Piero Antinori: il calo dei consumi interni non è il vero problema

Per gli industriali del vino un mercato vale l’altro : l’importante é vendere

L’ho sempre pensato che la logica degli industriali, che siano quelli che si occupano di automobili oppure di vestiti o generi alimentari, non è proprio la mia logica. Che il loro sistema di pensiero non è e non sarà mai il mio.
Che in fondo, anche quando vendono quelle espressioni di una storia, di un’identità, di un territorio che sono le bottiglie dei loro vini, prodotte in zone ricche di tradizioni, è come se producessero dei bulloni.
A confermarmi in questa convinzione, maturata in 25 anni di esperienza nel giornalismo enoico, è arrivata, e non mi stupisce più di tanto, è stata una dichiarazione, improntata ad una sorta di “cinismo mercantile”, rilasciata da uno dei più noti uomini del vino italiano, proprietario di una delle aziende simbolo, il marchese Piero Antinori.
A suo dire “quello della crisi dei consumi interni di vino è un falso problema, preoccupiamoci piuttosto di vendere bene nel resto del mondo”.
Secondo il produttore del Tignanello e del Solaia, del Chianti Classico Badia a Passignano, all’Italia manca una regia in grado di governare, con una strategia comune, un settore tanto frammentato.
Di conseguenza, dice, “allarmarsi per un calo fisiologico dei consumi interni è come guardare la pagliuzza per non vedere la trave. Il nostro Paese dovrebbe pensare a crescere, non a conservare”.
Capisco benissimo che per gli Antinori, dinastia che si occupa di vendere vino da 26 generazioni, dal 1385 quando Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’ Arte Fiorentina dei Vinattieri, quello che conta è il business e quindi che si tratti di vendere agli italiani, che per tanto tempo hanno consentito alla sua azienda di prosperare, oppure agli americani, ai russi, ai cinesi, al Sud Est asiatico, non fa nessuna differenza.
Le sue parole suonano come quelle di un “Marchionne del vino”, quando ipotizzava, tra le giuste proteste di molti, la chiusura degli impianti di produzione Fiat in Italia, per spostarli, in omaggio alle “logiche” della globalizzazione e delocalizzazione, altrove.
Sono industriali e anche se toscani da secoli in loro prevale la logica della vendita, del profitto, sul richiamo della terra e ai suoi valori. Alla sua cultura.

Molto meglio allora, sorprendentemente, quanto ha affermato, rispondendo ad un’inchiesta del Vinitaly che chiedeva “Può il Paese primo produttore vivere di solo export, con i rischi rappresentati dalle fluttuazioni monetarie e dalle agguerrite politiche di marketing e distribuzione dei competitori dei cosiddetti Nuovi Mondi?”, un personaggio che viene spesso considerato solo come un “industriale del vino”, il cavalier Gianni Zonin, secondo il quale il vino italiano non può vivere di solo export, e deve fare in modo di “attivare una comunicazione mirata sul mercato italiano per promuovere il valore che è racchiuso nell’autenticità del vino e nel suo legame con il territorio.
In questi anni recenti abbiamo visto come le situazioni politiche abbiano modificato rapidamente i flussi monetari e finanziari in molti Paesi, con gravi conseguenze economiche  per i mercati. La scelta più saggia è obbligata: dobbiamo sostenere il consumo interno del vino affinché questo rimanga la bevanda millenaria per eccellenza del nostro Paese.
Certamente si può parlare di un problema economico causato dalla crisi degli ultimi 3 anni, ma anche di un problema di comunicazione perché molto spesso si confonde il vino con l’alcool.
Soprattutto tra i giovani è necessario diffonderne la cultura ed il suo consumo consapevole, distinguendolo dagli spirits: il vino è un vero alimento con proprietà nutritive e benefiche, indispensabili nella dieta mediterranea”.
Rispondendo alla stessa domanda, ho risposto che ci sono fior di vini, quelli di maggiore blasone, che senza un forte export avrebbero problemi di sopravvivenza, ma non è un buon motivo per puntare tutto sulle esportazioni rinunciando al mercato interno. Di troppo export si può anche morire.

