Frascati Doc: arriva la Docg a salvare il vino de Roma dalla crisi…

E’ proprio vero che in questo strano, amato/odiato, controverso Paese che è diventato l’Italia, si tende a non ricordare nulla, a fare finta di niente, forse nella convinzione che tutti siano smemorati e che la memoria sia un optional di nessun conto.
Questa generale smemoratezza, che è sinonimo di superficialità, sintomo di una progressiva banalizzazione delle cose, che tendono alla fine a non aver nessun valore, la si riscontra, come è normale che sia, anche nel mondo del vino, dove si tende a dire disinvoltamente oggi il contrario di quello che si è detto ieri e si prendono posizioni che sono assolutamente prive di coerenza e contraddittorie nel disinteresse generale.
Ricordate la questione del Frascati Doc, tutelato da un apposito Consorzio creato nel 1949 per tutelare le sorti di una delle prime Doc italiane (1966)? Nonostante il Frascati Doc abbia sempre avuto un valore superiore a tutte le altre Doc della zona a Sud di Roma, esercitando spesso un’azione trainante su queste ultime e facendo sì che all’aumento di valore del Frascati seguisse l’aumento di valore delle altre Doc locali, sebbene la base produttiva del Frascati Doc sia costituita da circa 800 produttori viticoli su una superficie di circa 1.400 ettari con produzioni superiori ai 150mila quintali di uva che trasformata rende più di 110mila ettolitri di vino, lavorato da una trentina di vinificatori e da una quarantina di imbottigliatori?
Poco più di un anno fa si parlava, anche in termini drammatici – leggete qui – di pesante “crisi produttiva e commerciale”, con la spinosa questione relativa al suo imbottigliamento in zone diverse da quella di produzione, precisamente nell’Italia settentrionale, arrivata in parlamento e all’attenzione del Ministro delle politiche agricole. Ed era stata chiesta l’applicazione del regime di distillazione di crisi.
Ancora poco tempo fa, in questo ampio (e un po’ verboso) intervento di Tommaso Mascherucci, Coordinatore regionale delle Città del Vino del Lazio, si parlava di quella del Frascati come di “una Doc in pericolo”, ricordando “i treni che il vino Frascati ha perso nel corso degli anni”, denunciando la “politica distruttrice del mondo cooperativistico applicata nelle produzioni vitivinicole del Frascati, sia stata la conseguenza specifica e devastante che ha prodotto da una parte l’assenza di una vera e propria politica di azione garantista sui prezzi delle produzioni e dall’altra un’azione calmieratrice nei confronti dei costi di produzione”.
Bene, di fronte ad  un simile stato di cose verrebbe naturale pensare che l’intera filiera prima di qualsiasi passo in avanti provasse a rinserrare le file, a risolvere i problemi che, si diceva potessero mettere in dubbio la sopravvivenza della Doc. Cosa è successo invece? E’ accaduto che i produttori della più nota delle denominazioni laziali hanno dimostrato di credere, nel 2011, di credere ancora nelle favole, nel potere bacchetta magica esercitato dall’aggiunta di una lettera in più, una G, alla loro semplice Doc, nel pensare che il passaggio dallo status di Doc a Denominazione di origine controllata e garantita i loro problemi potessero magicamente svanire nel nulla.
E così, come si può leggere in questa comunicazione del Ministero delle Politiche Agricole, che utilizza nel commento del nuovo ministro Saverio Romano un linguaggio perfettamente in linea con questo clima di fiaba – “Festeggiamo oggi i riconoscimenti di nuove denominazioni d’origine in campo vinicolo. Le decisioni prese dal Comitato Nazionale Vini sono la dimostrazione di come l’Italia abbia una vocazione alla produzione d’eccellenza, che esprime la qualità dei nostri migliori territori. La comunicazione e la tutela delle produzioni nazionali è una priorità assoluta della nostra azione di governo”, il Frascati Doc, e precisamente le tipologie Frascati Superiore e Cannellino di Frascati, hanno ricevuto dal sempre più generoso Comitato Nazionale per la tutela e valorizzazione delle denominazioni d’origine e delle indicazioni geografiche dei vini presieduto dal grande capo dell’Associazione Enologi ed Enotecnici Giuseppe Martelli, l’uomo che parla del 2011 come dell’anno chiave per l’uscita dalla crisi del vino italiano, il parere favorevole per il passaggio a Docg.
E dalla Doc Frascati sono state pertanto estrapolate le tipologie “Superiore” e “Cannellino”.

