Il successo del Prosecco? Merito del “modello industriale”: così parlò il professor Cordero di Montezemolo…


Ho già detto chiaramente di come diffidi dalle teorie tutte massimi sistemi e ben poco realismo dei cosiddetti “grandi cervelli” del vino italiano. Di quei professoroni universitari, che magari possono vantare cognomi blasonati e curricula da direttore accademici di scuole di economia e docenze di finanza strategica di Master per aziende vitivinicole, che propongono, incredibilmente venendo presi sul serio, le loro ricette per risolvere crisi e problemi vari.
Penso sia chiarissimo, avendolo espresso qui, che non sono assolutamente d’accordo con quello che propone il professor Stefano Cordero di Montezemolo come “soluzione” per ridurre il numero di etichette di marchi sul mercato.
Ora mi tocca dire che non solo il professore propone idee che immediatamente suscitano il dissenso, ma che a volte nel suo “entusiasta”  (diciamo così) modo di manifestarsi rischia di dire cose non solo contestabili, ma che lo stesso mondo del vino non potrebbe assolutamente accettare.
Sul tema, che ho già trattato qui, del già tanto strombazzato “sorpasso” del Prosecco sullo Champagne o come ha scritto qualcuno de “l’annoso derby del vino con la Francia” (come se trattare seriamente di vino richiedesse l’uso di termini e metafore sportive) il mitico professore, come si può leggere in un articolo de Il Giornale, si è dimostrato non solo quasi più entusiasta dei Manzato e degli Zaia, ma ha espresso un giudizio che mi auguro venga respinto in toto dai pur industriosi uomini del vino della Marca Trevigiana.
Per il cattedratico. nel 2012 il Prosecco potrebbe superare in termini di quantità delle esportazioni lo Champagne, ma la ragione di questo exploit, nel pensiero del parente dell’ex presidente di Confindustria, appare ben poco legata a motivazioni di carattere agricolo, vitivinicolo, enoico.
Il professore applaude l’exploit dei prosecchisti con un linguaggio e con motivazione che andrebbero molto meglio se usata per commentare l’exploit di un fabbricante di auto, beni di consumo, elettrodomestici.
A suo avviso, difatti, “Il segreto del Prosecco, oltre alla sua piacevolezza da happy hour e alle tante occasioni d’uso, sta nel modello industriale. I produttori investono poco sulla terra, acquistano l’uva e la trasformano, puntando sul controllo della distribuzione e sulla comunicazione”.
E così, cari viticoltori del Prosecco ecco bellamente liquidato il vostro lavoro in vigna, la capacità di trasformare l’uva Prosecco, anzi Glera, in vini facili da bere e da apprezzare, perché quello che conta è l’applicazione di un “modello industriale” dove i protagonisti, lo dice der Professor, “investono poco sulla terra”.
Questo perché il professore, che dovrebbe tenere Master per i futuri uomini (e donne) del vino pensa che il vino non si faccia affatto in vigna, non sia un prodotto della terra, l’espressione della verità di microcosmo chiamato terroir, ma sia unicamente un bel prodotto, “industriale” ovviamente, che si costruisce, si fabbrica, si riproduce in fabbrica.
Produttori di Conegliano Valdobbiadene, uomini e donne del Prosecco, Doc e Docg, non siete forse offesi dal modo a dir poco brutale, irriverente, prosaico con il quale codesto signore giudica il vostro lavoro?
Come avrebbe detto Totò: ma mi faccia il piacere!

11 pensieri su “Il successo del Prosecco? Merito del “modello industriale”: così parlò il professor Cordero di Montezemolo…

  1. Sì, però quando si scrive un articolo o un post su un blog per dissentire con le opinioni di qualcuno non c’è bisogno di usare toni da sfottò sulla persona medesima. Basterebbe presentare le proprie opinioni in dissenso, che sono quelle che contano, più che dare “di codesta persona” a chicchessia (si chiami Montezemolo o Pinco Palle). Altrimenti pare ci sia un di più di tono piccato che francamente lascia perplessi.

  2. Ciao Franco, ti aspettavo… va beh non importa.
    Faccio il primo ed unico commento spero su questo post, e lo faccio a modo mio io che non c’entro una mazza col Conegliano-Asolo-Valdobbiadene. Io che sono una della bassa piave, ora doc prosecco.
    L’esimio di cui sopra, secondo quello che riporti tu dice: “Il segreto del Prosecco, oltre alla sua piacevolezza da happy hour e alle tante occasioni d’uso, sta nel modello industriale. I produttori investono poco sulla terra, acquistano l’uva e la trasformano, puntando sul controllo della distribuzione e sulla comunicazione”.
    Ecco, ha capito tutto… io mi dissocio, e dissocio pure la mia famiglia dalle parole di questo esimio. Io e la mia famiglia investiamo nella terra, quella nostra, non acquistiamo uve da terzi e ci limitiamo a trasformare la nostra di uva. Riguardo alla distribuzione sappiamo esattamente dove va ogni cartone di vino e non abbiamo nessuno che segue la comunicazione al di fuori di noi.
    Adesso due sono le cose: o questo esimio fa di tutta un erba un fascio e allora mi ridissocio dalle sue parole, oppure ha presente solo le aziende da miliardi di bottiglie con una storia riconosciuta da molto tempo.
    Comunque sia, meglio che si venga a fare un giro dalle colline alla pianura e poi ne riparliamo.

  3. ahimè…di “produttori” che applicano il modello industriale ce ne sono molti….e molti ne arriveranno….purtroppo…..e non c’è nulla di cui scandalizzarsi….

