Una grande wine writer, master of wine, sostiene che il Sangiovese non ha bisogno di altre uve: possibile che non capisca nulla?

Memorandum a puro uso e consumo degli ilcinesi
Ad uso e consumo degli abitanti di Montalcino, e di tutti coloro che in quel magnifico borgo dimostrano di sopportare con fatica e degnazione, tanto da non vedere l’ora di superarla, l’equazione Montalcino e vini di Montalcino, ovvero Brunello e Rosso di Montalcino, uguale Sangiovese, voglio suggerire la lettura di ampi passi della parte introduttiva di un articolo apparso sul numero di agosto della rivista britannica Decanter. L’autrice è “one of the UK’s most respected wine writer”, autrice di 11 libri, di cui dedicati alla Toscana, segnalo il secondo, Treading Grapes: Walking through the Vineyards of Tuscany, ed é conosciuta, come potete vedere qui e poi ancora qui, in tutto il mondo.
Si chiama Rosemary George ed è anche Master of wine. Ed è Regional Chair for Regional Italy ai Decanter World Wine Awards.
Cosa ha fatto la simpatica Rosemary? Ha pubblicato un articolo, per la serie intitolata Expert’s choice, la scelta dell’esperto, dedicato alla Forgotten Tuscany, alla Toscana dimenticata, ad una serie di vini, che non appartengono alle più celebri denominazioni in rosso, che meritano di essere rivalutati.
E lo fa bene, proponendo ad esempi con il massimo punteggio delle cinque stelle la fantastica Vernaccia di San Gimignano Fiore 2007 di quella splendida produttrice che è Elisabetta Fagiuoli, alias Montenidoli, a San Gimignano.
Ma prima di proporre i suoi 18 vini selezionati Rosemary fa una lunga introduzione, di cui vale la pena vi riporti ampi passi.
Scrive: “Tuscany is Sangiovese (…) only in Tuscany is there the varietà of flavours – from fresh, fruity, young Chianti, through more structured Chianti Classico to wines with serious ageing potential in the very best of Brunello di Montalcino”. Inutile tradurre tanto é chiaro il suo pensiero.
La George fa poi questo ragionamento: “viticulture and winemaking in Tuscany have improved enourmously, so that where Sangiovese once needed the support of other varieties, notably Cabernet Sauvignon, now it is most successful as a pure variety, or with a touch of Canaiolo or Mammolo.
The introduction of “international” varieties may have helped initially, but these days, 10 or 20% Merlot or Cabernet Sauvignon in a wine can completely mask the originality of Sangiovese, making for a much softer, fleshier wine that is simply not Tuscan.
There is no doubt that the best Tuscan reds are pure Sangiovese, maybe with the addition of another native grape”.
E infine: “nor does Sangiovese respond well to new oak, and particularly not to new barriques. These can completely mask the intrinsic fruit and the vital astringency that makes Sangiovese such a good match for olive oil-based dishes. Larger, older oak usually gives much better results”.
E qui anche se a Montalcino si dicono tutti così “English speaking”, vale la pena tradurre, ad uso e consumo del colto e dell’inclita.
“La viticoltura e l’enologia in Toscana sono enormemente migliorate e così se una volta il Sangiovese poteva avere bisogno dell’apporto di altre varietà, in particolare il Cabernet Sauvignon, oggi ha molto più successo in purezza, o con un pizzico di Canaiolo e Mammolo.
L’introduzione delle varietà “internazionali” può essere stato inizialmente d’aiuto ma oggi un 10 o 20 per cento di Merlot o Cabernet Sauvignon in un vino può completamente mascherare l’originalità del Sangiovese, realizzando un vino più morbido e carnoso che però non è toscano.
Non v’è dubbio che i migliori vini toscani siano a base di Sangiovese in purezza, talvolta con l’aggiunta di altre varietà locali”.
E ancora: “il Sangiovese non funziona bene con il legno nuovo, soprattutto con le barrique nuove.  Queste possono completamente mascherare il frutto intrinseco e la vitale astringenza che rende il Sangiovese un così eccellente abbinamento per i piatti dove è centrale l’uso dell’olio d’oliva. Le botti più grandi e più vecchie offrono normalmente migliori risultati”. Così disse una tra le più importanti wine writer del mondo, così pensano fior di opinion leader il cui punto di vista viene preso in considerazione e ascoltato da moltissimi consumatori in giro per il mondo.
E voi, signori del Consorzio del Brunello di Montalcino che allo scopo di “verificare le possibili soluzioni volte a creare le migliori condizioni per affrontare i mercati”, nonché “accrescere la consapevolezza sulle sfide future che il mercato mondiale riserva ai nostri vini”, convocate riunioni dei produttori in pieno luglio, e che continuate testardamente a prospettare l’ipotesi di un Rosso di Montalcino supertuscanizzato e santantimizzato, volete prendervi la responsabilità di dire alle Rosemary George di turno che quello che dicono “un’è vero”, che il Sangiovese ha ancora bisogno dell’apporto di altre varietà?
Perché è quello che in pratica direte loro se deciderete, o meglio se “costringerete” i produttori a decidere, di “mascherare l’originalità del Sangiovese, realizzando un vino più morbido e carnoso che però non è toscano”….