Punto di vista ovviamente non condiviso dal nobile produttore toscano, secondo il quale non è un dramma se in Italia cala il consumo dei suoi e di altri vini italiani, toscani, piemontesi, veneti, trentini, siciliani, pugliesi. L’importante è che ci siano sempre nuovi mercati a compensare i cali di fatturato fatti registrare dal mercato interno, perché “business is business”…
Quanto a “cinismo mercantile” davvero niente da dire…

22 pensieri su “Piero Antinori: il calo dei consumi interni non è il vero problema

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  2. Comment les consommateurs étrangers pourront-ils continuer à voir l’Italie comme le pays du bon vin (et du bon vivre) si les Italiens eux-même ne boivent plus de vin. Le problème est le même en France, d’ailleurs.
    Ce que les étrangers achètent, quand ils choisissent un Chianti ou un Montepulciano d’Abruzzo, ce n’est pas seulement du vin, c’est le pays, sa culture, son imaginaire. Ils deviennent Italiens pour une heure, ils reparlent de leur voyage à Rome ou à Florence, ils essaient à nouveau la fameuse recette de risotto porcini de Mme Pantani, la voisine qui a bien connu le père d’Adamo. Et ils la ratent une fois le plus, parce que ce n’est pas le bon riz, et pas les bons porcini, mais qu’importe, puisque dans leur rêve, c’est la même chose.

    Pour maintenir la force de ce rêve, il est vital que les Italiens restent crédibles et qu’ils continuent eux-mêmes à boire les vins qu’ils nous proposent, sinon, autant boire de l’eau – même de la Sanpellegrino.

  3. Il discorso di Antinori dal punto di vista industriale non fa una piega ma è sicuramente sbagliato da quello culturale.. Il vino in Italia è cultura e tradizione, momento di aggregazione e condivisione e di questo non si può non tenere conto.. Se i consumi diminuisco è forse davvero perché il vino viene accomunato all’alcolismo e non alla tradizione enogastronomica italiana.. C’è anche da dire che in genere al ristorante il vino costa troppo e spesso la gente ripiega su bevande più economiche.. La differenza è, per fortuna, che non può esistere un “Marchionne del vino” visto che il vino italiano non si può produrre altrove.. E’ certamente importante che le aziende continuino a fare profitti ma è anche importante, nel caso del vino che rimangano strettamente legate al territorio ed alla propria identità che di sicuro non sta nei containers ma nei vigneti..

  4. Senza alcun campanilismo nei confronti di Zonin (anche la loro azienda è di Gambellara), penso che chi voglia comunicare la propria azienda al mondo, debba prima averlo fatto con successo a casa propria.

  5. Antinori fa un ragionamento ineccepibile, dal suo punto di vista. Se si cercano ragionamenti che ci appartengano, sul territorio e la sua unicità, credo che dobbiamo rivolgerci a chi ama davvero il territorio e la sua unicità. Penso ai vignaioli e ai cantinieri, soprattutto. Un commerciante farà sempre discorsi da commerciante, e mi stupirei del contrario.
    Non ci credo ad Antinori come portavoce del nostro patrimonio di cultura. E nemmeno lui ci crede. Ma non credo nemmeno che Zonin sia adatto per quel ruolo.
    Forse l’idea di fare Ministro delle Politiche Agricole un’agricoltore non è tanto sbagliata… 🙂

  6. …e se il vero prob. fosse il costo eccessivo del vino a ristorante (dove bisognerebbe anche poter scoprire nuovi vini?) e le inesistenti conoscenze enoiche del 99.9% dei ristoratori, che non guida, non indirizza non….non e basta… il mondo della ristorazione in Italia pare fermo agli anni ’60 (tranne per i prezzi)…senza sinergia tra A.I.S. (che ad esempio potrebbe “offrire” un sommelier “gratis” (anche un nn professionista ad un ristorante medio disposto ad accoglierlo per un sera (un sabato ad esempio) e ristorazione avveduta non vi srà mai progresso nel senzo auspicato dal buon Ziliani e da Zonin…
    P.S. Il discorso di Antinori conferma la mia scarsissima stima per i vingaioli e commercianti di vino toscani.
    Toscana: prezzi alti, qualità scarsa…
    Brancaia docet

