“Champagne” made in China? Moet Hennessy pianta il suo primo vigneto cinese

Acciperbacco ragazzi cosa non si fa nel nome del business, e del wine business, oggi! Quello che un tempo non sarebbe stato possibile e sarebbe apparso utopico oggi diventa invece normale.
E proprio nell’ottica di questa utopia diventata realtà va letta la notizia, diffusa dalla Reuters, che nell’ambito di quella conquista (enoica ovviamente) della Cina che vede le aziende francesi protagoniste (due anni fa era toccato a Château Lafite-Rothschild lanciare un wine project cinese) un altro grande nome del vino francese ha scelto di impegnarsi in terra cinese.
Moet Hennessy, il grande marchio del gruppo LVMH, ha comunicato la decisione di piantare il suo primo vigneto (66 ettari) in Cina per produrre quello che nel linguaggio ufficiale del comunicato viene definito “a premium sparkling wine”.

L’operazione riguarda una joint venture con la società a capitale pubblico Ningxia Nongken nella regione autonoma di Ningxia Hui nel nord ovest della Cina e prevede la costruzione di una cantina di produzione adiacente ai vigneti. L’area di produzione è stata scelta perché presenta condizioni climatiche similari a quelle della Champagne.
I vini prodotti verranno prodotti in Cina con il marchio Moet Chardon, così come la grande Maison francese aveva già fatto in passato in California e Argentina. Questa operazione si è resa necessaria per la crescente richiesta di beni di lusso, vini di alta fascia compresi, in terra cinese.
Il comunicato della Reuters curiosamente riporta che “the first Chinese bubbly will come on stream in three years”, ovvero che i primi vini cinesi con le bollicine prodotti saranno pronti nel giro di tre anni, il che avendo cominciato a piantare ora i vigneti e dovendo prevedere, secondo tecnica champenoise (non si metteranno mica a produrre… Prosecco?), una minima permanenza sui lieviti di un anno e mezzo, mi sembra una valutazione decisamente ottimistica e fatta con largo difetto.
Divertente anche la precisazione finale, ad uso e consumo non si sa bene dei cinesi o di un pubblico internazionale di non specialisti del vino: “But attention! It will not be sold as champagne. That name belongs exclusively to the original French variety of sparkling wine”. Attenzione, il vino non sarà venduto come Champagne, nome riservato unicamente allo “sparkling wine” francese.
E con questa magra consolazione accettiamo questa ennesima conferma che la globalizzazione del vino, che le leggi della finanza stanno vincendo sulla logica del terroir e della poesia del vino…
Speriamo solo che a qualche furbetto del vigneto e della cantina non balzi in mente l’idea di produrre anche del simil Barolo o simil Brunello in Cina…

13 pensieri su ““Champagne” made in China? Moet Hennessy pianta il suo primo vigneto cinese

  1. Il che induce a riflessioni amarissime. Mentre in Italia e in ambito Ue ci si accapiglia per difendere o cancellare le denominazioni geografiche, magari litigando sull’ampliamento della zona del moscato d’asti e insorgendo quando sul sito governativo del Turismo (www.italia.it) c’è scritto che il Barolo si fa a Torino e che il Bel Paese è un formaggio tipico della Lombardia, ebbene ecco che i furbetti del grappolino (chissà come mai francesi in prima fila….?!) si buttano a impiantare vigneti all’ombra delle Tigri cinesi. È un malcostume idiota e siucida che denota un’atmosfera da Fine Impero, non solo in Italia, ma in tutto il Vecchio Continente. La vicenda del direttore dell’Fmi ne è un segnale davvero poco edificante. Sul fatto poi, per rientrare nel, come si dice, “topic” del discorso, che i franco-cinesi non venderanno lo spumante con gl occhi a mandorla come Champagne? Beh, francamente non ci credo… perché, come diceva Belfagor (alias Andreotti) a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Eppoi ci sta già il Gallo statunitense che vende bottiglie di spmante con sopra scritto Champagne e nessuno (Civc in testa) dice niente… mah

  2. Caro Franco,
    ti chiedi “che cosa non si fa nel nome del business”. Il mio sarà un momento di sconforto, ma mi convinco sempre di più che, non solo in questo settore, ormai qualunque cosa venga fatta non appena è (tecnicamente, politicamente, amministrativamente, legalmente, finanziariamente…) possibile farla. A prescindere da qualsiasi altra considerazione. E temo che l’unica opportunità che ci resta sia o adeguarci all’andazzo o tenacemente resistere, nella consapevolezza però di essere sempre più dei dropouts del sistema…
    Ciao, Stefano.

