Per Montalcino ed i suoi vini ci vuole tolleranza: e se é del 5-7 per cento è ancora meglio..

Una strana proposta dell’Unione Giuristi del Vino

A tutti coloro che hanno dimenticato lo “scampato pericolo” del cambio di disciplinare proprio sotto Benvenuto Brunello, del secondo vino di Montalcino, il Rosso di Montalcino, praticamente già deciso, poi sospeso all’ultimo istante per il timore di “buscarle” in sede di votazione, e quindi rinviato, dopo opportuni approfondimenti e discussioni (ne avete avuto notizia?) a tre mesi dopo, raccomando, riavvicinandosi il periodo in cui teoricamente il Consorzio del Brunello (ultimo aggiornamento del sito Internet datato al 24 febbraio) potrebbe teoricamente chiamare a votare gli associati, la visione di un breve video.
Un video particolarmente interessante sia per quello che viene dichiarato e sostenuto, sia per la sede, un sito Internet, con relativa Internet tv, dove ogni cosa che viene scritta su Montalcino e dintorni non è mai casuale, ma rispecchia ben precise posizioni. E orientamenti che stanno prendendo piede e si evidenzieranno a breve nello scenario di questo celebre borgo del vino toscano.
Cosa abbiamo dunque letto, anzi sentito su WineNews tv? Un’intervista a Marco Giuri, membro fiorentino del direttivo dell’Unione Giuristi della Vite e del Vino, (UGIVI), Associazione indipendente e senza fine di lucro, costituita a Milano nel 1997 di cui fanno parte avvocati, magistrati, docenti universitari, personalità ed esperti che hanno acquisito particolari conoscenze nelle materie giuridiche vitivinicole e che ha come finalità “approfondire gli studi in materia di diritto vitivinicolo nel campo delle discipline comunitaria, nazionale e internazionale”.

Cosa dichiara a Wine news tv Marco Giuri?
Alle domande dell’intervistatore, che ricorda come il caso Brunello abbia fatto molto parlare, sollevando la questione della “rigidità dei disciplinari“, sia da un punto di vista enologico, che giuridico. In definitiva il giurista vinicolo di fronte alla “rigidità” di taluni disciplinari in materia di monovitigno, ad esempio quello del Brunello di Montalcino, che si ostinano ancora, nel 2011, a prevedere Sangiovese in purezza per Brunello e Rosso di Montalcino, propone – sentite e vedete il video qui – di introdurre un elemento di tollerabilità “in percentuali basse” rispetto ai vini monovitigno. Non per aspetti relativi alla cosiddetta malafede, dove volontariamente si vuole utilizzare un vitigno diverso previsto, ma per quei casi in cui in buona fede si possono commettere degli errori, derivanti da un errore della barbatella, da vitigni impiantati da molti anni, da altri errori che ci possono essere e fanno parte della natura umana.
Giuri ci assicura che un elemento di errore in buona fede potrebbe essere contrastato dalla tollerabilità.
E alla domanda dell’intervistatore su quali numeri possa significare questa tolleranza – tollerabilità la risposta è che “vogliamo mantenere una forma di rispetto del disciplinare, quindi percentuali basse dal 5 al 7 per cento”.
Non dimenticando poi di ricordare che poiché anche nelle percentuali di uve della stessa annata previste per rivendicare un millesimo ci sono tolleranze (nel disciplinare del Brunello si può ringiovanire l’annata dichiarata in etichetta con un dieci per cento di vino di annata successiva), varrebbe la pena introdurre questo concetto di tolleranza anche in questo caso.
Non voglio commentare, perché credo si commenti da sola, la “ricetta” proposta dal rappresentante dell’Unione Giuristi della Vite e del Vino. Sottolineo solo che per fortuna è stato ribadito che si vuole mantenere una forma di rispetto del disciplinare, anche se magari è troppo “rigido” e non si apre alle istanze del nuovo, e che la tolleranza deve rimanere su percentuali “basse”, dal 5 al 7 per cento, che proprio tanto basse non mi sembrano proprio.
E riscontro che questa proposta, di una maggiore tolleranza verso gli errori, che ovviamente sono commessi in buona fede, coincide con il punto di vista di qualche azienda cui é stato contestato dagli inquirenti di essere già stata tollerante per conto proprio e che oggi propone ancora un disciplinare che contempli una possibilità di sbaglio e sia più “comprensivo”.
Vogliamo scommettere che ora che abbiamo anche la “benedizione” giuridica dei Giuristi della Vite e del Vino a Montalcino torneranno a proporre, non solo per il Rosso, ma soprattutto per il Brunello, un cambio di disciplinare all’insegna – siamo umani, suvvia, e gli umani sbagliano! – all’insegna della tolleranza?

