Se ti dico che sarà “il salone dell’haute couture del vino” partecipare a Divino Tuscany ti sembra forse più “fico”?

Una comunicazione dalla involontaria comicità

Pensavo di aver già chiaramente espresso, con circostanziate argomentazioni, la mia convinzione che Divino Tuscany la toscanata ad uso yankee, la quattro giorni di Disneylandia fiorentina del vino disegnata da Giacomino, alias James Suckling, l’ex responsabile europeo e italiano di Wine Spectator, non fosse una cosa seria.
E che i produttori dabbene avrebbero dovuto restarne alla larga. Visto che per partecipare a questa rassegna che fotografa un’idea del vino antica, anni Novanta, dovevano anche sborsare fior di quattrini.
Ma dopo aver letto il comunicato stampa che mi è improvvidamente arrivato, scritto da una creativa che al confronto Maroni noin ha fantasia, sono ancor più convinto che partecipare a questa cosa sia, per buona parte dei produttori che hanno invece aderito (una parte invece è giusto che abbia aderito visto che troverà perfettamente al proprio posto) un clamoroso errore.
E che aderendo a simili eno circhi Barnum non facciano che perpetuare la sopravvivenza di un sistema che andrebbe invece completamente cambiato. E di cui si ostinano a non vedere le assurdità, i limiti, le contraddizioni. Sorvoliamo sull’assicurazione, contenuta nella versione italiana (un po’ zoppicante) del sito della manifestazione, secondo la quale Divino Tuscany dovrebbe essere “uno degli eventi più memorabili ed esclusivi del vino”.
Ma cosa vogliamo dire della definizione della manifestazione come “salotto internazionale delle eccellenze dell’enologia toscana”, come “primo ed unico temporary club del mondo del vino toscano di altissima gamma ambientato nella cornice della Firenze più spettacolare, tra palazzi rinascimentali, giardini e teatri prestigiosi”, come “salone dell’haute couture del vino con una regia che ha messo insieme storie e testimonianze di stile, di creatività e di talento”?

Perché va bene, diciamo così, definirlo “evento simbolo”, dire, con qualche bugia, che è “realizzato in collaborazione con i più prestigiosi produttori toscani”, mentre sarebbe più corretto dire in collaborazione con i cinquanta produttori toscani che hanno scelto di tirare fuori la bella cifra di partecipazione prevista da Giacomino, e assicurare che Divino Tuscany sarà “un’occasione per creare contatti e sinergie sviluppando rapporti, individuando strategie e nuovi scenari per l’eccellenza dell’enologia toscana nella wine community internazionale”.
Ma spingersi sino a promettere che sarà “qualcosa di assolutamente unico nel panorama italiano del settore, diverso da qualsiasi altra kermesse fieristica, qualcosa senza precedenti e con un focus su qualità e stile”, aggiungendo, parole di Suckling, che “il mondo deve venire a Firenze, un posto unico al mondo, a celebrare l’eccellenza, nel vino ma non solo” è francamente una rodomontata, un modo di provare a spacciare per imperdibile, un vero must, un’invenzione originale, una cosa che è invece simile a molte altre. Solo che è molto più presuntuosa, e costa, per chi vi parteciperà, decisamente di più.

19 pensieri su “Se ti dico che sarà “il salone dell’haute couture del vino” partecipare a Divino Tuscany ti sembra forse più “fico”?

  1. Premesso che metà delle aziende presenti “fabbrica” vino da ” turista” , assolutamente Banali, gli altri abbiamo avuto l’ occasione di assaggiarlo alla scorsa degustazione Heres, ed altri ne assaggeremo al Vinitaly; mi chiedo quindi a cosa serva spendere 1300 Euri!! Forse per la messa in piega della chioma di Giacomino…

  2. Vendere fumo è un’arte e un certo pubblico l’arte la apprezza solo se è costosa ed esclusiva o quantomeno fatta sembrare tale.. Certo a molti sembrerà figo ed il vino sarà una occasione di ritrovo come un’altra in cui il motivo per cui ci si ritrova passerà in secondo piano ma dove è importante è esserci per vedere e farsi vedere.. Insomma uno sfoggio di mondanità in cui il vino e la sua eccellenza sono un pretesto e che il buon Suckilng (che cacchio di nome..) sa ben sfruttare da buon critico al pari di molti critici d’arte che non sanno fare nulla ma vivono parlando bene o male di quello che fanno altri.. La domanda è se il vino toscano di fascia alta ha bisogno di questo o è Divino Tuscany che ha bisogno del vino toscano per creare l’evento.. Credo che la risposta sia la seconda..

