A Montalcino invocano la chirurgia estetica per cambiare i disciplinari

Così parlò il professore…
Non ci sarebbe molto da aggiungere a quello che ha già scritto l’amico Antonio Tomacelli oggi, in questo ottimo post, che sottoscrivo in toto, su Intravino: ancora una volta a Montalcino stanno preparando un trabocchetto, stanno tentando in tutti i modi, avvalendosi dei verbosi discorsi del professore di turno, di cambiare l’identità dei vini, base Sangiovese, locali. Cominciando dal Rosso di Montalcino, per poi arrivare al Brunello.
Lo fanno, scrive Tomacelli, cercando di “convincere i soci che la “signora Brunello” ha bisogno di qualche ritocchino per ringiovanire, anzi di un vero e proprio trucco: aggiungere al disciplinare del Brunello i vitigni migliorativi. Sento già le contestazioni levarsi: “La variazione e l’aggiunta del cabernet riguarderà soltanto il Rosso di Montalcino”.
Al netto delle relazioni del prof. Mattiacci e delle buone intenzioni del Consiglio, la verità è una soltanto: il Consorzio vuole la classica legge ad personam che giustifichi la presenza dei filari di cabernet proibiti dalla legge e che nessuno ha ancora espiantato.
Ora, con la scusa del rilancio del Rosso di Montalcino, quei filari diventeranno legali e nessuno sarà in grado di capire se verranno utilizzati o meno. Il rosso, insomma, è il cavallo di troia che metterà a tacere i produttori contrari al Brunello taroccato e renderà impossibili i controlli, altro che le storielle sui trucchi e la ginnastica della vecchia signora”.
Poi basterebbe leggere quello che il professore di fiducia del Consorzio Brunello, ordinario alla Sapienza di Roma, dove dirige anche un Centro Ricerca sul Territorio, Turismo e Ambiente, ha rilasciato, leggete qui, al blog Percorsi di vino, che ha pubblicato, senza eccepire alcunché, quello che il curatore del libro “Io e Brunello”, biografia imprenditoriale ed enologica di Ezio Rivella, presidente del Consorzio ha affermato.
Ad esempio rispondendo alla domanda, “come ha interpretato lo scandalo di Brunellopoli?”, alla quale ha risposto: “Personalmente mi sono indignato e sentito ferito, sia come italiano che come persona che conosce e vuole bene a Montalcino, per come lo scandalo è venuto fuori e per come i media se ne sono occupati. E’ stato un “infortunio” che secondo me in Francia non si sarebbe mai verificato.
Premesso che le leggi vanno rispettate, e il disciplinare è certo una legge, un paese come l’Italia, che ha nel vino di qualità la prima voce nella bilancia dei pagamenti internazionali, migliaia di famiglie che vi lavorano, e che ha la fortuna di avere alcuni brand internazionali come il Brunello o l’Amarone, avrebbe dovuto agire diversamente e non sulle prime pagine di una rivista. Soprattutto non si doveva far uscire questa notizia durante il “Vinitaly”, momento di massima esposizione mediatica del vino italiano.
Chi ha fatto questo porta su sé, a mio avviso, un marchio negativo. La Francia avrebbe avuto più rispetto per se stessa, rispetto che in Italia non abbiamo, visto che non si guarda in faccia a nessuno, arrivando all’autolesionismo puro. Comunque dalla ricerche che stiamo conducendo si evince con assoluta chiarezza che Brunellopoli non ha lasciato segno alcuno sull’immagine e considerazione di Montalcino”.
Aspetta e spera trovare qualche parola di condanna nei confronti di quei “furbetti”, vogliamo chiamarli così?, che hanno (secondo il professore probabilmente no) liberamente interpretato il disciplinare di produzione! Allora, visto che lunedì 23 e mercoledì 25 i soci del Consorzio del Brunello saranno chiamati in audizione per ascoltare lo “studio di marketing e la definizione delle strategie produttive per il Brunello di Montalcino e per il Rosso di Montalcino” preparate dal professor Mattiacci, anche se è lunga, verbosa, noiosa, vi invito a leggervi qui di seguito, integralmente la Lettera ai Produttori di Montalcino che il consulente del Consorzio ha inviato alle aziende.
E decidete voi se si possa prenderla sul serio, con quelle metafore da Nip & Tuck, già giustamente sbeffeggiate da Intravino.
E traete voi le vostre conclusioni se a Montalcino vogliano veramente voltare la pagina o con un rapido intervento di chirurgia enologica vogliano invece continuare con la solita spudoratezza, e rendere il Rosso ed il Brunello di Montalcino vini come tutti gli altri. Come un banale e superato Super Tuscan…