E sempre per la serie continuiamo a credere nelle favole va letta la dichiarazione di tale Erder Mazzocchi, commissario straordinario Arsial (l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura nel Lazio), secondo il quale “per il Frascati” si é aperta una nuova stagione di prestigio legata a quel concetto di ‘autenticità produttiva’ che per il Lazio sta pagando non poco in termini di considerazione enologica. I recenti riconoscimenti delle principali Guide di settore sono la dimostrazione di quanto oggi sia riuscito a diventare un prodotto di eccellenza.
Ed é su questo che vogliamo scommettere per rilanciare ancora di più il vino più famoso dei Castelli Romani”.
E per rilanciarlo che fanno? Si inventano letteralmente dal nulla – ne parlerò presto in altro articolo – una Doc che non esiste, la Doc Roma.
Proprio come hanno fatto in Veneto – leggete qui – con un altro vino, la sconosciutissima Doc Piave Malanotte, elevato allo status di Docg, nonostante si tratti di un vino non ancora sul mercato, visto che, come si legge qui, “la prima vendemmia (2008) sarà disponibile al consumo alla fine del 2011”. Una denominazione, dicono, “che intende razionalizzare il sistema dei vini di qualità della provincia romana”.
Ma come diavolo si fa a prendere sul serio un mondo del vino italiano che “ragiona” così a capocchia?

35 pensieri su “Frascati Doc: arriva la Docg a salvare il vino de Roma dalla crisi…

  1. Deve essere la stagione delle …piogge di denominazioni. E’ nata anche la DOCG Montecucco! Una delle più vaste, credo – geograficamente parlando – e non è che uno si affaccia a questo blog per sparare su doc e docg, così, tanto per essere polemici. E’ una docg vastissima, che comprende terre e ‘paesaggi’ (e suoli!) profondamente diversi tra loro. Mah!?

    (Però, mentre a Montalcino sembra stiano pensando seriamente ad annacquare il loro raffinato “Rosso di Montalcino”, i ‘cugini di campagna’ di là dal fiume varano una docg dedicata al vino fatto esclusivamente con sangiovese in purezza, che sembra un vero e proprio controcanto: mica scemi, però i ‘cugini di campagna’!)

    La logica di queste denominazioni sfugge davvero. A meno che qualcuno (forse un politico?) non creda che al ‘nuovo consumatore’ (sì, anche a quelli che stanno nei mercati emergenti) basti una sigla per precipitarsi su un vino. Insomma le doc e le docg come larve a mascherare l’amo a cui appendere il lato b dei consumatori – foresti e nostrali che siano -.

    Io protesto con forza, davanti a tutto ciò: io (ancora milanese nel cuore) voglio la doc MILANO, anzi DOCG, e già che ci siamo comprendiamo anche la provincia!

  2. Si è completamente perso il senso di cosa siano una DOC e una DOCG. la colpa maggiore non è dei politici ma dei produttori, sono loro che propongono le modifiche e le approvano in pubblica audizione, i politici ovviamente fanno la loro parte aumentando la confusione con la loro smania di piantare bandierine. Oltre tutto mi chiedo a cosa serva mettere ancora in pista delle docg quando ormai la categoria non esiste più in Europa, in base alla ocm sono tutte DOP e presto si dovrà usare solo questa sigla. Alcuni produttori saggiamente già lo fanno. Alla base a mio avviso il problema è questo: qualunque seria politica di prodotto, che vada dal miglioramento della qualità alla promozione, ha dei costi, e nessuno vuole sostenerli, almeno non in modo collettivo: l’unica cosa che non costa nulla è cambiare una denominazione o farne una nuova. Quindi, un vino non si vende? cambiamogli nome o facciamo una DOCG! Così tutti si affretteranno a comprarlo …

