Italiani, portate con fiducia il vino a tavola! L’utopia di uno spot tv forse impossibile

Succedono cose strane nel mondo del vino in questo periodo. Continuiamo a leggere, mentre il vino viene tranquillamente criminalizzato e disinvoltamente equiparato ai superalcolici in tante analisi superficiali, che i consumi sono in costante calo, che il consumo di vino in Italia segna il passo, che, come annotava I numeri di vino, “la penetrazione di consumo di vino sta diminuendo in Italia e nel 2010 é scesa al 53.3% della popolazione; che i consumatori “giornalieri” sono il 24% della popolazione e il 45% dei bevitori, con una tendenza costantemente calante (curiosamente più tra gli uomini che tra le donne): non solo ci sono meno bevitori ma il loro modello di consumo sta cambiando verso dei cali di volume”.
Eppure, nonostante questo scenario inquietante, come reagisce il mondo del vino italiano? Non reagisce, “consolandosi” per il fatto che se i consumi interni calano l’export cresce e addirittura affermando, con sconcertante cinismo mercantile, sebbene di sangue blu, che “quello della crisi dei consumi interni di vino è un falso problema, preoccupiamoci piuttosto di vendere bene nel resto del mondo”.
Di fronte a questo silenzio imbelle della filiera del vino italiana, che assomiglia sempre più a quei pugili ormai groggy del tutto incapaci di reagire e prossimi al k.o., può succedere che qualcuno pensi di alzare la testa e provi ad accreditarsi, al posto del vino, come il prodotto confidenziale che merita un posto d’onore su quelle tavole delle famiglie italiane dove il vino è progressivamente meno presente.
Mi sto precisamente riferendo alla sorprendente (per non usare altri aggettivi) campagna pubblicitaria della nota bibita gassata multinazionale, che invita a “stappare la felicità” e che sostiene che “in un momento di crisi il ritorno alle cose semplici come un pranzo in famiglia e di convivialità spontanea possono dare un momento di felicità. Far sì “che la felicità a tavola non entri mai in crisi”.
Una “felicità” che sarebbe rappresentata dal portare sulla tavola di una famiglia tipo e proporre di berla su un piatto caldo fumante (che ha tutto l’aspetto di essere un piatto di spaghetti) una maxi bottiglia di questa bevanda.
Intendiamoci, ognuno ha il diritto di bere quello che vuole, e nessuno può impedire a chi voglia farsi del male e fare strame di ogni minima idea e cultura della buona tavola, di bere quella bibita gassata non solo, come purtroppo accade già molto spesso, quando si mangia una pizza o un hamburger con le patatine fritte, ma anche sui piatti simbolo della nostra tradizione gastronomica.
Quello che è intollerabile è, anche se non sono mancate vibrate proteste dell’Unione Nazionale Consumatori, o di riviste specializzate come Altro consumo, che si sono rivolte all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, è che si sia, con clamorosa faccia di tolla, spacciata l’idea, assolutamente falsa, “che l’abitudine di pranzare con la Coca-Cola a tavola è una vecchia tradizione italiana”, con l’immagine di quella amma che porta in tavola una bottiglia di bibita gassata  di grande formato scatenando la gioia dei commensali.
Nello spot, come si legge nella denuncia dell’Unione Consumatori, “si vedono bicchieri di grandi dimensioni sulla tavola (dove non c’è traccia di altre bevande, neppure l’acqua), mentre la voce fuori campo esorta a prendere l’abitudine di accompagnare i pasti con la bevanda gassata: “un piacere che tutti possono scoprire in tavola, buon appetito con Coca Cola”.
Mi ha fatto molto piacere pertanto aver appreso, leggete qui, che “l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria invita a rivedere le modalità di comunicazione degli spot. E che “le prossime pubblicità dovranno evitare di suggerire un consumo quotidiano della bevanda”. Questo perché “consumare bibite dolci durante i pasti è un errore dal punto di vista nutrizionale e suggerire di portarle tutti i giorni in tavola rende un pessimo servizio alla salute collettiva”.
E come ha sottolineato Altro consumo “l’eccesso di zuccheri è uno dei principali problemi della nostra alimentazione. Chi ha l’abitudine di bere regolarmente bibite dolci ha un maggior rischio di diventare obeso. Da tempo gli studi lo hanno confermato. Le calorie assunte attraverso le bibite contribuiscono in misura maggiore a fare ingrassare rispetto a quelle assunte attraverso il cibo, probabilmente perché contribuiscono meno al senso di sazietà. I tassi di obesità negli Usa, dove il consumo di soft drink è più diffuso che in Italia, lo confermano”.

