Dopo la Doc Venezia partito il progetto per la Doc Roma: non é una barzelletta ma “marketing territoriale”

Incredibile, ma vero, in pieno 2011 ci troviamo a rimpiangere le “Doc politiche” d’antan.
Create per compiacere il politico di turno, che ne era artefice per puri scopi elettoralistici, per coltivare il proprio collegio elettorale e raccogliere voti, o semplicemente per l’orgoglio di aver facilitato o deciso il risultato, queste denominazioni tutto sommato non facevano del male a nessuno.
A volte esistevano solo sulla carta, non creavano grandi carrozzoni per sostenerle, non venivano annunciate con grandi proclami altisonanti, erano in definitiva solo conquiste burocratiche e basta.
Nessuno si sognava, creando l’ennesima nuova Doc, di promettere mari e monti, o di spacciare per oro quello che invece chiunque avrebbe visto essere invece solo ferro: si limitava a dire di averlo fatto per elevare l’immagine della zona di competenza della denominazione e di valorizzare il lavoro di chi vi produce vino.
Oggi, invece, quando le denominazioni d’origine in Italia sono diventate chissà quante (è praticamente impossibile tenere il conto visto che ogni mese incredibilmente crescono) siamo invece arrivati alle Doc “proclama”, che promettono di essere dotate di valenze e significati che nessuno pensava una Doc vinosa potesse avere.
E’ stato questo il caso, qualche mese fa, della Doc Venezia decisa perché, dicono, “a Treviso e Venezia le produzioni sono molto omogenee”, ma soprattutto “pensata”, se così si può dire, per consentire ai produttori veneziani,  che possono contare su denominazioni di non grandissimo lustro, Lison Pramaggiore, Piave e la Igt Delle Venezie, di utilizzare una denominazione che fa perno sul nome Venezia, e quindi dare maggiore visibilità al proprio territorio sinora conosciuto per le alte produzioni e una tipicità tutta da cercare.
Volete mettere la forza di un marchio, a livello mondiale, come quello che porta il nome di Venezia per spingere le vendite? Questo anche se quel genietto dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Veneto Manzato, quello dell’Amarone con 3000 anni di storia, pensa che “la Doc Venezia potrebbe servire ad affrontare il mercato internazionale gestito essenzialmente dalla grande distribuzione”…
E dopo la Doc Venezia, che designerà una ridda infinita di vini e tipologie di vino senza alcun particolare carattere di peculiarità locale, senza nessuna traccia del cosiddetto “genius loci”, ce n’è per tutti, possono fregiarsi “di tale titolo di qualità i vini delle seguenti tipologie: Rosso, Merlot, Cabernet-Sauvignon, Cabernet franc, Chardonnay, Pinot grigio, Bianco spumante, Bianco frizzante, Rosato, Rosato spumante, Rosato frizzante”, con la “perla” del Bianco spumante, la cui composizione è Verduzzo friulano o Verduzzo trevigiano o Glera per almeno il 50%, è ora la volta, con lo stesso spregiudicato procedimento di sfruttamento della valenza turistica e di richiamo del nome della denominazione, della Città Eterna.
Festeggiata, leggete qui, con gioia, come la “la dimostrazione di come l’Italia abbia una vocazione alla produzione d’eccellenza, che esprime la qualità dei nostri migliori territori”, dal neo ministro delle Politiche Agricole Romano, nascerà presto, ha già ottenuto, insieme alla Docg per il Frascati superiore, il semaforo verde del compiacente, generosissimo Comitato Nazionale vini, la Doc Roma, riferita a ben sette tipologie di vini che al momento non è ancora dato conoscere con precisione, anche se il progetto lanciato dall’Arsial dovrebbe certificare tre vini bianchi che avranno come base la Malvasia puntinata, mentre il vitigno Montepulciano costituirà la Doc rossa.
E ci si dice anche, ad esempio qui, che la Doc Roma nasce come “grande vino di qualità con un nuovo marchio che sfrutta le potenzialità del brand Caput Mundi e non andrà per nulla a sovrapporsi alle denominazioni esistenti. E tramite l’adozione di parametri stringenti e puntuali sul fronte qualità della Romanella, tipologia di spumante della Roma Doc, si é raggiunto l’intento di elevare la qualita’ di questo popolare vino frizzantino.