Lettera ai Produttori di Montalcino
“Cari amici, siamo alle porte di un periodo importante che vedrà il Consorzio impegnato in alcune importanti decisioni per il futuro di Montalcino. Dato che mi onoro di essere coinvolto in prima persona, per fornire supporto d’idee e conoscenze, ritengo opportuno – prima di incontrarci personalmente – chiarire alcuni termini del mio pensiero, che nasce anche sulla base di alcune ricerche e analisi che stiamo conducendo in queste settimane.
Vi chiedo quindi la pazienza di leggere queste poche pagine di riflessioni. che avrò poi il piacere di condividere e dibattere con voi nel corso dei prossimi incontri che avremo presso il Consorzio, e che sono la base delle proposte che ho in animo di definire. Inizio con un po’ di storia.
Nel 2006, anno in cui conducemmo, come Università di Siena, il primo studio sullo stato e prospettive di mercato delle produzioni montalcinesi, richiamai un rischio, che vedevo alle porte, così esprimendolo: “attenzione che il giocattolo si rompe!”.

II giocattolo-Montalcino era prezioso e, giova ricordarlo oggi, nasceva da un’irripetibile combinazione di elementi, sia interni che esterni a Montalcino: la rivoluzione del vino dei primi anni novanta, che trasformò il vissuto collettivo del prodotto da bene povero a protagonista essenziale di stili di vita edonistici e benestanti;
l’inizio della nuova globalizzazione. aperto dalla caduta del Muro di Berlino e dalla nascita della World Trade Organization, che avviò in numerosi paesi poveri la generazione di milioni di nuovi ricchi e di una consistente classe borghese medio/alta -espressioni, entrambe, dei consumi affluenti cui il vino di prestigio appartiene;
l’esistenza, in Montalcino, di un mix potenziale unico, dato dalla compresenza di un global leader di reputazione e immagine -Biondi Santi- di un’impresa nata “a tavolino” per essere un global player –Banfi- di un ricco tessuto di altre aziende (non ancora imprese) capaci di fare qualità, dotate di voglia di emergere e investire; la convergenza continua su Montalcino – siamo già in tempi più vicini a Noi – di grandi e piccoli nomi del jet set italiano e internazionale, che accendono i riflettori mondiali su questo paese, un tempo area rurale disagiata (le buste-paga di molti di voi, ne portavano il segno).
La combinazione di tutti questi elementi -che fecero da detonatore alle capacita esplosive di un prodotto, il Brunello, dalle qualità superiori- produsse un giocattolo di tutto rispetto:
prodotto/brand di punta dell’enologia italiana;
voluminoso export spontaneo di Brunello (le vendite all’estero erano spesso frutto di visite di buyer stranieri non indotte da azioni commerciali pressanti delle aziende);
prezzi super-premium (le ridotte quantità a fronte di una domanda sostenuta, portavano in alto i prezzi -senza che questo significasse posizionamento di brand aziendali però, se non in rari casi);
meta turistica di riferimento (un paese di scarsi tremila abitanti –cresciuti proprio grazie al successo del vino- che ospita flussi pari a mille volte la propria popolazione!);
natalità imprenditoriale straordinaria e crescita di molte micro-aziende in realtà maggiormente strutturate; incremento dei valori patrimoniali dei terreni agricoli (per anni l’ettaro vitato di Montalcino esibiva un valore di scambio fra i più elevati in Europa);
capacità di attrazione di risorse umane qualificate (quanti manager delle aziende montalcinesi vengono da altre aree italiane e da altri paesi?). II giocattolo e ancora cosi?
Funziona ancora? Sì e no. Sappiamo che nel mezzo c’e stata una crisi economica gravissima e profondissima (e ben lungi dall’aver esaurito i propri effetti di lungo termine, non dimentichiamolo mai), c’e stata la vicenda di Brunellopoli. c’e stato 1’incremento della produzione e la caduta dei prezzi, c’è una diffusa condizione di sofferenza finanziaria, c’è una qualità dei pagamenti ricevuti dai clienti che va sempre peggiorando. eccetera. Ciononostante “i prezzi del Brunello stanno risalendo”, qualcuno, correttamente, fa notare. “La domanda ha ricominciato a tirare” si dice a proposito di qualche mercato estero. “Io non ho mai problemi a vendere tutto il mio prodotto” sostengono in molti.
Bene. Benissimo. Consentitemi qui, per chiarire appieno il mio pensiero, un irriverente {e un per maschilista, mi scuso con le signore) parallelo. Montalcino (e il Brunello) ai tempi d’oro è come una bellissima e formosa ragazza ventenne: tutti la vogliono, la gente si gira a guardarla per la strada. A lei non serve nemmeno un filo di trucco per esser bella, nemmeno un tacco per attrarre.