  3. Sotto il sole del Sud le cose non vanno meglio. Ieri riunione del Consorzio DOC di ******! Roba da mani nei capelli…. Litigate e ripicche tra i produttori legate all’eccesso di vino sfuso e invenduto, richiesta di imbottiglaimento fuori regione, rinfacciarsi DOC e sottozone… il divertente è che alla fine di un problema (eccesso imbarazzante di ettolitri ed ettolitri di vino di scarsa qualità che resta invenduto)la soluzione è stata… rivedere un disciplinare imbarazzante che prevede sino a 200 ql x ettaro? Lasciare al destino del mercato le cantine incapaci di affrontare qs giudice severo e supremo? No! Udite udite: creare altre DOC o addirittura una DOCG!!!!!! Ma dove vogliamo andare? Infinita tristeza

  4. La politica (nel senso alto del termine di programmazione a medio lungo raggio) vitivinicola, che guarda alle esportazioni, in primis sui mercati anglosassoni, come linea principale di sostenibilità e sviluppo per il settore (almeno a quanto si è letto), dimostra di esser in linea con la politica (nel senso divenuto basso del termine) nazionale, da decenni raffazzonata e improvvisata.
    Un ulteriore svilimento del sistema che, aldilà di questi casi specifici, alcuni quasi comici se non fossero drammatici per il settore, ha sempre una ricaduta generale pesantissima: se lo spirito alla base della creazione del sistema delle denominazioni d’origine, che ancora permeava almeno la 164, era la TUTELA dei valori produttivi acquisiti negli anni in una zona ben definita quale prima fonte di garanzia di una qualità diffusamente RICONOSCIUTA (la cosiddetta piramide della qualità) tutto quello che sta succedendo e non da ora va proprio nella direzione opposta, creando confusione in chi già fatica a muoversi nei nostri barocchismi, consumatori ma nache operatori.

    In questo caso si pretende che il sistema delle denominazioni, già gravato da svariati pesi morti, sia strumento promozionale fine a se stesso.
    Ma cosa può promuovere se lo si riduce a un carrozzone vario e variopinto senza alcuna affidabilità, dove sopravvivono, a volte a fatica, solo denominazioni ormai divenute marchio collettivo (Chianti, Brunello, Barolo ecc.)?
    Hanno dunque ragione quei produttori che ne scappano fuori a gambe levate? E chi non può, chi non può reggersi da solo?

    A maggior ragione acquistano ancora più valore e merito, leggendo queste cose, progetti come quello di Giovanni Arcari per la sua terra.

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  7. Mi sembra che l’allusione alla “bancarotta morale” sia quanto mai azzeccata. Ci aggiungerei anche quella delle idee.
    Un popolo di creativi industriosi viene trasformato dal dio-finanza in gente assatanata per il denaro, nel cui nome manda a remengo buon senso, civiltà, tradizioni e vantaggi competitivi.

    • Jeremy ha visto bene: si tratta proprio di un’idea amorale, senza progetto, spregiudicata del vino italiano. E domani tornerò ad evidenziare questa deriva parlando di un’altra storia di ordinaria eno-insensatezza…

  8. Grande De Tomasi! E,con”eccellenza”, terroir,filiera corta,chilometro zero,fare squadra,fare sistema,e le tante,infinite ”parole d’ordine”modaiole che hanno intasato tutte le ns.situazioni comunicative.
    Dalle circolari aziendali a tutti gli inutili talk show di cui sono piene le reti televisive.
    Torneremo,prima o poi, a dei concetti autentici?

  9. Veramente qui non mi pare che c’entri il denaro, anzi con queste brillanti idee i produttori di denaro ne perderanno. Paul Wagner ha scritto che ogni volta che in Europa si fa una nuova DOC i produttori del Nuovo Mondo sono contenti, perchè quel vino sarà un po’ più difficile da vendere. E’ una questione di mancanza di visione e di memoria storica, nel riproporre soluzioni che hanno già fallito cento volte.

  10. Il disciplinare perde sempre di più la sua valenza.
    Che senso ha avere, ogni giorni che passa, un incremento delle DOC o DOCG. Perchè invece in Francia l’AOC è ferma al secolo scorso?
    Ho fornito chiarimenti ad uno dei produttori (peraltro IMHO valido) direttamente interessati dalla DOCG Frascati nel mio blog: http://degustazioniagrappoli.blogspot.com/2011/04/docg-frascati-alcuni-chiarimenti-con.html. Riteneva il mio post fosse solo contro questa specifica nuova DOCG. Per me invece l’inutilità dell’ampliamento del disciplinare è trasversale, a prescindere di quale regione siano le DOCG/DOC.

