Sangiovese cuvée e le “génie du terroir” va a farsi benedire

Mi sono convinto di una cosa. Che nel mondo del vino italiano, che continua a mordere pesantemente la crisi, ultimamente stia circolando una malintesa lettura del motto “l’unione fa la forza”.
Giusto pensare che unire le forze, in molti settori, possa aiutare a vincere le difficoltà, a razionalizzare, a fare meglio, ma non vorrei che questo modo di ragionare possa portare a fare confusione quando si ragiona puramente in termini di vini. E della loro qualità.
Ho già detto qui quello che penso, e non é un pensiero positivo, della più istituzionale delle traduzioni in pratica del pensiero che l’unione, di uve e di vini, farebbe la forza, bollando come manifestazione di retorica patriottarda Una, la bottiglia celebrativa per i 150 anni dell’Unità d’Italia la cui prima bottiglia i grandi capi di Verona Fiere sono andati (pensa te che sacrificio…) sino a New York per consegnarla al Presidente della Repubblica Napolitano.
E ora non posso che esprimere sconcerto, per un malinteso modo di pensare “l’unità”… enoica, di fronte all’annuncio di un’iniziativa che verrà presentata al prossimo Vinitaly e i cui caratteri distintivi ci sono stati presentati in questi termini contenuti in un comunicato stampa che ho ricevuto: “Caro collega, come sai la Romagna è terra di sangiovese. Cloni diversi, 10 sottozone, una pletora di etichette, alcune di grande qualità, ma il limite di un’offerta disomogenea e polverizzata che ha sempre penalizzato la diffusione del sangiovese di Romagna a livello internazionale.
In questo panorama si affaccia sul mercato, una grande novità destinata a lasciare il segno: il Giove. Un sangiovese doc superiore unico, realizzato con il contributo di 35 aziende produttrici di collina, da Rimini a Imola, riunite nel neo-costituito Consorzio Appennino Romagnolo.
Un vino di collina di grande qualità, costi contenuti, la vocazione ai mercati internazionali e l’obiettivo di raggiungere il milione di bottiglie già nella vendemmia 2012, di cui l’80 per cento con destinazione export. Un vino e un grande progetto che potrai conoscere e degustare in anteprima nel corso della conferenza stampa in programma al Vinitaly”.
Non so voi, ma a me leggere che un Consorzio di 35 viniviticoltori dell’appennino romagnolo – visitate qui il sito Internet – che annuncia di voler produrre “un vino di collina di grande qualità”, un Sangiovese Superiore “unico” e che poi non sceglie di esaltare la specificità dei diversi terroir di cui la zona dispone, ma prende la scorciatoia commerciale del “mischiotto”, ha messo una grande malinconia.
Mi chiedo come si concili il dichiarato obiettivo di “accreditare il sangiovese dell’appennino romagnolo per le sue caratteristiche d’eccellenza” e poi l’assicurazione che si tratterebbe di affermare “l’amore per la propria terra, orgoglio, in poche parole un’opera d’arte”, con una pratica, che definirei “tavernellesca” che prevede di selezionare e miscelare, seppure “con passione” i migliori Sangiovese di collina.
Anche se la vera mission sarebbe quella di rappresentare, con il Giove, “l’elevazione della Romagna a territorio di un grande sangiovese prodotto in una quantità sufficiente a soddisfare vari mercati mondiali. Con un buon rapporto qualità prezzo che possa remunerare i viticoltori associati”.