Dieci anni dopo, la nostra amica è ancora bella, bellissima. ma (se ne accorge solo lei) inizia a leggere qualche lievissimo segno del tempo. Deve decidere, lo sa, sul da farsi: non fare nulla, o iniziare a modificare il proprio stile di vita? Andiamo ancora dieci anni avanti: se la ragazza non avrà fatto nulla e avrà subito passivamente il passare degli anni. senza modificare in nulla il proprio stile di vita, sarà una bella donna ma un po’ sfiorita, della quale tutti diranno frasi del tipo “ti ricordi che schianto che era da giovane?” considerandola una delle tante piacenti signore che ci sono in ogni posto.
Per tornare a qualcosa che somigli ai fasti della gioventù, ci sarà solo la strada di operazioni drastiche, chirurgia e similari -e non sarà comunque la stessa cosa. Se, viceversa, la nostra amica sarà andata in palestra, avrà curato la propria alimentazione, comprato creme eccetera, il risultato sarà molto differente e la bella signora quarantenne sarà ancora vivo oggetto del desiderio (e dell’invidia) delle persone che la circondano. Avrà mantenuta inalterata la forza della propria bellezza, adeguandola al tempo che è passato, e arricchendosi in fascino.
Credo che il senso ultimo del mio ragionamento sia ben chiaro al lettore: penso che Montalcino oggi debba avere il coraggio di riconoscersi nella condizione dei trent’anni e decidere cosa fare. Se voi produttori pensate che va tutto bene cosi, che tutto sommato la crisi è un fenomeno passeggero, che quei fattori positivi prima richiamati sono i primi segnali di un certo ritorno alle condizioni pre-crisi, che il Brunello è talmente desiderabile, apprezzato e forte che si vende da sé, che cedere un poco (poco?) sul prezzo è soltanto un piccolo scotto da pagare ai tempi che sono cambiati, e via dicendo … se voi produttori pensate questo, opzione del tutto legittima per carità, a mio avviso mettete Montalcino nelle condizioni della trentenne che si appresta, a quarant’anni. a diventare una delle numerosissime (ex)belle ragazze che popolano il mondo, Non una qualsiasi, magari, ma una delle tantissime. Questa la luce nella quale, personalmente, leggo tutto ciò che concerne Montalcino: il Brunello, il Rosso, il dibattito sul Disciplinare e via dicendo. A me sembra -posso, e spero di, sbagliare- che il confronto in seno alla vostra comunità somigli talvolta a quello fra guelfi e ghibellini: tradizionalisti e innovatori, piccoli produttori e grandi imprese e via discorrendo.
II tutto mi appare talvolta condito da alcuni protagonismi, esterni alla vostra comunità, che certamente agiscono con le migliori intenzioni, ma che purtroppo non fanno altro che diminuire la visibilità dell’orizzonte. lo penso, e anzi, sono convinto fortemente, che invece per Montalcino sia tempo di cambiare stile di vita, lo penso -non ho timore a sembrare retorico- che voi avete la responsabilità di lasciare a chi verrà dopo di voi un valore maggiore di quello che avete ricevuto, non minore.
Io penso che Montalcino possa e debba rimanere un unicum nel mondo del vino, quella bellissima quarantenne che aggiorna il proprio fascino al tempo che passa e che proprio per questo ha valore e successo. lo penso che voi, produttori di Montalcino, dobbiate cambiare rotta, e mostrare al mondo del vino che avete il coraggio, la forza e la chiarezza d’idee per farlo, perché ci avete pensato su, perche vi siete confrontati per mesi anche a muso duro, perché ci avete sofferto sopra, ma reputate giusto farlo e quindi lo fate. Mi scuso per la lunghezza di questa mia lettera, ma ritenevo opportuno informarvi tutti, sia quelli che incontrerò personalmente. che gli altri, della mia idea di fondo sulla situazione. Un’idea, questa, sulla quale stiamo costruendo un progetto d’azione. Coi migliori saluti Alberto Mattiacci”.