Quello che mi sarebbe piaciuto vedere, e non ho purtroppo visto, è che a rivolgersi all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e a protestare vibratamente fossero state non solo le associazioni dei consumatori, ma le associazioni varie del mondo del vino italiano, come al solito disunite e incapaci di trovare una strategia comune, soprattutto in questo momento di grande difficoltà.
Sono state zitte, non si sono, ancora una volta, fatte sentire, dando l’impressione di ritenere legittimo il tentativo della multinazionale di accreditare la propria bevanda gassata come il prodotto da portare in tavola e da abbinare ai piatti di tutti i giorni e di sostituirsi a quel prodotto che sulle tavole è storicamente stato e dovrebbe continuare a stare che è il vino.
Come direbbero gli americani, I have a dream, ho un sogno. Una cosa semplicissima. Il sogno è che le varie associazioni dei produttori di vino italiano trovino per un momento il modo di mettersi d’accordo, di fare fronte comune, di decidere una strategia unitaria, di non accettare passivamente che i consumi di vino in Italia debbano continuare a calare.

Che mettano le mani al portafoglio, creino un fondo comune e diano vita loro ad uno spot pubblicitario da far passare sulle reti pubbliche e private. Nulla di speciale, una sorta di parodia, in positivo, dell’advertising della multinazionale: una scena conviviale, una famiglia a pranzo (magari non con bambini, come appariva in quello spot, ma con ragazzi di 16 anni minimo), una bella tavola imbandita, non con piatti preziosi, ma con piatti semplici e quotidiani come spaghetti o maccheroni, cotoletta, polpette, una bella frittata, lasagne, ravioli, un minestrone di verdure, e una mamma o un padre che invece di proporre beveroni gasati inventati negli Stati Uniti portino in tavola una bottiglia di vino bianco e una di vino rosso.
Con poche semplici parole di commento, tipo “scegliete con fiducia il vino, prodotto naturale espressione della civiltà della buona tavola, che ha accompagnato gli italiani in ogni momento della loro storia. Consumatelo moderatamente, conoscetelo, apprezzatene il gusto sincero ed ogni piatto avrà più sapore”.
Non sarebbe forse questo il modo migliore e più vero di “stappare la felicità”, di ricordarci delle nostre tradizioni, di rendere omaggio alla nostra cultura agricola?
Questo spot pubblicitario forse utopico e impossibile non rappresenterebbe il modo giusto per il mondo del vino italiano di dimostrare che non intende assistere impotente al proprio declino e che vuole continuare ad essere un prodotto italiano destinato soprattutto agli italiani?

26 pensieri su “Italiani, portate con fiducia il vino a tavola! L’utopia di uno spot tv forse impossibile

  1. Ah, quanto sono lontani i tempi in cui la zecca coniava le lirette raffigurando uva, grano e olive.
    Manifesto e spot continuo degli alimenti base della civiltà mediterranea.
    Certo, “forme uniche nella continuità dello spazio” di Boccioni (sui 20 cent.) è una delle forme più alte dell’arte del ‘900 italiano. Ma quanti in realtà la conoscono e sono in grado di apprezzarla ?

  2. Caro Franco, eppure dovresti esserci abituato!

    Nel nostro povero Belpaese, chi fa il manovratore di solito ha pochi titoli per essere in quel ruolo.
    Devo ancora conoscere qualcuno, nei luoghi deputati alla tutela del vino (quello da tutelare, beninteso, non altro), che abbia quell’accrocchio di qualità (umiltà inclusa) per delegare le azioni corrette, che in questo caso sarebbero doverose; perché – voglio essere precisa al riguardo – nessuno pretende che negli organismi in cui siedono persone che conoscono a menadito le dinamiche burocratiche (in senso alto e anche europeo) ci siano competenze che attengono ad altri percorsi professionali; ma sbalordisce che quelle stesse persone non si rendano conto che stare lì – dove stanno – li obbliga ad affrontare questi temi.
    Non solo, ma dovrebbero essere al corrente – ancora prima della loro uscita – dell’andata in onda di certi spot pubblicitari.