  11. Cari amici quanto provincialismo, quanta poca informazione, sia chiaro ci stà ogni commento, tanto ormai in questo Paese la superficialità, specie dei presunti opinionleader, domina. Ma rispettate chi lavora con eventuali critiche stimolanti, questa è robba polverosa e datata, il Frascati va ben oltre una G vi assicuro e potrei facilmente dimostrarlo, sono a disposizione se interessa, ma dubito. Non è polemica, lavoro per vigne da 30 anni, ma questa omologazione qualunquistica rovina il bello del vino. Brindate sempre con gli stessi vini, ma non parlate a vanvera, vedi articolo. Ciao

  12. Ziliani io e Lei ci siamo scambiati cortesi mail, non uso insultare, a vanvera è acronimo di non informato ed era rivolto ad alcuni post oltre che a mio parere all’articolo, non ho problemi a scusarmi per il gergo, i punti di vista vanno tutti rispettati, parimenti si esprime un opinione diversa. Questo è il bello dei milioni di blog, incluso il Suo.

    • mi spiace per lei, ma io non ho parlato a vanvera e ho riferito circostanze, la crisi del Frascati Doc, la richiesta di distillazione di soccorso, i timori per la sopravvivenza della denominazione suffragati da precisi fatti (e citazioni) e non mie invenzioni. Per cui le rimando al mittente l’accusa di aver proposto un articolo “non informato” e scritto “a vanvera”.
      Come si concili la decisione di concedere la Docg ad una denominazione che versava, non per mia invenzione, ma così definita dagli stessi protagonisti, in grande difficoltà, é tutto da dimostrare e suona, a me e ai vari lettori che hanno commentato, francamente stravagante.
      E le accuse di “provincialismo” e di “poca informazione” se le tenga per lei

    • E cosa diresti Silvana se ti raccontassi che chi tenta di far passare per persona che scrive “a vanvera”, che é disinformata e provinciale, quando invece si limita a fare critiche riferite a precise circostanze che non possono essere smentite, é nientemeno che il presidente del Consorzio della denominazione in oggetto?
      Questa é l’idea dell’informazione, che deve essere asservita e applaudire a comando, che domina in larga parte del vino italiano…

  13. Leggendo i commenti sul Frascati, volevo segnalarvi che recentemente ho bevuto il Luna Mater, 5 grappoli, e l’Epos, 3 bicchieri, e li ho trovati assolutamente Docg!

    • non sono mai entrato nel merito della qualità dei vini. Ho semplicemente fatto notare l’assurdità di concedere la Docg a due tipologie di una Doc che fino a pochi mesi prima veniva, dagli stessi protagonisti, definita in grave crisi. Questo piaccia o non piaccia al poco diplomatico presidente del Consorzio Frascati

  14. Che peccato, però…!
    Abbiamo la fortuna, credo, di avere a due passi da casa un territorio tra i più adatti alla coltivazione della vite: terreno vulcanico, collinoso e a poca distanza anche dal mare e dalla sua brezza mitigatrice, e cosa facciamo…?
    Continuiamo imperterriti a produrre, e magari pretendere di vendere, il vino che si beveva a Roma 30-40 anni fa, quando la cosa più importante era la quantità. Sono anni che ormai non compro più Marino, Frascati o Colli Albani, specialmente quello delle cantine sociali più conosciute. Mi capita ogni tanto di berlo, a casa di qualche amico, ma continua a darmi la stessa sensazione di sempre, cioè un vino anonimo e “industriale”…
    Spero sia soltanto una mia impressione, ma da quello che leggo non sembrerebbe.

  15. Giusta precisazione, Franco. Ma intanto non suona un po’ come un autogol la geniale pensata di affiancare a questa nuova docg una nuova doc “Roma”? Sembra che queste iniziative vogliano ricalcare quelle dei nostri politici: inventiamo una cosa nuova, invece di migliorare e far funzionare bene quello che già c’è…
    Purtroppo questa mentalità è diffusissima, ne sanno qualcosa già a Montalcino con il Rosso (per non parlare del Brunello…) e in tutte le altre zone dove hanno “sputtanato” (francesismo) disciplinari esistenti o si sono letteralmente “inventati” dalla sera alla mattina nuove doc, delle quali si è già ampiamente discusso in precedenti post.