25 pensieri su “A Montalcino invocano la chirurgia estetica per cambiare i disciplinari

  1. Il fatto di non aver eccepito nulla non vuol dire che io non abbia una posizione. Ho presto atto anche dell’altra campana che, comunque, penso che abbia lanciato un allarme.
    Il destino è nella mani dei produttori, sicuramente loro conoscono come stanno realmente le cose.

    Se c’è un problema, e questo viene motivato con dati ineccepibili, bisogna affrontarlo in qualche modo e sono sicuro troveranno la soluzione

  2. penso di averla espressa più volte sul blog e poi non penso sia così importante.
    Onestamente, poi, non capisco questa frecciata inutile su come gestisco le mie interviste.
    Chieda anche lei udienza al prof. Mattiacci e faccia la sua.

    • a me personalmente non interessa offrire al professore uno spazio dove possa esprimere cose assolutamente incredibili come quelle che ha espresso, in totale libertà e senza alcun contraddittorio, nell’ampia intervista che le ha concesso.
      Mi basta aver pubblicato la lettera inviata ai produttori per capire e soprattutto far capire dove il professore ed i suoi amici vogliano andare a parare…
      Come ho già espresso intervenendo su Intravino, svariate domande e risposte dell’intervista sopra citata sembrano in perfetta sintonia, con in un ben calcolato “gioco delle parti” che consenta all’interlocutore di esporre al meglio le proprie tesi…
      Così alla domandina “Al consumatore non importa come è fatto il vino?” il professore può rispondere “Secondo lei la gente sa come è fatto il Chianti? O il Bordeaux? Ma lei pensa che la gente, non l’appassionato, ma il “bevitore della domenica” sa che nel Brunello c’è Sangiovese al 100%?”
      E poi rispondendo alla domanda “Cosa accadrà se non si prenderanno in considerazione queste proposte?” il professore può tranquillamente replicare proponendo uno scenario da tregenda, da lacrime e sangue, già più volte agitato, ad effetto, in questi anni: “non sono ottimista a fronte di uno scenario che non vede Montalcino prendere con decisione in mano il proprio destino. A pagarne le conseguenze, del non fare nulla oggi, saranno prima o poi l’occupazione, le aziende e il territorio. Tanti imprenditori “vivacchieranno”, tanti andranno a gambe all’aria, tantissimi conferiranno le uve magari proprio a quelle aziende che oggi osteggiano, i terreni perderanno valore (guardi che è già avvenuto rispetto a cinque-dieci anni fa) e con loro il valore patrimoniale delle aziende. Resteranno in piedi solo quelle aziende che attualmente hanno un brand mondiale, ma probabilmente a prezzo di una progressiva de-montalcinizzazione”.
      Si vogliono convincere i produttori con il ragionamento o si li vuole terrorizzare per convincerli, obtorto collo, a chinare la testa e accettare quanto propongono il Consorzio ed i suoi consulenti?

  3. Di fronte a questa lettera mi viene in mente una scena di Amici Miei: Giovannone, l’aiuto cuoco che mette incinta la figlia del Mascetti. il quale vuole dargli una lezione ma vedendolo grande e grosso e cupo perde tutta la sua baldanza e si ingroviglia in un discorso senza capo né coda con supercazzola e altro, alla fine del quale Giovannone, con un coltellaccio in mano, ruggisce in vernacolo:” ‘un ho capito un c..o!”
    Ecco, credo che i viticoltori di Montalcino dovrebbero dare la stessa risposta a questa lettera.

  4. Ziliani secondo lei ci saranno ancora produttori che una volta ricevuta e letta questa noiosa pappardella avranno voglia di partecipare alle audizioni con il professore fissate dal Consorzio?
    Non c’é il rischio che siano ben pochi a presentarsi?

