Padroni del vino sempre più padroni. Un’intervista di Gianni Zonin

Lo spettacolo è ormai sotto gli occhi di tutti, gli industriali del vino si considerano sempre più i padroni del vino italiano, dotati del diritto “divino” di delinearne strategie, scelte, percorsi.
Una volta, diciamo fino a qualche anno fa, le cose non andavano in questo modo e le grandi aziende, che sono sempre esistite, che hanno perseguito le proprie logiche e curato il proprio business, avevano il buon gusto, ed il buon senso, di tenere il profilo basso, di non millantare di costituire l’avanguardia qualitativa del vino italiano.
Una sorta di “inferiority complex” che non le faceva sentire all’altezza delle piccole aziende del vino e faceva pensare loro di avere strada da fare e miglioramenti qualitativi da raggiungere e magari un piccolo “senso di colpa” per qualche scelta produttiva non perfettamente limpida fatta in passato, scelta che aveva consentito loro di avere successo e fare soldi, le induceva a non esagerare, ad andarci cauti, ad evitare toni tronfi e altisonanti.
Oggi invece, con la crisi economica che continua a mordere e fa sì che non sia sufficiente lavorare bene, fare qualità, metterci tutta la passione possibile per vendere e fare tornare i conti aziendali, le Grandi Aziende del Vino Italiano, che già avevamo visto troppo spesso condizionare pesantemente la politica di molti Consorzi, le scelte, anche in termini di cambi di disciplinare, di importanti denominazioni, hanno gettato la maschera.
E proprio come in una celebre canzone popolare hanno non solo detto “e qui comando io e questa è casa mia”, ma pretenderebbero, forti del loro potere economico, della pubblicità che erogano a riviste specializzate che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese, e quindi diventano oggettivamente “schiave” degli advertising e sempre più disposte a compiacere i desiderata degli inserzionisti, di apparire come i meglio fichi del bigoncio. Come i produttori simbolo da prendere ad esempio.
Operazione orgoglio aziendale favorita anche dalla compiacenza di presunti esperti e cattedratici, che esaltano il modello industriale e con solenne faccia tosta pretenderebbero per le piccole e medie aziende un ruolo da “ascari della grande industria”, e “diventare un fornitore di qualità, che vuol dire fare gli accordi con i grandi produttori per fornire una materia prima o un semilavorato che sia in linea con le richieste del produttore principale come avviene in altri settori industriali”.
Ultimo esempio di questo atteggiamento che sarà anche orgoglioso, ma ormai sconfina nella spudoratezza, lo troviamo in un’ampia intervista concessa la scorsa settimana a Stefania Rossini dell’Espresso dal cavaliere del lavoro Gianni Zonin, titolare dell’omonima azienda familiare di Gambellara nel vicentino, nonché di una galassia di aziende agricole (nove) dislocate in sette regioni diverse, per un totale di 1800 ettari.
Cosa ha dichiarato di tanto sconvolgente il produttore – banchiere al settimanale raccontando la storia dell’azienda, della famiglia ed i successi raggiunti? Niente di sconvolgente beninteso, ma con una franchezza da lasciare stupefatti.
Alla domanda, più che legittima dell’intervistatrice “con migliaia di ettari non si rischia comunque di privilegiare la quantità sulla qualità?” cosa ha risposto Zonin?
Semplice, ricordando, con un orgoglio degno del Guinness dei primati, che se mette “in fila tutte le mie viti faccio settemila chilometri e copro la distanza da qui all’Argentina”, ha aggiunto che “è proprio questo che mi permette di sfatare il preconcetto del “piccolo è bello” molto radicato in Italia. Al contrario, quando uno ha davvero il vino nel sangue, è solo la quantità che permette di migliorare la qualità”.
Roba da lasciare di sasso chiunque, come la risposta alla successiva domanda “lei capovolge un’idea comune, che è stata difesa a lungo anche da Veronelli” – il quale sosteneva che “il peggior vino contadino è meglio del miglior vino industriale”.

