Ieri finanziamenti per produrre, oggi incentivi per buttare a terra l’uva. La strana logica dei contributi comunitari…

Succedono cose strane o quanto meno difficili da capire almeno per me nel mondo del vino di oggi.
Ricordate come sino a pochi anni fa, quando sembrava che lo sviluppo fosse inarrestabile e senza fine, e che il vino italiano non avesse limiti, dovesse conquistare tutti i mercati e non bastare mai, la parola d’ordine fosse, parafrasando Mussolini, “costruire cantine, piantare vigneti, produrre di più”?
Sembrava un elemento secondario, di scarsa importanza, tenere conto che producendo di più bisognava poi superare maggiori difficoltà per vendere ed essere ancora più capaci per superare la concorrenza, la cosa fondamentale era produrre, far crescere, come sono cresciute tantissimo, le aree vitate delle denominazioni.
E non solo quelle relative a vini di prezzo medio basso, e di non particolari ambizioni, ma soprattutto quelle che riguardavano vini di alta qualità e fascia elevata di prezzo che sembrava lapalissiano dovessero continuare a costituire delle nicchie d’eccellenza, ad essere disponibili in un rapporto dove la richiesta superasse, anche se di poco, l’offerta, e non trasformarsi in popolari beni di consumo.

Per mantenere fede alla parola d’ordine della crescita a prescindere e nonostante tutto, perché rimanere piccoli e controllare le produzioni sembrava segno di stupidità e di chiusura al nuovo, si è speso tanto. Investendo capitali propri, magari provenienti da altre attività, oppure da un lato ricorrendo alle banche, accendendo mutui più o meno agevolati e dall’altro usufruendo di finanziamenti concessi da Enti pubblici. Province e regioni in particolare, ed in misura minore fondi del Ministero delle Politiche Agricole, ma soprattutto finanziamenti comunitari, fondi di derivazione CEE, che sono stati il motore e l’olio di larga parte di questo sviluppo.
Ora che la pericolosa ed erronea illusione che si potesse crescere a dismisura, che le Docg più importanti potessero raggiungere milioni di bottiglie senza avere contraccolpi e problemi, che si potessero piantare – anche con contributi europei – vigneti un po’ dovunque, anche in posti privi di qualsiasi vocazione, è crollata, a causa della crisi economica, ma soprattutto di una crisi del sistema vino, dove sono venuti al pettine i nodi dei troppi errori commessi e di una totale assenza di strategie, le cose sono profondamente cambiate.
E anche in Europa, soprattutto alla luce della nuova riforma Ocm vino, che prevede finalmente una eliminazione progressiva dei contributi per la distillazione, gli unici che hanno tenuto in vita la viticoltura di intere zone che non hanno mai veramente prodotto per il mercato, si è pensato che occorresse cambiare rotta.
Lo so bene che la riforma OCM ha “introdotto un regime di estirpazione volontaria su un periodo di tre anni, per una superficie totale di 175 000 ettari e con premi decrescenti” e che “uno Stato membro può mettere fine all’estirpazione quando la superficie estirpata rischia di superare l’8% della superficie viticola nazionale o il 10% della superficie totale di una determinata regione. La Commissione può mettere fine all’estirpazione quando la superficie estirpata raggiunge il 15% della superficie viticola totale di uno Stato membro”, eppure di fronte a certi contributi tuttora concessi rimango senza parole.
E trovo che sebbene questo cambio di prospettive sia più che giustificato, ci sia qualcosa di strano e di innaturale nell’erogare contributi per spiantare vigneti quando sino a pochi anni fa i contributi erano dati per piantarli.