    • certo che sarebbe divertente Paola, e penso che sarebbe una civile risposta, se alle audizioni dove il consulente parlerà dell’esigenza di un “ritocco” per Rosso e magari Brunello, non si presentassero che i soliti noti o gli amici degli amici…
      @ Oreste: ovvio che sia stato pagato il consulente: vogliamo scommettere su quale sia stata la cifra erogata per la consulenza?

  5. é curioso rilevare come ultimamente siano sempre più numerosi i cattedratici e gli uomini di scienza che oggettivamente finiscono con l’offrire un sostegno alle tesi e alle proposte (anche indecenti) degli industriali del vino…

  6. Ci sarebbe da rimanere senza parole di fronte ad affermazioni del genere. Per fortuna dico “ci sarebbe”, perché in realtà da dire c’è, eccome…!
    Parla di chi ha fatto uscire allo scoperto Brunellopoli con frasi come “Chi ha fatto questo porta su sé, a mio avviso, un marchio negativo, […] arrivando all’autolesionismo puro.”.
    Ma…stiamo scherzando?!?
    Segue poi la lettera da… “gran parac@@o”, con parole appositamente pesate, calibrate al centesimo, da far apparire, appunto, come d’incanto lo spettro di immani sciagure e sventure contro chi sarebbe colpevole di lasciare sfiorire quella povera fanciulla della favoletta…
    E pensare che a quei modernisti degli americani…porca miseria, non si riesce a far cambiare il disciplinare della loro bevanda più famosa, e che ha passato da tempo i quaranta…!!!

  7. Brunello di Montalcino con le labbra “a canotto”? Be’, che c’è di strano?; all’epoca del bungabunga e delle performances di Strauss Kahn, mi pare normale: ci si adegua. Anzi, si adeguano i docenti universitari.

    Questo accade con il mktg “in aula” e non sulla pelle di chi poi deve portare a casa il fatturato. Altrimenti salta, magari con un pedatone (metaforico) nel fondo schiena.

    Non mi sono poi così stupita; leggendo la lettera ho subito pensato a un barbogio con occhio lascivo: un settantenne (o anche meno), sempre pronto a smanazzare, che non se LA toglie mai dalla testa. Qualcuno, insomma che non avendoci più sotto tiro la cosa dei suoi sogni, la mette dappertutto – anche nella letterina alle menti dei muchos machos che ovviamente allignano anche nella splendida terra del Brunello.

    Altro che ‘tranello’! Semplicemente un’idea scappata di penna a uno non più negli anni d’oro della sua virilità, che vorrebbe ancora – lor signori mi intendono, vero?! – ma non può più. Uno di quelli con l’occhio sempre umido un po’ da sensale, capaci di valutare una femmina “bastachesia”

    Tutto ciò finché non ho visto la foto dell’autore in questione e sono rimasta a bocca aperta! Caspita – ho detto, e l’ho detto ad alta voce – questo qui è proprio ‘carino’! E tanto per non essere fraintesa, ho espresso l’apprezzamento proprio nel senso in cui lo facciamo a Milano: bello è dir poco: bei denti, un sorriso accattivante, un bel viso aperto e un’allure (in foto) che è la spia di una statura medio alta. Bello, e con l’aria intelligente quanto basta per pensare che quella lettera non può essere un suo pensiero.

    A proposito della bellezza del professore – davvero notevole, se non ho preso un abbaglio – vorrei aprire un forum con le signore, sul tema: che cosa ci aspettiamo che faccia un uomo per “tornare ai fasti della gioventù”:

    – pillolina,
    – lifting,
    – light make-up,
    – ginnastica,
    – meditazione trascendentale

  8. Vorrei che si ricordasse che sono solo i produttori di Brunello nella loro assemblea che possono cambiare queste regole, e da sempre votano con la stessa enorme maggioranza contro ogni tentativo di cambiamento. Contano i nostri voti o le dichiarazioni di gente che non ha diritto di voto nella nostra assemblea? Il giorno in cui riporterete una richiesta di cambio del Disciplinare fatta da un produttore avrà senso parlarne, così è aria fritta. Stefano Cinelli Colombini
    PS incidentalmente il prof. Mattiacci è l’autore di una ricerca sul Brunello fatta anni fa in cui si parlava solo di politiche commerciali e di marketing, senza mai parlare di vitigni ma solo di come vendere meglio i vini che abbiamo. A quanto ne so anche ora parlerà di marketing e non di enologia.