30 pensieri su “Una grande wine writer, master of wine, sostiene che il Sangiovese non ha bisogno di altre uve: possibile che non capisca nulla?

  1. Quanto dice Rosemary è particolarmente valido proprio per il clone di Montalcino del Sangiovese Grosso, quel vitigno che da sempre in luogo si chiama Brunello di Montalcino e che quindi va prodotto con il disciplinare che ha adesso, già modificato più volte. Mi sembra giusto ricordare, come ho già fatto in un commento dei mesi precedenti, che la stesura del primo testo della DOC non prevedeva pero’ l’uso in assoluta purezza del Brunello (bisogna ricordarlo, in quanto era abitudine aggiungere anche qualche altra uva a questa che era la piu’ difficile da domare), cioè quella che le successive stesure hanno invece codificato, registrando giustamente ciò che nel frattempo era realmente avvenuto e cioè un effettivo miglioramento genetico raggiunto dal re dei vigneti toscani con una valida selezione clonale, ma anche un palpabile cambiamento climatico a suo vantaggio, tanto che non si ricordano più certe brutte annate del secolo scorso. Il Sangiovese, come il Pinot Nero, è soggetto a un grande movimento di variazioni clonali che ne variano drasticamente, per esempio, anche il colore e la struttura. Bene, dunque, che ci sia una denominazione Sangiovese di Montalcino, che e’ appunto quella di Brunello di Montalcino, perche’ il biotipo di Sangiovese Grosso ( o Dolce) a Montalcino si chiama da sempre Brunello, come altrove in Toscana gli altri biotipi locali dello stesso vitigno si chiamano diversamente. Ne sono stati individuati almeno altri quattro: Morellino a Scansano, Prugnolo Gentile a Montepulciano, Calabrese nell’Aretino, San Gioveto altrove, ma se volete approfondire il tema e i nomi assunti in Toscana fin dal 1590 andate a leggere il seguente pdf http://sangiovese.arsia.toscana.it/UserFiles/File/Sangiovese/Atti%20I%20simp/asg00_pres_storia.pdf
    Quando e’ stata creata la denominazione Rosso di Montalcino, invece, mi era venuto subito il dubbio sull’obbligatorieta’ dell’uso in assoluta purezza del Sangiovese Grosso. In tutte le altre DOC italiane la definizione di “Rosso” si riferiva sempre a un uvaggio o a un assemblaggio di uve diverse, in varie percentuali che ciascun disciplinare regolava a modo suo. Che senso aveva, dunque, chiamare “Rosso” la stessa cosa con un po’ meno d’invechiamento minimo obbligatorio e di contenuto alcoolico ed un po’ piu’ di resa per ettaro? Sarebbe stato meglio imboccare piuttosto la stessa strada degli Spagnoli che molto piu’ intellgentemente prevedono per ogni loro denominazione quattro livelli diversi di queste caratteristiche da specificare in etichetta lasciando scritta pero’ la stessa denominazione: joven, crianza, reserva, reserva especial. O come i Francesi che prevedono un secondo vino dello stesso Chateaux. Si poteva fare la stessa cosa per il Brunello senza ricorrere a quel nome generico di “Rosso” che dovunque in Italia caratterizza un uvaggio o un assemblaggio. Ecco perché nei due thread precedenti che hai postato sull’argomento delle eventuali modifiche al disciplinare del rosso ho cercato di provocare l’intervento di qualche produttore, specialmente di quelli della “Brunello’s Sangiovese list”, perche’ quei dubbi rimangono anche a me. Va aggiunto che mi sono pure triplicati quando in seguito hanno abortito perfino un inutile Sant’Antimo, contribuendo a moltiplicare la confusione come ha scritto bene il commentatore (o la commentatrice) produttrice.it. Mi piace molto che dedichi una grande attenzione a questo tema, che e’ molto serio. Spero che il dialogo e la discussione si trasferisca pero’ anche nelle riunioni del Consorzio, perché’ in effetti bisogna far tornare il lavoro in vigna ed in cantina alla serenità ed i consumatori di vino possano leggere le etichette con molta piu’ chiarezza per sapere subito che cosa contengono le bottiglie.
    Non osteggio mai a priori dei cambiamenti se questi producono veramente miglioramenti nella chiarezza, nella trasparenza, nell’immagine, nelle regole rispettate da tutti. Il prodotto e’ già ottimo, in molti pensano che sia il miglior vino d’Italia, perciò non merita ancora un “vestito” ne’ una “carta da visita” che sollevano tante polemiche. Ne guadagneremmo tutti, specialmente noi consumatori.

