Gigi Brozzoni (Seminario Veronelli) sul cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino

Ringrazio il collega Gigi Brozzoni, direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli che mi ha concesso di ripubblicare su Vino al vino il testo della news letter del 30 marzo de Il Consenso, inviata dal Seminario stesso ad associati e appassionati.
Le considerazioni di Brozzoni sulla situazione a Montalcino, sull’ipotizzato cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino (ipotesi che è tuttora al vaglio del Consorzio del Brunello e degli associati) meritano attenta considerazione. Personalmente non concordo con tutta l’analisi e con la soluzione che Brozzoni, ma credo si tratti di una disamina, fatta con occhio esperto, e sicura conoscenza della situazione ilcinese, che possa costituire un utile contributo ad un dibattito che, come dice bene il collega, è “del tutto silente”. E che dovrebbe avvenire, invece, alla luce del sole, con la partecipazione del maggior numero di soggetti.

Da Il Consenso news letter del 30 marzo del Seminario Permanente Luigi Veronelli
Tempo di anteprime due
“Nella precedente newsletter abbiamo parlato delle vicende del Chianti e del Vino Nobile di Montepulciano, raccontandone le contingenze ed offrendo qualche modesto consiglio.
Decisamente più complessa e difficile appare, però, la situazione a Montalcino, perché qui non si avverte solo l’effetto della crisi economica che interessa ogni angolo d’Italia e tutti i settori produttivi e commerciali; qui, purtroppo, nel giro di un paio d’anni si è passati da una delle più floride realtà vitivinicole nazionali ad uno stato di deperimento preoccupante e pericoloso.
Preoccupa l’aspetto socio-economico di una città che aveva investito denaro e creatività a favore di un turismo che dava smalto a queste colline e a tutte le attività commerciali di cui si era dotata negli ultimi vent’anni.
Vista oggi Montalcino sembra la pallida ombra di se stessa e mi ha ricordato Grasse, quella città provenzale che a lungo fu la capitale incontrastata della profumeria mondiale ed ora è soltanto una fotocopia sbiadita dello splendore di un tempo.
Di buono c’è che non si piange addosso e, se la città ha un’aria un po’ depressa, la sua campagna e le sue vigne continuano ad essere bellissime e quindi foriere di più benéfici presagi.
Di male c’è che il dibattito sul da farsi stenta a prendere piede e la situazione appare bloccata, come ai tempi dei veti incrociati tra Usa e Urss. Ho avuto la netta sensazione che si siano formati due schieramenti contrapposti, che per comodità potremmo chiamare degli integralisti e dei revisionisti, senza che tra gli schierati nascesse un dibattito per spiegare le ragioni del loro posizionamento; si dice soltanto che i piccoli vignaioli sono tradizionalisti e le grandi aziende revisioniste.
Troppo poco per comprendere le ragioni degli uni e degli altri. E allora converrà fare alcune considerazioni generali per capire cosa è in gioco.
Prima considerazione
Ricordiamo che nelle vecchie vigne di Montalcino non c’è mai stato soltanto del Sangiovese (grosso) e che, nel 1966, l’esordiente Doc Brunello di Montalcino fotografava l’esistente, per cui non nacque come vino da monovitigno; era la Doc dei vignaioli che non sanno fare bene di conto, ma sanno bene fare i conti con la natura, ritagliandosi sempre la possibilità di aggiustare le cose che non sono andate per il meglio. Era la Doc della saggezza contadina.
La scelta del monovitigno avviene, invece, nel 1980 con il passaggio alla Docg incoraggiato soprattutto dalle nuove aziende nate negli anni ’70 da migrazioni di investitori anche internazionali. Tutta gente che sa fare bene di conto, ma che non è abituata a fare i conti con la natura.
E qui sarebbe interessante capire chi erano a quell’epoca i tradizionalisti e i revisionisti, visto che fino a quel momento il concetto di purezza dei vitigni era del tutto estraneo alla cultura viticola italiana, da sempre fatta di mescolanze e unioni.
Ma quello di cui parliamo è innegabilmente un periodo orientato all’ottimismo, visto che il disciplinare redatto all’epoca prevedeva 3 anni obbligatori di permanenza in botti di rovere o di castagno ed al consumo il vino doveva presentare un colore rosso rubino intenso.
È chiaro come sia proprio in questo momento che si preparano i problemi che oggi conosciamo, perché quel disciplinare, anche se ulteriormente corretto due volte negli anni Novanta, rappresenta una vera e propria istigazione a delinquere.
Ma ormai il danno è fatto e, per non fare la figura dei cialtroni agli occhi del mondo intero, questo disciplinare ce lo dobbiamo tenere stretto e pretendere che sia onorato da tutti i produttori di Montalcino; i quali, nell’atto di iscrivere i loro vigneti all’Albo, implicitamente accettano le regole di produzione e sono tenuti a rispettarle. È la Docg della superbia finanziaria.