Cosa risponde Zonin? “Guardi che, alla fine, anche Veronelli sospettò di aver torto, tanto che cominciò ad occuparsi soprattutto di olio”. E poi ancora a rivendicare che “la grande azienda permette di assumere bravi enologi, aggiornare la tecnologia, fare ricerca e sperimentazione, chiamare consulenti di prestigio”. Con la “perla” finale: “i grandi vini non si improvvisano. Una volta si diceva che solo il contadino fa il vino buono: balle”.
A parte il fatto che quello di Veronelli che alla fine rinnega il proprio credo è un emerito scoop by Zonin, visto che non risulta ai più stretti collaboratori di Gino, ad esempio al direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli Gigi Brozzoni, che sulla news letter Il Consenso ricorda “che è cosa di per sè evidente come in Europa i grandi vini siano sempre stati inventati dai piccoli e come i grandi enologi lavorino benissimo anche per aziende minuscole”, e rivendica “che Veronelli non sospettò mai di avere torto, perché è sempre stato convinto di avere ragione, e perché la storia del vino italiano è qui ancora oggi a dargli ragione.
Incominciò ad occuparsi di olio solo perché, convinto ormai di aver avuto ragione nel vino, voleva che anche per l’olio si aprisse quel cammino, lungo e difficile, verso la qualità assoluta”, come diavolo si può affermare, con cognizione di causa e realismo, quello che sostiene Zonin?
Come si può parlare di “preconcetto del “piccolo è bello”, come si può dire che “solo la quantità che permette di migliorare la qualità”, come se solo i vini dei vari Zonin, Frescobaldi, Antinori, Gruppo Italiano Vini, Banfi, Cavit, Mezzacorona, Cecchi, Santa Margherita, ecc, rappresentassero la qualità e non fossero invece i vini di tanti piccoli e medi produttori, e come ha sostenuto di recente Angelo Gaja “oltre 25.000 artigiani dalle dimensioni medio- piccole molti dei quali si applicano con sacrificio, passione, entusiasmo, intraprendenza”, ad accreditare con la loro qualità, i loro valori, il loro legame con il territorio e “consolidare l’immagine del vino italiano”? Perché è solo nel mondo dei sogni e nell’orgoglio padronale un po’ sconfinato del cavalier Gianni Zonin, “sciur padrun da li beli braghi bianchi”, che “solo la quantità permette di migliorare la qualità”…

33 pensieri su “Padroni del vino sempre più padroni. Un’intervista di Gianni Zonin

  1. Questo lo si può definire con una sola parola delirio.

    Sono persone che una cosa ci insegnano,ed è quella di ribaltare la verità!

    In un mondo drogato di notizie,ma non solo,sono dei veri
    professionisti,perchè in questo se la cavano più bene.

  2. tanto avrà sempre il complesso di inferiorità con constellation, che notoriamente fattura cento volte più di lui, per cui ha cento volte più denari per la ricerca della qualità, e cento volte più possibilità di ottenerla.
    come no.

  3. Difficile che l’eccellenza sia nel prodotto di massa perché non sarebbe conveniente nè sotto il profilo economico nè, paradossalmente, sotto quello dell’immagine.. Il prodotto industriale nasce per incontrare il gusto del maggior numero di persone e questo assunto non va d’accordo con la ricerca della qualità intesa come insieme di caratteristiche peculiari di un vino.. L’industria cerca l’uniformità del prodotto e la sua ripetibilità su larga scala, questo non è evidentemente possibile con vini che hanno sempre e comunque la loro personalità.. O vogliamo “tavernellizzare” anche il Brunello..?