  2. questi articoli, sia il suo che quello della Sig.ra George, andrebbero distribuiti “all over the Tuscany” a mezzo di aereo, affinchè arrivino in ogni suo angolo. . .perchè i chiocconi purtroppo, qui in Toscana, non sono solo a Montalcino. I barriccatori folli e quelli dell’internescional a tutti i costi son sparsi in ogni dove!
    A mio avviso, le migliori espressioni toscane del Sangiovese sono tre.

    1) Sangiovese in purezza
    2) Sangiovese + Ciliegiolo
    3) Sangiovese + altri vitigni locali quali Mammolo, Canaiolo ed altri.

  3. Sarebbe bello se qualcuno facesse un’identica crociata per Barolo 100% Nebbiolo (e Barbaresco…). Non vorrei mai che un giorno venisse fuori (sinceramente spero proprio di no…) che i vignaioli di Langa “condiscono” i loro vini che dovrebbero essere tutto Nebbiolo con varietà internazionali. Sig. Ziliani, non corriamo questo rischio? In Piemonte sono più onesti dei toscani?

    • Alessandro, mi sa che lei mi legge da poco. Questa battaglia contro i “taroccatori” del Barolo e del Barbaresco, che ci sono stati purtroppo, l’ho già condotta (e dato il mio contributo a vincerla) anni fa. Vada a consultarsi le news del sito Internet di cui mi sono occupato per sei anni negli anni Novanta, WineReport – http://www.winereport.com/winenews/index.asp – e vedrà che quanto dico corrisponde a verità.
      Quanto a Piemonte e Toscana, credo che in Piemonte ci sia, in generale, un attaccamento alla terra, un legame viscerale, da vigneron, che in Toscana non sempre si trova….

  4. Beh in effetti la leggo da molto poco, se addirittura parla di anni 90 io neanche praticamente sapevo cos’era il Barolo. Grazie della risposta

  5. Franco, esiste un famoso parallelismo tra i cuochi scadenti e gli enologi incapaci. I primi correggono i difetti delle loro preparazioni con la panna liquida, i secondi correggono la scarsa qualità del Sangiovese con Merlot e Cabernet Sauvignon (e non certo con il Ciliegiolo, Mammolo e Canaiolo).

    Il sangiovese è una uva meravigliosa, però è difficile da vinificare correttamente, nonostante questo le scorciatoie non sono ammesse.

  6. Quanto mi piace leggere le precisazioni puntigliose di Mario Crosta che appofondiscono sempre temi altrimenti trattati forse troppo superficialmente.

    Non so se l’ottima Rosemary George si sia resa conto della grossa mano data al momento giusto ai sostenitori del Rosso di Montalcino in purezza. Certemente ha scritto delle sacrosante verità (a parte il supporto del Cabernet Sauvignon, secondo me funziona molto meglio il Merlot).

    Sai Franco qual’é il commento che più mi ha colpito? Quello di un “indigeno” che denunciava la scarsa prezenza e partecipazione dei produttori alle ultime riunioni. Io sono strasicura che la maggioranza dei produttori di Montalcino non vuole il cambiamento, se non altro perché molti di loro hanno effettivamente vigne di solo Sangiovese.
    Ma “la goccia scava la pietra” é una strategia che alla lunga può sfiancare e forse é su questo che punta chi spinge per la modifica del disciplinare.