  9. Ottimo l’argomento citato da Paolo Boldrini. Nel 1985 La Coca Cola Company ebbe la bella pensata di riformulare la nota bevanda proponendo un prodotto “nuovo” ed “innovativo” introducendo per questo un leggero aroma di salsapariglia: La New Coke. Fu un disastro assoluto. Ci furono sommosse e cause legali, l’azienda si salvò dalla bancarotta solo reintroducendo in fretta e furia la Coca Cola Classic. La storia non ci narra chi fu il genio del marketing che propose questa bella pensata. Qualcuno però dice però di averlo intravisto molti anni dopo a Montalcino.

    P.S. (Niente paura il Prof. Mattiacci allora era in seconda elementare!)

  10. Buonasera al signor Ziliani e a tutti i blogger che ne vivacizzano il sito.
    Chiedo venia per questa intrusione -cui non ne seguiranno altre, per nessun motivo.
    Sto seguendo con interesse il dibattito che la mia comunicazione ai produttori sembra aver scatenato fra voi, giornalisti, appassionati e amanti dei vini montalcinesi. Non intendo con questa mia intrusione entrare in questo dibattito, dato che il mio ruolo è quello di interloquire coi produttori montalcinesi, fornendo loro un contributo di analisi economica e di mercato e non quello di farne da rappresentante con il mondo esterno.
    Desidero tuttavia-e voglio, anche per il rispetto che devo a me stesso- sottolineare poche questioni che, a quanto leggo, mi sembra sfuggano all’attenzione dei protagonisti di questo blog.

    Primo. Il mio mandato deriva dal Consiglio del Consorzio, che mi risulta rappresenti in maniera elettiva la comunità tutta dei produttori di Montalcino, e non una o qualche azienda in particolare. Se vi è un “mandante” delle cose che dico e scrivo, questi è il Consiglio; se vi è un responsabile intellettuale delle cose che dico e scrivo questi sono io -e non rientra nella mia etica umana e professionale il fare da portavoce ad altri, nè il prestare il mio nome e la mia faccia (a proposito: grazie, Signora Biasutti, per i suoi simpatici e garbati apprezzamenti) ad altri.

    Secondo. L’incarico affidatomi è di condurre un’analisi ad ampio e largo spettro, dello status dell'”azienda-montalcino” (che so bene essere una finzione ideale) e delle sue produzioni (non entro in questioni enologiche che non mi competono, per esser chiari). Il tema dei miei prossimi incontri con la comunità dei produttori –interesserà a voi giornalisti e appassionati saperlo- è la condivisione con loro dei risultati di questo lavoro, affinchè tutti -e dico, tutti- possano prendere nota di un punto di vista, che non è certo la Bibbia, ma nemmeno un condensato di frasi prese dalle cartine dei Baci Perugina. Condivideremo assieme un’analisi e discuteremo su possibili strategie collettive (dico, collettive) che la comunità dei produttori di Montalcino potrà, se lo desidera, seguire, o meno.

    Terzo. Sono, come voi, emotivamente coinvolto in questo lavoro, per un semplicissimo e fuori-moda motivo. Da uomo del Novecento, credo nel valore sociale del mio lavoro. Sono un ricercatore di cose economiche (“professore” è un mestiere, come “giornalista”, non un aggettivo qualificativo) che spera e prova, nei propri enormi limiti, di poter dare un contributo al benessere del proprio paese. Credo (posso sbagliare ovviamente) che la comunità dei produttori di Montalcino possa oggi beneficiare di qualche analisi esterna e contributo d’idee, da parte di un esperto di mercati competitivi. In ballo ci sono non solo dei prodotti, per quanto pregiati, ma il lavoro di famiglie intere, il valore di aziende agricole tramandate di generazione in generazione, i sacrifici di molte persone e così via.

    Quarto (e ultimo). Mi è stato insegnato come valore il rispetto delle persone, pur quando si dissenta –anche profondamente e violentemente- dal loro operato e dalle loro idee. Certe affermazioni e insinuazioni che leggo, purtroppo, dequalificano chi le scrive e non aggiungono nulla a un dibattito che credo possa essere, con argomenti diversi dalla mancanza di rispetto, molto utile e proficuo.