Seconda considerazione
La Doc Rosso di Montalcino nasce nel 1984 e raccoglie l’eredità di un secondo vino che si produceva a Montalcino, di scarsi prestigio e considerazione; ci si metteva tutto ciò che non si riteneva degno di usare per il Brunello.
La nuova Doc fu progettata come vino di ricaduta del Brunello, ma mai utilizzata a tal fine, tanto che rappresenta un caso unico in Italia, se non addirittura nel mondo, di piramide qualitativa rovesciata, ove il secondo vino è meno prodotto e venduto del primo.
Per chiarire questo concetto ed evitare dubbi in tal senso, basti prendere in esame i dati di produzione del 2002, annata certamente negativa e propizia per il declassamento, e si vedrà come non si sia assolutamente declassato nulla; si è venduto molto meno Brunello che nelle altre annate, ma di Rosso se ne sono vendute le solite 4 milioni e poco più di bottiglie.
Nessuna ricaduta, quindi, ma solo una drastica riduzione del vino più importante. Nella sua storia il Rosso di Montalcino ha sempre sfruttato la fama del Brunello, dividendosi in due identità distinte se non contrapposte. Un primo modello tende ad essere una sorta di Chianti dei Colli Senesi, ma con un nome più nobile e famoso; l’altro modello vorrebbe essere un piccolo Brunello, ma con tempi più rapidi e minori costi.
In comune hanno due fattori: il primo, detto volgarmente, è che si vende presto e si riscuote prima; il secondo è che nessuno dei due modelli ha mai incassato grandi lodi o apprezzamenti dalla critica. Ve n’è, poi, un altro: non si sono mai spesi due soldi per la sua promozione e valorizzazione ed è sempre e soltanto andato a scrocco del Brunello. E il Brunello l’ha sopportato perché, come dicevo sopra, gli faceva da banca, da finanziatore.
Ma ora che il Brunello è in crisi non ha più voglia di tirare la cordata anche per il fratello minore e gli si chiede di diventare grande, autonomo, e di prendersi qualche responsabilità.
Tutti d’accordo su questo punto ma è sul come che le opinioni divergono; e ben sappiamo che il nocciolo della questione è rappresentato dalla eventuale introduzione di una percentuale di vitigni internazionali. Noi l’abbiamo detto un anno fa e lo ribadiamo ora e, proprio alla luce di queste considerazioni, pensiamo che sia necessario sanare la situazione mantenendo inalterato il disciplinare del Brunello, ma lavorando su quello del Rosso per fare in modo che chi vorrà fare vini più facilmente producibili tutti gli anni e più facilmente vendibili all’estero abbia la possibilità di aiutarsi con altri vitigni, nazionali o internazionali, e che sia possibile indicare in etichetta quei vini che invece utilizzano solo Sangiovese.
Se così sarà, non avremo altri disciplinari che istigano a delinquere e tutti saranno tenuti, senza attenuanti, a rispettare le regole.
Vediamo di capire ora come sono gli schieramenti che si sono formati.
Vi è un ampio spiegamento di grandi aziende che vogliono l’introduzione del 15% di varietà internazionali e sono disposti a concedere che in etichetta sia possibile indicare il vitigno Sangiovese per chi non userà vitigni diversi. In buona parte sono revisionisti rimasti tali, ma sostenendo il contrario di quanto dicevano un tempo.
Poi vi è un nutrito gruppo di piccole aziende che non vuole alcun cambiamento ai disciplinari per mantenere l’unicità del Sangiovese a Montalcino, anche perché sospetta che, se si darà il via al cambiamento nel Rosso, tra qualche anno si vorrà farlo anche nel Brunello.
Sono i neo-tradizionalisti quasi tutti ex revisionisti. Per ultimo vi è un drappello di piccole aziende che, non avendo in vigna neanche un ceppo di Cabernet, non vogliono che altri si avvantaggino nelle annate difficili utilizzando questi altri vitigni; un cambiamento in tal senso lo avvertono come una sorta di concorrenza sleale. Sono quindi dei neo-tradizionalisti auto-protezionisti o opportunisti.
Ma dove sono finiti i veri tradizionalisti di un tempo? La maggior parte non è più tra noi, purtroppo; un gruppetto si è schierato con i neo-tradizionalisti; i pochi rimanenti, che nel frattempo hanno creato notevoli aggregazioni, sono ormai schierati con i revisionisti.
La conta era fissata per il 17 febbraio scorso, il giorno prima di Benvenuto Brunello, ma all’ultimo momento si è pensato fosse meglio rimandare la votazione e aspettare qualche mese per favorire un maggior confronto tra le parti. Confronto, come dicevo sopra, del tutto silente. Ovvero dialogo tra sordi.
Gigi Brozzoni”.