 

12 pensieri su “Per Montalcino ed i suoi vini ci vuole tolleranza: e se é del 5-7 per cento è ancora meglio..

  1. Per questo adoro i piccoli-piccolissimi produttori: anche volendo, non possono raccontarmi la panzana della barbatella che sta lì “in buona fede”.
    O ci sta perché il vigneto è vetusto e va bene così (durante la vendemmia la salti) oppure ci sta perché vuoi che ci stia.

    Nuovi impianti di aziende grandi o grandissime con barbatelle errate in proporzioni superiori all’1% ?

    5-7% per me non è errore: è dolo.

    Ma fatemi il piacere.

  2. ovviamente non aspettiamoci commenti dai produttori di Montalcino, ora più che mai silenti, allineati e coperti…
    Del resto questa questione della tolleranza, per i loro errori, ovviamente fatti in buona fede, non sia mai…, non li riguarda…

  3. anche se si trattasse di una piccola percentuale,cosa
    che quei numeri non lo sono,fa da cavallo di Troja.
    Importante la motivazione,oggi 5% domani 10%così via.

  4. Permettetemi l’ignoranza, ma se poi fosse come si stabilirebbe che fosse il 5% piuttosto che il 7%? o il 12%?
    Esistono misurazioni oggettive?
    Perchè se ci dobbiamo affidare alle commissioni d’assaggio stiamo freschi, mi sembra che abbiano già dato…

  5. Buongiorno Dottor Ziliani, volevo segnalarle che anche La prestigiosa Associazione Pescatori Anguille di Comacchio (APAC) si espressa positivamente su questo specifico argomento rafforzando di fatto la posizione dell’UGIVI.

    Cordialità

  6. E’ proprio la rigidità dei disciplinari che garantisce il prodotto ed è lo scopo per cui i disciplinari sono nati.. Quale sarebbe il confine tra buona e mala fede..? Non lo sappiamo di certo ed andrebbe accertato caso per caso andando a corrodere la qualità di un prodotto di eccellenza e ingenerando incertezza nei consumatori che non saprebbero se nel vino che stanno acquistando ci siano o meno piccole percentuali di altre uve dovuti ad errori in “buona fede”.. Un colpo a cerchi ed uno alla botte non fa certo si che le botti continuino a contenere del vino buono..

  7. C’è una costante a Montalcino: più che le proposte, condivisibili o meno ma comunque lecite, sono le motivazioni a far ridere. Dire che il 5-7% di altre uve può essere frutto di errore del vivaista è abbastanza ridicolo. A parte il fatto che non succede, anche fosse vige la regola che quando i vivaisti sbagliano sostituiscono gratis le barbatelle. Il produttore non se ne è accorto? Allora che si dia all’ippica. E’ vero che in un paese in cui la maggioranza del parlamento dice di credere alla storia della nipote di Mubarak, a questo punto qualunque balla diventa lecita e può entrare in un atto pubbico. Ma ancora più esilarante è un’altra motivazione che si è sentita in passato: siccome si è piantato Sangiovese anche dove si sapeva che non veniva bene allora bisogna consentire il taglio. No, bisogna estirparlo. La UE vi dà pure i soldi. La Regione Toscana dovrebbe aggiungerne di suoi, avendo fallito clamorosamente nelle procedure di controllo per l’autorizzazione dei vigneti.