Una nuova Doc che ci hanno detto dovrebbe “razionalizzare il sistema dei vini di qualità della provincia romana”. Poco importa che dando parere favorevole alla Doc Roma si cambiano completamente le carte in tavola e le più comuni regole di buon senso, perché come ha fatto rilevare Luigi Caporicci, presidente delle cantine Gotto d’Oro di Marino, di solito “si produce prima un buon vino e poi si va a chiedere la Doc. Qui è stato fatto il contrario, ma comunque non si tratta di una procedura anomala”.
Qui invece si crea una Doc posticcia per un vino, una serie di vini, tutti da inventare. E questo perché? Semplicemente per sfruttare il “brand “ Roma, perché come ha commentato tale Erder Mazzocchi, commissario straordinario dell’Arsial (l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura nel Lazio), “la Doc Roma vuole essere una grande operazione di marketing territoriale che attorno ad un brand prestigioso intende rilanciare le sorti della enologia locale. Il nuovo marchio non si sovrapporrà a quelli già esistenti e prenderà vita proprio nei terreni già adibiti a coltivazioni di uve doc che dovrebbero essere dismessi”.
Concetto decisamente fumoso (vigneti che devono essere dismessi per dare vita ad altri vigneti?), che diventa ancora più misterioso e criptico dopo l’ennesima esternazione del commissario, secondo il quale “Roma per secoli é stata un’immensa vigna. Oggi è un’enorme metropoli.
Ma la sua tradizione alimentare e culturale, la posizione geografica e climatica particolarmente vocata non devono essere sacrificate. Ecco da dove nasce la volontà di creare una Doc Roma, basata sulla certezza che l’elevata qualità dei vini presenti sul territorio, unita al nome della Città Eterna, sapranno far breccia nel cuore dei milioni di visitatori e di pellegrini che ogni anno la visitano”.
E avrebbero la faccia di tolla di spacciare questi trucchetti da magliari per un’operazione di “marketing territoriale”? Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!

23 pensieri su “Dopo la Doc Venezia partito il progetto per la Doc Roma: non é una barzelletta ma “marketing territoriale”

  1. Quindi avevo ragione a reclamare la docg Milano (provincia inclusa) con il Duomo in bella vista!
    Scherzi a parte, così andiamo allo sfascio, altro che politiche di valorizzazione. Il marketing territoriale è altra cosa, e nel nostro paese deve partire dalla cultura. Che non significa ‘libri letti’ e salotti pieni di intellettuali, ma conoscenza del territorio, della sua storia produttiva, del suolo, delle tradizioni. Sarebbe tutto semplice e immediato, se non ci fossero di mezzo interessi che non mi sembrano nitidi.
    E, naturalmente, uso l’understatement.

  2. Caro Franco, ma di che ti sorprendi? La risposta la dai già nel titolo: è marketing. E nel nome del marketing si può fare tutto, comprese le doc ridicole che, proprio per questo, fanno ancora di più parlare di sè.
    Della mutazione della doc da strumento di certificazione di origine del prodotto a stravagante “bollino, puro strumento di marketing, parlo e scrivo (anzi: parliamo e scriviamo), ahimè, da quasi vent’anni. Francamente non vedo troppe differenze tra certe doc fantasiose e senza capo nè coda del passato e queste doc-cartolina che hanno almeno il merito (oddio…) di dichiararsi per ciò che sono: specchietti per le allodole e per i turisti, come i souvenir (la torre di pisa-barometro che cambia colore quando cambia il tempo, le bolle di vetro con la neve, etc). O come i minifiaschi di rosso di 33 cl, gli amari con bottiglia forma di vecchio alpino. Prodotti da bancarella.
    Certo, a leggere le motivazioni vengono i brividi. Ma pensa al lato positivo della vicenda: tutto servirà ad affondare definitivamente uno strumento, la doc, che per gli abusi subiti e l’obsolescenza normativa, sopravvive solo in virtù del polmone artificiale del clientelismo…
    Ciao, Stefano.