26 pensieri su “Gigi Brozzoni (Seminario Veronelli) sul cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino

  1. Ma ha senso cambiare..? Non sarebbe meglio investire sulla comunicazione..? I piccoli sono tradizionalisti perché dovrebbero investire risorse che non hanno mentre le grandi aziende possono permettersi di sperimentare.. Il Rosso di Montalcino è conosciuto e venduto al pubblico perché si chiama “di Montalcino” anche se poi si dice sempre “però non è il Brunello” ma se viene da Montalcino deve essere buono pure lui, almeno questa è la percezione di base.. Se diventasse un blend forse perderebbe la sua identità e la percezione cambierebbe, magari in negativo e la gente non saprebbe che farsene di un vino che perde la sua identità che è la sua maggior forza..

  2. Se dialogo tra sordi è, si tratta di un dialogo molto silenzioso…

    Intanto, da consumatrice, con vivissimi ricordi (che iniziano quasi quattro decadi fa), resto colpita dall’osservazione di Brozzoni a proposito dell’assenza di qualsiasi ‘politica di posizionamento’ del Rosso. E’ vero; un po’ come se fosse una sorella minore, invece è una giovane donna affascinante.

    Dipende sempre dall’angolazione con cui si guardano le cose, oppure da quella con cui le si vogliono guardare, o da quella con cui le si possono guardare…

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  4. E si ritorna sempre li. Volenti o nolenti il rosso sarà prima o poi sacrificato perchè gli ingneti investinmneti fatti sui vitigni internazionali non trovano sbocco nel sant’antimo. fine. Sono d’accordo? con il cuore no, ma capisco che questo percorso sarà prima o poi inevitabile per cui meglio “governarlo” che poi subirlo, salvando alla fine il Brunello. Detto ciò a Montalcino c’è un’altro piccolo problema, troppi ha vitati, troppi ha vitati in zone che non possono garantire uve così speciali da consntire di prezzare poi certi vini come brunello.