    Non voglio mettermi a fare politica, e nemmeno a dire bene o male di chi governa; tuttavia per esperienza diretta so che questo Presidente del Consiglio (buono o cattivo che sia, non è di questo che voglio dire, né di tutto ciò che lo concerne) avrebbe potuto fare molto, per il Made in Italy in generale, e anche per il vino. Peccato che (ci faccia perdere) perda l’occasione per farlo: sia detto al di fuori da qualsiasi pensiero sulle azioni di governo!

    Per quanto riguarda lo spot, invece, ancora una volta Coca Cola sa da che parte tira il vento, e si muove di conseguenza, in modo strategico, usando i ‘sentimenti’ quale leva solida, per parlare – bada bene! – a un pubblico che non si sovrappone a quello dei vini di alta gamma, un pubblico in cui la conoscenza del vino, però, potrebbe essere qualcosa di ‘emergente’. Non voglio essere troppo (e inutilmente) tecnica, ma i signori di Atlanta, con questo spot, tentano un’appropriazione sentimentale.

    Qui ci vorrebbe proprio un Berlusconi che se ne occupasse! Perché altri non ne sono capaci.

  3. Caro Franco, qui intervengo come semplice blogger. Ecco cosa scrivevo il 17 maggio del 2010 su biscomarketing dopo ave sentito per radio la nuova campagna della Coca Cola (per chi volesso leggere il post completo:http://www.biscomarketing.it/2009/05/17/coca-cola-batte-vino-1-a-0-almeno-in-comunicazione/)

    “Confesso che quando ho sentito lo spot, man mano che andava avanti pensavo si parlasse di vino. Poi però ripensandoci negli ultimi anni il vino non si beve, si degusta. La valorizzazione del vino è passata per valori come l’esperienza sensoriale, la critica enologica, la complessità.

    Se metto in fila tutti i concetti dello spot coca cola, mi viene naturalmente in mente il vino per come lo ricordo nella mia memoria, ma se penso al vino come viene raccontato oggi li vedo tutti lontani.

    E mi chiedo anche se oggi a tavola accada più spesso di trovare la coca cola oppure una bottiglia (o caraffa di vino).

    Intanto i consumi di bibite gassate in Italia nel 2005 (dati più recenti non ne ho trovati) erano arrivati a 52 litri pro capite. Quindi superiori a quelli di vino.”

    • grazie per il tuo contributo Lorenzo, ma come spieghi, tu che lavori per uno dei marchi più noti del vino italiano, che il mondo del vino di casa nostra non riesca a reagire e controbattere a chi tenta di spacciarsi come la bevanda tradizionale sulla tavola degli italiani? Perché questo dannato mondo del vino non riesce a trovare unità e controbattere? E’ proprio così utopico e idealista e donchisciottesco il mio sogno?

  4. ..chissà se sarà possibile riportare ”il fiasco”sulla tavola degli italiani e non solo.il problema non è semplice forse le nuove leve berranno solo vino in lattina ”dealcolizzato”?? ”quel giacobazzi” sbagliava tanti anni fa..ma ora forse…?(mettetemi pure ”al rogo!”) speriamo che i vini freschi,bollicine e…chissà cosa ci riescono..a”vincere questa battaglia storica ”tra vino e birra e ..coca cola..

  5. …per chi non lo sapesse proprio negli USA sono stati di recente riscontrati numerosi e sorprendenti casi di osteoporosi in bambini di 12-14 anni, riconducibili al consumo elevato di Coca Cola ed altre bibite assimilabili, a causa dell’elevato contenuto di acido fosforico. Questo pericoloso componente, una volta assunto dall’individuo, crea acidosi metabolica che costringe l’organismo a rilasciare forti dosi di osseina che agisce da disacidificante. Tutto ciò porta naturalmente all’indebolimento dell’apparato osseo. E non dimentichiamo che tutte quelle gassate sono bevande “studiate a tavolino” in grado di creare una certa dipendenza (Mc Donald’s insegna!!). Dimenticavo: E’ più facile che in Sicilia nevichi domattina piuttosto che vedere i nostri produttori di vino “fare sistema”…

  6. certamente questo articolo scopre l’acqua calda dopo la lotta che ho fatto senza avere alcun aiuto nè dagli addetti ai lavori nè da chi ci vive intorno… Mi viene quasi da ridere…Ma… siamo in Italia e ognuno vuole essere il primo e l’unico…anche a costo di non fare niente.
    Viva la Coca Cola!!!!

