 cultural exports che rende omaggio al nostro cinema, al calcio, alla storia, all’arte, a personaggi della nostra cultura.
Un articolo che propone tra le quindici “tipicità italiane” – inevitabile purtroppo – la mafia, ma anche il gelato, ed il “dolce far niente”, ma che, accidenti a noi inguaribili enocentrici, che tendiamo a porre il vino al centro del nostro modo di pensare e di vivere, della nostra “italian way of life”, non rende omaggio, considerandola come espressione del nostro savoir faire, della nostra arte, del nostro essere unici ed inimitabili (nel bene o nel male) nessun nostro vino.
Nessuno spazio, nella top 15 delle cose che secondo il sito Internet dell’Independent “rappresentano ciò che l’Italia ha regalato al mondo”, ovvero: “1) Claudia Cardinale 2) Il dolce far niente 3) Le auto 4) I gondolieri 5) Il sonetto 6) Il gelato 7) Caruso 8 Federico Fellini 9) Il latino 10) La mafia 11) L’Antica Roma 12) Casanova 13) Dante 14) Leonardo Da Vinci 15) Roberto Baggio”, per i nostri vini.
Per il Brunello di Montalcino, per il Chianti (foss’anche quello d’antan in fiasco), per il Valpolicella, il Verdicchio, il Soave (alcuni dei vini italiani più popolari in Regno Unito).
Né tantomeno per il Barolo, l’Asti, il Marsala (nella cui storia c’è tanta Inghilterra). E nemmeno, ci saremmo accontentati anche di questo, anche se non sarebbe stato il massimo, per un internazionalissimo Super Tuscan. Anche firmato da quel grande “architetto del taglio” che è stato Giacomo Tachis… Inutile.
Del vino, ma sì della pizza, del prosciutto di Parma e del “parmesan”, non si parla anche in un altro articolo dello stesso quotidiano, che potete leggere qui e che tratta degli ingredienti che sono alla base della cucina italiana.
In 150 anni di Unità d’Italia (o presunta tale, perché in fondo siamo ancora all’Italia dei campanili, delle contrapposizioni tra fazioni) se sono passati all’estero come espressione dell’italian way of life il dolce far niente, le belle auto, i gondolieri veneziani, quel “casanova” di Casanova, quel genio di Leonardo da Vinci ed il gelato, il nostro vino, che ha una storia di qualità molto più recente, non i soli 20-30 anni del presunto “Rinascimento enologico”, ma decisamente di più perché grandi vini si producevano già prima della Seconda guerra mondiale e negli anni Cinquanta, non è riuscito ad imporsi come espressione del genio italico, di una italiana tipicità.
E se possiamo anche consolarci pensando che in fondo si tratta solo di un articolo dei “soliti inglesi” non sempre teneri nei confronti dell’Italia, inglesi per molti dei quali in Italia saremmo rimasti, enoicamente parlando, allo stadio dei cheap and cheerful and inexpensive wines, e che non è la fine del mondo se nessun nostro capolavoro enologico è finito in questa classifica che lascia il tempo che trova, resta sempre un bel po’ d’amarezza.
E la convinzione che ci sia molto ancora da fare, lavorando soprattutto su noi stessi, sul nostro modo di lavorare e di raccontarci all’esterno, sull’immagine di noi stessi e delle nostre “eccellenze”, per poter un giorno un nostro vino riconosciuto, come il gelato, come il sonetto e Caruso, come simbolo e vanto della nostra “tipicità”…

18 pensieri su “Per l’Independent nessun vino (tanto meno toscano) tra le “tipicità italiane”

  1. francamente l’articolo dell’independent e’ una lista talmente banale di stereotipi che non vale neanche la pena commentare. ci mancava solo la mamma e sarebbe stata perfetta.

    ma perche’ dobbiamo sempre farci giudicare da questi maledetti albionici ? che pensino ai loro fish-and-chips e alle tettone della terza pagina dei loro beceri giornale

  2. Caro Franco, hai ragione, é deprimente leggere articoli supreficiali come questo. Meno male che quotano l’articolo di Anthony Rose sul vino italiano.
    Viene da chiedersi chi legge l’Indipendent, un giornale che si trova gratis in molti alberghi di medio-alto livello, ma che non ha la diffusione del Daily Telegraph (conservatore) o l’impatto modernista del Guardian.
    Certo se sono fermi alla Cardinale come simbolo dell’italica venustà femminile ti puoi spiegare come il nostro vino non trovi spazio.
    Io credo che il vino italiano sia molto più considerato nel Regno Unito di quello che l’articolo ci vuole far credere, purtroppo però non rientra nell’idea di unicità, di particolarità che altri settori produttivi italiani hanno.
    Tocca rimboccarsi le maniche, continuare a lavorare e forse far sì che fra tanti giovani desiderosi di fare un’esperienza all’estero ci siano anche sommelier preparati sui vini italiani come e più dei ragazzi francesi che ho incontrato in numerosi ristoranti. Questi potrebbero diventare dei veri e propri ambasciatori ed agire come forza d’urto. Ma chi li aiuta e li sostiene?

  3. Ammesso che queste classifiche un pelino eterogenene abbiano un senso, per me ha da lavorare, e parecchio, anche l’Indipendent a selezionare meglio il fiuto dei suoi “segugi”……

  4. Mi pare che si raccolga ciò che si è seminato.

    Non solo nel vino, intendiamoci; penso al turismo, un settore in cui abbiamo fatto di tutto per disneyzzare il disneyzzabile, ridurre a folclore massificato quello che era per pochi (ma non pochissimi), facilitare l’accesso ai pullmann laddove si sarebbero dovuti creare navette e servizi “sostenibili” ed eleganti (cioè non biechi).