  5. Concordo in grandissima parte con quello scritto da Gigi Brozzoni e ringrazio sia lui, per aver spiegato così bene una situazione complicata, che Franco per avergli dato spazio nonostante non sia completamente d’accordo.
    Anche per me il Rosso di Montalcino potrebbe essere utilizzato come strumento di speirmentazione, proprio perché non é il mito storico che alcuni si ostinano a credere. Non credo che allargare ad altre varietà nell’uvaggio risolva i problemi d’immagine del Rosso e neanche che questo sia il primo passo per il cambiamento di disciplinare per il Brunello. La stragrande maggioranza dei produttori si é già chiaramente espressa in tal senso.
    Credo però che varrebbe la pena di provare, sia per motivi pratico-economici, sia per cercare di proporre un vino con una sua identità definita e discostata dal Brunello.
    Quanto alla comunicazione, praticamente inesistente sul Rosso, potrebbe essere una bella sfida.

  6. La comunicazione è inesistente (la comunicazione inoltre NON è ‘dire’!); tuttavia prima della comunicazione bisognerebbe che fosse impostata una strategia – trasparente, consapevole, ben presentata – per mettere i soci in condizione di decidere.
    Intanto il mondo gira.

  7. Perdonatemi se mi ripeto. Forse è già capitato un discorso del genere.
    Nei vini di Montalcino, Tradizione Tradizione Tradizione.
    Lo dico da operatore commerciale(corso ais in itinere).
    Se si modificano i disciplinari aprendo la sbarra del passaggio a livello ai vitigni internazionali, a mio modesto avviso,Montalcino sparisce.
    Vorrebbe dire ”bolgherizzare” Montalcino.Ma a quel punto nessuno cercherebbe la copia, bensì l’originale.
    Che si pone sul mercato,fra l’altro a prezzi mediamente inferiori,a parte i big che conosciamo fin troppo bene.
    Tutto qui.
    Saluti a tutti ma..sopratutto a Nelle Nuvole.

  8. Mi accodo all’ultimo commento di Pezzuti@. Forse M. non sparirà (come dice Brozzoni, il luogo è bellissimo e se si guardassero, di più e meglio, i maestri dell’ospitalità, ci sarebbe da restaurare un turismo elegante e ‘consapevole’)tuttavia sarà una ferita profonda in un momento in cui si dovrebbe ripartire con il passo giusto.
    Credo che – paradossalmente – il danno maggiore (nel tempo) ce l’avrebbero proprio quelli che spingono per il cambiamento. Insomma mi pare che sia un tacon messo sul buso da un sarto miope…

  9. Pezzuti esprime un ragionamento semplice, lineare, comprovato e per questo universalmente accettato; eppure ci sono persone che ancora non riescono a comprenderlo. Sarà malafede o comprendonio?

  10. Ai tanti, sicuri e certi delle proprie convinzioni tanto da arrivare anche a sentenziare per i favorevoli al cambiamento del disciplinare del Rosso la malafede o la non capacità di comprendere, cito questo passo di un tale che si chiama Franco Biondi Santi:
    “Bisognerebbe tornare alle origini. Fare un Brunello Superiore utilizzando solo le vigne più vecchie e di più antica collocazione. Senza usare botti piccole. Un Brunello realmente tradizionale. Le sperimentazioni, anche con vitigni diversi, si potrebbero consentire sul Rosso di Montalcino. Le tecniche di vinificazione più moderne, ma utilizzando solo sangiovese, anche sul Brunello “normale”. Ma non sul Brunello Superiore, o come si vorrà chiamarlo.”
    Ciao

  11. Botti piccole, botti grandi, nuove DOC, più o meno Sangiovese, nessun problema!
    Adesso il cav. Rivella farà il Sassicaia bianco con tutto il Sangiovese che avanza vinificandolo in bianco. E siccome non ci sono DOC in zona, via con una nuova IGT e vai con il nuovo che avanza…