  4. La prima cosa che mi viene in mente dopo aver letto questo post, e l’ho letto un paio di volte, é che Zonin ha problemi ad accreditare e vendere i suoi marchi “nobili”, soprattutto Principi di Butera. La sua bulimia acquisitiva negli anni delle vacche grasse non paga ora che tutti tirano la cinghia.
    Credo che il Nostro soffra veramente di un complesso d’inferiorità, perché nonostante la sua potenza economica non é riuscito ad entrare nel salotto buono della produzione vinicola italiana. Nello stesso tempo soffre di un complesso di superiorità nel disquisire sulla validità di certe politiche commerciali.
    Non é certo il solo ma certe cose dette da lui forse fanno più effetto.
    A Roma si dice “aprì bocca e dargli fiato”.

    Caro Franco, come al solto sei puntuale nel descriverci non solo le qualità di un vino, ma anche lo sconforto che deriva da alcuni aspetti di questo mondo.

    Personalmente mi sento di appoggiare le parole di Gaja, anche se non sono sicura che poi il signore razzoli tanto bene.

    • cara Nelle Nuvole, lungi da me idealizzare Angelo Gaja, che ho tante volte criticato e sicuramente criticherò ancora, ma quanta differenza tra quanto ha scritto il signore del Barbaresco e la iattanza delle affermazioni del produttore veneto. Che é anche una persona in gamba e un galantuomo (in anni passati l’ho conosciuto e frequentato e ho apprezzato il suo stile) ma ora, forse anche per le ragioni che dici tu, é andato fuori misura con queste affermazioni sul primato delle grandi aziende

  5. Queste affermazioni per quanto discutibili sarebbero ancora il meno: il peggio è una crescente pressione della grande industria, con e senza terra, nel condizionare la politica comunitaria a sfavore dei piccoli viticoltori, l’ultima OCM ne è per certi aspetti una prova ma in futuro rischia di andare ancora peggio. Basta leggere il “Corriere Vinicolo” per avere un assaggio settimanale di questa tendenza. Ma senza i “vigneron” l’Europa non sarebbe l’Europa, il nostro vino perderebbe il suo più alto valore simbolico. I signori del business devono stare attenti a non segare il ramo sul quale sono seduti. Gaja è abbastanza intelligente per capirlo. Spero che Zonin lo sia a sua volta. Altri, non mi pare.

  6. Il cav Zonin fa affermazioni da buon imprenditore industriale; purtroppo il mondo dell’impresa impone l’etica del profitto e considera immorale oltre che esiziale un comportamento contrario.Sappiamo tutti della grande ipocrisia che coinvolge buona parte del settore alimentare quando si parla di qualita’ che e’ solo un nome scritto nei depliants pubblicitari.Le grandi aziende non potranno mai e poi mai raggiungere la qualita’ che indendiamo noi di questo blog. Credo che Zonin se ne renda perfettamente conto ma dalla sua posizione deve necessariamente considerare la materia vino come un qualsiasi prodotto atto ad essere venduto e a dare profitto. Ogni azione contraria, vi assicuro, lo porterebbe immediatamente al fallimento dell’azienda.

  7. Buonasera a tutti. La qualità è un bene indiscutibile, qualità del vino, qualità dell’ambiente, qualità della vita.
    Il Sig. Zonin ha sicuramente tanta strada da percorrere prima di vedere i suoi vini collocati nella ristorazione, avrà tanti soldi e tanta bocca ma i vini vanno venduti e rivenduti altrimenti parole parole. Altri lo hanno fatto 20 anni fa. Però non capisco il demonizzare il vino di “massa” perchè è demonizzare la gente “normale” che non si può permettere di bere tutti i giorni i vini dei vignaioli e degli atelier. Certo piccolo è bello, ma non posso immaginare il piccolo produttore di un qualsiasi vino produrre solo per sport e non per profitto. L’obiettivo è comune a tutti: vendere. Anche il Sig. Gaja investì in Toscana; si meglio che Piemonte. Il mercato è fatto dai consumatori. Quanto, ognuno di noi, spende all’anno per il vino? E per quali vini? Proviamo a viaggiare tra enoteche del nord America per vedere cosa vuol dire vino italiano e ci rendiamo conto che tanti nostri miti sono inesistenti. I vini italiani più venduti in quei mercati si chiamano Riserva Ducale Ruffino e Pinot Grigio Santa Margherita. Possiamo scandalizzarci di questo, ma è la realtà. Segno che i vini “industriali” sono comunque corretti e ben fatti visto che si sono venduti e si rivendono: Tignanello di Antinori è un vino industriale? Penso che le Aziende dai potenziali economici elevati possono fare vini di elevata qualità per la maggior disponibilità: Proviamo a bere vino e non etichette. Cheers