    Concludo, scusandomi per aver occupato così tanto spazio e ringraziando per la pazienza chi avrà voluto leggere tutto questo “sermone”.
    Non interverrò più su questo (nè su altri ) blog e sono disponibile, gentile Ziliani, a tutti i civili confronti d’idee, faccia a faccia, che vorrà avere, magari davanti a un buon bicchiere di Rosso di Montalcino. Offro io, ovviamente.

    • grazie per il suo intervento professor Mattiacci, che precisa chi sia “il mandante” delle cose che dice e scrive. E che ha precisato anche qui. Cortesemente, vorrebbe essere più preciso quando afferma testualmente “Certe affermazioni e insinuazioni che leggo, purtroppo, dequalificano chi le scrive”? Grazie

  11. Càspita…solo ora, leggendo la parola scritta da stella_p@, mi viene in mente una leggera distinzione…tra “marketing” e…”marchetting” 😉 , ma quest’ultima parola ancora non c’è su Wikipedia…almeno credo.

  12. Signor Cinelli Colombini, chiedo venia, sono un bischero di Vertine, ma il signor Rivella (“il Sangiovese non è un gran vitigno”) lo hanno votato gli eno-appassionati o l’eno-capriola all’incontrario l’hanno votata i produttori?

  13. “Purtroppo è fatta!!!” Si perchè sappiamo tutti che quando tuona, dopo piove e siccome è ben la seconda volta che il Consorzio del Brunello tenta di cambiare il disciplinare del Rosso e presto del Brunello,tutto questo presto accadrà a causa del mercato straniero. Purtroppo non si considera più la tipicità dei vini e del terroir ma si guarda solo i guadagni dalle vendite (alta percentuale al mercato estero).
    Sono pochi purtroppo i produttori che stanno lottando perché tutto questo non accada, non sono certo quelli che hanno usato cisterne di vino proveniente da altre parti.
    E bene facciamo pure di altri due vini italiani importanti due vini per gli stranieri con il gusto internazionale e magari facciamo un bel Brunello dove non ci sia neanche Sangiovese ma Merlot, Cabernet ed altro in modo di fare un vino come i Californiani, che dopo bevuto uno ti sembrano tutti uguali, inoltre con un bel gusto di legno!!!!
    Bravi continuate così, almeno sarà ,la fine di un altro OTTIMO vino italiano e purtroppo la strada per rovinare la realtà vinicola italiana è da molto già iniziata.
    Buon lavoro a tutti i produttori che lotteranno fino all’ultimo perché questo scempio non accada!!!!!
    Sauro e Giann i Sommeliers
    http://www.sommeliersauroegianni.com

  14. Questa mattina inizio dicendo che sono pienamente d’accordo con il prof. Mattiacci quando rivendica “il rispetto delle persone, pur quando si dissenta –anche profondamente e violentemente- dal loro operato e dalle loro idee”. La penso esattamente alla stessa maniera. Capisco anche il discorso relativo al “mandante”.
    Però, quando egli stesso continua scrivendo che “certe affermazioni e insinuazioni che leggo, purtroppo, dequalificano chi le scrive”, ritengo che una frase del genere possa anche essere un boomerang.
    Franco Ziliani ha infatti subito rilevato “Aspetta e spera trovare qualche parola di condanna nei confronti di quei ‘furbetti'”, a seguito delle dichiarazioni fatte direttamente, e non per conto di “mandanti”, dal professore. Sta a vedere che la colpa di Brunellopoli e delle sue conseguenze è di quei giornalisti (sicuramente di sinistra, preciserebbe qualcuno… 😉 ) che non si sono fatti gli affari loro e hanno messo in crisi “migliaia di famiglie che vi lavorano”.
    Prof. Mattiacci, ripeto anch’io che è fondamentale il massimo rispetto per le opinioni diverse di chiunque… ma ricordi anche che non tutti hanno “la sveglia al collo” come qualcuno forse desidererebbe.
    Cordiali saluti

    • anche per il professor Mattiacci Brunellopoli ce la siamo inventati noi giornalisti (o almeno una piccola avanguardia di questa categoria)? Musica già sentita, cambiare repertorio, please!

