Antinori: quando la tradizione è sentita come un peso

E’ sempre interessante verificare come si raccontino ai giornalisti esteri molti produttori di vino italiani. Pensando forse di poter parlare più liberamente, di non essere pressati o oppressi dalle solite domande che fanno i giornalisti loro connazionali, ci raccontano spesso cose molto istruttive.
E’ questo il caso del dialogo – intervista che Albiera Antinori, figlia del marchese Piero, ed erede, con le sorelle Alessia e Allegra, della celeberrima dinastia vinicola, ha avuto con il giornalista statunitente W. Blake Gray, da questi pubblicato sul suo blog The Gray report.
Come si può leggere dal post,  nato da una chiacchierata fatta a Firenze presso la Cantinetta Antinori, Albiera Antinori ha raccontato la realtà dell’azienda, i 1800 ettari in Italia, le joint ventures in Napa Valley (“Antica, as well as a partnership with Chateau Ste Michelle in running Stag’s Leap Wine Cellars”), Washington (“Col Solare, also a joint venture with Chateau Ste Michelle”) e Cile (Albis, a joint venture with local entrerpreneur Eduardo Matte).
E poi gli 80 ettari in Ungheria, non nell’area del Tokaji, i 20 ettari in Romania, Paese che “ha una lunga storia con il vino”, vini prodotti all’Est per i mercati locali. Venti ettari in Romania “non cambieranno nulla” rispetto alla mission principale, concentrarsi sulle produzioni in Toscana, perché tutto quello che ci ha impegnato fuori Toscana “è stato fatto per un senso di curiosità”. Parlando di quello che hanno appreso operando in California Albiera Antinori sostiene che la cosa principale è stato “lo spirito di innovazione. Prendere le cose da zero senza il peso della tradizione. Per i vini rossi andare verso una maggiore concentrazione e la stessa cosa per i bianchi”. Qualcosa avvertita come una palla al piede questa benedetta tradizione, visto che poi Albiera Antinori ricorda che “gestire la tradizione è qualcosa di difficile. Devi mantenere la tradizione con lo spirito dell’innovazione”.
Ed ecco il punto centrale della sua confessione, il difficile, e a mio avviso malinteso, rapporto con la tradizione, quando sostiene che “se avessimo solo la tradizione, noi produrremmo vini come li producevamo 500 anni orsono il che non è concepibile nel nostro caso”.
Poco conta che nella parte finale della sua chiacchierata con W. Blake Gray la maggiore delle figlie di Piero Antinori confessi che l’azienda è sempre alla ricerca di vini “che mantengano eleganza e non solo potenza” e che la scelta nell’acquisizione di nuove proprietà e vigneti cada inevitabilmente su posti che devono essere belli e mantenere un loro fascino, perché “è difficile trovare grandi vigneti in posti sgradevoli.
E’ il rapporto con la tradizione il nodo irrisolto, qualcosa che, anche se non viene espresso in questi termini, si capisce che da questa come da altre grandi aziende italiane, che spadroneggiano, pardon, “controllano” diverse importanti denominazioni, viene avvertita come un peso. O una palla al piede di cui vorrebbero tanto sbarazzarsi. Se solo potessero…

Bene, per dire le cose fuori dai denti, sarebbe ora che questi Grandi Signori (e Signore) del Vino Italiano, questi Grandi Marchi che pensano di impersonare il vino italiano, si mettessero in testa, anche se sono ricchi, potenti, nobili e con secolari storie di venditori di vino, che la loro idea di tradizione è del tutto fasulla.
Che si mettessero in testa che essere produttori tradizionali, che rispettano la tradizione e l’identità delle zone di produzione dove operano e dei vini che da queste zone ottengono, non vuole assolutamente dire, a meno di raccontare fanfaluche al prossimo, produrre vini come si producevano 500 anni fa, vini antichi, museali, incapaci di parlare al palato e al cuore (sì al cuore cari signori del wine business, cosa che non sfiora nemmeno le vostre menti) dei consumatori di oggi.
Essere produttori tradizionali, a Barolo, a Montalcino, in Chianti Classico, per citare solo tra importanti denominazioni dove i Marchesi Antinori operano e da cui ottengono vini che non sono diventati simbolo e termine di riferimento di queste Docg, vuol dire saper conciliare con intelligenza quello che è il giusto distillato dell’esperienza delle generazioni di vignaioli e produttori che hanno agito in passato e un altrettanto intelligente e calibrato atteggiamento di apertura agli elementi positivi portati dal nuovo.
E fare vini che hanno salde e orgogliose radici nel passato, nella storia, nella tradizione appunto, ma che sanno stare al mondo e non si rifugiano su immaginarie torri d’avorio o si trincerano con atteggiamento difensivo in castelli fortificati.
Far passare la fedeltà alla tradizione come qualcosa di vecchio e di superato, da sacrificare sull’altare della dea Innovazione, è non solo sbagliato e privo di fondamento, ma è qualcosa d’intollerabile che offende il buon senso e la realtà delle cose.
Fattore ancor più grave se a dare quest’idea falsa e forzata di tradizione è una persona che si chiama non pinco pallo o Franco Ziliani (il sottoscritto, non il pioniere di quella Franciacorta dove gli Antinori sono solo uno dei tanti produttori presenti e non certo il più significativo) bensì Albiera Antinori