  7. Ciao Franco, buonasera a tutti.
    Io che credevo che il masochismo fosse pratica “riservata” e limitata alla sfera sessual-sentimentale, ho scoperto in questi giorni che è diventatata anche pratica “pubblica” e molto apprezzata nel commercio…..

  8. Grazie, cara Nelle Nuvole. Franco sa che non ho mai sposato la causa del 100% Sangiovese tanto da farne una bandiera per la quale immolarmi sulle barricate. A me piace decisamente di piu’ il Barbaresco, figurarsi se mi devo andare a infognare in una discussione tra produttori di un altro ottimo vino, ma che non mi ha mai intrigato neanche una volta nella vita!
    Infatti su Enotime avevo soltanto provato a suggerire dopo tante guerre un’altra strada, senza pretendere di avere in mano l’asso pigliatutto, anzi! Mi piace prospettare anche altre strade affinche’ emerga sempre piu’ forte la ragione, la passione, l’amore,o per dirla con Franco “un attaccamento alla terra, un legame viscerale, da vigneron, che in Toscana non sempre si trova”.
    Infatti non insisto mai sulle mie posizioni, cercando di trovare nel dialogo e di scavare ancora delle motivazioni sempre piu’ profonde, in modo che siano poi i produttori a leggerle tutte e a scegliere con il senno dei giusti e non per partito preso. Sono in gioco la storia stessa, passata e futura, di questa gente tutta dedita al lavoro faticoso anche con la febbre, anche quando gli altri fan festa o vanno in ferie, anche il sabato e la domenica, insomma una vita di sacrifici per chi?
    Allora il Sangiovese di Montalcino c’e’ gia’ (chiamato giustamente Brunello, come in zona lo si fa da sempre). 100% e buona notte. Morta lì. Inutile continuare a insistere per cambiare un vino che ormai porta quel nome. Anzi, se proprio si vuol cambiare qualcosa, allora si cominci la selezione dei terreni: i cru, i premier cru, i gran cru, i cru bourgeois, alla francese (poi si trovino pure dei sostantivi toscani, ma il concetto e’ quello della piramide di qualita’ accertata in modo indipendente da un ente non formato soltanto da produttori, ma anche dai clienti piu’ preparati come le enoteche, i giudici internazionali dei concorsi, i giornalisti del vino, eccetera).
    Non ha bisogno di altro, non lo dice soltanto la Rosemary.
    Vogliamo raccogliere nella Docg Brunello di Montalcino l’indicazione che é emersa da tanti anni di buon Rosso (che a me piace di piu’, specie quello di Poggio di Sotto, abbiate la fortuna di bervi il 2002 e capirete il Sangiovese 100% con un anno o due in meno di legno…, il vero Brunello destinato precedentemente al mercato per via di un’annata difficile) e farne quattro livelli? Joven, crianza, reserva e reserva especial come gli Spagnoli, poi trovate pure i termini toscani che va benissimo, ma il concetto e’ quello.
    E allora che il Rosso sia veramente un rosso, cioe’ come da tutte le altre parti questo nome sia dedicato ad un uvaggio o un assemblaggio, dove il Sangiovese puo’ andare dal 100% in giu’ fino a quella percentuale di altre uve rigorosamente coltivate in azienda che e’ stata accertata come abituale gia’ prima del 1982, cioe’ del primo cambio di disciplinare. Che i padri ed i nonni dei produttori sanno perfettamente, ma io no: 10%? 15%? 20%? Ed eliminate il Sant’Antimo che e’ una denominazione che fa soltanto confusione.
    La butto la’, sperando di non urtare nessuna susettibilita’, da estraneo, dopo averne parlato con i miei amici polacchi che in questa storia vedono per ora soltanto una contesa tra appassionati con il classico “wloski temperament” (temperamento italiano), un po’ piu’ focoso del loro…

  9. @Nelle Nuvole ha portato un esempio calzante,e condivido
    ma anche Lei sulla strategia della goccia,siaugura di no
    ed anch’io vorrei tanto,trovasse molta roccia assetata
    d’annullare questo vigliacco progetto,che invece di dare
    fiducia e credibilità ai consumatori ed al mercato dopo
    le malefatte,persevera in modo cinico,oserei diabolico.