  7. Da tempo aleggia il sospetto (certezza?) che ci possano essere le multinazionali dietro alle manovre proibizioniste che coinvolgono il vino in Italia negli ultimi anni. Cosa grave almeno quanto lo è l’inedia delle istituzioni nazionali che il vino dovrebbero difendere, tutelare e promozionare. Qui ci si preoccupa di moltiplicare le Docg che più diventano, meno contano per il consumatore e la critica, invece di pensare a preservare il vino e con esso l’identità e la cultura del nostro paese. Il problema è capire se tale “inedia” dipenda da palese incapacità o sia, in qualche modo, voluta.Mah?
    Se volete leggete qui:
    http://www.vocifuoridalcoro.net/gusto.html

  8. perchè per onestà culturale o qualcosa del genere poteva anche citare che sta solo ripetendo quanto da me detto anche sul suo sito in svariate occasioni. Avevo anche chiesto aiuto, ma ha preferito lasciar perdere come i suoi colleghi di penna. Non è solo acqua calda, ma voglia di sentirsi sempre il primo ad avere certe idee… La sua famosa presa di posizione al vinitaly dell’anno scorso dove è andata a finire…? I suoi lettori così appassionati, dovrebbero sapere che come Don Chisciotte ha sempre saputo, ma non ha voluto agire in nessun modo e non mettersi allo scoperto. Non se la prenda solo con i produttori, ma anche con voi giornalisti che dovreste essere i primi a dare il via!!! Niente di nuovo sotto al Sole…
    Intanto, so benissimo che, come al solito, risponderà in malo modo e non risponderà alla precisa domanda che le ho fatto in questo commento sulla sua famosa discesa in campo dell’anno scorso(vero??)! Magari qualcuno si accorgerà della strana presa di posizione dopo il rifiuto a cooperare e comincerà a pensare con la sua testa… mai dire mai..

  9. Bellissimo post Franco, per quanto ci sia chi ti dice che scopri l’acqua calda, secondo me di questi messaggi indignati e anche propositivi non ce ne sono mai abbastanza.
    Come sai giro il mondo abbastanza spesso e anche quando sono a casa tendo a leggere pubblicazioni e a guardare programmi di informazione “internazionale”. Per fare un esempio seguo quotidianamente BBC world, che si differenzia dalla sorella britannica perché parla di paesi quasi sempre extreuropei. A differenza della sorella “casalinga” la BBC World inserisce degli spot pubblicitari. La maggior parte di questi sono delle promozioni turistiche e cultarali di vari paesi. Recentemente ho notato quelli molto belli di Grecia, Croazia e Turchia, per non parlare di India, Malesia, ecc.
    Altro esempio: da molti anni sulle riviste a più larga diffusione internazionale c’é una campagna pubblicitaria “totale” sulla Spagna. Hanno un logo bellissimo accompagnato fa foto e testi altrettanto belli e d’impatto.
    E l’Italia? A memoria ricordo qualcosa fatto dalla Sicilia e anche dal Trenitno. Ma mai così di larga diffusione come gli esempi che ho riportato.
    Perché? Non lo so, ma mi piange il cuore.

    Perché all’estero, e soprattutto in Asia l’unico Made in Italy riconosciuto fra le nuove classi abbienti é Ferrari, Lamborghini e qualche casa di moda?

    Perché la Coca Cola ha la capacità di riappropriarsi di quel marchio collettivo che é l’immagine della famiglia italiana e strumentalizzarla pro domo sua?

    Perché forse noi nel frattempo litighiamo fra città e città, regione e provincia, Nord e Sud, Destra e Sinistra?
    E per non scontentare tutti non si accontenta nessuno. Intanto altri più compatti e lungimiranti ci soffiano persino la “famiglia”.

    Per me non si tratta solo del vino italiano, ma proprio di scelte generali sul “prodotto Italia”.

  10. D’accordo con “Nelle Nuvole” su tutta la linea. Dove si cera un vuoto (economico, culturale, sociale che dir si voglia)troveremo sempre qualcuno pronto a colmarlo, specoalmente quando colmarlo significa veicolare i consumi e, di conseguenza, i guadagni.

  11. “INEDIA”= digiuno prolungato (v. Devoto Oli). da cui “morire d’inedia”, cioé di sfinimento provocato da forzato digiuno prolungato.