  8. Quando il consumatore medio imparerà a non nutrirsi più nei supermercati tutti questi “grandi ed illuminati” industriali andranno a spasso e le loro “grandi aziende” se le mangeranno le banche.
    Ed il cerchio si chiuderà.

  9. Franco, esistono i vini Zonin???? Strano, nella mia cantina non vedo neanche l’ombra dei suoi “grandi” vini di grande produttore. 🙂
    Posso dire che la mia piccola cantina personale pulula di circa 500 etichette di piccoli produttori che a dire del sig. Zonin non fanno vini buoni perché non fanno quantità. E bene, cosa dire al Sig. Zonin: grazie per la sue brillanti dichiarazioni. Io continuerò a mettere nella mia cantina i vini delle piccole aziende, con i loro difetti ed imperfezioni, ma di sicuro vini veri, vini dell’anima. Lei continui pure a fare i suoi vini perfetti di chi possiede tanta quantità e li venda a coloro che la pensano come lei.

  10. E’ un problema affrontato più volte, ma questa volta,nell’approfondimento del tema e nell’efficacia dei concetti, Franco Ziliani è stato veramente tosto.
    Forse io la vedo sotto un profilo molto commerciale,ma questo,in questa fase, è il PROBLEMA.
    Ma quella fra la”qualità”e la”quantità”non è,a mio avviso una lotta impari, come potrebbe apparire.
    Bisogna però che le aziende(medio/piccole), che recano il messaggio della ”qualità”,trovino denominatori comuni,appunto,sui temi della ”qualità”,del territorio(pietà..basta terroir!),delle radici affini, non infilandosi in buffe corporazioni tipo”Donne nel Vino”.
    Cosa vuol dire? Qualcuno me lo spiega per favore?
    Qualcuno dirà, ci sono i Consorzi.
    E allora bisogna che i Consorzi siano più grintosi, più visibili…più autonomi dalle logiche dei padroni dalle belle braghe bianche. Lo dico così, in lombardo non mi riesce. Ave.

  11. Sig. Pezzuti, non esageri. A parte che siamo in tanti a bere col bicchierone, se io pubblicassi la mia faccia ( ho gli occhiali ed il naso grosso )chissa quali epiteti mi tirerebbe dietro. Anche a me non piacciono i vini industriali ma non e’ un motivo sufficiente per fare apprezzamenti di questo genere su una persona ed in questa sede.

    • concordo con Roberto M. Non trovo nulla di disdicevole nel volto del cavaliere e dobbiamo attenerci a quello che dice e non a come si presenta e se ci piace o meno… E’ quello che dice che non mi piace, non il volto rilassato da soddisfatto grande industriale del vino e banchiere, ricco e potente e riverito…

  12. L’intervista rilasciata da Zonin può essere un altro segnale del vento che è cambiato.

    Quella che noi continuiamo a chiamare crisi e che invece è una vera e propria ristrutturazione dei consumi – in base alla stretta nei portafogli ma anche a seguito di nuove sensibilità che si stanno facendo strada nei trend setters – ha creato problemi ai produttori.

    Problemi ai piccoli / medi, laddove i più vocati, i più preparati e lungimiranti si sono rimboccati le maniche e dedicati al perseguimento della qualità; problemi grandi (talora grandissimi) dove i numeri sono molto più importanti e gli impegni richiedono prese d’atto e strategie che solo chi fa quantità è obbligato ad avere e seguire, come vera e propria sintassi per stare sul mercato.