  12. La miopia certamente c’entra, ma ancor di più premono le esigenze della finanza.
    Alcune aziende in questi anni hanno fatto investimenti(cantine, consulenze, legni) esagerati e adesso iniziano a sentire le orde di creditori alle calcagna. Quando arrivo a Montalcino e mi accoglie il dipinto(pennarello su cartone) “Brunello 10 euro” mi viene un magone…

  13. Rosso di Montalcino e Brunello di Montalcino sono nati insieme nel 1963. Il Rosso di Montalcino si chiamava originariamente Vino Rosso dai vigneti di Brunello, poi con la nascita della doc ha dovuto, peraltro giustamente, togliersi il riferimento al Brunello. Sono entrambi espressione dello stesso terroir, dello stesso vitigno e sopratutto della stessa qualità. Sul Brunello di Montalcino successivamente si è creata una mitologia dove per mitologia si intende quel tipo di storiografia immaginaria che indica in Romolo e Remo i fondatori di Roma e Biondi Santi il creatore del Brunello, il rosso al contrario si è voluto posizionarlo in una fascia di serie B. Questo ha portato alla famosa piramide rovesciata di cui tutti sembrano lamentarsi. Adesso con il cambio di disciplinare si vuole portarlo in serie C. Qualcuno crede ancora che questo evento rovescerà la piramide?

  14. Giampezzuto ricambio.
    Continueremo a becchettarci su questo blog, Ziliani permettendo. Adesso che so che faccia hai é ancora più divertente.

  15. Brozzoni fa una disamina chiara e precisa, ma soprattutto libera dai ricorrenti luoghi comuni. Montalcino è migliorata quando ha saputo trovare la sintesi fra soggetti diversi per storia, origine e dimensione. Ciò avvenne, non senza contrasti, nella stesura del disciplinare che portò alla prima DOC del Brunello nel 1966 e poco dopo 1967 alla nascita del Consorzio. Quelli furono atti fondamentali che portarono benefici per tutti, ben oltre le più rosee aspettative, che consentirono di raggiungere in tempi brevissimi traguardi ineguagliati. Possibile che ora con tutto lo sfoggio di scienza e sapienza, non si riesca a cavare il ragno dal buco. Quello spirito va rispolverato. Il cambiamento del disciplinare del Rosso è indispensabile. Infatti se ne vende poco e male, e molti si baloccano svendendo (e svilendo ) il Brunello, alla lunga, con pregiudizio per tutti. Per contro una parte, seppur minoritaria, non soffre di questi problemi, e non trarrebbe vantaggi immediati e tangibili dal cambiamento del disciplinare del Rosso. In particolare, non avrebbero vantaggi, coloro che hanno solo vigneti di Sangiovese, mentre gli altri, pur non potendo aumentare le superfici, godrebbero della possibilità di scelta, pari al 15%, derivante dalle vigne delle varietà diverse, promosse a RDM. Sarebbe perciò equo consentire a costoro un incremento percentuale compensatorio della loro superficie vitata.

  16. Per la precisione il Brunello d.M. nacque con decreto (DPR) del 28 marzo 1966 il Rosso di Montalcino solo il 25 nov.83. L’enfasi giustamente posta nel sostenere che i lunghi invecchiamenti (min. 50 mesi, botte+ bottiglia), fanno raggiungere allo scorbutico Sangiovese in purezza vette sublimi, rende però, poco o punto credibile, che un vino ottenuto dagli stessi vigneti e dallo stesso vitigno, sia miracolosamente buono solo 11 mesi dopo la vendemmia. Questa è la causa prima dell’insuccesso. Pertanto i più in tempi di grassa hanno prodotto e venduto anche bene, quasi tutto come Brunello. Ora in tempi meno felici, con le sovrapproduzioni illustrate da Brozzoni, molti produttori stanno rispondendo, semplicemente svendendo il Brunello agli imbottigliatori. La piramide continuerà ad essere capovolta, ma l’immagine del sistema sarà fortemente compromessa. L’enfasi della purezza del vitigno si può giocare una volta sola. Rimane comunque indispensabile contenere le produzioni del Brunello, sia per non creare troppa offerta, ma soprattutto per fare molta selezione, col fine ultimo, di fare un vino veramente buono, perché oltre alla poesia, un po’ di sana sostanza non guasta mai. Infine chiediamoci: se sia più etico vendere il surplus come RossoDM (serie B o C), ovvero cercare di gabbare il mondo, proponendo questo surplus come Brunello, del quale ha solo i requisiti minimi di legge, ma non quelli qualitativi.