  3. Purtroppo temo proprio che il simil Barolo o il simil Brunello diverranno presto realtà… Il “Balolo” made in China, oddio nooooo !

  4. Sono convinto che il “terroir” e le caratteristiche ampelografiche uniche, esistenti in Europa, sono e rimarranno tali, per fortuna.
    Certo, non è fantascienza pensare che prima o poi qualcuno vorrà cimentarsi con il Barolo anche sul territorio cinese, ma prima o poi anche su quello indiano e chissà dove altro…
    Certo, con un mercato di “appena” un miliardo e mezzo di potenziali clienti non è immaginabile rifornirlo dalla nostra vecchia cara Europa. D’altra parte, così come è stato “in piccolo” per la Santa Margherita e le sue 3000 magnum di Pinot gigio, chi ha le capacità economiche per scommettere sul futuro e tentare nuove strade, specie in periodi di crisi come questo, può essere avvantaggiato. Anche se, alla fine, credo che saranno molte le aziende che potranno e vorranno cercare fortuna in quei territori “vergini”.
    Ma, scusate, non è poi quello che la storia ci ha già raccontato più di una volta? Quante varietà di piante abbiamo importato da altri mondi? Pensiamo al pomodoro, alla patata o agli agrumi…
    Se la vite farà il viaggio inverso in Cina, così come è già stato per le Americhe, dov’è il problema?
    Noi sicuramente non ci saremo, ma il giorno che l’uomo andrà a colonizzare altri pianeti sono sicuro che proverà ad impiantare vigne anche là, come fecero i Romani in mezza Europa… 🙂

  5. Intanto c’e’ da dire che Champagne e’ una delle pochissime denominazioni geografiche o marchi nel mondo degli alcolici che sono protetti (a me risultano due, Champagne e Whisky), grazie propria anche alla vitalita’ e all’efficenza francese in Cina. Quindi possono certamente andare tranquilli, facendo anzi leva sul prestigio che gia’ hanno.
    Come dire, negare il fenomeno Asia, volendo mettere la testa nella sabbia e’ una cosa che si puo’ anche fare, ma non cambiera’ minimamente il corso degli avvenimenti; l’Asia e’ il nuovo centro economico mondiale, con 4 milardi di persone, 5 miliardi nel 2050. La Cina e l’India da soli hanno 2,5 miliardi di abitanti, i cinesi hanno 450.000 ettari di vigneti in produzione e sono ormai il 4 o 5 produttore di vino al mondo. I cinesi consumano 1 litro di vini procapite all’anno, gli indiani appena 9 ml! Ci sono in India 600 milioni di persone sotto l’eta legale per bere alcol, nei prossimi 2/3 anni 100 milioni di indiani cominceranno a bere e apprezzare l’acol. In India si beve molti superalcolici, e’ il mercato piu’ importante al mondo per il whisky, per cui c’e’ l’interesse da parte dello Stato ad orientare i consumi verso il piu’ “mite” vino.
    Sono mercati enormi, dalle potenzialita’ evidentemente ancora tutte da esprimere, e bene fanno coloro i quali si organizzano per investire, conoscere, affrontare queste zone che tutti ormai definiscono come l’origine di quello che sara l’Asian century. Che ci piaccia o no.

  6. Nel 2005 la Toscana andava in Cina a insegnare ai cinesi l'”arte del vino”. Non ho mai capito con quali obiettivi, ma non insegnavano a “degustare” sapori nuovi (per il pubblico cinese), andavano proprio a “insegnare come si fa il vino”.

    Ci sono i dropouts del sistema e i dropouts del buon senso.

  7. Io invece penso che i francesi abbiano ragionato così: la Cina si appresta ad essere nel futuro il più grande consumatore di vino. Pochi si possono permetter ancora una delle nostre bottiglie, ma se in tanti lo potessero fare non ce ne sarebbe più e non potremmo farne di più perchè tutte le zone disciplinate sono sature. Allora cominciamo a farlo da loro, di qualità medio-bassa, ma accessibile a tanti. Nel frattempo che si “allenano” il palato noi manteniamo “puro” il nome, alto il prezzo e non scontentiamo i nostri clienti fedeli con le consegne. Quando poi sarà il momento buono per invadere la Cina con le nostre bottiglie ne riparleremo, perchè dovremo comunque ricollocare il prodotto nel resto del mondo.