Così quando ho letto recentemente che ad esempio la Regione Toscana con delibera di giunta n° 211 del 4 aprile 2011 – che potete leggere qui – recante il titolo di “Disposizioni attuative della misura vendemmiale inserite nel programma nazionale di sostegni di cui al regolamento CEE n°1234/2007, così modificato dal regolamento CEE n°491/2009 del consiglio per la campagna viticola 2011”, ha deliberato di permettere a tutti i viticoltori del Chianti e del Chianti Classico di poter ricevere un contributo fissato nella misura di ben 3200 euro ad ettaro, a condizione che l’uva venga buttata a terra prima della sua maturazione, e che il contributo viene fornito per una superficie minima di un ettaro, “al fine di non frammentare eccessivamente gli aiuti da corrispondere”, ho pensato che questo mondo del vino mi appare sempre più strano da capire. E che forse sto diventando vecchio, incapace di capire le ragioni del nuovo.
Lo so bene che si tratta di “vendemmia verde”, pratica che consiste “nell’operazione di eliminazione o distruzione dei grappoli d’uva prima che gli stessi giungano a maturazione, in modo tale da ridurre a zero la produzione di uva dell’intera unità vitata o delle intere unità vitate interessate dall’operazione in questione” e che come si legge nel decreto “In Regione Toscana la modalità di esecuzione delle operazioni di distruzione o eliminazione dei grappoli per usufruire dell’aiuto per la vendemmia verde è attivata al fine di ridurre le produzioni e, insieme ad altri strumenti, concorre alla stabilizzazione del mercato del vino”, ma a me questo modo di regolamentare e “stabilizzare” le produzioni per far fronte alla crisi di mercato, francamente non va proprio giù, non la riesco proprio a capire.
Mi sembra più adatta a regolamentare la produzione di acciaio, di bulloni, di automobili, che non di quella cosa meravigliosa, il vino, al quale mi ostino da vecchio Don Chisciotte enoico, a guardare romanticamente considerandolo un’espressione della terra, una modalità del sapere contadino, un portato della cultura materiale, e non un semplice prodotto che oggi, quando il mercato “tira” si fabbrica dedicandogli investimenti finanziari e domani, quando le cose si fanno più difficili, si può tranquillamente “dismettere”. Come un’azienda obsoleta, magari da trasferire, perché lì produrre costa meno, altrove…

18 pensieri su “Ieri finanziamenti per produrre, oggi incentivi per buttare a terra l’uva. La strana logica dei contributi comunitari…

  1. Veneto: campo nuovo da vitare. Se il proprietario non ha un pozzo di proprietà per innaffiare le barbatelle deve comprare i diritti di innaffio . Se i diritti sono esauriti, anche fuori regione, deve rinunciare al 10% del terreno vitato per un anno.
    Solo così potrà usare l’acqua del vicino, pagando, oppure quella dei pozzi comunali.
    Le sembra un paese normale?

  2. Caro vecchio Don Chisciotte enoico, questa è la riprova – ammesso che fosse necessaria – della poca capacità di visione strategica, anche dei signori dell’Europa (e di chi in Europa ce li manda), se non della loro stupidità, oppure addirittura della loro malafede.
    Da questo punto di vista siamo senza speranza!

  3. qu da noi prima hnno finanziato l’impianto d mele, poi l’estirpo, poi l’impianto di vite, poi quello di piccoli frutti, poi la potatura dei castagni, intendiamoci niente di male ma se le cose non sono fatta con criterio non servono a nulla.
    i contributi a pioggia, che accontentano molti ma non servono a nulla, sono un modo di gestire i soldi pubblici sbagliato.
    bisogna finanziare i progetti e controllare che questi venganio portati a termine.

  4. Non so se tutto questo finirà mai. Voglio dire se ci sarà un momento in cui finalmente ci sarà più consapevolezza riguardo all’impossibilità di accontentare tutti, più lungimiranza nel decidere quali sacrifici fare e dove investire i (nostri) soldi, più accettazione nella rinuncia a certi privilegi senza scendere in piazza.
    Un momento in cui i produttori autentici prevarranno sugli speculatori dell’ultima ora, in cui i burocrati incaricati di applicare o modificare regolamenti penseranno con la loro testa, in cui le risorse per informare e comunicare non saranno spartite fra agenzie, agenziette, commissioni, commissioncine.

    E’ un post amaro questo Franco, ancora più di quello sulla bevanda dolce e gassata.

    • in questo periodo faccio una grande fatica a scrivere post che non siano amari e negativi su questo strano mondo del vino, che non cambia mai, che non vuole cambiare e nel quale mi sento sempre più estraneo…

  5. questo sarebbe ancora poco: il massimo è che nel frattempo si continuano a finanziare le ristrutturazioni, cioè il rinnovo degli impianti obsoleti e poco produttivi, così (anche se in teoria non è quello lo scopo) si paga per aumentare la produzione mentre dall’altra parte si paga per distruggerla! Il tutto a spese dei cittadini. Comunque a mio modesto avviso meglio la vendemmia verde dei contributi alla distillazione e all’arricchimento.