  10. Una piccola digressione:
    se davvero si volesse cambiare il disciplinare del “Rosso” bisognerebbe escludere comunque i vitigni internazionali che con Montalcino hanno poco a che fare….
    Inoltre, tempo fa lessi un articolo scritto da Gigi Brozzoni dove si diceva che anche a Montalcino, come nel Chianti, per fare il vino locale una volta, oltre al Sangiovese, si usavano anche i vitigni minori toscani…
    Cosa c’entrano i bordolesi con Montalcino?
    Dalle mie parti ad esempio la DOC Sangiovese di Romagna prevede l’uso di un 15% di altri vitigni a bacca rossa ammessi nelle provincie interessate….
    Si capisce che se si usa il 15% di Cabernet Sauvignon il prodotto viene stravolto (come mi è successo con un Chianti Classico bevuto qualche giorno fa dove il Sangiovese forse si erano dimenticati di metterglielo).
    Da noi per fare il Sangiovese, nella tradizione, si è da sempre aggiunta una piccolissima percentuale di Ancellotta che da noi veniva chiamata “uva tintura” ma solo per ovviare alle carenze di colore del Sangiovese…ma mai in percentuali superiori al 2/3% perchè altrimenti tinge tutto e il vino diventa scuro come una melanzana……
    E la domanda è sempre la stessa: “cosa c’entrano i vitigni bordolesi con la Romagna?”….
    La nostra DOC ha sicuramente molto meno appeal di quelle Toscane, ma se uno ha piantato quei vitigni (i bordolesi o altri francesi) perchè non fare dei vini a IGT? Perchè prendere in giro i consumatori facendo un prodotto che rappresenta il territorio (che sia Montalcino, Montepulciano, la Romagna o il Chianti Classico) usando vitigni che con quel territorio non hanno nulla a che fare?

  11. Sig Succi le do dei riferimenti interessanti:
    -Una pubblicazione del 1863: Analisi chimica dei vini della provincia senese …del prof. Egidio Pollacci, socio corrispondente dell’Accademia dei Georgofili (collega di Clemente Santi)alle pagg. 38-39 riporta:Cerbaie di Montalcino, produttore Giuseppe Anghirelli…13,7°alcolici…(osservazioni particolari)..il lambrusco non vi entra che per una quarta parte; il resto dell’uva si compone soprattutto di canaiolo e brunello.
    – Lo stesso Pollacci: La teoria e la pratica della Enologia…libro scritto per la commissione del ministero d’Agricoltura e Commercio.terza ed Eugenio e Filippo Cammelli Firenze 1876.. pag 225 Anghirelli Giuseppe 1863…con uva Lambrusco coltivato. L’Anghirelli non era un buontempone, ma un illustre membro della commissione ampelografica della prov di Siena del 1876-77.
    -Bullettino Ampelografico(Ministero dell’inerno, divisione Agricoltura fascicolo IX 1878 tip. eredi Botta Roma).
    Come vede si scoprono cose sorprendenti che molto spesso azzerano alcune nostre convinzioni salde e sicure come le Sacre Scritture.

  12. Mario, quello che faceva Anghirelli nel 1876 sarà pure interessante, ma non c’entra niente con la purezza del sangiovese ed il relativo attuale dibattito. Hai una benchè minima idea di che cosa fosse Montalcino e l’Italia tutta in quel tempo? La proposta del sangiovese in purezza è molto più recente, ma non toglie nulla a questa idea rivoluzionaria e geniale figlia di qull’incredibile secolo che è stato il ‘900, proposta dal grande Biondi Santi. Potrei addirittura affermare che è coetanea dei transistor e dei circuiti integrati, e come questi ultimi ha sempre funzionato perfettamente. Riportarsi sempre ad Adamo ed Eva può avere un certo fascino ad uso del marketing, ma nessun senso dal punto tecnico e della qualità. E poi a noi evoluzionisti darwiniani delle sacre scritture ci interessa il giusto.

  13. Mario,
    la ringrazio per la “dritta”….
    Sono sbalordito…. 😯
    Questo a dimostrazione dell’articolo che ho letto, del quale ho fatto menzione prima.
    Solo che l’Anghirelli non specifica quale Lambrusco….

