Presentata la prima ricetta per il vino in Trentino: “trentinizzare” il Pinot grigio

Abbiamo finalmente scoperto quale sia la “mission” dei quattro “saggi” incaricati dalla Provincia di Trento di delineare strategie per il rilancio del comparto vitivinicolo provinciale. In sintesi, ricordarci che l’acqua è bagnata e l’ora di sessanta minuti.
Ho avuto modo di leggere solo ora, da questa rassegna stampa, le dichiarazioni rilasciate da uno dei quattro, il giornalista e tuttologo, “esperto di marketing” dicono, Fabio Piccoli (nella foto) al quotidiano di Trento L’Adige.
Come si può facilmente capire siamo in pieno clima da Jacques de la Palice con un pizzico di suggestioni semantiche dettate dal mestiere e dalla conoscenza di come si può suggestionare meglio il prossimo.
Cosa ha detto il prode ex collaboratore di tante testate già firma, nell’arco della direzione Mancini, del Corriere Vinicolo?
Innanzitutto, avendo subito ben capito chi comanda nel mondo del vino trentino, che “I documenti Pedron-Federazione e Fondazione Mach sono stati un’ottima base di partenza per il nostro documento che vuole essere molto operativo, per valorizzare i punti di forza del sistema vino trentino che già ci sono, più che inventarne di futuribili.
I produttori trentini si dimenticano spesso che stanno seduti su una miniera di valori vitivinicoli. Devono solo superare una mentalità individualistica: e basta con le contrapposizioni grandi-piccoli, qualità-quantità”, e poi aver vagheggiato, secondo una visione tra l’onirico ed il buonista, di “grandi produttori a braccetto dei piccoli” (forse per consentire ai colossi di soffocare meglio i vignaioli), la “genialata”.
Il saggio ha proposto la sua ricetta d’autore per dare un futuro migliore al vino trentino: “nessuno nega ai colossi la necessità di continuare ad esportare Pinot grigio sul mercato Usa, ma il Trentino non può essere un contenitore di prodotti anonimi. E allora trentinizziamolo, il Pinot grigio: il Trentino deve essere un valore aggiunto superiore all’etichetta “delle Venezie”.
Proprio come in una canzone di Jovanotti o in una conduzione televisiva di Fabio Fazio, il niente, il nulla sotto vuoto spinto, spacciato per pensata originale, perché spacciato in maniera brillante e apparentemente suggestiva.
Cosa ca…volo vorrà mai dire “trentinizzare” il Pinot grigio, renderlo un prodotto dotato di un “valore aggiunto”, quando in questi anni i colossi della cooperazione trentina, tanto per non fare nome Cavit ad esempio, e poi Mezzacorona si sono fatto notare soprattutto per aver mandato negli Stati Uniti, in base alle joint venture con Gallo fiumi di indistinto Pinot grigio, trentino e non solo, targato Delle Venezie, destinato ad etichette come Ecco domani?
Cosa vuol dire per il “saggio” Piccoli “trentinizzare”?
Vuol dire finirla con procedure del genere, che pure contribuiscono a salvare i bilanci di queste mega cantine, e puntare su una reale territorialità del Pinot grigio trentino, o che altro? Ci faccia capire, non si accontenti di provare ad affascinare il prossimo con equilibrismi verbali…
A proposito di Pinot grigio vale ancora quello che proponeva nel novembre 2009 Angelo Rossi all’epoca presidente e ora vice presidente dell’Udias, l’associazione che riunisce gli allievi dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, in un convegno sul tema “Vino trentino, suggestioni territoriali”. Dopo aver sottolineato che “alla gravità della crisi globale si assomma nel settore vitivinicolo trentino un disagio sempre più evidente per il rischio di progressivo scostamento da fondamentali valori etici e morali”, ovvero al caso delle aziende costrette per logiche di business ad acquistare vino da fuori provincia, Rossi invitava ad evitare «la monocoltura da Pinot Grigio». Quella “monocultura” che è stata costruita da quelle mega cantine cooperative che il prode Piccoli nella sua visione irenica, ma irreale, della realtà vorrebbe a braccetto con i vignaioli… Ma per favore!