  15. Anche qui(l’ho già fatto su Intravino, dove ho letto lo stesso messaggio del prof), voglio sottolineare che lo stile dell’intervento del professore in questo blog è così diverso (e ‘contemporaneo’) rispetto a quello usato nella lettera ai produttori (riportata qui sopra) da lasciarmi stupita.

  16. E risiamo sempre li, l’attacco all’anello “debole” di montalcino…prima o poi passerà, perchè tutti gli ha di sangiovese (in zone poco vocate) e soprattutto di cabernet e merlot (piantati sempre seguendo i soliti guru)vanno smaltiti e il sant’antimo (quello dove si può fare ciò che si vuole, no?) non se lo fila nessuno. Personalemte non apprezzo ma alla fine obtorto collo la proposta passerà, se non ora tra un po’. Per il resto il prof fa il suo mestiere e tra l’altro lo capisco, primun vendere deinde philosophari.
    Dal prof, ma solo per curiosità, vorrei solo sapere quali sono i produttori “illuminati e lungimiranti” che avevavo già capito la “necessità delle aziende di adeguarsi proattivamente al cambiamento del mercato che iniziava a prospettarsi secondo me con decisione”. Non voglio fare l’andreottaino fuori tempo massimo mi sembra di poter indovinare i loro nomi…

  17. Se ci sono produttori – e relativi ettari votanti – che vogliono cambiare, alla fine forse questo cambiamento avverrà.

    Le conseguenze non saranno da poco e a quel punto, sarà bene che sia chiaro, scritto e sotto gli occhi di tutti, il distinguo tra chi è per la conservazione delle regole attuali – più restrittive e più elitarie; sono le regole, però, che consentono un posizionamento dei vini più alto e prestigioso, e più duraturo anche se più faticoso (ma più remunerativo!)- e chi invece è per il cambiamento – parola suggestiva, abbastanza attuale (elettoralmente parlando) ma che equivale, nel caso Montalcino, ad un appiattimento senza ritorno, eliminando per sempre la rinomanza costruita negli ultimi decenni.

    Negli ultimi decenni, infatti, mentre i fenomeni connessi alla globalizzazione (inevitabili, positivi per alcuni aspetti, ma tali da mettere a rischio appiattimento tutto ciò che può essere omologato) hanno contribuito (e contribuiranno sempre più) a mettere in luce ciò che è ‘esclusivo’ e ‘inimitabile’, essi altrettanto (ma in negativo!) agiranno su tutto ciò che è possibile assimilare, nel senso di ‘rendere simile’, imitare con succedanei.

    Quali conseguenze si possono prefigurare, nel caso che si arrivasse a quella (a mio parere infausta) decisione?
    Una, tra tante possibili, mi pare inevitabile. Verranno ‘macinati’ i soggetti più deboli, come accade sempre quando si smonta un sistema (in questo caso costruito sull’esclusività); quelli che non sono (più, o ancora) affermati, quelli che ‘non sono né carne né pesce’, quelli che sono andati ‘a rimorchio’ di marchio e prestigio che saranno ineluttabilmente diluiti; tengo a sottolineare “ineluttabilmente”, perché non c’è ritorno da queste scelte.

    Qualcuno potrebbe obiettare che proprio perché il mercato è mobile non si può restare fermi, e questo è vero.

    Però Montalcino e i suoi vini, dopo gli interventi di Procure e Tribunali (di cui i giornalisti hanno dato conto e certo non inventato, né causato!) hanno ottime ragioni per ritornare a parlare al mondo intero: perché usciti da quei problemi, che cosa resta? Rimangono vini esclusivi e una terra stupenda, degna di diventare uno dei siti imperdibili per gli appassionati di viaggi e cultura. Scusate se è poco.

    E le motivazioni di un rilancio partono proprio da quello che Stefano Cinelli cita nel suo intervento, qui sopra: la fedeltà dei produttori – ribadita più volte – al loro disciplinare.
    Così si diventa un grande classico: non di botto, bensì con la forza della costanza, della tenacia e del lavoro – un occhio alla propria terra, un occhio all’universo mondo -come sa fare la meglio gente di Montalcino.

    Il marketing si deve basare sui punti di forza e ha un ottimo punto di partenza, altrimenti – scusate – è una pecetta, un ‘tacon’ per un ‘buso’ a cui bisogna guardare con strumenti ad hoc.

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