  16. Perchè tutto questo accanimento per il Frascati? Ma la DOCG non è data dalla qualità dei vini? Che centra l’eventuale crisi del Frascati?
    L’importante è che la meritino.

  17. Visto il contenuto di alcuni interventi forse è il caso di un ripasso. Come si può fare spallucce, in sede di di conferimento o meno della menzione, e dire: che c’entra l’eventuale crisi del Frascati?

    Secondo la pensionata Legge 164/92, DOC e DOCG sono le menzioni specifiche tradizionale utilizzate in Italia per designare i V.Q.P.R.D. di cui alla normativa comunitaria, uniformante in tal senso. Lo scopo della disciplina comunitaria recepita da detta legge (prima il Regolamento 823/87, poi il Titolo VI del Regolamento 1493/99 e l’allegato VI) era per l’appunto caratterizzare in maniera il più possibile esaustiva il panorama vitivinicolo europeo, conferendo centralità ai cosiddetti vini di qualità.

    Quindi la qualità intrinseca del prodotto c’entra, ovviamente. Ma non basta.

    Il fine della 164,recependo la normativa europea, era di creare ” una classificazione più puntuale, che permettesse una selezione tale da consentire ai vini migliori di essere chiaramente identificati e di emergere senza possibilità di massificazione”. Quindi la logica era: tutela della qualità+identificazione.

    Questa la defizinione dei requisiti DOCG:

    “Le DOCG sono riservate ai vini già riconosciuti a denominazione di origine controllata (DOC) da almeno cinque anni che siano ritenuti di particolare pregio, in relazione alle caratteristiche qualitative intrinseche, rispetto alla media di quelle degli analoghi vini così classificati, per effetto dell’incidenza di tradizionali fattori naturali, umani e storici e che abbiano acquisito rinomanza e valorizzazione commerciale a livello nazionale ed internazionale.”

    E qui subentrano anche la rinomanza, il riconoscimento commerciale esteso. Sono requisiti. Certo può capitare che un vino che a suo tempo avesse pieno titolo di ottenere la menzione poi si sia trovato in crisi. Ciò non toglie nulla alla bontà del riconoscimento. Ma se mancano i requisiti già in sede di proposta, come si può pensare di procedere?

    Perchè non dare la DOCG anche al fantastico Carema allora?

    Se il sistema delle DOC/DOCG fosse rimasto nell’alveo dell’esprit des lois, il rigore della garanzia avrebbe come effetto, come circolo virtuoso, anche la promozione del prodotto: garanzia della qualità+identificazione (riconoscibilità)=promozione (anche).

    Mi ripeto: la fascetta di per sè non promuove, perchè il sistema è già stato “drogato” e continua ad esserlo. Il risultato è che la babele cresce e a pagare sono anche coloro che al vertice della piramide della qualità ci stanno con pieno merito.

    Mi scuso per la lunghezza dell’intervento

    • a mio avviso la piccola denominazione Carema merita la Docg 100 volte più della denominazione Frascati, in crisi fino all’altro ieri. Ora é arrivata la Docg e per il Frascati non ci saranno più crisi e problemi…

  18. Ecco, Antonio@ ha scattato il flash che fotografa la situazione: il sistema è già stato “drogato”.

    Giustissimo, e la graduatoria valoriale è andata a farsi benedire. Queste sigle conferite per accontentare comunità di elettori ormai non riconoscono e non ‘segnalano’ più un vino di alta qualità.

    Spiace che, alla fine di questo ‘sistema’, un certo modo di pensare porterà qualche altro mezzuccio per rastrellare consenso!

    Da qualche parte ho tenuto una recente intervista a Ermanno Olmi che non si capacita dell’alta percentuale di idioti in un paese così intelligente; la stavo rileggendo ieri e mi veniva in mente: ma quelli che oggi spingono per avere una docg (che poi ha i suoi costi anche per il produttore) davvero pensano che sia il bypass per il successo sul mercato?