28 pensieri su “Antinori: quando la tradizione è sentita come un peso

  1. Bravissimo Franco! Appunto cosa s’intende per tradizione? Mica l’ho tanto capita la chiacchierata della Sigra Antinori. Mi pare che sulla parola “tradizione” ci sia una gran confusione, un po’ colpa anche di una certa intellighenzia critico-guidista del mondo del vino. Da un po’ sento battere il tamburo (invero un po’ fesso…) del vino vero, naturale. E mica capisco cosa vogliano dire… Il vino del contadino, quello di 500 anni fa? Mah… d’accordo alla naturalità di questo meraviglioso nettare che è il vino, ma dobbiamo tornare a certi vini che -fatto salvo un pugno di Soloni- sarebbe rifiutato da 9 tavoli su 10 (non scherziamo ragazzi l’educazione al vino è cosa seria e totalmente assente in Italia!)? Torniamo al vino che dall’Oltrepò a Milano arrivava spunto? E poi, rifiuto della tradizione che vuol dire? Torniamo ad un misoneismo viti-enologico antistorico e magari anzi anche non proprio salubre? Al contrario del “vino vero” (perché l’altro vino è virtuale?) significa bombardare di schifezze chimiche vigneto e vino? O magari fregarsene di antiche scienze e regole e fare il vino con i vitigni che più mi aggradano in barba alla storia, cultura, legge (disciplinare) di un luogo? Significa seguire ogni ridicola moda che ogni tanto i trend-setter del vino lanciano (vino barricato, vino aromatico, vino “vero”, vino a basso tenore alcolico…)? Scusate sono tonto, continuo a non capire: cos’è la tradizione?…

  2. Mah… mi sembra abbastanza evidente che queste righe le hai scritte ripensando ancora alle vicende che tu e James Suckling metteste in luce a fine marzo del 2008… In realtà riuscire a coniugare tradizione e innovazione nel mondo del vino, così come in altri contesti, è un tema sul quale può anche essere interessante riflettere. Secondo me quando scrivi di “vini che hanno salde e orgogliose radici nel passato, nella storia, nella tradizione appunto, ma che sanno stare al mondo”, alla fine affermi cose non molto dissimili da quelle che probabilmente Albiera Antinori ha raccontato a W. Blake Gray. Un gruppo che nel 2009 ha fatturato 126 milioni di euro, con un valore aggiunto di 72 milioni di euro (Fonte: http://www.inumeridelvino.it!), si è sicuramente posto il problema più e più volte, e secondo me è molto azzardato arrivare alla conclusione che “la loro idea di tradizione è del tutto fasulla”. A questo proposito mi torna in mente un ricordo del liceo, ovvero il fatto che da un punto di vista etimologico “tradizione” deriva dal verbo latino “tràdere”, che tanto ricorda il nostro “tradire”. Con questo voglio solo dire che trasmettere la tradizione di generazione in generazione implica necessariamente un umano, inevitabile, tradimento, che siamo soliti chiamare innovazione. Il problema è che questo “tradimento” non dovrebbe porsi solo obbiettivi di breve periodo, perché altrimenti finirebbe per non fare più l’interesse delle generazioni successive. Questo sì che è un problema grande, etico e culturale, e mi auguro che il mondo dell’economia trovi sempre più occasioni per rifletterci.