Allora leggendo, con malinconia ripeto, di questa cuvée di tanti Sangiovese per produrre una wine commodity da grandi scenari commerciali, mi sono venute in mente le parole inviate nel suo commento al post sul vini dell’Unità d’Italia da Silvana Biasutti, laddove osserva che “la disinvolta mescola dei vitigni autoctoni smentisce implicitamente il valore – cantato e ricantato e finalmente ‘abbastanza’ riconosciuto – delle loro originalità e unicità –
Un po’ come vantarsi dei nostri meravigliosi formaggi e poi – per un’occasione di altissimi livello e risonanza – presentarne una ‘forma’ fatta con tutti i latti e mescolando le tecniche (per non far torto a nessuno?).
Un’operazione non solo insulsa, ma che parla male (cioè dannosissima) proprio della tipicità – che sarebbe il nostro unico vantaggio competitivo (rispetto ai vini internazionali super blended) -, ma che parla male anche di noi tutti, del nostro carattere litigioso, della nostra incapacità di essere un ‘paese’ sotto una bandiera (nata a Reggio Emilia), presentando magari un vino simbolo (uno per tutti), oppure schierando – potrebbero chiamarsi le Venti(?) Stelle d’Italia – i suoi vini splendidamente autoctoni – i simboli delle ‘diversità’ che sono la vera ricchezza del nostro paese mosaico”.
Ma forse é proprio questo uno dei tanti limiti, lo abbiamo visto anche a Montalcino nella vicenda del Brunello, del mondo del vino di oggi: rincorrere la vana chimera del vino onnicomprensivo, che possa piacere a tutti, mettere tutti d’accordo, un vino senza difetti forse, ma anche con poche qualità, che rinunci in maniera suicida alle proprie specificità, al carattere che lo rende unico, speciale ed inimitabile.
Un vino “coca cola” che non farà mai, ahimé, la nostra nobilitate e non é nemmeno detto che poi serva a fare tornare i conti..

10 pensieri su “Sangiovese cuvée e le “génie du terroir” va a farsi benedire

  1. Buttarci dentro di tutto dubito che aiuti a rafforzare l’identità del Sangiovese, quando nel produrre vini di qualità si è in genere attenti alla specificità della singola vigna.. Si.. In effetti credo che l’aggettivo “tavernellesco” sia abbastanza appropriato.. Del resto in un paese dove tutto sta diventando finto non è considerato peccato standardizzare anche le poche cose autentiche rimaste..

  2. Siccome il mondo del sangiovese di Romagna non viene solitamente abbinato, nell’immaginario collettivo, a produzioni di qualità, potrebbe magari essere una buona idea che chi conosce bene quel terroir desse qualche indicazione su quelle che sono davvero le eccellenze “sangiovesistiche” di Romagna.

    Così magari la gente, provando il sangiovese romagnolo “buono” avrebbe la pietra di paragone per poter giudicare certe operazioni commerciali.

    Io, nel mio piccolo e pur non conoscendo quasi nulla di romagna, avevo ad esempio trovato molto buono un Avi di San Patrignano bevuto quest’inverno.

  3. Chissà cosa ne pensa la brava condottrice di Fattoria Zerbina (che se non sbaglio ci è dentro fino al collo in quel territorio) di questa iniziativa.. Secondo me sviene sconsolata..

    La seguivo ad una recente degustazione dei suoi vini e fatta in sua presenza, di come sia incredibile quanto il diverso terroir dell’apennino valorizzi in modo altrettanto diverso il sangiovese a seconda della zona in cui è piantato.

    Leggersi tutto il contrario di quanto vogliono fare in questo ‘Consorzio’ (parola che in italiese mi fa già venire prurito…)

  4. Caro Franco, un post dietro l’altro mi farai venire l’ulcera…al cuore!
    Sì, perché queste notizie sono proprio quelle che provocano trafitture di autentico dispiacere; sono, ancora una volta, la conferma dell’inadeguatezza dei pensieri (ma pensano?) di coloro che stanno al timone degli spicchi di futuro di questo paese…

    Inoltre vorrei anche far scivolare nel tuo blog un’informazione – trovata nelle pieghe di un rispettabile e un po’ legnoso organo di informazione finanziaria – a proposito della “crisi”, quella che non passerà come bere un bicchier d’acqua, tanto per capirsi.

    Leggo lì, in un ‘fondino’, e riporto (non alla lettera). Si discute in tutto il mondo delle origini di questa crisi che potrebbero essere individuate nei seguenti tre punti … … infine un punto da tenere in debita considerazione è la sovraproduzione di beni, a fronte di una contrazione dei consumi (pro capite), che dà luogo da un lato a fenomeni speculativi, dall’altro a un’inflazione di quei beni, il cui valore viene irrimediabilmente depresso.