    Sarò provinciale a pensarla così, ma a me pare che il mercato chieda più serietà.

  19. Caro paolo boldrini concordo con lei sulla qualità non Ancora “eccelsa” di alcune realtá (tra queste proprio le cantine sociali) ma non condivido il suo giudizio sommario tendente a fare di tutta l’erba un fascio!! Evidentemente pur avendo da come dice la possibilita di degustare frascati, non si è mai sforzato troppo perchè se vuole le fornisco un bell’elenco di aziende che realizzano un prodotto eccellente che non è neanche lontano parente a quello che ricorda lei di 30 anni fa!! Poi la definizione “industriale”proprio non calza con la realtá attuale forse dovrebbe fare un bel giro per aziendeserie che operano nei Castelli Romani!

  20. A pochi mesi dalla DOP introdotta dalla UE, le nuove denominazioni, con o senza “G”, mi suonano tanto di tasse indirette riscosse dalle Regioni.
    Qualcuno disse che non avrebbe messo le mani nelle tasche di qualcun altro…..il risultato invece è l’opposto.

  21. @Matteo Dotto
    Ovviamente la definizione di “industriale” si riferiva alle maggiori cantine sociali presenti nella zona. Sono convinto che abbia ragione nel sostenere che ci sono “aziende che realizzano un prodotto eccellente”, e ammetto di non avere una sufficiente conoscenza sulle loro qualità, anche se ho alcuni nominativi in una lista che non mancherò, appena possibile, di visitare o di assaggiare.
    E’ pur vero, però, che la maggior diffusione di questa tipologia di vini è “affidata”, se così si può dire, ai grandi volumi delle cantine sociali. So bene che c’è stata, negli anni più recenti, una maggiore diversificazione delle tipologie di vini prodotti, qualcuna di queste anche apprezzabile se paragonata alle esperienze precedenti.
    Quindi, pur con tutti i limiti oggettivi di simili realtà, un maggiore impegno nell’offrire al mercato un prodotto di qualità perlomeno medio-buona non potrebbe che contribuire a risollevare l’immagine e le sorti di TUTTE le doc presenti in quel territorio.

  22. Non c’entra il governo centrale, ma quello regionale. Sono gli stessi assessori che con una mano fingono di dare e con l’altra prendono più di prima.
    Da sempre chiediamo, in generale, meno intrusioni da parte della politica poi però come operatori italiani, sia produttori, che commercianti che industriali, le categorie insomma, vogliamo la protezione per un mercato oppure il “bollino” sul nostro prodotto per distinguerlo da quello del vicino. Bene, tutto questo ha un costo che si ripercuote subito sul produttore, una fascetta più cara, ma alla fine è sempre il consumatore che paga. Quindi se prima facevo fatica a vendere un prodotto di qualità medio/bassa, adesso che ho ottenuto la “G” sulla fascetta e che lo devo vendere ad un prezzo più alto, ne venderò di più? Non credo…
    Allora perchè invece di chiedere al politico nuovi bollini non chiedo invece investimenti sul territorio? E perchè il politico invece di concedere bollini non spiga che fare così è un suicidio dato che fra poco ci saranno le DOP europee e basta? Perchè non propone invece di investire in cultura e ricerca della vite e del vino sul territorio? Perchè politicamente un piccolo risultato immediato ha una grande rilevanza politica, perchè molto probabilmente non è in grado di fare cultura e ricerca e perchè siccome le casse regionali sono vuote ha bisogno di un escamotage per riempirle un pò. Risultato: il vino non è migliorato, costa più di prima, ho ulteriormente ingessato il mercato.
    La miopia è da ambo le parti, mi pare.

  23. I love Frascati
    Tra i migliori vini d’ italia2012 per il gambero rosso epos – frascati superiore di poggio le volpi , 4 bottiglie tra gli outsider della guida dell’ espresso 2012 ” antiche terre tuscolane” frascati superiore 2010, e luna mater – frascati superiore 2010 nella guida dell’ ais
    Il frascati non e’ in crisi , e’ in crisi il frascati commerciale da grande distribuzione, ma non ce ne possiamo fare una croce.
    Il frascati delle enoteche ,, anche se difficile da trovare,sta benissimo!

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