  14. La discussione si fa sdempre più interessante. Rosemary nota (del resto come tutti gli enologi hanno potuto certamente verificare) che gli agrotecnici ed i vivaisti hanno lavorato davvero bene negli ultimi anni, sul Sangiovese Grosso. E’ migliorato veramente in modo notevole e perciò, secondo il suo autorevole ma condivisibilissimo parere, per esprimersi meglio non ha piu’ bisogno di altre uve, come invece si doveva fare una volta. L’aggiunta di altre uve migliorative, per esempio, risulta dal bando su Chianti, Pomino, Carmignano e Val d’Arno di Sopra emesso dal Granduca di Toscana Cosimo III dei Medici proprio a tutela di quei quattro vini il 24 Settembre 1716… mica ieri.
    Il Carmignano è uno dei vini più antichi d’Italia, tanto che la prima documentazione che ne cita il nome risale alla fine del XIV secolo: il notaio ser Lapo Mazzei comunicava al mercante Marco Datini di aver ordinato per la sua cantina quindici “some” di vino “Charmignano” pagandolo un prezzo di ben quattro volte superiore a quello di altri vini per la sua qualita’. Ma questo grande vino era già ottenuto aggiungendo al Sangiovese l’uva “francesca”, cioe’ il Cabernet Sauvignon, fin dal 1600.
    Quello che vorrei sottolineare ancora, pero’, e’ che il Sangiovese di Montalcino 100% a Montalcino c’e’ gia’ ed e’ appunto il Brunello di Montalcino DOCG per via del nome locale dato da sempre a quel vitigno in questa meravigliosa zona a lui particolarmente vocata nei terreni migliori. Ho dei dubbi invece sulla dizione “Rosso” con la quale dovunque in Italia si denomina un vino fatto sulla base di un’uva, ma sempre con l’apporto di altre uve. Anche se il Sangiovese Grosso (o dolce, o forte, come viene anche chiamato) di Montalcino non ne ha piu’ bisogno, c’e’ chi ce le ha ancora in vigna da tanti anni perche’ prima del 1982 questo era consentito proprio dai risultati non sempre eccezionali che otteneva da solo. Ecco, la dizione “Rosso” andrebbe forse a pennello per un eventuale uvaggio o assemblaggio del genere, nel caso questi vignaioli non volessero estirpare quei filari e continuare a sperimentare altre uve gia’ coltivate in luogo da tempo (mi viene in mente l’Alicante, chiamato “uva spagna” perche’ arrivato dalla penisola iberica qualche secolo fa, oppure l’Alicante Bouschet creato nel 1866: non tutti i vitigni “internazionali” sono dunque da considerarsi alloctoni in Toscana, esattamente come quel Cabernet Sauvignon di Carmignano).
    Ma siccome il Rosso di Montalcino e’ stato fatto fin qui con il Sangiovese in purezza (si specifica che usa le stesse uve del Brunello), che ha dato ultimamente ottimi risultati con una minore maturazione, allora sarebbe semmai necessario aggiungere alla dizione “Brunello” anche la possibilita’ di farne uno giovane, uno con breve maturazione in legno, uno con la maturazione attuale ed uno con una maturazione piu’ lunga, specificandolo in etichetta.
    Due sole denominazioni, dunque, vedrei a Montalcino: una DOCG di Sangiovese in purezza (ma perche’ non specificare anche il clone? usereste quello romagnolo?) ed una DOC Rosso con Sangiovese minimo X% e la possibilita’ di eventuale aggiunta di altre uve locali fino all’Y%. Non sarebbe più semplice per i consumatori, anche all’estero? Non accontenterebbe tutti, sia i sostenitori della purezza che gli altri?
    Ecco, il dubbio qui ce l’ho gia’ fin dal 1984, quando fu creata la denominazione, e non e’ mai stato risolto nemmeno in quasi trent’anni di polemiche e di litigate. Non sarebbe ora di farlo?