  3. Non credo che ci sarà una folta presenza di pubblico pagante italiano. Forse qualche “cognato” di straforo, il cui biglietto rientrerà fra i 20 omaggio a ciascun “esibizionista”, pardon volevo dire “esibitore”.
    Il pubblico, selezionatissimo ne sono sicura, dovrebbe essere soprattutto asiatico, pronto a cacciare i soldi pur di partecipare a qualcosa di così prestigioso e unico.
    A me sembra un bel bidone, tirato ad aziende di tutto rispetto, che non si meritano di far parte di questo carrozzone di lusso, anche se lo hanno deciso loro.
    Certo, le stanze dei palazzi e i luoghi di degustazione saranno affollatissimi. Sono anche sicura che James Suckling radunerà la crème de la crème internazionale. Sarà sicuramente un successo di immagine, per lui, l’unico vero Divino Tuscano.
    Ma a conti fatti, i 10.000 euro per partecipare, più il vino omaggiato, più le spese di alloggio, quando si riprenderanno?
    A voglia a vendere vino in Cina!

  4. Ma sì: vino come “life style”, come si usava fino a pochi anni fa.
    Peccato che per il vino, secondo me, esser un’altra cosa – essere soprattutto un’altra cosa – prima di essere soprattutto “il” vino, sia senz’altro deprimente.
    Ma il mio è un ragionamento che tiene conto della comunicazione, un’attività – come ha segnalato anche Angelo Gaja, citato da Ziliani in altro post – ormai pressoché sconosciuta (nelle sue regole), oppure praticata da parvenus da altri settori, o da tuttologi.
    Il Vino è materia così fortemente evocativa da non sopportare alcuna superfetazione, mi pare.

  5. Altro che anni ’90, qui siamo rimasti fermi nei secoli alla Milano da bere a livello di comunicazione di un prodotto che è un piacere a tavola, ma non una necessità assoluta e soprattutto, il vino resta un alimento, non una moda a chi ce l’ha più nero o lungo.

  6. i superlativi nei comunicati stampa o le presentazioni…. è molto difficile calmare un cliente. Posso capire che quando si fa una cosa e ci si mette la passione ci sia voglia di condividirlo in modo appunto superlativo. Provo a spiegare che è sempre meglio quando sono gli altri a usare questi aggettivi però alcuni credono essere sempre gli unici a fare qualcosa mai fatto prima di suprema originalità.Credo che il consulente di comunicazione all’inizio del rapporto sia molto chiaro su come lavora. Per quello che mi riguarda non vedo il mio lavoro come fornitore di complimenti a vuoto. Se non sono convinta da un progetto preferisco non collaborare per non avere a comunicare cose vacue

  7. Franco:

    Sono d’accordo con i suoi pensieri su quest’avvenimento. Niente Suckling è coinvolto con è fatto un grosso lancio pubblicitario agli estremi, come se nessuno può organizzare altro un avvenimento come questo.
    Ma che è quest’avvenimento eccetto una riunione di aziende vinicole che il uno grande crede è i migliori vini di Toscana? È un club privato dei suoi amici, per la maggior parte. Sarei impressionato un poco se c’erano un gruppo di produttori che non facevamo dei vini in uno stile internazionale a quest’avvenimento. Ma d’altra parte, quei produttori hanno avuto il buono senso per stare lontano!
    Forse se fermiamo la scrittura di Suckling, andrà via. Ma indovino ciò è appena un sogno che ho.

  8. Penso che non sia da censurare chi ha ideato questo evento perche’ non fa altro che impegnarsi in quello che molto probabilente sa fare bene.
    E’ un vile e semplice fatto commerciale come tanti nel mondo.
    Sicuramente per arrotondare gli intrioti mi ci butterei anch’io in una operazione del genere se avessi le potenzialita’ di questo Giacomino e tanti che abboccano. Certo turandomi il naso e chiedendo scusa ai miei amici produttori.

  9. Penso che ci sia spazio per tutti. Personalmente preferisco lavorare in vigna piuttosto che andare per salotti, preferisco pagare qualcunio che zappa le viti, preferisco comprarmi una botte nuova… se poi il vino non si vende perchè non vado al Vinitaly o al Divino Tuscany vorrà dire che me lo bevo io… 🙂

  10. Ziliani, ma perché si fa il sangue acido dietro a queste cose? Ha ragione Simone e Zeta chiamandola “vino da turista”. L’indifferenza su queste cose è la migliore arma, e in compenso spezzare una lancia a favore di quei produttori veri che non vanno alla ricerca di medaglie e punteggi stratosferici ma in compenso sanno fare il vino VERO e BUONO.
    UN GRAZIE PERSONALE A TUTTI I PRODUTTORI TOSCANI CHE NEL SILENZIO E CON UMILTA’ FANNO GRANDE L’ITALIA VITIVINICOLA VERA….