    A tutta prima l’avevo preso per un lapsus (inerzia); invece è proprio la fine che ci toccherà, anzi che colpirà il made in Italy – riconosciuto (ancora) in tutto il mondo e bistrattato da noatri!

  12. Caro Franco,continuo a parlare come Lorenzo Biscontin, blogger e professionista di marketing alimentare.
    Innanzitutto massimo rispetto per tutti: se la Coca Cola riesce a comunicare utilizzando determinati valori senza che questi gli tornino come un boomerang, significa che ha la credibilità per farlo. Personalmente trovo più proficuo analizzare la situazione per trovare risposte imprenditoriali da proporre al mercato (alle persone alla fin fine), che rifugiarmi nell’intervento di qualche deus ex-machina, positivo o negativo che sia.
    Non ho la verità in tasca ma, secondo me,il problema sta nella perdità della semplicità del consumo del vino. Si tratta di un processo iniziato probabilmente una ventina di anni fa e che partendo dalla complessità, profondità, ancestralità del vino è stato alla base del suo rilancio come totem culturale. il problema è che ha lungo andare questo approccio, condiviso da tutto il sistema vino produttori-critica-esercenti, ha fatto del vino un prodotto generalmente difficile, complicato e che intimorisce. Di conseguenza il vino è uscito dal quotidiano, con quel che ne deriva in termini di consumo. Il confronto con la Coca Cola sbalordisce, ma qualche mese fa durante una testimonianza al IV corso AIS di Colorno ho chiesto agli allievi come mai secondo loro, a fronte del calo del consumo di vino, quello di birra aumenta. Tutti mi hanno parlato di grado alcolico, dimenticando un cocktail, un bicchiere di birra ed uno di vino contengono la stessa quantità di alcol. Però è vero che la percezione è diversa, e qui sta il punto. La birra cresce sugli stessi valori di qualità sensoriale e cura produttiva che da sempre appartengono al vino, percepiti però come un divertimento.
    Noi ogni tanto attiviamo dei canali di ascolto dei consumatori appassionati di vino e quello che ci stanno dicendo è che non hanno sempre voglia di affrontare la fatica che implica l’impegno di bere un vino da 3 bicchieri o 5 grappoli.
    D’altra parte basta guardare al successo del Prosecco per vedere che per il consumatore la qualità del vino è più una questione di identità che di complessità/importanza a tutti i costi.
    La riscoperta della piacevolezza in tutti gli ambiti enologici (ho sentito parlare di freschezza persino ad una degustazione di amarone) fa ben sperare. Se supportata anche dalla critica enologica, senza piaggerie, ma nemmeno pregiudizi, sarà più facile passare dal sogno alla realtà

    • grazie per questo acuto intervento Lorenzo. Sono più che mai persuaso che dobbiamo trovare il modo di conoscerci di persona, cosa che sinora non siamo riusciti a fare, e di provare a dialogare

  13. Il vino “e’ uscito dal quotidiano con quel che ne deriva in tremini di consumo” perche’ e’ cambiata profondamente la societa’ italiana con tutte le sue abitudini. Certamente le nuove generazioni non bevono vino tutti i giorni e da una ventina di anni non solo forse “vi e’ stata una perdita della semplicita’del consumo”, ma sicuramente una trasformazione sociale che incidera’ sul futuro e che e’ bene che tanti produttori, se vorranno sopravvivere, ne tengano conto. Comunque e’ bene che si sappia che l’insidia al vino da parte dei produttori di birra e’ partita dalla fine degli anni cinquanta. La birra in Italia era poco diffusa e l’azione di marketing prevedeva di erodere mercato al vino. Fra le tante azioni, i produttori ebbero l’idea di unirsi in una struttura che fu chiamata Unione Italiana Birra con cui iniziarono le campagne pubblicitarie. I manifesti ed i passaggi in tv erano due donne, una bionda e una mora con un boccale di birra in mano con lo slogan ”bionda o bruna pur che sia”.
    Se e’ gia’ stato fatto, non credo sia un’utopia che i produttori vinicoli italiani uniscano le forze per produrre una efficace e degna comunicazione. Anzi lo ritengo urgente ed essenziale specialmente per i nuovi mercati esteri dove si continua ad andare in ordine sparso e con messaggi confusi.