  17. Mi dispiace Mario ma le cose non stanno assolutamente così. Si può fare un’ottimo vino di Sangiovese anche dopo solo un anno dalla vendemmia. E a Montalcino, e non solo lì, sono presenti decine di riprove di questo realtà. Se poi non lo si fa perché si vuole accontentare l’importatore americano, oppure si hanno ettari di internazionali che un tempo servivano a risolvere i problemi tecnici causati da vigneti vocati più per i cactus e le agave che per la vite, e che adesso non si più di che farne a causa delle note vicende giudiziarie, allora il discorso cambia, ma non ci prendiamo in giro sulla qualità e le caratteristiche del Sangiovese.

  18. Carlo, mi sono fatto prendere dal blog per l’analisi seria fatta da Brozzoni, meritevole di risposte argomentate, anziché sfottò fra tifoserie. Mi atterrò a questo spirito, scusami perciò se non sarò tranchant, anche perchè, non conosco bene la botanica. Comunque faccio notare che l’innominato che non citi, se non ho capito male a chi ti riferisci, vende molto bene il RDM in quantità e prezzi (dati fascette e prezzi scaffale). Infine, se leggi bene, non ho detto che il Sangiovese non da anche buoni vini giovani, ma solo che ciò è poco credibile, dopo aver enfatizzato quelli molto vecchi, come l’aneddoto del “ lupo al lupo” insegna molto bene.

  19. Mario, premesso il fatto che non intendo riferirmi a nessuno, e se qualcuno si sente citato lo fa perché ha probabilmente la coda di paglia, posso di dirti che hai perfettamente ragione quando parli di credibilità. Mi spieghi come possono essere credibili i produttori di Montalcino quando, improvvisamente, con il famoso scandalo ancora in corso, si mettono a screditare il RDM definendolo in modo sprezzante: “DOC di Ricaduta”, “vino di scarsa qualità per fare cassa”, per questo ne invocano poi la sua “correzione”, e il tutto dopo averne osannato fino all’altro giorno la sua purezza e la sua grande qualità? Come diceva il grande Giulio (non il Gambelli!): “A pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”.

  20. Carlo, sfortunatamente per me, non godo dei requisiti per potermi risentire ed avere la coda di paglia. Nello specifico, pur seguendo con passione le cose ilcinesi, non ho percepito giudizi tanto sprezzanti sul RDM, ma non vuol dire che non sia avvenuto. Purtroppo è nella forza delle cose che il Brunello sia percepito come il papa ed il RDM come un cardinale, entrambi grandissimi, ma il primo trascende il secondo. (Per inciso il divo Giulio ambiva/sce a fare il papa). Tornando alle cose terrene, è risaputo che la viticultura richieda tempi lunghi per dare risultati (desta stupore Noè che già vecchio pianta la vigna). Pertanto è consigliabile a chi deve decidere, di non guardare troppo alle beghe del momento.

  21. Mario, credo che una categorizzazione migliore di Brunello Papa e Rosso di Montalcino Cardinale non la potevi dare. Complimenti. Descrive esattamente come dovrebbero essere le cose: il rispetto della famosa piramide produttiva, un papa, molti cardinali; riporta la corretta genealogia, un papa deve prima essere stato cardinale; riporta anche la giusta sudditanza tra papa e cardinali senza però affermare chi abbia le migliori qualità. Il problema, caro Mario, è che ho la vaga impressione che a Montalcino il Rosso qualcuno lo voglia relegare al ruolo di Sacrestano.

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