  8. Intervengo in quanto – pur non appartenendo alla associazione di cui sopra – sono un giurista, nel senso di docente universitario ed avvocato, che si occupa proprio di cosiddetto “diritto industriale” (ramo del diritto che comprende, inter alia, anche le questioni relative all’utilizzo ingannevole delle denominazioni d’origine geografiche nonchè dei cosiddetti marchi collettivi, tra i quali vi sono anche quelli dei consorzi di molti vini).

    Quello che ho letto mi ha stupito, dato che è noto – quanbto meno tra gli addetti ai lavori del mio settore – che i principi della cosiddetta buona fede (il cosiddetto dolus bonus) e quello della cosiddetta “esigibilità” (ossia la tolleranza) non sono affatto ritenuti estensibili alla materia dell’ingannevole utilizzo in commercio dei marchi collettivi e/o delle denominazioni d’origine. Cioè: se un aderente al consorzio non rispetta il disciplinare di un marchio collettivo e dunque vende al consumatore un prodotto che non corrisponde al disciplinare, che quello stesso aderente abbia sbagliato apposta o per incapacità non conta nulla per la legge: un concorrente potrà agire nei suoi confronti e fargli ritirare il prodotto ed il consorzio – secondo le regole statutarie – deve fare in modo o che l’aderente “infedele” ritorni a rispettare il disciplinare oppure a levargli l’uso del marchio. E ciò in quanto si ritiene che l’interesse a che non si usino nomi commerciali di vini in modo ingannevole è un interesse ANCHE DEI CONSUMATORI, con la conseguenza che le corripondenti norme non possono essere interpretate dal giudice “benevolmente”, ossia unilateralmente a favore dei produttori che sbagliano.

    Ma vi è dell’altro: se infatti un consorzio che gestisce un marchio collettivo non provvede sollecitamente a revocare l’uso del marchio a chi sbaglia (sia in buona che in mala fede) – sempre secondo la legge – il consorzio stesso rischia addirittura di veder decadere del tutto il marchio collettivo. Ecco allora spiegato perchè sicuramente un consorzio vede di buon occhio l’introduzione nel disciplinare del concetto di “tolleranza”: è un paracadute che serve molto bene al consorzio stesso per evitare che qualche produttore “rigoroso” – particolarmente incattivito contro un suo concorrente “furbacchione” – accusi il consorzio stesso di scarsa vigilanza, con la conseguenza – se l’accusa viene provata – di mandare a spigolare Sansone insieme ai filistei. Peccato che un disciplinare del genere finirebbe per creare incertezza su cosa sia davvero “il prodotto”(sarebbe insomma un “non disciplinare”) e dunque si presterebbe ad una serie infinita di abusi ai danni dei consumatori (oltre che ad una eccessibile variabilità del prodotto che, ma questa è una mia opinione personale, alla fine danneggia pure gli interessi del “nome” del consorzio).

    PS: peraltro, per quel che ne so, la tradizione di Montalcino (quella originaria) in realtà non era nel senso del monovitigno. Però è indubbio che il successo di brunello e rosso sono stati costruiti sul sangiovese in purezza, con la conseguenza che – quanto meno per il mercato attuale – Il brunello ed il rosso di Montalcino sono considerati dei “solo sangiovese”. E di questo, magari, il consorzio dovrebbe saperne tener conto.

  9. Ed ecco che arriva un “sciur Mark”, che con pacatezza, chiarezza e cognizione di causa – senza attitudini ‘di parte’ (buoni, cattivi, guelfi ghibellini, comunisti di destra o di sinistra)fornisce una cristallina reason why ad una questione che non è più giuridica, né morale o altro: non è più solo quello, è ben altro.
    Complimenti per la chiarezza,@mark!
    “Però è indubbio che il successo…sono stati costruiti sul sangiovese in purezza,…”.
    Una volta, la mia vita è stata sfiorata da un famoso “lodo”; non è che qui se ne sta profilando un altro?

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