  14. @lorenzo: dopo aver consultato la britannica,la normale di pisa, il campus di harward, il mio vicino Silvano e quella “megera” di mia nonna ho finalmente la risposta alla madre di tutti i quesiti che tu stesso hai posto a Colorno. Bevono birra perchè la birra piace di più, disseta e fa campare cent’anni. Cosa che il vino faceva, e ora non più. Il vino lo bevono solo i nati negli anni compresi tra il 1945 ed il 1985. Quindi, se non fate qualcosa,sarà una bevanda da museo di storia naturale o di civiltà contadina. la mia parte la faccio: 112 bottiglie da 0,750lt nel 2009, 98 nel 2010 e sono a quota 48, dato aggiornato ad oggi per l’anno in corso. Quasi tutte pagate.
    Buona notte.

  15. Gentile Signor Franco,
    ha ragione.
    Noi produttori dovremmo farci sentire; chi, però, è veramente leso ha due insormontabili ostacoli: il tempo ed i soldi..e stare dietro a chi dovrebbe tutelarci, di questi tempi, è un po’ come “lavar le orecchie ad un asino”:))
    Non ho ancora visto lo spot da Lei descritto..ma sono di ritorno da un servizio a Lourdes. In un negozio del centro cercavo un ricordino da portare ai miei bimbi del catechismo e mi ha attirato un braccialettino con raffigurato ad episodi il tema Lourdiano 2011: il Padre Nostro; il passaggio “dacci oggi il nostro pane quotidiano” è raffigurato con patatine e la bevanda che Lei menziona..ne sono rimasta sconvolta e proprio non riesco a capire se è pura, mera, superficiale ignoranza o qualcosa di più grande che semplicisticamente chiamo manipolazione..[(non voglio innescare con questo mio scritto nessun commento di tipo religioso, come tutte le cose anche la “religione” è in mano agli uomini che fanno il bello, come ad esempio Madre Teresa di Calcutta e tanti missionari che si spendono per chiunque abbia bisogno, e, purtroppo, di altri meccanismi meno belli che sono molto più conosciuti..)]. Comunque il braccialettino, e poi quel che ho letto sul Suo blog, mi ha fatto, molto, pensare a due cose: la prima è che, razionalmente, sono TROPPE le energie da impiegare “contro” colossi del genere , la seconda, però, mi ha anche fatto ricordare mia nonna, per me Grande Donna, che accoglieva i cugini che avevano scelto la FIAT alle loro campagne e, da Torino, venivano a trovarci la domenica; i quali decantavano le comodità della città, tipo il bagno in casa, il fruttivendolo sotto casa ecc ecc, e, portavano a noi bambine qualche pensierino tra cui, a volte, la Coca Cola; ricordo che immancabilmente dicevano a mia nonna che prima o poi i “pesci grossi” avrebbero mangiato i “pesci piccoli”, cioè noi. Mia nonna elargiva grandi sorrisi ed a me, bambina, diceva: “..non sanno che se al pesce grosso, mangiando quello piccolo, gli và una lisca di traverso..muore anche lui..”..poi regolarmente buttava via la Coca Cola in un luogo che non fosse raggiungibile neanche dalle galline e recuperava la bottiglia di vetro per la metterci la salsa..la mia amata Nonna, però, non mi ha mai detto come fare per essere la “lisca”..penso che l’etica libertà di ognuno sia la “lisca” contro l’omologazione che viene proposta in ogni dove..
    Comunque, signor Franco, l’immagine dello spot nel Suo blog ha in comune con mia nonna la zuppiera sulla tavola imbandita..l’ho ancora, era il suo regalo di Nozze:)anche quì chi ha realizzato lo spot è stato molto attento ai particolari e menti così dovrebbero essere al “servizio” di una corretta comunicazione..

    Grazie dello spunto di riflessione! Cordialmente!

  16. Grazie, signora Ferro, della sua riflessione, soprattutto “…penso che l’etica libertà di ognuno sia la “lisca” contro l’omologazione che viene proposta in ogni dove”.
    Sì, è vero, dove ti volti c’è qualcuno che pretende di orientare le tuo scelte (dove ‘orientare’ è voce del verbo devi fare così!).

    Personalmente trovo la CocaCola un valido rimedio contro l’acetonemia nei bambini, in tal senso l’ho sempre usata: ma non è il demonio, è una bevanda e i suoi manager fanno progettare la pubblicità in modo strategico e basandosi su ricerche che danno dati precisi sui pensieri dei consumatori (consumi culturali, opinioni sui temi sociali, sulla religione, sul biologico, atteggiamento nei confronti di minoranze, soldi, animali, culture diverse eccetera).