  3. La grande tradizione sartoriale napoletana mica taglia i tailleurs come negli anni trenta…tuttavia ha un’alta reputazione proprio perché nel mutare dei tempi ha sempre mantenuto la propria tradizione di qualità.

    Non credo che chiamarsi Antinori sia cosa lieve, soprattutto di questi tempi, in cui si è guardati con rispetto solo se si fa man bassa, se si coniugano verbi rapinosi, se si è aggressivi e possibilmente volgari.

    Forse per fare un vino interessante, basterebbe avere rispetto della terra (anche idrogeologicamente parlando), della natura e delle regole che disciplinano la produzione. Poi ogni produttore agirà secondo un suo stile.

    In questo ambito, lo “stile della tradizione” (ebbene sì, qualcuno l’ha scritto da qualche parte), sarebbe bene che non fosse solo una vuota locuzione, un’altra etichetta che non vuol dire granché.

    Dal mio punto di vista, gente che porta nel mondo un nome come Antinori, o come Frescobaldi – solo per ricordare due blasoni del vino – ha enormi responsabilità, proprio come accade a chi rappresenta il paese o un suo settore importante, e deve avere la schiena ben dritta e l’etica filigranata nell’anima, perché non rappresenta solo sé stesso o il proprio casato, ma un intero settore o addirittura l’Italia.

    Pure le dichiarazioni fatte da una signora con cotanto nome non possono che essere vagliate con attenzione; in verità però, il fatto che dichiari che sente il peso della tradizione, mi fa pensare che abbia consapevolezza, soprattutto se penso all’italietta odierna, dove ogni dì incontri lucciole che si gabellano per lanterne.

    Certo “se avessimo solo la tradizione…” rende cauti e induce pensieri. La tradizione non è solo il nome, ma è ciò che il nome significa.
    Mi viene in mente la nobile tradizione artigiana, che ha sempre servito splendidi manufatti alle famiglie nobili, deliziandone l’esistenza.
    In quel caso la tradizione non è dei grandi nomi, ma del nugolo di artigiani sapienti che si sono trasmessi la conoscenza, di padre in figlio. Forse anche nelle vigne delle grandi famiglie.
    Ora – in absentia di costoro – abbiamo gli immigrati nei campi e tutti gli altri nei call center.

  4. caro Nicola, la loro idea di tradizione é fasulla se implica di pensare, come ha dichiarato Albiera Antinori, che “se avessimo solo la tradizione, noi produrremmo vini come li producevamo 500 anni orsono”. Provi ad informarsi con gente come Beppe Rinaldi, Maria Teresa Mascarello, Mauro Mascarello e verificare se hanno un’idea così antica, museale e polverosa della tradizione…

  5. Premesso che, non padroneggiando a sufficienza la lingua inglese, non sono in grado di cogliere tutte le sfumature che un’intervista del genere conterrà senz’altro. Mi pare di aver capito che il riferimento di Albiera Antinori al “peso della tradizione” fosse da intendere più come una difficile eredità da mantenere, piuttosto che una zavorra da caricarsi sulla schiena. Del resto, gettando un sguardo alle spalle, ritengo altamente improbabile che una famiglia possa occupare il ruolo che occupano e che hanno occupato da secoli gli Antinori,senza avere radici affondate nella tradizione. Tutto però sta ad intendersi quale possa essere il significato più intrinseco della parola stessa. La mia opinione è che la tradizione, intesa come un insieme di gesta e pratiche mutuate nei secoli dall’interazione dell’uomo con il suo habitat, debba essere continuamente rinnovata, pena la sua consegna al museo di storia naturale. Nobile ed istruttivo finchè si vuole, ma sempre museo. Ora, non conosco i backstage della famiglia e quindi non so se sia questo il caso di aderenza fedele alla tradizione o piuttosto di libera interpretazione, però andrebbe ricordato che parte della storia odierna, leggasi nascita degli(adesso) odiati supertuscan, che gli Antinori hanno contribuito a scrivere, domani sarà vista come tradizione. Del resto anche il corpo più tradizionale d’Italia, i Carabinieri, barzellette a parte, si è rinnovato restando fedele. Nei secoli, ovviamente.