  7. La prima cosa che mi viene in mente dopo aver letto i due commenti é che Antinori é soddisfatto delle vendite in Italia e quindi punta all’estero e Zonin no. Se vogliamo parlare di “cinismo mercantile” il più pulito c’ha la rogna, non mi sembra che Zonin sia più puro in confronto ad Antinori. Entrambi sfornano milioni di bottiglie ed hanno budget che gli possono permettere di investire dove gli pare, puntano la bandierina sulla carta geografica e pianificano campagne dove ancora non sono coperti.
    E’ naturale che l’Italia dovrebbe essere il primo mercato per i vini nostrani ed anche sulla carta il più facile visto che siamo in regime praticamente di monopolio. E’ difficile considerare concorrenza la presenza di poche etichette straniere piazzate o sulla fascia bassa della GDO o nelle nicchie alte delle enoteche e sulle liste di ristoranti ambiziosi.

    Allora perché ci sono produttori che si buttano più sul mercato estero che su quello domestico per vendere il loro vino? La risposta più semplice é: perché glielo comprano e glielo pagano.

    Ho letto le risposte alle tre domande fatte dal Vinitaly e mi sembra che quelle più condivisibili siano le tue Franco, perché meno pompose.

    In questo momento di crisi la stragrande maggioranza dei produttori pensa a vendere, il più onestamente possibile certo e sempre con il desiderio di affermare il proprio vino italiano. E se con l’esperienza si rendono amaramente conto che lo spazio in Italia non c’é si rivolgono ad altri mercati.

    Personalmente ritengo che un produttore non di grandi numeri debba prima aprirsi un mercato localmente, ne ha più convenienza economica e può anche seguire meglio la propria clientela. Ma se ha la fortuna di imbroccare un mercato giusto altrove non vedo perché non ci si debba applicare.

    Una considerazione diversa merita invece la necessità di incrementare la conoscenza del vino italiano a casa nostra. Su questo penso che i vari Consorzi e le Associazioni di Sommelier, le tante agenzie di promozione regionali, provinciali, ecc. possano darsi da fare molto di più. Ma bisogna prima sfatare l’idea che il vino sia un male in sé, mentre invece fa parte della nostra storia e cultura.

  8. Onestamente non riesco a immaginarmi un Piero Antinori indifferente di fronte al concetto di prodotto italiano (facente parte di uno stile e di consumi tipici del nostro paese), relativamente al vino.

    Avevo letto quell’intervista da qualche parte e le dichiarazioni riportate – dalla A alla Z – mi han fatto l’effetto di speculazioni giornalistiche.

    Penso che questa dichiarazione contraddica un’allure – fiorentina, toscana e italiana – piuttosto connaturata al personaggio e al marchio, anche (soprattutto?)all’estero (e utile proprio per vendere all’estero, guarda caso!).

    Mi stupisco (e mi demoralizzo) di più quando percepisco che le istituzioni non lavorano come dovrebbero, e di più ancora quando non lo capiscono perché miopi.

  9. Le dichiarazioni degli industriali del vino a me lasciano completamente indifferente, non apprezzo il lavoro di chi ha trasformato una “materia viva” in un prodotto seriale come il succo d’arancia pur riconoscendone il valore economico (filiera, stipendi, indotto, etc.)
    Certo è che se i rappresentanti del settore si affidano, pagando, alle agenzie di comunicazione per parlare in questo modo, mi viene il dubbio che un problema ce l’abbiano. Vivere in una torre fa male a volte, c’è troppo umido.
    Comunque entro 10 anni tutte queste vecchie mummie si saranno estinte, allora vedremo veramente come starà il vino italiano.