    Si tratta di analisi complesse, nelle quali a un certo punto (circa vent’anni orsono) emergeva che l’atteggiamento nei confronti della campagna e della terra stava mutando, ed evolveva verso una maggior comprensione dei valori fondanti della cultura contadina e della ruralità (il luogo del cibo!).

    Nello stesso periodo si poteva già notare un’evoluzione dello ‘sguardo’ nei confronti del vino, di cui veniva meno l’aspetto legato a certi consumi di base, e contemporaneamente cominciava ad essere percepito come un ‘bene di consumo’ più colto (messaggero di territorio) e forse con un destino più elitario.

    Quello che veniva sottolineato era che si andava verso scelte qualitative a scapito di quantità consumate. Erano solo tendenze, ma estremamente ben delineate.
    Quello che continuo a non capire è perché i produttori attraverso uno dei numerosi istituti che li raggruppano, non studino il mercato in modo più scientifico.

    “Il mercato” vuole dire le abitudini, gli stili di vita dei loro consumatori, insomma qualcosa che dipende ed è continuamente influenzato da ciò che accade nel mondo, in quello lontano e in quello vicino a noi. Rispetto a vent’anni fa noi siamo altro da ciò che eravamo, e tutto ciò è legato a tutto ciò che è successo e che ci ha cambiato dentro (e fuori!). Anche nel bicchiere di vino che sta sul tavolo.

    Le segnalo solo un fatto, per sottolineare le evoluzioni del mercato: vent’anni fa l’olio extravergine era un consumo misconosciuto e frainteso (a Milano mi dicevano che era “grasso”!); oggi, nonostante la speculazione di alcuni grandi gruppi e delle leggi inadeguate (a livello europeo), l’olio extravergine comincia ad essere riconosciuto, anche dai consumatori più ‘digiuni’.

    Proviamo a riflettere insieme su cosa è cambiato!

  17. Io ritengo che far ruotare il problema della correttezza della pubblicita degli alimenti esclusivamente intorno a quello che fa bene e che fa male alla salute del consumatore (come fanno le associazioni di consumatori e come fanno gli organi pubblici), rischia di innescare nel settore agro-alimentare un pericoloso processo – che io definisco di “veronesizzazione” in onore al famoso oncologo (e milionario) Umberto – in forza del quale alla fine si sosterrà che si potrà fare pubblicità “correta” di alimentari solo se si promuove il consumo moderato di verdura, frutta, pane azzimo ed acqua del rubinetto (ed ovviamente di ogni possibile integratore alimentare propinatoci dai signori del farmaco). Così – grazie al nutrimento senza gusto ed al doping che fa bene – saremo tutti più sani e faremo la gioia (dei portafogli) dei neo-salutisti. Peccato che la cultura dell’agroalimentare italiano è tutta fondata sull’identità territoriale e sulla tradizione, ovviamente fenomeni irrilevanti per scienziati ed eurocrati, novelli profeti del benessere tecnoalimentare.

    Quanto al vino, dunque, rassegnamoci: si tratta di un prodotto che – facendo parte della grande e vera cultura europea nonchè del gusto per quel bello ricercato e voluto che rappresenta l’essenza della nostra tradizione estetica – è destinato, quanto meno nel medio periodo, ad essere inevitabilmente travolto e sconvolto dalla volgarità tecnica dei tempi postmoderni. Quello della parabola discendente del vino è infatti solo un aspetto di un fenomeno storico-culturale di portata molto vasta, che – per terminare – richiederà un profondo e consapevole ritorno ad un concetto di cultura che non si riduca – come avviene oggi – ad una adorazione della tecnica ed alla recezione acritica delle manifestazioni sociali di fatto prevalenti (manifestazioni peraltro a loro volta manipolate da interessi economici o lato sensu politici). Sarò pessimista ma credo che ci vorranno decenni – forse secoli – per arrivare a quel punto (sempre che si arrivi) ed invertire la tendenza.

    In sintesi: un’epoca volgare, sciatta e materialista come quella che attraversiamo attualmente non sarà mai in grado di capire ed apprezzare ciò che il vino rappresenta realmente per l’Italia e per l’europa. La nostra epoca purtroppo vedrà sempre di più il vino solo come “una bevanda” tra le altre.