  6. Il pensiero di avere alle spalle una famiglia potente e una storia vinaria alle spalle per qualcuno può anche essere avvertita come un peso essendo figlia/o di e non proprio nome o cognome.
    Il vino di Antinori più facile lo abbiano fatto i loro Contadini o Mezzadri che gli illustrissimi marchesi, quindi il peso della tradizione (della fatica) cade sulle spalle di generazioni di uomini e donne forza mulo lavoro.
    Le strade della California nel caso sono sempre aperte, li non hanno il peso di fare vino e di una tradizione da beneficiare con la pomposità retorica con la quale si vende la Tuscani all’estero e ci se ne fa alfieri.
    Fate dell’ottimo Sangiovese in California se volete e ci credete e se son troiai fioriranno.

  7. Tra qualche anno qualche produttore di Prosecco farà le stesse dichiarazioni della contessa,principessa suddetta………..sono post inutili da commentare ma prima di farmi la barba ci può stare…..:)

  8. Da produttore di chianti classico che con la tradizione ha un rapporto diverso, questa affermazione mi colpisce:”We were kind of stuck with tradition”,cioè “eravamo più o meno bloccati dalla tradizione”;e di conseguenza come dice dopo l’ispirazione dalla california è stata di dare più concentrazione ai vini.punto.Dalla california dove ho studiato e lavorato ho imparato che i grandi vini sono espressione unica di un territorio(un nome per tutti: RIDGE).tornato a Gaiole quell’ispirazione mi ha fatto apprezzare ancora di più l’eleganza,complessità,piacevolezza,complementarità alla tavola che è parte essenziale dell’unicità di questa zona.La tradizione se accolta,rivalutata,capita è un trampolino,non un blocco.

  9. Buongiorno Franco, scusa l’argomento apparentemente ‘off topic’, ma consiglierei tutti i tuoi lettori di rivedere, a questo proposito, ancora una volta Mondovino. Film sicuramente sciovinista, eccessivamente lungo e anche un po’ noioso, ma assolutamente profetico di come sarà la cultura del vino nei prossimi decenni, in quale direzione si evolverà il consumatore del vino (ovviamente quello in grado di leggere e scrivere), ma soprattutto come sarà percepito in futuro il legame tra nobiltà e qualità della produzione.
    Si trova a 7,50 euro e non vale proprio la pena di scaricarlo via Torrent o protocolli similari

    http://www.lateriziofacciavista.it/FAV/UserFiles/File/REALIZZAZIONI/Edilizia%20commerciale/120_12_19.pdf

  10. Certo che “la tradizione è un trampolino” (Roberto Stucchi@)! Ma non per tutti, dipende dai sentimenti da cui si è mossi.

  11. Silvana, diciamocela tutta: Se il Barone Stanislav Hector Von Pepsi non avesse avviato la produzione dell’omonima bibita all’interno del suo castello di Hochsteinberg nella impenetrabile foresta dello Verfluchtschwarzwald in una notte di tempesta del 1320, dopo averla concepita attraverso i lunghi studi cabalistici del rabbino Holmutz e a questi sottratti con l’inganno dopo averlo ucciso; e se poi i suoi discendenti non fossero stati fedeli custodi di cotanta tradizione, potremo oggi bearci nel bere simile delizia? Io penso proprio di no.

    Un consumatore interessato alle storie raccontate dai produttori.

  12. Ah Carloo, ma che stai addi’. Mondo vino e’ nna robba da asilo, vecchia e pe lattanti. Damose na mossa che er monno vero nun sta da Nossitterre.

  13. La Marchesa ha una immensa “fabbrica” di vino e al posto del vino potrebbe avere una immensa fabbrica di calzini o di pentole o d’altro (per ella forse farebbe lo stesso) e quindi le cose che dice ,a proposito del vino, lasciano il tempo che trovano (almeno per quel che mi riguarda).
    Magari mi sbaglio: vuoi vedere che la marchesa è una “donna del vino” a tutto tondo (nel senso che ha e fa pratica di vigneto e di cantina come la MT Mascarello o la Occhipinti o la Skok)?
    Comunque, per me, chi fa troppo vino, e in tante parti del mondo, non deve usare la parola tradizione (qualunque cosa essa voglia significare).
    Vigneti in italia, america,cile,romania , ungheria, etc…:è inutile cercare di sapere cosa significa tradizione per la marchesa.
    Confesso che sono anche un pò invidioso dei soldi che ha , ma quello che ho scritto non è mosso dall’invidia ma dalla consapevolezza che i vignaioli (che rispettino o meno la tradizione) sono altri.

  14. Nelle vigne si fanno gran foto, vincenzo busiello@. Ormai tutti si fanno fotografare in una vigna, va molto, fa chic far vedere che non si ha paura della terra. Molti fanno pratica nella vigna e in cantina, ma la Mascarello e le altre sono irraggiungibili, per gli industriali del vino. E questo non vuol dire sparare addosso all’industria, che ha le sue caratteristiche e non ha bisogno di ‘rubare’ i claim ai vignaioli veraci.

  15. E’ vero che ”tradere”ricorda sicuramente il concetto di
    tradimento,ma è vero anche che significa ”trasmettere”,
    ”tramandare”.E che,quindi,la Tradizione intesa come con
    tinuità e salvaguardia delle radici,dovrebbe/potrebbe prevalere sulla voglia di modernità a qualunque costo.E’ vero che il gruppo in questione fa utili stellari,ma è altrettanto vero che sono risultati commerciali che si autoalimentano in un circuito in cui l’utente acquista il brand,non il vino, e il brand prolifera sull’onda di scelte di massa automatiche,quasi inconsapevoli.Ci sono alcune etichette di Antinori che,in Toscana,vengono acquistate dai ristoratori come fosse Coca Cola,perchè..”bisogna tenerle”.
    E’ vero che ogni grande realtà imprenditoriale si regge anche su questo,ma la QUALITA’ sta da un’altra parte.

  16. carlo@: ho aperto il link e mi pare che la descrizione della cantina sulla collina (che io avevo scambiato – passando di lì – per una variante della superstrada) nasca da un pensiero molto interessante …
    Tuttavia sono convinta anch’io che il mercato stia andando in un’altra direzione; a questo proposito gli indicatori sono molti e si possono leggere, più o meno dettagliatamente, in tutte le ricerche disponibili. Mondovino radicalizzava, ma precorreva. Forse noioso? Ma piuttosto preciso.

  17. L’aristocrazia toscana non se la passa tanto bene sui blog recentemente. Colpa loro, ingordi che non sono altro, se si fossero accontentati di quel che gli aveva passato nonno, ora sarebbero considerati ben altro. Invece no, hanno voluto ingrandirsi, hanno avuto fame e sete di novità, si sono sentiti costretti a trovare spazio per la numerosa prole che intanto avevano figliato.
    Così il loro nome é fra i pochi conosciuti al di fuori dei confini italiani, ma da famiglia sono diventati un brand, un marchio di garanzia, come scrive bene Giampezzuto.

    Vorrei fare un saltino indietro nel tempo, credo che gli Antinori per secoli più che proprietari terrieri di grandi vigne, fossero dei commercianti di vino. La fortuna e la fama recente della famiglia é nata grazie alla lungimiranza del Marchese Piero, il quale coadiuvato da Giacomo Tachis prima e da uno dei Cotarella brothers dopo ha contribuito non poco alla concezione del vino Toscano moderno, nel bene e nel male.
    Quello che noi percepiamo come qualcosa di immutabile nei secoli, in realtà é nato negli ultimi trenta-quarant’anni.

    Per cui quando la Marchesina Antinori parla di tradizione e del peso della stessa non fa che confonderci le idee. Nel contempo, grazie al fiuto di Franco Ziliani, forse riusciamo anche a chiarircele.

    viva la Libera Repubblica di Siena!

  18. Vorrei leggere le parole di Albiera con un’altra ottica, quella del ragazzo che fin dal 1980 ha creduto al progetto di Piero (allora con Scaffei, Santoni e Bette Ann), criticando a volte alcune scelte, ma entusiasta di altre.
    1) “tutto quello che ci ha impegnato fuori Toscana “è stato fatto per un senso di curiosità”. Parlando di quello che hanno appreso operando in California Albiera Antinori sostiene che la cosa principale è stato “lo spirito di innovazione. Prendere le cose da zero senza il peso della tradizione. Per i vini rossi andare verso una maggiore concentrazione e la stessa cosa per i bianchi”.
    Si parla di tutto cio’ che hanno fatto “fuori” Toscana, non in Toscana, percio’ il “peso della tradizione” e’ da riferirsi alle realta’ che hanno trovato prima a Malta, poi a Batapaati in Ungheria, quindi in Romania, nello stato di Washigton, in California e in Cile. A parte queste ultime in Napa Valley e in Maipo Valley, nelle altre tenute se non fossero partiti da zero e con spirito innovativo avrebbero prodotto delle autentiche ciofeche secondo la “tradizione” vigente in quei Paesi, che ricordo benissimo. Secondo me era questo che intendeva appunto Albiera. Certo che se la stessa frase l’avesse riferita alla Toscana sarei anch’io un po’ sbalordito. Spero pertanto che Albiera intervenga in questo blog e chiarisca, tanto so che Franco le avra’ certamente mandato il link a questo articolo ome fa con tutti i produttori di cui critica il vino, per la grande passione giornalistica del confronto serio alla luce del sole che lo anima.
    2) sulle frasi “se avessimo solo la tradizione, noi produrremmo vini come li producevamo 500 anni orsono il che non è concepibile nel nostro caso” e anche “gestire la tradizione è qualcosa di difficile. Devi mantenere la tradizione con lo spirito dell’innovazione” io sono totalmente d’accordo, non ci trovo niente di pericoloso. Tra l’altro quello che chiamiamo tradizione e’ qualcosa che all’origine era un’innovazione che poi si e’ consolidata proprio per i buoni risultati ottenuti. 300 anni fa non esisteva lo Champagne di oggi. meno male che Don Perignon, hiudicato un po’ matto dai suoi contemporanei, volle innovare il vino della sua abbazia e sperimento’ il metodo delle cuvée! Meno male che la veuve Nicole Cliquot Ponsardin foro’ il tavolo della sua cucina per farne un pupitre, il primo in assoluto. Se fossero rimasti alla mera tradizione non avremmo oggi l’ottava meraviglia del mondo, cioe’ lo Champagne.
    Scusate la voce fuori dal coro, ma spero che un intervento della marchesina possa chiarire meglio il suo pensiero.

  19. Scusa, Franco, potresti eliminare questo ed il commento precedente se inserisci il nome Bette Ann (questo e’ il modo giusto di scriverlo) dopo Scaffei e Santoni. Me lo faresti questo piacere, amico mio? Grazie. Ciao e buona domenica. Io mi apro un Barbaresco Mantico 2007 Bersano e domani un Barolo Marne Forti 2005 Toso per riprendermi un po’, prima della visita importante di martedì dove tu sai…

    • cara Silvana, mi associo e saluto con grande gioia il ritorno ai commenti del nostro grande amico Mario, in altre più importanti faccende affaccendato in questo periodo… un forte abbraccio Mario!

  20. Grazie, amici. Anche quando non posso scrivervi, vi penso sempre. E quando non posso leggervi, mi mancate molto anche voi. Franco parla sempre ai cuori, anche al mio. Chi non lo capisce ne puo’ vedere soltanto la verve polemica, di montanelliana memoria, percio’ tanta scorza dura a celare un cuore tenero, dolce, passionale. Chi riesce a sintonizzarsi, invece, sa che il nostro Franco Tiratore e’ come un ficodindia, tutto spine fuori e tutto zucchero naturale dentro. Speriamo che lo faccia anche Albiera, così troveremo forse anche qualche sua riga di spiegazione fra queste pagine.

  21. Gli Antinori producono Chianti Classico perche’ negli anni trenta e’ stata inventata di sana pianta una zona di produzione con tale nome e che si spinge fino quasi a Empoli, ossia proprio la’ oltre San Casciano dove e’ radicata la loro presenza. I maligni anzi sostengono che furono proprio i gerarchi di famiglia a valere quell’allargamento a nordovest della zona di produzione, tanto piu’ singolare se si osserva l’esclusione della zona di Impruneta, in realta’ meno distante dal Chianti del territorio di San Casciano val di Pesa.
    Cinquecento anni fa gli Antinori producevano vino, ma col Chianti (piccolo distretto oggigiorno interamente ricadente nella provincia di Siena) non avevano a che fare nemmeno da lontano. Se si deve proprio fare un’equazione famiglia nobiliare – territorio, ovviamente col cuore del Chianti sono legati i Ricasoli-Firidolfi.

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