  10. Sembrerebbe che nel mondo la tendenza sia di consumare un brand che sia noto e quindi dia sicurezza. Quanti dei consumatori esteri sanno distinguere la qualita’ del vino ad esso associato? Chi in Italia e’ gia’ blasonato per notorieta’, non ha problemi a proporsi all’estero trascurando il mercato interno, l’etica imprenditoriale gli impone di approfittare della tendenza perche’ con molta probabilita’ potra’ far parte dei brand noti nel mondo. Antinori lo sa bene e cosi’ si esprime. Invece il fattore piu’ preoccupante e’ un’ altro.
    Il made in Italy, in generale, ancora tira e molti vinattieri nostrani ne stanno approfittando sui nuovi mercati mettendosi al traino con vini indecenti. Mi sembra che sia piu’ grave del calo dei consumi interni.

  11. Ma di cosa stiamo parlando? Il vino da sicuramente più emozioni dei bulloni ma,per il resto,è assolutamente equipara
    bile agli stessi, alle automobili,alle lavatrici.
    Il vino è fatto per essere VENDUTO, ovunque si trovino clienti affidabili,nazionali o esteri che siano.
    Le aziende hanno il diritto/dovere di battere tutte le strade per salvaguardare la redditività del proprio prodotto,per SALVAGUARDARE LA FORZA LAVORO.
    Le aziende vivono, vivaddio!, di profitto.
    Altrimenti muoiono.
    Ben venga uno dieci cento Marchionne del vino,se questo è il
    modo per sopravvivere.
    E poi qui nessuno porta le vigne in Usa, credo.
    Si sta solo tentando di trasmettere uno dei più fascinosi
    messaggi italiani lontano da casa nostra.
    Dov’è lo scandalo? Pecunia non olet.
    Fino a quando questo muto avvilito Paese non tornerà a volare, che i nostri validi viticoltori cavalchino come possono tutte,tutte le opportunità della tanto vituperata economia globalizzata.

  12. io credo che Antinori la pensi in quel modo per diversi motivi:
    – i suoi vini sono gia distribuiti molto bene in Italia: i canali horeca, gdo, enoteche sono tutti sensibili al marchio Antinori. Zonin può dire la stessa cosa? Che vini di Zonin possono trovare nella grande ristorazione? E nelle enoteche? Quindi Zonin ha ancora tanto spazio per crescere, Antinori un po’ meno, ma soltanto perchè è più “avanti” e ha vini (tignanello, solaia, badia) richiestissimi.
    – circa il 30% del suo fatturato viene dal mercato italiano e se si considera che in Italia siamo 60 milioni e nel resto del mondo i milioni sono 6000…
    – E’ normale che il piccolo produttore da 30mila bottiglie può anche piazzarle tutte in Italia, ma Antinori produce circa 20 milionio di bottiglie, dove volete che pensi di venderle se non in tutto l’universo?

  13. Facciamo un parallelo con i quotidiani. Le vendite di copie sono rimaste ferme a circa 6 milioni (fatta eccezione una puntatina sui 7 di qualche annetto fa) a dispetto di campagne promozionali di sostegno costosissime, relegando l’Italia negli ultimi posti per copie vendute in relazione alla popolazione. Negli ultimi anni la tendenza si è invertita ed è iniziato un lento ma inesorabile calo. Con l’aumento del livello di scolarizzazione ci si sarebbe aspettati una crescita, ma così non è stato. Le nuove generazioni non amano attingere le loro informazioni dalla carta stampata quindi, a dispetto di ogni energia spesa da editori, le vendite di quotidiani sono diminuite e in futuro probabilmente saranno destinate a diminuire ulteriormente. Penso che il vino soffra della medesima malattia: il consumo quotidiano è un fatto culturale e di abitudine legato ad una fascia di popolazione in lenta diminuzione per vari motivi, non ultimi quelli legati alla salute ed alla mortalità per “sopraggiunti limiti di età”. Servirebbe conquistare al consumo del vino con la prescrizione “almeno tre volte al gg. durante i pasti”, nuove fasce di popolazione. Un processo lungo e, per ora, difficilmente praticabile, visto che i giovani continuano a preferire , come bevanda, la birra. Per varie ragioni,e farebbe bene prenderne atto.