    E di mio aggiungo: bisogna considerare non solo il valore dei beni che viene ad essere depresso, a fronte di una loro sovrabbondanza rispetto alla domanda (da parte dei consumatori), ma dobbiamo tenere in considerazione anche la “depressione del desiderio”, il senso di sazietà, anzi di indigestione…

    Non so che cosa occorra, per far capire a certi settori produttivi che non più di quantità bisogna trattare…

  5. Franco,
    nell’invito che ha ricevuto, si parla di “sottozone”.
    Nello specifico, preciso che, in contrapposizione a quanto voglia fare il consorzio dell’Appennino Romagnolo, all’interno della DOC Sangiovese di Romagna, sono state istituite delle zone a “menzione geografica aggiuntiva” proprio per identificare meglio il territorio da dove proviene quel vino con base Sangiovese. Questo perché è chiaramente differente il Sangiovese proveniente, che so, dal territorio Faentino con vigne a 150 m. slm da quello di Brisighella o Modigliana con vigne a 400 m. slm; territori diversi, terreni diversi e temperature durante il ciclo vegetativo molto diverse, con conseguente ripercussione sull’epoca di germogliamento, invaiatura e raccolta.
    Da qui ne consegue che troverete ad esempio delle bombe alcoliche, ahimè, nella collina bassa e vini molto più verticali con meno alcol nelle colline alte.
    Proprio per questo si è cercato di rendere ancor più restrittivo il disciplinare per evitare di “omologare” troppo i vini; capirete anche voi che la possibilità dell’uso del 15% (del disciplinare “madre”) di vitigni a bacca rossa oltre al Sangiovese portano ad avere prodotti molto più simili fra loro (si è passati al 5% anche se nelle varie riunioni fra produttori personalmente mi ero espresso per uno zero%).
    E’ chiaro che in America, in Canada o in Russia non sanno neppure dove siano Bertinoro o Predappio, ma sono convinto che sia, a mio avviso, l’unica via per valorizzare questo prodotto che proviene da un territorio con poca e pessima reputazione.
    Quindi Franco, allontani un po’ di malinconia e attenda le prime uscite di questi vini con menzione geografica aggiuntiva.

    @ Mark
    Tra le persone che conoscono bene quel terroir c’è sicuramente Giovanni Solaroli, qui commenta spesso, che assieme a Carlo Macchi qualche tempo fa ha degustato una bella fila di Sangiovese prodotti in Romagna; per farti un’idea, vedi qui:

    http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=858&form_search_key=sangiovese di romagna

    @ Daniele
    La proprietaria di Fattoria Zerbina è, eufemisticamente, in collera.

  6. Precisazione del Presidente del Consorzio Appennino Romagnolo, Vito Ballarati, e dell’enologo Vittorio Fiore, in merito al post del 30 marzo.