 

11 pensieri su “Presentata la prima ricetta per il vino in Trentino: “trentinizzare” il Pinot grigio

  1. Signor Ziliani, cosa le avrà mai fatto questo benedetto Pinot Grigio per meritare un tale attacco da parte sua (ricordo anche l’articolo su uno spumante a base Pinot Grigio di Mezzacorona)?
    Le porgo ironicamente questa domanda semplicemente perché leggo nel suo articolo tanta emotività personale, ma purtroppo difficile da condividere.
    Sarebbe così gentile da darci dei dati concreti (in cifre)sull’espandersi del Pinot Grigio in Trentino, di modo da poter entrare nello spirito di questo articolo?

    • Cristina, a me il Pinot grigio, trentino o di altre zone, non ha fatto nulla. Il post, che lei trova condizionato da “tanta emotivita’ personale” non se la prendeva con il Pinot grigio, ma con i saggi che propongono “ricette” per questo vino importante per il Trentino che lasciano il tempo che trovano e sembrano proprio parole prive di costrutto

  2. Sig. Ziliani, ma lei è in grado di darci dei numeri concreti di modo da poter capire e magari appoggiare quanto lei afferma?

  3. @Cristina,
    vai a leggere il dossier “Viticoltura in Trentino 2011” pubblicato dall’Enoteca provinciale del Trentino. http://www.enotecadeltrentino.it/HomePage.htmx
    A pagina 10 trovi le percentuali delle superfici vitate delle varietà coltivate:
    il Pinot Grigio è passato dal 1,6% della produzione del 1980 al 13% nel 2000 al 23,1% nel 2010. Come li leggiamo questi dati se non come “un’espansione”?
    Un quinto della superficie viticola trentina è coltivata con pinot grigio, eppure anche sforzandosi è quasi impossibile fare il nome di un grande vino a base Pinot Grigio che si confronti con i vini delle migliori denominazioni italiane o francesi.

  4. finchè i viticoltori trentini non capiranno di essere gestiti malissimo, da dirigenti che senza i denari facili dello statuto speciale sarebbero già falliti dozzine di volte, continueranno a subire e non saranno padroni dei loro destini. Di fatto oggi il trentino è la regione vinicola più anonima d’Italia, salvo poche eccezioni legate all’imprenditore in se’ (Ferrari, Pojer..) e ai grandi volumi delle cooperative. E continuare a rincorrere i successi degli altri, ad esempio piantando ettari di Traminer senza storia, non porterà da nessuna parte.
    Sul pinot grigio, anni fa fenomeno di moda mondiale che però ha imboccato da tempo la curva in discesa, non credo si potrà protrarre o rinverdire, tanto meno se al nome del vitigno e alle sue reali espressioni varietali (cfr. Alsazia, Bodensee o qualche Friuli) si continua a sostituire l’idea di “vino bianco leggerissimo, bianco-carta e destrutturato” alla quale si è associato il successo commerciale del passato.
    Il dubbio che ho sempre avuto e dichiarato è che ai milioni di bottiglie di “pinot grigio” bevute negli scorsi anni solo in piccola parte corrispondessero vigneti di vitigno pinot grigio. E nell’immaginario del consumatore di “pinot grigio”, in gran parte la fascia bassa dei mercati anglosassoni, pinot griglio è solo sinonimo di vino bianco leggero, fresco e non impegnativo

  5. Pingback: Trentinizzare il Pinot Grigio: commento al post di Angelo Peretti | BISCOMARKETING.it

    • Rasputin, io non sono né mi spaccio per esperto di marketing. Io mi limito a fare il giornalista e non ho “ricette”, presunte o vere, per “salvare” il vino trentino. Non mi hanno cercato e non mi cercheranno e nel caso direi no grazie, non é il mio mestiere. Questo farei io, altri invece…

  6. Pinot grigio Maso Bergamini

    Giusto per fare un nome di un grandissimo Pinot grigio trentino capace di confrontarsi con altre denominazioni.

    E’ vero però che è una delle poche mosche bianche!!

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