  3. questa politica ci sta massacrando.
    e temo che poi non sarà possibile costruire sulle macerie. Il vino italiano sta andando alla deriva.
    Leggetevi anche cosa scrive Jeremy Parzen sul suo blog a proposito delle denominazioni dei politici (corrotti e incapaci, aggiungo io…)

    http://dobianchi.com/2011/04/27/the-new-italian-docgs-derrida-and-the-moral-bankruptcy-of-the-italian-appellation-system/

    Decisamente governo e politici tutti stanno lavorando a spese nostre ma a favore della concorrenza.

  4. Ecco un altro ottimo modo per allontanare i non intenditori dal mondo del vino. Ecco come ingannare un “bevitore comune” e/o magari spingerlo a comprare vini sfusi di dubbia qualità, perchè ormai stanco.
    Come spiegare a chi non è sommelier, degustatore, appassionato etc, che la fascetta della DOC o della DOCG non basta a certificare una qualità minima del vino in bottiglia? E allora a cosa servono? Dove troveremo questi vini, affianco alle miniature del Colosseo nei negozi di souvenir?
    Ma poi quante DOC nuove sono nate nell’ultimo anno? Vogliamo parlare della meravigliosa DOC Terre del Colleoni?

  5. Certo che però, data l’estensione territoriale, la denominazione “doc Roma” è troppo generica…
    Bisognerebbe anche individuare e censire le sottozone più importanti: ad es. Aventino, Monte Mario, Gianicolo, ma anche Ostia Lido o Trigoria (magari vicino ai campi della AS Roma…) 😉
    Bah…sinceramente non so cosa dire, se non che da romano preferirei che si cercasse di risollevare, piuttosto, la zona dei Castelli Romani, da decenni in ripida discesa e senza vedere spiragli di miglioramento… 🙁

  6. la cosa più vergognosa è che i produttori interessati a queste nuove cosiddette “DOC” non hanno il coraggio di commentare……che schifo!!!

  7. Una volta (circa 30-40 anni fa) i pochi vini a denominazione di origine controllata rappresentavano l’elite nella scala della qualità. Ora, se ogni zona d’Italia avrà una DOC, vorrà dire che questo acronimo non sarà più sinonimo di alta qualità ma di mediocrità. Ecco allora che tutti si affannano ad accreditarsi la DOCG per elevarsi dalla media. Quando si raggiungerà il numero delle DOCG a quello delle DOC ora esistenti, bisognerà inventarsi la DOCX, come ha fatto la Microsoft per giustificare il nuovo sistema Office per elevarlo da quello vecchio. Anche in quel caso era il mercato che doveva muoversi, anche se non serviva agli utenti…
    Cordiali saluti

  8. @Paolo Bergellini
    direi che la cosa e’ gia’ in atto in alcune zone. Nel veronese, nonostante la DOCG dell’amarone sia neonata, abbiamo visto spuntare una specie di “sottozona”, le Famiglie dell’Amarone d’Arte. Chissa’ magari in quel grande calderone che e’ oramai il Prosecco, qualcuno sentira’ il bisongo di fare lo stesso specie nella zona piu’ storica (e vocata…). E cosi via.
    E noi consumatori non ci capiremo piu’ nulla di fronte a denominazioni numerose e con grossi rischi di poco costrutto.

  9. Non c’e’ da stupirsi. E’ operazione normalissima nel mondo del vino. Lo stesso sfruttamento di “marchi” cioe’ parole-chiavi ben conosciute e’ stato adoperato in molti altri paesi. In Portogallo nel 2007 la IGP Estremadura (nome della regione) e’ stata trasformata in DOP Lisboa. In Spagna da pochi anni esiste la DO Vinos de Madrid che copre vini precedentemente ad IGT. Idem negli USA con la classifice delle AVA (=DOC).
    Il fatto di instaurare una DOC per vini che ancora non esistono e’ certamente abbastanza nuova ma il principio di marketing non lo e’.

  10. I produttori non commentano, però le tasse le pagano e ricaricano 50 cent. a fascetta….
    Alle DOC Venezia e Roma potranno abboccare dei turisti giapponesi, però se nella bottiglia il vino è la solita ciofeca ci possono mettere anche un neon, ma non lo venderanno mai.

  11. Oltretutto leggevo ora che il mitico Gabiano DOC ha avuto una produzione di ben 87 (ottantasette!) hl nel 2008…

    mahhhhh….

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