Al Gastronauta Davide Paolini invita a discutere del tenore alcolico dei vini

Interessante appuntamento sabato 18 giugno dalle 11 alle 12 su Radio 24, la radio del Sole 24ore (cercate qui le frequenze oppure ascoltatela on line sul sito Internet, qui) con la trasmissione Il Gastronauta condotta dal giornalista Davide Paolini.
Nel corso della trasmissione si parlerà di un tema che fa molto discutere, il tenore alcolico dei vini italiani.
Pare difatti che il tenore alcolico dei vini italiani sia in aumento, ma è forse un dato da analizzare per capire in che modo possa influenzare il consumo e la qualità del made in Italy in campo enologico. E poi siamo sicuri che se ci fosse una minore percentuale alcolica si potrebbe bere mezzo bicchiere in più? Un tenore alcolico elevato nei vini costituisce davvero un deterrente all’acquisto e si può ragionevolmente pensare, nonostante l’andamento climatico con estati calde verificatosi nell’ultimo decennio, di produrre vini che presentino un tenore alcolico inferiore?
Davide Paolini nella trasmissione radiofonica di sabato 18 giugno sentirà l’opinione in materia di winemaker, docenti universitari, produttori di vino e giornalisti.
Interverranno: Marco Reitano, sommelier presso il ristorante La Pergola dell’hotel Rome Cavalieri
Luigi Moio, Professore ordinario di enologia presso l’università di Napoli ed enologo
Roberto Cipresso, Wine maker
Ezio Rivella, Presidente del Consorzio Brunello Montalcino ed enologo Daniela Scrobogna, sommelier
Aldo Bertelli, Farmacologo Università di Milano e produttore di vino in Piemonte.
Anche il sottoscritto, autore di questo blog, dirà la sua.
Gli ascoltatori potranno a loro volta intervenire nel programma.

8 pensieri su “Al Gastronauta Davide Paolini invita a discutere del tenore alcolico dei vini

  1. Qui Claudia, enologo di medio corso il quel della Romagna solatia.
    Per produrre vini con concentrazione alcolica inferiore:più uva sulla pianta , una raccolta antiipata, macerazioni più corte ( il mio Sangiovese si sta rivoltando nelle bottiglie), dealcolizzazione ecc ecc
    Ormai si può fare di tutto per abbassare il tenore alcolico nei vin i, ma ogni intervento ha in se il rovesccio della medaglia.
    Io sono per un’educazione al vino come parte integrante della nostra vita quotidiana. quindi prima di parlare di dealcolizzazione , a mio parere occorrerebbe avere ben chiaro di che vino si parla .
    Claudia Donegaglia

  2. A mio avviso una buona gestione del verde con poche cimature, impianti non troppo fitti, assenza di concimi chimici di sintesi e equilibrio della pianta risolvono molti problemi……buona lavoro

  3. Personalmente sono per un progressivo ritorno ai livelli di gradazione alcolica che erano diffusi 10-15 anni fa. Sono un produttore di Verdicchio e Rosso Conero – http://www.danieletombolini.it – ed ogni anno faccio fatica a stare al di sotto dei 13,5-14 gradi alcolici. E’ vero che la qualità è salita di molto ma obiettivamente stiamo rasentando il vino liquoroso. Troppo facile fare qualità cimando, facendo impianti fitti e via dicendo. In questa maniera si incrementa, si concentra tutto e ne consegue un innalzamento del tenore zuccherino fuori dei livelli naturali. Noi enologi dovremmo dedicarci a percorrere altre strade per inseguire una qualità ad un tenore alcolico non superiore agli 11, 12 gradi alcolici.

  4. Da consumatore penso che sia un argomento importante, ma in ultima analisi inutile, e provo a spiegare il mio punto di vista.
    Credo che i vini (senza ampliare troppo il campo, limitiamoci a quanto attinente all’argomento) debbano essere fatti:
    – in modo naturale, possibilmente “biologico”
    – con meno interventi possibili in cantina (personalmente rabbrividisco quando leggo certe pratiche enologiche, come per il “Già”)
    – per DOC, DOCG ecc., seguendo rigorosamente il disciplinare di produzione
    Ogni vino deve poi indicare in modo chiaro (come già avviene) la gradazione alcolica.

    Nient’altro.