  11. Lo scontatissimo gioco di parole “di-vino” – “divino”, trito e ritrito in migliaia di occasioni enologiche, è ormai diventato assolutamente insopportabile a causa della banalizzazione dovuta ad un utilizzo ormai universale. Una manifestazione, piccola o grande che sia, che utilizza per l’ennesima volta questa banalissima “zeppa”, parte subito nella peggiore delle maniere dichiarando sin da subito il suo reale spessore culturale e soprattutto l’originalità delle idee proposte.

  12. sono contento che Franco Ziliani sollevi questi problemi spinosi e pelosetti perchè è ipocrita dire che ce freghiamo di eventi così mediatici e arraffa denari tanto poi il vino buono c’è chi lo fà e rimane sottotraccia.
    E’ proprio il rimanere sottotraccia di molti produttori di qualità, quasi sempre attenti al rapporto con il prezzo e la clientela che talvolta li pone in condizioni di sudditanza con il mercato e i media, i quali affrontano sempre il mondo dell’agricoltura con un misto di agreste simpatia, come se si parlasse del fratello scemo, e di aridi numeri dell’export/vendite (come mai non parlano mai così degli industriali metalmeccanici?).
    In questo caso c’è una pesante aggravante, non si tratta solo di un evento per riccastri ma il Suckling stà veicolando il concetto del vino all’americana (concetto che i grandi produttori Toscani non hanno mai disdegnato), cioè come prodotto di lusso consumato per il mantenimento dello stato sociale.
    Concetto abissalmente distante dalla nostro modo di vedere il vino che è alimento e socialità con connotazioni fortemente interclassiste.
    In chiusura mi chiedo perchè il turista debba bere cotali vini peraltro carissimi e poco territoriali.
    A me verrebbe da trattarli bene i Turisti se voglio che tornino.

  13. Ma davvero Franco ti fai il sangue acido?!..No, no non credo: se ne parla; ed è corretto parlarne, osservando “l’effetto che fa”: discutendo si impara.

    Io credo che ci sia da imparare – anche per non fare (e sia detto senza malizia), o per non ‘lasciarsi prendere’ dal genere -. Poi bisogna domandarsi che cosa bisognerebbe fare per “fare”.

  14. Mi associo, molto volentieri al commento di luigi fracchia@, in particolare per la citazione dell’approccio all’agricoltura “agreste simpatia + fratello scemo”.
    Tuttavia vorrei appena accennare che chiunque pensi che “il mercato” ha questo approccio, si sbaglia.
    Se i produttori cominciassero a frequentare le vere ricerche sociologiche – quelle che analizzano le (molteplici) direttrici del cambiamento, potrebbero imparare, per esempio, che l’approccio di cui sopra è datato, appartiene al passato. Tanto è vero che sulla terra (intesa come ettari) si sta giocando una partita epocale. Ma siccome qui si è abituati a leggere i processi evolutivi come fossero il listino della borsa, e c’è un’irrimediabile inclinazione allo “hic et nunc”, o se preferite here and now, quando il cambiamento si manifesta – cioè quando è maturo e sotto gli occhi di tutti e perciò innesca processi nuovi – coglie di sorpresa…
    La ruota gira continuamente… e noi dobbiamo pedalare e stare in sella (e osservare il paesaggio che cambia di continuo).

  15. ma perche’ incazzarsi ?

    e’ il mercato, bellezza

    e poi nessuno e’ mai diventato povero sottovalutando la stupidita’ della gente. se uno paga quelle palanche ha diritto a farsi prendere per il c… con frasi del tipo haute-couture-del-vino-etc

  16. Buona sera Dottor Ziliani. Premetto che non sono molto d’accordo con Lei. Infatti secondo me l’operazione Divino Tuscany è semplicemente geniale. La genialità consiste nel solleticare, non la prospettiva di un business che nel caso in questione è praticamente nullo, bensì la radicata vanità dei produttori, categoria sempre in perenne bilico tra l’essere e l’avere. Questi saranno catapultati in un mondo dove si materializzerà l’apoteosi ed il trionfo delle scienze alberghiere, fenomeni questi capaci di dare ai proprietari grandi appagamenti e altre intense soddisfazioni. Ci sara però qualcuno che sarà più ap-‘pagato’ degli altri. Provi a pensare chi sarà?

    Cordiali Saluti

  17. Alla fine ognuno campa dentro il circo del vino come meglio crede. Già ne abbiamo ragiomato parecchio su JS e questa iniziativa, lontana dal modo di sentire dell’appassionato. Facciano quello che credono, Firenze è comunque una belissima città (un po’ meno di qualche anno fa, purtroppo). Negli stessi giorni ci saranno le ottime iniziative locali di Radda nel Bicchiere e Profumi di Lamole. Quelle si che sono imperdibili e a costi infinitamente ridotti per tutti. Dove si penserà come si “magna” e si beve: quindi molto bene e comunque tra cari amici 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *