Ancora a proposito della nuova Docg Castel del Monte Bombino nero.

Un intervento di Carlo e Sebastiano de Corato (Rivera vini)

Chiamati in causa dal mio post dedicato alla sorprendente Docg assegnata al Castel del Monte Bombino nero, Carlo e Sebastiano de Corato, responsabili dell’importante azienda vinicola Rivera di Andria, produttrice dell’eccellente Castel del Monte Bombino nero Pungirosa, mi hanno inviato questa loro precisazione.
La pubblico con grande piacere, rimandando alla mia conseguente precisazione che pubblicherò in coda a questo loro intervento.

“Perché si grida allo scandalo per una DOCG ad un rosato? Il problema è a monte. In Italia sono pochi coloro che danno la giusta attenzione ai vini rosati, a cominciare dalle guide e dalla stampa in generale. Ecco quindi che non vengono considerati degni di ricevere un tale riconoscimento.
A proposito della DOCG riconosciuta al Castel del Monte Bonbino Nero, ho letto affermazioni come queste:  I membri dell’attuale Comitato Nazionale Vini sono i “ distruttori del sistema delle certificazioni” e ancora “le nostre DOCG stanno completamente perdendo valore perché sono titoli che ormai non si negano a nessuno”.
Dicevo che il vero problema è a monte. Pochi in Italia (ma non in Francia) sanno che cosa è un vero rosato e quali livelli di qualità possa raggiungere; Riconosco che la colpa è anche in parte di molti produttori. Molte aziende vinicole offrono nella loro gamma un rosato solo per completarla utilizzando magari quel vino attenuto per “salasso” al fine di migliorare il “vero” vino, quello rosso. Ma quale attenzione viticola e tecnologica si può dare ad un vino se lo si considera come un “riempitivo”?
Se coloro che parlano di vino raccontassero più diffusamente dei buoni rosati, i consumatori sarebbero più attenti ed in grado di apprezzarli e considerarli alla stregue degli altri vini giudicandoli per quello che meritano. Il rosato è un vino che merita le stesse attenzioni che si dedicano ai bianchi e ai rossi se prodotti con varietà e con tecniche attente e specifiche.
Quanti sanno che il Rosato Castel del Monte DOC ora DOCG, è prodotto esclusivamente da un’uva, il Bombino Nero, coltivata solo nel comune di Corato e suoi dintorni e che da questa uva si può ottenere solamente un rosato date le sue specifiche caratteristiche fisiche e di contenuti organolettici.
Occorre conoscere i luoghi in cui è coltivata questa varietà per comprendere le peculiarità che danno a questo vino  ogni diritto al massimo riconoscimento ricevuto. La sua tradizione è antica. Solo i non più giovani ricordano il rosato “Corato” (così si chiamava prima che questo vino ricevesse la DOC) che purtroppo, allora allo stato sfuso, andava  verso altri mercati per vestirsi con etichette con indicazioni di origine non veritiere.
Ma proprio chi scrive queste brevi considerazioni, ricorda che fu il “rosè” Castel del Monte a meravigliare i consumatori di molti mercati negli anni 1960 a dare prestigio al marchio Rivera. Il merito della Rivera fu solo quello di farlo conoscere, di interpretare la sua qualità così come la natura la offre. Da più anni altri produttori della zona Castel del Monte hanno compreso la potenzialità di questo vino e sono stati capaci, lavorando per un successo comune, di unirsi in un Consorzio operativo che ha mostrato di essere concreto non solo riuscendo ad ottenere tre DOCG, ma anche di attuare quello di cui molti parlano ma poco fanno: ridurre il numero delle DOC (vedi la DOC Canosa).
La DOCG si riconosce per la qualità e non per la quantità. Questo per rispondere a chi sostiene che il Castel del Monte DOCG ha poca rilevanza quantitativa tra i vini di questa zona.
Merito alla Puglia ed un incitamento al Salento affinché raggiunga il traguardo della DOCG magari con un suo rosato così da far eleggere la Puglia come regione del rosato”.

Letto l’intervengo degli amici Carlo e Sebastiano de Corato non posso non chiedermi se riuscire a farsi capire sia diventato ormai un optional…
Nel mio articolo, che li invito a rileggere con attenzione, non mi sono mai sognato di gridare, proprio io!, “allo scandalo per una DOCG ad un rosato, ma mi sono limitato a chiedermi, cosa che faccio tuttora, perché la Docg sia arrivata al, pur ottimo e rispettabilissimo, Castel del Monte Bombino nero, e non come avrei ritenuto più giusto, al Salice Salentino rosato.
Quando poi i de Corato osservano che “in Italia sono pochi coloro che danno la giusta attenzione ai vini rosati, a cominciare dalle guide e dalla stampa in generale. Ecco quindi che non vengono considerati degni di ricevere un tale riconoscimento”, sfondano, per quanto mi riguarda, eppure dovrebbero saperlo benissimo, una porta spalancata, visto che sono circa vent’anni che il sottoscritto apprezza, beve, consuma, suggerisce e scrive di rosati (in larga parte rosati di Puglia), quando farlo significava essere guardati dalla categoria dei giornalisti del vino come dei tipi originali.
Ancora meno giustificato, se rivolto a me, che sono un convinto rosatista… “ante marcia”, e che sono stato più volte in cantina da loro, scrivere “se coloro che parlano di vino raccontassero più diffusamente dei buoni rosati, i consumatori sarebbero più attenti ed in grado di apprezzarli e considerarli alla stregue degli altri vini giudicandoli per quello che meritano”.
Ricordo ai de Corato il mio articolo, del 2005, pubblicato su WineReport, qui dedicato al loro Castel del Monte rosato 2004, il banco d’assaggio di quasi trenta rosati d’Italia, tra cui il loro Pungirosa, a Modena organizzato con gli amici dell’A.I.S. nel settembre 2007, la mia collaborazione, lo scorso anno, alla rassegna Rosati in terra di rosati organizzata da Francesco Nacci a Ceglie Messapica.
So perfettamente cosa sia, con quali difficoltà e mille cure si produca un rosato, il fatto che in Puglia, terra di rosati per eccellenza, si producano eccellenti rosati da vitigni autoctoni.
Pur con tutto il giusto e doveroso rispetto per i validi rosati, a base Bombino nero, dell’area di Castel del Monte, dove la produzione di rosati, anche nell’azienda Rivera, è minoritaria rispetto a quella di vini rossi, continuo testardamente a pensare che sarebbe stato più giusto premiare con la prima Docg riservata ad un rosato pugliese un rosato, base Negroamaro, prodotto in quella terra eminentemente da rosati che è il Salento.
Spero che questa mia ostinazione non induca gli amici de Corato, che conosco, rispetto e apprezzo da molti anni, a mettermi sul libro nero. Magari nell’elenco degli ex amici…

 

7 pensieri su “Ancora a proposito della nuova Docg Castel del Monte Bombino nero.

  1. Guarda caso, proprio l’altro giorno ho “afferrato” dallo scaffale del supermercato una bella “boccia” di Salice Salentino rosato, che non tarderà molto a finire in bella mostra sulla tavola, meglio se moderatamente fresca…
    Però, Franco, in questo caso al tuo posto non avrei motivo di avere la cosiddetta “coda di paglia”. Non ho avuto l’impressione, in verità, che venissi chiamato direttamente in causa nel mucchio di “coloro che parlano di vino”, dal momento che in terra pugliese credo che tu sia di casa e sempre ben accetto.
    Concordo con chi afferma che spesso il rosato quasi non viene considerato, anche se è altrettanto vero, come ricordano i De Corato, che “la colpa è anche in parte di molti produttori. Molte aziende vinicole offrono nella loro gamma un rosato solo per completarla utilizzando magari quel vino attenuto per “salasso” al fine di migliorare il “vero” vino, quello rosso”.
    Forse molti pensano ancora che un vino rosato non sia “né carne, né pesce” (e infatti è un vino… 🙂 ), però ho l’impressione che da qualche anno anche sugli scaffali della GDO la presenza dei rosati sia maggiore. Spero non sia solo una moda del momento…
    DOCG o DOC? Sinceramente, mi fa molto piacere che alle nostre italiche uve autoctone venga dato il giusto riconoscimento, e tra queste il bombino nero è una delle più “tipiche”. Ma…proprio per la ristrettezza del territorio, e quindi della produzione, che “visibilità” può avere, in Italia ma ancor più al di fuori, una simile DOCG?

  2. Vedi, Franco, sono convinto anch’io che “sarebbe stato piu’ giusto premiare con la prima Docg riservata ad un rosato pugliese un rosato, base Negroamaro, prodotto in quella terra eminentemente da rosati che è il Salento”, ma dovresti sapere anche tu che per ottenere una DOCG e’ piu’ facile quando i produttori sono pochi e tutti d’accordo sulle varie regole da trasformare in disciplinare. A Castel del Monte sono pochi e tutti d’accordo. In Salento, come sai, ci sono parecchi produttori, diversi schieramenti, con le idee molto diverse sulle rese, sulle densita’ d’impianto, eccetera eccetera e probabilmente entro il 3000 d.C. forse riusciranno anche a mettersi d’accordo, anche perche’ di Consorzio non ce n’e’ uno solo, ma sai anche tu quanti galletti e “l’un contro l’altro armati”… campa cavallo e dispiace anche a me. La stessa cosa, vedrai, capitera’ per i rossi, i rossi riserva, eccetera. Dove c’e’ un grande produttore con cui vanno d’accordo i pochi altri della zona, si ottiene subito la firma del ministro. Altrove, invece, la vedo dura, anche se “sarebbe piu’ giusto” quel che pensiamo noi e, credo, non solo noi ma anche quegli ufficiali americani che chiamarono entusiasticmente Five Roses il rosato di chi sai (per riservargli un grande onore, visto che fino ad allora preferivano il loro Four Roses, il celebre bourbon americano).

  3. Sinceramente sono stupito dalla mail dei titolari della splendida azienda Rivera, a parte i loro meriti che nessuno credo voglia mettere in dubbio, sono sorpreso nel vedere che non hanno capito il senso degli interventi e la necessita’ di dare un senso alle denominazioni Mi pare di comrpendere che per loro la DOCG e’ un premio ad una zona o a delle persone che la chiedono ma, non dovrebbe essere cosi’. Ci parlano di ben tre DOCG che il loro Consorzio ha ottenuto come un grande risultato, no Signori, il grande risultato che un Consorzio deve ottenere e’ quello di aiutare a crescere l’immagine, la diffusione, la tutela e la redditivita’ di un prodotto, questo con le DOCG a tutti non avviene, si tratta solo di paliativi che ci aiutano ad illuderci per un paio di anni. Le zone che hanno vissuto queste effimere euforie, sono gia’ troppe ma, di bottiglie in piu’ sui mercati non se ne sono viste. Che un produttore mi dica che e’ normale che le denominazioni si diano a pioggia e senza regole, mi stupisce non poco, la DOCG che io sappia, non certifica qualita’ di un prodotto ma solo regole di produzione. Cosa pensiamo queste nuove DOCG trasmettano al mercato? quanti soldi soldi mettono i produttori per promuoverle? di quanto faranno salire vendite e retribuzioni per i contadini? di quanto miglioreranno la qualita’ dei prodotti? Qualcuno in qualsiasi consorzio si e’ mai posto queste domande ed ha dato risposte agli aderenti? Se pensiamo che l’ottenimento di una nuova denominazione sia un trofeo al pari di una nuova provincia, c’e’ poco di cui gioire. Ben vengano le nuove denominazioni ma, dietro precise regole, zone di riconosciuta (soprattutto dal mercato e, non e’ questo il caso!) immagine qualitativa, vitigni e zone di grande vocazione, precisi impegni dei richiedendo a promuovere nel breve e lungo periodo le denominazioni ottenute, disciplinari molto rigidi dove non si lasci spazi ad alcuna azione di discredito della denominazione stessa. Se poi ci fosse anche una commissione di degustazione che facesse una vera selezione tra prodotti idonei e prodotti non rappresentativi del livello qualitativo minimo che si vuole trasmettere ai consumatori, avremmo fatto tombola. Spero che tutto quanto ho detto gia’ esista documentalmente e che tra due anni io possa essere in dovere di scusarmi per aver dubitato del fatto che questa sara’ la prima denominazione che assolve alla sua funzione nello giusto modo ma, se vedo la lista di chi era presente alla recente fiera VINEXPO di Bordeaux (forse la piu’ importante al mondo), per promuovere una cosi’ importante DOCG ed un cosi’ importante territorio, qualche dubbio mi viene sulla reale volonta’ di assolvere agli impegni che ogni nuova e piu’ prestigiosa denominazione dovrebbe toccare ogni richiedente.