    Sta poi all’intelligenza del consumatore sapere quanto vino può bere in base alla gradazione.
    E’ sulla cultura del bere che si deve intervenire.
    Un ignorante che beve vino per arrivare fino al limite del possibile, una volta abbassata la gradazione si limiterà a bere di più… come già avviene per chi si ubriaca di birra, cocktail, superalcolici ecc: non c’è una quantità media o prestabilita: chi beve con il fine di ubriacarsi (consapevole o inconscio), lo fa fino al limite.
    Visto che (immagino) la volontà di abbassare la gradazione derivi soprattutto da finalità “sociali” legate non all’uso, ma all’abuso di alcol, ecco perché credo inutile una battaglia di questo genere, perché non gioverebbe ai potenziali “beneficiari”.

  5. @Daniele,
    Parliamo allora delle strade che dovremmo percorre per ottenere vini con gradazioni alcoliche ragionevoli.
    La nuova OCM e l’OIV negli ultimi anni hanno sancito una specie di ‘liberi tutti’ per quanto riguarda l’utilizzo delle tecnologie: utilizzo delle resine, osmosi, dealcolizzazione , carbossimetilcellulosa, acido malico e chi più ne sa più ne usa.
    La tecnologia in cantina ( se te la puoi pagare ) può permettere ormai qualsiasi cosa per finire poi ad un prodotto tecnologico ed industriale , da massa critica .
    Le nuove tecnologie sono da usare con intelligenza, avendo ben chiaro il progetto vino che uno ha in testa, tanto ( diacomolo onestamente) ognuno di noi, di qualunque zona enologica, ha come obbiettivo finale vendere la propria bottiglia e farsi conoscere da più gente possibilie.
    La cosa triste che queste tecnologie andrebbero studiate già a scuola, ma in alcune università preparano l’esame di tecnologie speciali ancora sul DE ROSA, testo utilizzato anche da me alla fine degli anni 80
    claudia

    • peccato che i 50 minuti di trasmissione siano letteralmente volati via, ma nel corso degli interventi, anche quello dell’ottimo Donato Lanati, e dell’ex arbitro ed enologo Daniele Tombolini, sono emerse considerazioni molto interessanti, che saranno oggetto di un post che pubblicherò lunedì. I vari enologi intervenuti hanno ammesso le loro colpe, hanno fatto, alcuni, mea culpa, ma hanno davvero intenzione di cambiare registro e di fare vini più equilibrati e più dalla parte dei consumatori? Ho seri dubbi in merito…

  6. quando si parla di vino, con riferimento al potere inebriante dovuta al grado alcolico e al potere inebriante ad esso dovuto,ci si dimentica completamente della presenza dei solfiti ,della loro quantita non indicata( solo la presenza….). eppure sappiamo tutti benissimo che il cerchio alla testa ad essi dovuta, ha una grande responsabilita e importanza nel decremento di lucudita e attenzione alla guida di una autovettura. Il re e nudo ma nessuno lo dice.
    non voglio fare il professore ma vorrei ricordare da buon fotografo che i solfiti si usavano fino a pochi anni fa per sviluppare e fissare le fotografie dopo essere state sviluppate….. ( nel caso del vino si usa per stabilizzarlo
    ( per far si che non diventi aceto)
    ultimamente assaggiando vini mi sto rendendo conto che sono piu o meno accomunati dallo stesso sapore di solforosa,( il sapore di acidita velata mi ricorda l’odore della camera oscura…)e bisogna fare uno sforzo sovraumano(quanto il prezzo..) per percepire flebili sapori di spezie lampone liquirizia frangola ecc….
    ritorniamo a bere buon vino semplice, fatto sul posto. magari poco trasparente perche non filtrato con chissa che cosa; un po come il pane che ha suoi tempi di consumo per apprezzarne la fragranza. adulterarlo per renderlo legittimamente commerciale lo renderebbe solo sgradito .

  7. Condivido in pieno le osservazioni di Fabrizio. In troppi vini domina, imparando a riconoscerla, la “puzza” di solforosa. Caro Franco, perchè non promuovere una iniziativa che inviti (se non obblighi) i produttori ad indicarne in etichetta i quantitativi utilizzati? D’accordo, siamo nel paese dei furbi, ma penso che potrebbe comunque essere un buon deterrente.

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