    Le dichiarazioni di Zonin, sui numeri che – solo loro! – permetterebbero di produrre e offrire qualità, discendono, a mio parere, dalla necessità di cercare di ‘essere interlocutori validi’ di nuovi comportamenti (e richieste) emergenti nei consumi del vino.

    Le specifiche dichiarazioni relative a Veronelli, nell’ambito di quella stessa intervista – che processano le idee di qualcuno che non può più rispondere, tentando di sconfessarne il Pensiero – smentiscono la patinata eleganza delle foto “di famiglia” che accompagnano un’altra intervista (strategicamente dedicata ad altri pubblici) rilasciata da Zonin nell’ondata Vinitaly, dove il “salotto buono” in cui il nostro non sarebbe (ancora)entrato, viene sapientemente evocato da un’atmosfera ovattata e da sorrisi rassicuranti (senza dimenticare gli abiti che fanno i monaci!).

    Gaja, invece, non è certo un angelo (angioletto), ma è molto più sagace, se pensa davvero quello che ha dichiarato nelle sue risposte alle tre domande (letto proprio su questo blog, ante Vinitaly); perché ha capito qual è la fonte da cui nasce il mito del “talento italiano” (strano evocare i nostri miti in questi giorni bui) e ha capito che chi fa i numeri, li fa proprio offrendo al mercato di massa l’opportunità di avvicinarsi a prodotti che nella loro edizione artigianale sono meno accessibili.
    E ha capito che quelle ‘punte’ di qualità sono indispensabili all’offerta italiana. Non solo di per sé, ma anche per la ‘conversazione’ che le idee dei piccoli produttori artigianali provocano.

    Chi conosce il mercato (e AG mi pare che sia piuttosto lucido) conosce l’importanza della ‘conversazione’. Da non confondersi con le chiacchiere. Soprattutto con quelle da salotto. Nemmeno con quelle da salotto buono (della cui esistenza comincio a dubitare).

  13. Ecco, bravo Franco.Hai giustamente rincarato la dose.
    Di cosa mi ha accusato quell’altro , di ”vilipendio al Grande Industriale”?
    Sarà un parente…

  14. D’accordo con Silvana. Io aggiungo alcune considerazioni.
    Zonin sa fare bene il suo lavoro, è un professionista e ha tutta la mia stima, anche se continua a diserbare per far tornare i conti, ma mi pare che gli sia sfuggito un particolare: l’importanza della sinergia tra piccoli e grandi produttori. I grandi hanno bisogno dei piccoli con la loro presenza capillare sui territori vocati, stimolando passioni, interessi, spesso fanno anche alte qualità; sostanzialmente i piccoli trainano anche l’immagine di un grande, che spunta prezzi più bassi nei mercati lontani, che razionalizza, che investe tanti denari. I piccoli hanno bisogno dei grandi, perchè possono vendergli partite di vino, diciamo così, mediocri, e possono far sistema tutti insieme aumentando quindi la ricchezza di un territorio.
    Quindi ognuno al suo posto, con rispetto e dignità, questo è la cosa più importante.

  15. Forse sotto sotto a Zonin brucia non essere riuscito a creare/produrre un grande vino d’immagine, tipo il Sassicaia, il quale avrebbe fatto da traino ai banali Bardolini con la fascetta ed agli anonimi bianchi nel tetrapack.

  16. Egr. Franco Ziliani, io ho molta stima di lei e la sua faccia mi comunica simpatia e serieta’. Con le sue segnalazioni ho potuto apprezzare vini a me sconosciuti che mi hanno entusiasmato. Per tanto tempo sono stato silente nel blog e mi sentivo un intruso leggendo i suoi post e tanto ho imparato.
    Mi dispiace che lei abbia ”rincarato la dose” dando modo di replicare a quel ‘tizio’ con sparate inutili al blog e da bar sport scoraggiandomi dal continuare a scrivere i miei commenti
    A scanzo di equivoci non sono parente di alcun produttore italiano. Bevo solo buon vino, ma se non ci fosse il vino industriale che spedisco regolarmente in Cina, non saprei come sbarcare il lunario.
    Cordiali saluti