  4. Sono in parte d’accordo con ciò che scrive Valentino, però e vero ci sono zone vocate, ma qualcuno avrà iniziato, perciò evviva il bombino, il negramaro e via dicendo ed abbasso tutti i vitigni internazionali, sono stufo di Merlot , Chardonnay, Cabernet e via discorrendo.
    E’ vero come dicono i signori Rivera, find’ora non ho trovato un rosato di mio gradimento, provato il negramaro, il primitivo ,nero di troia, aglianico e qui mi fermo, l’unico che è riuscito in parte a convincermi è umbro, precesimante nella zona fra Narni ed Otricoli era un 33 di sagrantino un 33 di sangiovese ed un 33 di cabernet-franc, aveva una sua mineralità, abbastanza persistente e lasciava sia la nocciola che il cacao.

  5. a mio modesto avviso il travisamento è sul significato di una DOC e di una DOCG. Una DOCG non serve a “premiare” un vino, non serve a farlo conoscere, né a farne parlare la critica, che di massima se ne infischia altamente. Per premiare i vini ci sono i concorsi, le guide, le riviste e i blogger, e soprattutto ci sono i consumatori e gli operatori che lo comprano. Per valorizzare i vini ci sono la qualità del prodotto e la comunicazione, entrambi richiedono investimenti: non così la DOCG, che è (quasi) gratis ma non serve a questo. La DOCG è soltanto uno strumento normativo che attraverso il controllo numerico del vino imbottigliato rende più difficile la contraffazione di quel prodotto (e quindi la perdita di valore), a prezzo di un po’ di burocrazia in più per le cantine. Punto e a capo. Ogni altra interpretazione è fuorviante e serve solo ad aumentare la confusione, per quanto ciò appaia difficile dato che essa regna ormai sovrana. ne consegue che hanno bisogno della DOCG sooprattutto i vini conosciuti, apprezzati, valorizzati economicamente e affermati sul mercato e pertanto più a rischio di contraffazione. Il Castel del Monte Bombino nero rientra in questa categoria? Non mi pare. Però potrebbe essere diverso in futuro, se si tratta di una denominazione in crescita può essere una opportuna “difesa preventiva”: facciamo la DOCG prima che ce lo sputt… Il Salice Salentino direi che invece ci rientra in pieno già oggi. Però una DOCG comporta maggiori vincoli, e non è solo un problema di burocrazia, ma di controlli reali. Questo spiega perché, spesso, si fanno le DOCG per vini poco conosciuti, ma prodotti da poche aziende serie (come Rivera), e non per quelli che invece ne avrebbero più bisogno, dove la dimensione produttiva e la complessità della filiera comprende spesso anche qualche figura che di vincoli e controlli preferisce averne pochi.

  6. Quello che dice Maurizio, anche senza spingerci troppo sopra l’ho detto chiaramente ma, il problema sta dalla parte del consumatore in generale e su cosa lui percepisce da una DOCG e soprattutto, cosa ne percepisce un consumatore brasiliano, piuttosto che quello australiano, americano etc.
    Fino a qualche anno fa per queste persone, giusto o sbagliato, la denominazione aveva anche un significato qualitativo o di vino di alta immagine, oggi tutto questo non e’ piu’ cosi’ e l’eccessiva generosita nel concedere ogni tipo di denominazione ha di fatto, svilito tutte le denominazioni. Non mi riferisco assolutamente a questa nuova DOCG ma, al sistema di concessione che fa acqua da tutte le parti. Nessuno puo’ negare il fatto che oggi basta chiedere per avere, un passato non e’ stato cosi’ e la percezione delle denominazioni da parte dei consumatori era diversa. La perdita di credibilita’ secondo me, e’ iniziata quanto la cantina americana Gallo ha cominciato ad imbottigliare Chianti in Trentino abbattendo quel muro di difesa territoriale che, almeno in Italia, reggeva da tempo, ma qui’ rischiamo di andare a scatenare altre inutili polemiche. Il problema e’ e resta, come promuovere i nostri vini nel mondo e come dargli una credibilita’ che vada sulla categoria (area geografica, tipologia etc.) e non sul singolo produttore. La strada intrapresa e’ tutta contro la valorizzazione delle aree e delle tipologie, lo so che e’ difficile da comprendere ma, se ci mettiamo dalla parte del consumatore, le cose le vedremo proprio in questo modo.

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