    Buongiorno Ziliani,
    cogliamo l’occasione per precisare alcuni concetti a proposito delle righe, da lei postate sul nostro Consorzio Appennino Romagnolo e sul progetto Giove. Solo poche riflessioni dato che il progetto e i suoi particolari li presenteremo a Vinitaly il 7 aprile prossimo. Quello infatti da lei ricevuto non era un comunicato stampa ma un invito a venire a conoscere quello che stiamo facendo. Ci dispiace quindi che lei abbia tirato le sue conclusioni senza chiederci nulla, ma solo sulla base di poche righe non certo esaustive rispetto a un progetto innovativo e complesso che coinvolge 35 vigneron di collina il cui lavoro va comunque rispettato.
    Nel merito, comunque, Giove non è certo un ‘mischiotto’ di uve o di vitigni come lei lo definisce. Si tratta invece della sapiente miscela dei migliori vini dei terroir più vocati dell’Appennino Romagnolo. L’aspetto altamente innovativo, infatti, è rappresentato dal fatto che le uve del futuro Giove vengono vinificate direttamente dai singoli soci nelle proprie cantine, tutte di collina, esaltando così la peculiarità di ogni singola produzione. Nulla a che vedere quindi rispetto a quanto avviene di norma nelle classiche strutture vitivinicole cooperative, dove i Soci conferiscono le proprie uve (non sempre le migliori), che vengono poi vinificate industrialmente nella struttura collettiva.
    Dal punto di vista tecnico, va poi sottolineato che le modalità di vinificazione delle uve adottate dai singoli viticoltori nelle proprie Cantine presentano fattori qualitativi di notevole importanza: altra cosa è, infatti, vinificare uve di qualità e rigorosamente selezionate, in recipienti di piccole e/o medie dimensioni da ciascuno dei singoli produttori, rispetto ad operare in strutture di enorme grandezza, dove il concetto di selezione qualitativa della materia prima e/o di esaltazione delle peculiarità geografiche di provenienza delle uve, non possono trovare la giusta rilevanza.
    Per quanto riguarda poi la verifica qualitativa e la conseguente selezione dei vini presentati dai Soci, il Consorzio si avvale di una Commissione Tecnica altamente qualificata (formata da cinque enologi, ognuno responsabile dei principali terroir delle colline Romagnole, coordinati da Vittorio Fiore) che prende in esame tutti i campioni di vino inviati dai Soci ed in base agli obiettivi del Consorzio, stabilisce quali debbano essere considerati idonei e quale quantità per ciascuno di essi. Dal punto di vista economico e di rappresentatività poi (visto che, purtroppo non si può vivere di sola poesia), la commercializzazione viene affidata ad una struttura gestita direttamente dal Consorzio, che si trova così in grado di proporre a qualunque tipo di mercato un notevole volume di prodotto omogeneo ed affidabile, anno dopo anno.
    Da ultimo teniamo a sottolineare che ‘Giove’ non sostituisce in alcun modo i vini delle singole cantine consorziate. Queste infatti continuano a produrre ognuna le proprie etichette per il mercato tradizionale, dove possono esprimere “la genie du terroir”. Parallelamente conferiscono una parte del loro prodotto migliore per il ‘Giove’, che noi vogliamo sia un ‘super sangiovese’ targato export. Per il momento ci fermiamo qui. Pregandola di partecipare alla nostra presentazione prevista giovedì 7 a Vinitaly a partire dalle ore 15,00, nella sala eventi del padiglione dell’Emilia Romagna, dove potrà conoscere meglio il progetto e i produttori che vogliono portarlo avanti.
    Cordialmente.

    Il presidente Vito Ballarati
    L’enologo Vittorio Fiore

    • prendo atto dalle vostre parole che “Giove non è certo un ‘mischiotto’ di uve o di vitigni come lei lo definisce. Si tratta invece della sapiente miscela dei migliori vini dei terroir più vocati dell’Appennino Romagnolo”. In italiano si dice che se non é zuppa é pan bagnato… Perché chiamiamolo miscela, mix, assemblaggio, cuvée e non “mischiotto” come ho fatto io, ma i termini della questione non cambiano.

  7. Secondo me al presidente del Consorzio è sfuggito il nocciolo della questione, vale a dire il significato dell’articolo di Ziliani.
    Non credo che il Dr. Ziliani abbia voluto sostenere che il lavoro fatto dai viticoltori soci del consorzio sia un lavoro che porta a prodotti di scarsa qualità; ma bensì che questa chiamamola “selezione e poi unione” dei migliori prodotti dei vari soci conferenti mini la personalità territoriale dei loro prodotti stessi. O no?
    Tra parentesi, anche per me l’identità territoriale, rischia di sfumare.
    Poi che ci si metta dietro il fatto “di non vivere solo di rose e fiori” o “di poesia” che dir si voglia, a mio avviso è ben altra questione…….

    • diciamo che come spesso accade i vari presidenti di Consorzio o funzionari del vino tentano di farmi passare per quello che scrive in malafede. Non ho mai parlato o messo in discussione la qualità dei vini, che non ho assaggiato e non conosco. Ho contestato – senza chiedere il permesso preventivo al neo Consorzio – la scelta di procedere ad una “sapiente miscela” di uve di diversi terroir. E mi pare che dai commenti – anche Solaroli su Wine Surf mostra delle perplessità su questa scelta: scriveranno anche a lui con lo stesso tono usato nel mio caso? – siano diversi a non concordare… Tutti in “malafede”?

  8. Concordo pienamente con quanto scritto! non ci trovo tanto senso, neppure dal punto di vista commerciale, in un’operazione del genere. Non credo possa rappresentare neppure un volano per l’internazionalizzazione del sangiovese in se. Anzi, condivido anche sul fatto che possa essere dannoso per chi produce un vino di qaulità, rappresentativo di un territorio, che ne riesca a raccontare la cultura e l’antica tradizione vinicola. Perplesso!

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