  17. Ah, ecco, ora abbiamo capito. E’ un problema di ”sbarco del lunario”.
    C’è chi lo sbarca coi vini industriali e chi,se possibile lo sbarca con gli altri vini.
    Perchè,Signor Moschella,è così sensibile alle critiche e a un pò di ironia nei confronti del signore in foto?
    Non si scoraggi, è un peccato.
    E sopratutto non cada vittima dei luoghi comuni: al Bar dello Sport, talvolta, si parla anche di questioni molto profonde.

  18. Perché non dare spazio al Franti di turno, il tizio da Bar Sport, che di soprannome fa Gianpezzuto?
    Per quel che ne so di vino ci campa, presentandolo e vendendolo onestamente, e non di prodotto “industriale” parlo, ma di qualcosa che mantiene la sua dignità, come rapporto qualità-prezzo.
    Il Nostro ha voglia di conoscere e di imparare, forse non ha ancora appreso i segreti dell’etichetta bloggista, ma ci porta l’esperienza diretta, su strada. Nonostante le apparenze lo trovo molto più umile di tanti noi.
    E se i suoi commenti ci sembrano fuori luogo, la colpa é nostra, non sua.
    Rispettando naturalmente casa tua, caro Franco. A volte mi chiedo se ti rendi conto di quante persone ti seguono senza aver coraggio di intervenire, proprio per timore di scrivere qualcosa di “fuori luogo”.

    • cara Nelle Nuvole, mi reputo se non amico, quasi, di Giampiero, che so che é un rappresentante in gamba e appassionato. Ci tengo ai suoi interventi, che reputo interessanti, ma deve capire che est modus in rebus e che non bisogna per forza di cose offendere o comunque andar giù pesanti con le persone che non la pensano come noi…
      tutti gli interventi sono benvenuti e mi fanno piacere, ma un filo di etichetta credo sia necessario.

  19. Io sono molto fiero dell’amicizia (senza quasi) con Franco Ziliani e accetto con simpatia il parallelo con Franti buttato lì da Delle Nuvole.
    Ci tengo però a precisare che, almeno su questo blog,del quale ho grande considerazione, io non ho mai offeso nessuno.
    Poi è forse vero che, in altre arene telematiche, il tono si è un pò alzato.
    Unicuique suum.
    Se qualcuno, che vende tanto vino industriale in Cina, è così permeabile al confronto, è colpa mia?
    Lo ho offeso? No.
    Ho preso per il c. Zonin. E allora? Non è mica il Papa.
    Si, l’etichetta, è tutto vero, ma anche nell’osservanza dell’etichetta..est modus in rebus.

  20. Il problema non è solo o tanto vino di qualità sì o no, vino di nicchia o per tutti i palati e portafogli. Ben venga chi beve il vino da 5 € e chi da 25 €, ben vengano diverse fasce di consumatori. La cosa più aberrante degli industriali del vino è come operano sui mercati. Recentemente mi è capitato di assistere a fenomeni (ho visto cose che vuoi uomini….) che a raccontarli nessuno crede: esempio prendi 6 vini da 3 € te ne do 6 da 18 e li metti in carta tutti e due. Come pensate possa trovare spazio un altro produttore di nicchia se l’industrialvino (qs gruppo -quotato in Borsa- fa del vino un orpello, la sua potenza economica viene da ben altro che le 5/6 cantine che hanno in portfolio)gli occlude tutti gli spazi? E quelli che si fanno pagare anche a 365 gg perché dietro (o dentro) hanno una banca? O chi fa il 48+48 ma in realtà fatturi 96 con buona felicità di tutti (azienda + agente) e le 48 te le rendo neanche merce ma cash con bonifico bancario come contributo marketing? Qs mercato dopato e non affronatbile dai piccoli è la vera tragedia!

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