    Ho sentito con le mie orecchie un assessore declamare che sulla via Francigena bisognava creare delle “toilettes” (dei cessi, insomma) ecologiche per il viandante.

    Gentilezza e ospitalità sono merce rara, forse escludendo le regioni che hanno tradizioni in questo senso…così siamo diventati (dodicesimi?) nella classifica delle mete desiderate.

    Nel vino è la stessa cosa. Parliamo di qualità, addirittura di eccellenza, di rarità, ma non testimoniamo con i fatti le parole; facciamo figuracce e mettiamo tacon (pegio de busi) pensando che gli altri non se ne accorgano, che non esista internet, che la gente sia come si vorrebbe che fosse: non so, non vedo, non sento, non parlo: e invece nemmeno la lingua è un baluardo alla conoscenza dei fatti nostri, perché la nostra lingua è ben conosciuta!

    Nel regno del io non c’ero e se c’ero dormivo può anche succedere questo, di perdere non uno non due, ma parecchi treni, anche nel campo del vino.

    Mi scuso per l’amarezza del commento (e poi possiamo sì anche pensare che i figli della perfida Albione siano contro l’Italia, ma certo che noi facciamo di tutto per farci umiliare). Mi scuso e riscuso, ma in questi giorni, osservando un paese devastato e i suoi abitanti disciplinati e coraggiosi, non posso non pensare che noi abbiamo tante qualità, ma anche un’abilità stupefacente nel polverizzare il nostro patrimonio.

  5. Un articolo che pone tra le “esportazioni culturali” la mafia già si commenta da sè…
    Se poi con ampia generosità storica ci ricomprendono pure il latino (e non, al limite, il diritto, a questo punto), comincio a pensare che il vino non l’hanno messo perchè se lo erano bevuto tutto prima di scrivere…

  6. Ecco perchè, tranne quando parla male di Berlusconi, viene considerato da tutti poco più che un foglio per incartarci il pesce. Provate a chiedere agli Inglesi la considerazione che hanno di questa testata.

  7. Claudia Cardinale è tunisina, per il resto è solo un mare di banalità trite e ritrite.. La realtà è che non siamo più all’altezza della nostra immagine nè la nostra immagine è all’altezza della sostanza.. I beni culturali crollano, i nostri politici sono coinvolti in scandali di ogni tipo, non siamo più ambasciatori di gusto e raffinatezza che pur possediamo.. La promozione dell’immagine italiana nel mondo è scesa ai livelli minimi con “Magic Italy” e la Brambilla.. Allora se un quotidiano inglese si nutre di luoghi comuni non dovremmo nemmeno stupirci più di tanto..

  8. Ma c’era veramente bisogno, signor Ziliani, di scrivere su questo articolo? Poteva parlarci, come peraltro sempre splendidamente fa, di una emozionante espressione di tipicità italiana…

  9. non pensiamo agli Inglesi, che ne han combinate di tutti i colori…dimmi Franco quale sarà il tuo o i tuoi vini del 17 Marzo 2011; ti copierò sicuramente per la stima che ho di te. Ciao WWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWWW
    l’ITALIA. marcello

  10. E’ vero, come dice l’amico Franco Ziliani,e’solo un’eno-gossip. A parte che è molto, ma molto di più.
    Ma mi sia consentita una piccola riflessione ante 17 marzo.
    Gli stranieri sul vino, come su tutto il resto, ci percepiscono divisi e conflittuali fra di noi,perchè è
    effetivamente così.
    Noi dobbiamo imparare a valorizzare le nostre risorse in
    modo unitario e NAZIONALE,pur nella diversità dei territori
    e delle tradizioni.
    Non vorrei ricorrere a parole d’ordine come ”sistema Paese”o ”fare squadra” perchè ne ho piene le…
    Ma il concetto è quello.
    Noi tutti dobbiamo ambire a ritrovare nel lavoro della terra,nel mondo della produzione,nell’espletamento dei servizi,QUALCUNO che rappresenti e che guidi il Paese nella
    sua totalità e varietà di espressioni, nell’assoluto rispetto della sua storia e dei suoi CONFINI ORIGINARI.
    Esso sarà il miglior testimone,all’estero, di tutto il nostro patrimonio:da quello artistico a quello agroalimentare.
    Per cui…Viva l’Italia! Ma quella tutta UNITA, dalle Alpi a
    Capo Passero.

  11. Recentemente sono stato a Londra ed ho avuto la stessa percezione, dobbiamo fare ancora molto. Guardando sugli scaffali dei negozi ho avuto proprio la sensazione che il vino italiano fosse ” uno dei tanti “.
    A conferma di ciò un caro amico mi ha mostrato il programma di un corso di degustazione che frequenta e, guarda caso , il vino italiano proprio non c’è!
    Non è il caso di fare di un’erba un fascio ma …

  12. Una delle reazioni peggiori che si possono avere e’ quella di rigettare qualunque cosa che viene detta e che non ci piace con una critica verso chi la dice. Bisogna sempre ricordarci che e’ DOVERE di chi vuole vendere qualcosa a qualcuno, in questo caso il vino, farsi conoscere e non viceversa.
    Ne parlavo ieri a Camaiore con Masnaghetti, e’ desolante vedere quanto poco si conosca della vera realta del vino italiano in uno dei mercati piu’ importanti del mondo, come l’UK. E’ importante dare gli strumenti giusti di conoscenza non solo per vendere il vino li’, ma perche’ gran parte dei professionisti del vino a livello mondiale che parlano lingua inglese (e quindi tutta l’Asia tra l’altro) si formano alle scuole inglesi.
    Provate a cercare una pubblicazione o un sito internet serio e aggiornato sull’Italia in lingua inglese se ce la fate.

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