  14. Onestamente non penso che Antinori (i cui vini frequento pochissimo) abbia detto una castroneria. Può piacere o no, essere o no più o meno poetico ma i dati sono questi: in italia la produzione di vini si aggira mediamente intorno ai 45 milioni di HL e siamo quindi (largamemnte) eccedentari, visto che i consumi interni sono crollati dai 120 lt pro capute negli anni 70 ai 45 di ora (con tendenza al calo e forse si finirà sotto i 40 a giro di breve. E’ quindi naturale che si cerchi uno sbocco all’estero e questo lo fa Antinori ma anche tante piccole cantine che ci piacciono tanto e che vendono per es. negli staes per il 70-80% della produzione. Se lo fa antinori non penso sia un peccato, forse lo vorrebero fare anche altri che non hanno i mezzi, per cui servirebbero politiche volte a supportare la penetrazione commerciale sui mercati esteri (usa e BRIC), ma speso i fondi (es ex OCM) per come sono strutturati non sono alla portata dei piccoli produttori, ma qui il discorso sarebbe lungo e tecnico e quindi soporifero…
    saluti a tutti

  15. Mi allaccio al discorso di Solaroli ed alla notizia apparsa oggi sul Corriere per chiedere a tutti: avete notato quanti vini fatti male e quindi cattivi ci siano ancora in giro sia nella GDO che nell’horeca, mentre invece le birre, anche quelle industriali, sono mediamente tutte buone ?

    Seconda domanda: quante bottiglie di Solaia e di Tignanello voi bevete in un anno? Io nemmeno una.

  16. quella della diminuzione del consumo del vino procapite e’ una tendenza che ha a che fare con un cambiamento degli stili di vita, del modo in cui si consumano i pasti, del tipo di lavoro che si fa, e anche di una certa tendenza salutistica collegata al limitare il consumo di alcol. Secondo le raccomandazioni mediche piu’ o meno accettate ovunque il consumo giornaliero non dovrebbe superare i due o tre bicchieri al giorno, circa mezza bottiglia di vino al massimo. Tenendo conto dei bambini e di quelli che non bevono comunque e’ piuttosto ovvio che i consumi non possono essere i 100 litri procapite dell’inzio del secolo.
    Detto questo, l’Italia produce cronicamente circa il doppio di quello che consuma, per cui e’ persino ovvio pensare che senza l’export il vino italiano non puo’ avere futuro. In piu’, il vino e’ forse l’unico prodotto agricolo italiano che ha una bilancia commerciale in attivo e oltre a portare soldi dall’estero, contribuisce a diffondere lo stile di vita alimentare italiano che e’ uno dei maggiori assets che ancora oggi abbiamo nel mondo, accanto a pochissimo d’altro.
    In sostanza si, sono d’accordo con Antinori.

  17. Credo sia più realistico affermare che è la cucina, l’alta cucina, a diffondere la cultura gastronomica italiana nel mondo. Ed il vino italiano va, ma dovrebbe farlo di più, a traino, se può e quando può. Nella grandi città che ho visitato, Boston e New York per citarne un paio ho visto prendere d’assalto, nelle librerie, i libri di cucina italiana,e i ristoranti italiani sono considerati templi della gastronomia d’eccellenza. Non mi pare, ma posso sbagliarmi, che il vino italiano occupi il primo posto(vini USA esclusi)nelle preferenze degli americani.

  18. sono un produttore di chianti e non condivido un tipetto come antinori che non ha nessun merito a parte il fatto di essere nato con la camicia e prendere l’azienda di fmiglia regalata.se dovesse partire da capo per sopravvivere credo che venderebbe anche al vicino di casa. ma sapete che con chi è nato ricco non si ragiona

  19. a una domanda ma antinori vende e vende ma prima o poi riuscira a finire la cantina ?sono finiti i soldini?comunque a tutto il mondo tengo a far sapere che personaggi simili sono solo fumo,se la banca chiudesse i rubinetti con i capitali in loro possesso pagherebbero solo gli interessi.scusa piero,io ho 32 anni e 200 ettari in chianti me li sono comperati.pensa chi vale chi fra noi due vale di più

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