  4. Caro Franco,
    non ho letto l’articolo sul Giornale, ma ovviamente mi fido di quanto riportato da te e quindi l’orticaria che mi perseguita in questo periodo fieristico aumenta.
    I concetti “vincenti” del Prof. Cordero di Montezemolo (perbacco, ma la sua famiglia che aspetta a disconoscerlo?)sono deleteri non solo per il Prosecco ma anche per altre zone produttive. Io non ho nulla in contrario ai vini prodotti in grande quantità, come nel Veneto, e riconosco che ci siano piccoli e medi produttori che campino conferendo le proprie uve a cantine in grado di vinificarle ed assemblarle. Questo modello é sempre esistito.
    Da qui ad affermare che il successo commerciale del Prosecco sia dovuto alla sua “industrializzazione” e quindi proporre lo stesso andazzo come formula vincente per il vino in generale mi sembra, come minimo, una grandiosa e superficiale idiozia.
    Lasciando perdere il valore della vigna, del territorio, ecc. basterebbe pensare che se si guarda il prezzo medio del Prosecco che gira e non si considerano solo i volumi di casse o bottiglie vendute, la formula non é poi così vincente.
    Ci si guadagna di più a vendere 10 bottiglie a 10 Euro o 100 bottiglie a 1 Euro?

  5. Credo che un grosso male del mondo vitivinicolo italiano, sia (in parte curato) proprio questo atteggiamento. Credere che il mondo del vino, possa essere risolto con la pubblicità, con il marketing d’etichetta, come un’altro qualsiasi campo industriale è sbagliatissimo. Se si deve trattare di marketing, che territoriale sia. “Puntare poco sulla terra..”, amenità ripugnante, per un prodotto che è frutto della storia (anche geologica, lo dico per deformazione professionale) dei terreni.
    Con il massimo rispetto per le competenze tecnico professionali del prof., credo che magari le ragioni di un eventuale successo, andrebbero ricercate nella più facile accessibilità del prodotto (anche economica), rispetto allo Champagne.
    Un altro problema, sarebbe quello di fare vini buoni: diciamocelo chiaramente, non tutti i produttori di Valdobbiadene o Conegliano, sono dello stesso livello, e purtroppo, ce ne sono molti che attestandosi verso il basso, tirano giù l’asticella del mercato di qualità. Forse sono quelli che seguono troppo le parole del Prof.?! Permettetemi la boutarde…

  6. Ancora una volta o si è bianchi o si è neri, o guelfi o ghibellini. Eppure la coesistenza di modelli familiari accanto a realtà numericamente importanti è frequente, non solo nel contesto vitivinicolo. Da sempre nel nostro paese (manifatturiero) i bravissimi artigiani hanno dato vita (o hanno ispirato) imprese che fanno numeri.

    Ma mi viene un sospetto: Zonin rilascia un’intervista in cui afferma che solo chi fa grandi numeri può offrire qualità, spingendosi ad affermazioni a dir poco osé (dal mio punto di vista); il professore Montezemolo che torna a parlare di grandi numeri in modo che suona ‘definitivo’…: forse queste affermazioni sono figlie della percezione che qualcosa si muove sul mercato?
    Io non credo che siano affermazioni casuali; come non credo che il prof. Montezemolo non conosca la terra e non sappia che il vino nasce nella vigna!
    Ci sarà una ragione…

  7. Conoscendo il prof. Cordero di Montezemolo vorrei spezzare una lancia a suo favore.
    Sono stato un suo studente e devo dire che tra i professori che ho conosciuto è sicuramente uno dei più preparati e chiari. Immaginatevi che partivo dallo scetticismo legato al suo cognome e nel conoscerlo ho cambiato completamente idea, davvero un professore brillante.
    Riguardo al modello industriale, conoscendo il soggetto, avrà voluto solo dire, in parole povere, che i costi legati ai lavori di campagna delle aziende di prosecco siano proporzionalmente inferiori a quelli di alcune aziende di vino fermo di riferimento. Lui questi dati li ha e li analizza, non è come il ministro Zaia.
    Solo che invece di dire che l’incidenza dei costi di campagna sul valore aggiunto delle aziende di prosecco è inferiore percentualmente alla media di quelle di vino fermo, ha detto, per farsi capire, che il prosecco non si fa in campagna. Ma è il suo stile anche durante le lezioni, per quello si capisce facilmente e merita stima come insegnante…

    • allora come lei sostiene, il professore diceva “per farsi capire, che il prosecco non si fa in campagna”. E allora dove si fa, di grazia, in fabbrica? Credo che la sua difesa del professore faccia acqua da tutte le parti… Speriamo che i produttori di Prosecco, Doc e Docg, ricordino la loro origine e vocazione agricola e contadina, e non si facciano abbindolare dai professori e dai loro allievi…

  8. facciamo un esempio di riclassificazione di conto economico:

    diciamo l’azienda A ha un valore della produzione di 100 e costi esterni di 40. Per costi esterni si intende tutto ciò che non è proprietà dell’azienda, per esempio la manodopera è un costo interno.
    L’azienda B ha anche lei un valore della produzione di 100 e costi esterni di 40.

    Resta da analizzare quindi il valore aggiunto di 100-40= 60 per entrambe.

    Adesso l’azienda A spende 20 in campagna, mentre l’azienda B spende 30, il resto sono costi di cantina.

    L’incidenza è per A del 33% sul valore aggiunto e per B del 50%.

    Pertanto l’azienda B spende di più in campagna di A.

    Se A fa prosecco e B vino rosso fermo allora percentualmente quest’ultimo costa di più di spese di campagna. Pertanto se confrontiamo i dati per farsi capire si può dire che il prosecco non si fa in campagna o per essere precisi si fa più in cantina che in campagna, ed era questo che Montezemolo volevo dire…purtroppo se non si ha un minimo di dimestichezza con i bilanci sono comprensibili le sue perplessità, ma spero di essere stato chiaro con l’esempio.

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