  8. Che Gaja e Antinori si diano una mossa! Io credo che si possa esportare con coerenza un sistema produttivo enologico di decente qualita’.

  9. Sono tanti che si sono dati una mossa in Cina, il mare e’ grande e dispersivo ed e’ difficile notarli. Gli auguriamo che non perdano quattrini.
    E’ il sistema Italia che all’estero, specialmente nei nuovi mercati, non si esprime come dovrebbe e come merita a buon diritto, forte dell’eccellente qualita’ ed unicita’ del prodotto. Per esempio in Russia mi e’ capitato di imbattermi in produttori italiani completamente in balia dei loro importatori/distributori che agiscono con pesante condizionamento sulle scelte, prezzi e pagamenti. Sembra che in Italia si abbia una certa timidezza che ti impedisca di avanzare con risultati dove osano i francesi. a questa caratteristica italiana si puo’ riscontrare in diversi campi di azione, compresa la gestione degli affari dello Stato e la politica estera che non ha mai avuto coerenza fin dai tempi dell’unita’ d’Italia.
    Tornando al vino si dice che la Cina nei prossimi anni sara’ il primo produttore mondiale, molto probabilmente lo sara’ ma e’ anche certo che non potra’ avere la qualita’ perche’ sono tanti e seri i fattori che lo impediranno. Non credo che ci sia motivo per inorridire, non hanno chance di invaderci col loro vino perche’ con questo ritmo di sviluppo l’inquinamento divorera’ anzi tempo quel margine di decenza di prodotto eventualmente conquistato.

  10. Per riaffermare il valore aggiunto di uno champagne, voglio condividere la degustazione ed la relativa combinazione con cibo del classico Moet & Chandon.
    I parametri degustativi, come sempre, sono quelli dell’A.I.S.

    CHAMPAGNE MOËT & CHANDON IMPÉRIAL – FONDÉ EN 1743 – ÉPERNAY – FRANCE – ÉLABORÉ PAR CAMPAGNE MOËT & CHANDON – ÉPERNAY – FRANCE – NM-250-001 12%

    Since 1743 Moët & Chandon has been the world’s most loved champagne. The quality of its wines expresses the richness of its exceptional vineyard estate, the largest in Champagne. Moët Impérial Brut is a harmonious blend of the most diverse selection of crus in Champagne, with a perfect balance of Pinot Noir, Chardonnay and Pinot Meunier. This wine offers a bright fruitiness – apple, pear, citrus – and an elegant maturity revealing aromas of brioche and nuts. The palate is seductive, combining smoothness with finesse, and has a delicate fresh finish.

    VISUAL ANALYSIS: brilliant, straw yellow and as regards the effervescence the bubbles are fine, numerous and persistent

    OLFACTORY ANALYSIS: baker’s yeast, orange, lemon, butter, biscuits, curry, honey, vanilla and bunch of yellow roses.

    GUSTATIVE ANALYSIS: the softness is expanding over the citrus fruit flavours and the mineral notes is mixing up with the kindness of the carbon dioxide; the salivation is persisting all over the whole sensations giving a nice and bitterish touch at the end. The final is honey flavoured and the aromatic persistence is about 4/5 seconds.

    WINE-FOOD COMBINATION: swordfish with ham in sage sauce

    * The salivation and the bubbles cut through the fatness of the fish
    * The sweet tendency of the ham is counterbalancing the mineral notes of the wine
    * The sweet tendency of the fish is counterweighing the bitterish tendency of the sparkling wine
    * The gustative persistence of the recipe is matching the intense aromatic persistence of the champagne
    * The structure of the recipe is agreeing with the structure of the champagne

    MY PERSONAL OPINION: the time to appreciate this champagne is never sufficient – due to the fact of its marvellous characteristics, but the moment, to contemplate the splendor of the wine-food combination, is coming to amaze the taste buds. As a matter of fact, this Möet & Chandon is not something to make a good impression now, but rather to remember as time goes by.

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