    E’ esattamente per questo che certe pubblicità ormai “scandalizzano” solo perchè “gli zuccheri a pranzo fanno male” e non per la oscena kulturkampf che veicolano; kulturkampf che – anche grazie alle geniali intuizioni di troppi “cumenda” dell’intrapresa vinicola – rischia un giorno di far sparire dall’Italia la capacità di creare del “vino vero”, ossia vino frutto di una tradizione culturale bimillenaria.

  18. l’unica cosa che i produttori di vino (o presunti tali) sono stati capaci di fare è lo spot di “tut i dì”
    spacciando il vino in cartone come coca cola.

    mi piacerebbe vedere il sig. zonin (faccio un nome a caso ma ce ne sarebbero a decine) investire in comunicazione commerciale seria.

    la miopia dei nostri produttori e delle nostre cooperative sfiora la cecità, o forse più semplicemnte si vergognano.

  19. @Silvana
    6/7 anni la UIV del cav.Rivella commissionò studi di marketing ed analisi del profilo degli utenti del vino alla “prestigiosa” Un. Bocconi. I risultati furono interessanti, anche perchè era la prima volta che si facevano quelle ricerche in Italia. Ma poi che è successo? Il vuoto….

  20. Kenray@, paolo@

    Prima di investire in comunicazione (con quali obiettivi? promuovere il consumo in generale: le denominazioni; il vino come made in italy; il vino come ….?),
    bisognerebbe che una ricerca fotografasse i cambiamenti generali nei consumi e nelle opinioni che li muovono, spostandoli, e ci dicesse dove sta il vino, nella mente dei consumatori (e quali: nuovi, vecchi, abituali, a nord, a sud, nelle città, in campagna e magari anche nell’universo mondo).

    Inoltre le ricerche possono essere coadiuvate dalle università, ma vanno svolte da istituti che possano avvalersi di migliaia di interviste sul campo (le opinioni non servono).

    La comunicazione viene dopo, molto dopo; e non è detto che debba essere pubblicità. Potrebbe cominciare con la comunicazione istituzionale; potrebbe essere costituita da qualche evento innovativo…

    Essa, inoltre, va considerata in modo professionale e non come accade adesso, come qualcosa di accessorio, od ornamentale, e comunque sempre affidata a casaccio, se non peggio.

    Oggi Illy caffè affida ai quotidiani (probabilmente alla tv, anche) una campagna stampa in cui si lega il marchio (e il consumo di caffè al bar) alla figura dei baristi, con un’operazione di ‘rilancio culturale’. Questo non è nato per caso, oppure perché il signor Illy ‘pensa’ che sia giunta l’ora di sparare questa campagna; questo è il punto d’arrivo di una serie di ricerche e di conseguente messa a punto di: 1 politiche aziendali, 2 politiche di comunicazione.
    Io mi chiedo: con la montagna di soldi pubblici che si spendono per “promuovere” la qualsiasi, non si potrebbe (si dovrebbe) cambiare rotta e intraprendere un modus più professionale e lungimirante?

  21. ciao Franco, le tue parole
    “scegliete con fiducia il vino, prodotto naturale espressione della civiltà della buona tavola, che ha accompagnato gli italiani in ogni momento della loro storia. Consumatelo moderatamente, conoscetelo, apprezzatene il gusto sincero ed ogni piatto avrà più sapore”.
    Non sarebbe forse questo il modo migliore e più vero di “stappare la felicità”, di ricordarci delle nostre tradizioni, di rendere omaggio alla nostra cultura agricola?”
    mi esaltano, mi ci riconosco, le condivido, le trasmetto.. Mi occupo di vino da oltre 30 anni, e proprio vedendo scendere drammaticamente oltre che il consumo, la comprensione del vino da parte dei non “iniziati”, con gli stessi tuoi intenti ho scritto il mio libro “Uva nel bicchiere-guida gaia ai segreti del vino”. Perchè vorrei abbattere barriere, contribuire a ridare al vino quel ruolo confidenziale, sereno e non demonizzato che ha sempre avuto nei secoli, e fargli ritrovare posto non solo a tavola, ma anche nell’immaginario. Tra i tanti suggerimenti ai giovani ad un bere moderato e consapevole, c’è anche quello di mangiare cibi sani e freschi per formarsi una memoria olfattiva che sarà alla base del piacere di saper abbinare vino e cibo: tutto questo è agli antipodi della nota bevanda gassata, che sulla nostra tavola è davvero fuori luogo…

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