  6. Il problema è che i Signori che scaldano le poltrone a Bruxelles non hanno la più pallida idea delle singole realtà locali. E purtroppo questo ragionamento non vale solo per la viticoltura, ma per tutto il settore agricolo. Vedi le arancie in Sicilia, le olive in Puglia, ecc…. ecc……

  7. Ho scritto e ripetuto tante volte che i contributi sono la droga dell’agricoltura. Ne condizionano le sorti, ne stravolgono, per l’appunto le logiche. Senza contributi = abbandono dei campi? Parliamone, secondo me non è cosi’ e ho argomenti.

  8. Ziliani una domanda: visto che lei lavora o comunque è nelle cose del mondo del vino da parecchi anni (25 circa se non sbaglio), è oggettivamente sempre stato così questo “mondo del vino”, aggiungerei italiano, oppure da quanti anni è che ha una visione negativa di questo? C’è stato un periodo in cui invece le cose erano tutte o quasi rose e fiori? E se c’è stato un cambiamento, secondo lei quali sono state le cause?

  9. Per favore non siamo polemici! Non ci va mai bene nulla…. riusciamo persino a protestare perchè per settimane il Monopolio non consegna le fascette da applicare alle bottiglie e gli ordini rimangono fermi in cantina! I clienti sono felici, ci inviano mazzi di rose di ringraziamento e le banche gioiscono regalando contanti nelle piazze. Non c’è che da esultare. Fortunatamente gli infiniti enti di controllo (sono tutti volontari senza scopo di lucro!) funzionano perfettamente e ci supportano passo passo in ogni nostra esigenza. Abolita tutta la burocrazia inutile, ora possiamo dedicare alla vigna ed alla cantina quasi il 30% del nostro tempo.

  10. ..rimaniamo nel problema chianti e chianti classico..ma allora quei soldi x valorizzare il prodotto dati da alcuni contributi del MIPAF sono serviti a poco?..2 anni fa,vendemmia 2009 nel chianti classico viene fatto il cosiddetto ”blocage”,cioè -20% di vino bloccato e non imbottigliabile stivato nelle cantine fino ad agosto 2011 ;l’anno scorso,vendemmia 2010, con una specie di ”blitz ” -20% di produzione tolta dalla produzione massima consentita dal disciplinare; quest’anno ,vendemmia 2011 ,una specie di set-aside di circa 900 ettari interessati complessivamente tra chianti e chianti classico .. inoltre prezzi all’ingrosso quasi dimezzati rispetto a pochi anni fa forse qualcosa ”scricchiola”?

  11. Pingback: Vino Wire » Editorial: EU green harvest subsidies are misguided

  12. Credo che nell’ aumento della superficie destinata a vigna che si è avuta negli anni passati abbia inciso non poco una speculazione che con il vino entrava solo marginalmente.
    Trasformare un pezzo di terra in un vigneto, oltre a fat lucrare i contributi europei fa (o meglio faceva..) salire il valore del terreno in maniera spropositata (mi dicono in zone pregiate terreno boschivo da 15000 euro/ettaro a 400000 euro ettaro) con conseguente aumento del fido attenibile dalle banche anche per altre attività.
    E’ una ingegneria finanziaria che con l’agricoltura entra veramente assai poco e fa molto danno.
    P.S: Sono un non addetto ai lavori perchè prima di pensionarmi ho insegnato elettronica negli ITIS ma avendo operato in sedi di provincia in territori prevalentemente agricoli ho avuto occasione di sentire spesso da persone impegnate nel settore questa considerazione .
    Scusate l’intromissione ma ho l’impressione che quanto sopra spieghi certi comportamenti anche normativi, quale che ne sia la fonte (comunitari, nazionali , regionali ecc) feancamente schizzofrenici come qualcuno ha evidenziato negli interventi precedenti
    Cordiali ssluti enzo bilanceri

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