    • NON sono assolutamente d’accordo con te Mario quando scrivi: “DOC Rosso con Sangiovese minimo X% e la possibilita’ di eventuale aggiunta di altre uve locali fino all’Y%”. Perché non sarebbe affatto “più semplice per i consumatori, anche all’estero”. Ne sono certo

  15. Come le cinque dita della stessa mano, caro Franco, quando sono allargate siamo diversi. Ma quando sono strette a pugno, siamo di una forza notevole. Sarebbe un dibattito sterile e inutile se fossimo tutti d’accordo, come le adunate oceaniche di funesta memoria…

  16. E poi, caro Franco, non sarei proprio tanto sicuro che una soluzione come quella da me proposta (con la quale so benissimo che non sei d’accordo e rispetto infatti anche la tua) non farebbe una maggiore chiarezza.
    Dando un’occhiata veloce ad altri testi di DOC che definiscono un “Rosso” non c’e’ mai un solo vitigno al 100%. Mai, in nessuna parte d’Italia. C’e’ sempre un vitigno base con una presenza minima dell’X% (in tanti non si specifica neanche la massima, quindi si ammette anche la purezza) e poi si scrive che “puo’ concorrere il vitigno (omissis) fino ad un massimo del Y%”. Addirittura in alcune si aggiunge ulteriormente che “possono inoltre concorrere fino ad un massimo del Z% i vitigni raccomandati e/o autorizzati per la provincia di ……”. Vedi per esempio le altre DOC “Rosso” della Toscana, che sono a due passi da Montalcino. Un trattamento legislativo alla pari per tutte le definizioni di “Rosso” lo vedrei meglio certamente dell’inutile, confusionaria, denominazione Sant’Antimo. E sarebbe certamente piu’ chiaro anche per il consumatore, che e’ abituato dovunque a capire che la parola Rosso DOC non copre con un altro vestito lo stesso vitigno locale che invece e’ specificato chiaramente ed in purezza nell’eventuale DOC e/o DOCG che lo riguardano. Comunque, indipendentemente dalla soluzione da dare o da non dare al Rosso, tre rossi nello stesso vigneto con tre denominazioni diverse mi sembrano proprio un assurdo! Due sarebbe piu’ corretto, non trovi?

  17. @mario. Il professor Pollacci fotografava la situazione nel 1863 e nel 1876. Infatti la storiografia cita il 1888 come la prima annata del Brunello come codificato dal Biondi Santi il quale, al termine di un ciclo di sperimentazioni che, partendo da una situazione analoga a quella del Chianti (il Barone Ricasoli definì la composizione del Chianti nel 1872 al termine, a sua volta, di ventennali studi a Brolio), giunse a definire appunto nel 1888 la preferenza per il monovitigno.

  18. OK, monovitigno, ma e’ sufficiente?

    Se parliamo dell’esperienza di Rosemary con i notevoli miglioramenti ottenuti dalla selezione clonale del Sangiovese, avrei qualche nota da fare.

    Sono andato a leggermi i disciplinari della DOC Rosso di Montalcino (Decreto 25/11/1983, Gazzetta Ufficiale 9/06/1984 nº 158) e della DOCG Brunello di Montalcino (Decreto 19/05/1998, Gazzetta Ufficiale 10/06/1998 nº 133) e ho notato che in nessuno degli artt. 2 dei loro testi c’è la specificazione del clone di Sangiovese da usare. Il vitigno Sangiovese e’ citato in entrambi in modo generico.
    Per la DOC del Rosso l’Art. 2 specifica infatti che “Il vino a denominazione di origine controllata “Rosso di Montalcino” deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti nell’ambito aziendale, dal vitigno Sangiovese (denominato Brunello a Montalcino) al 100%” e per la DOCG del Brunello l’Art. 2 specifica infatti che “Il vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita “Brunello di Montalcino” deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti nell’ambito aziendale esclusivamente dal vitigno “Sangiovese” (denominato, a Montalcino, “Brunello”)”.

    Eppure è dalla metà dell’800 che si ha la prima vera distinzione tra “Sangiovese grosso” e “Sangiovese piccolo”, che sono due biotipi diversi della medesima famiglia, infatti hanno una diferente grandezza degli acini. Ultimamente sono state individuate ben sei differenti forme di Sangiovese (quattro in Toscana, uno in Romagna, uno nelle Marche ed uno in Corsica). E sono ben 48 i sinonimi di Sangiovese riferiti dalla letteratura recente e storica, tra i quali (secondo i sinonimi trovati da Villifranchi, Acerbi, Incisa della Rocchetta, Gallesio, Di Rovasenda, Molon, Cavazza, Musiani, Cosmo e Breviglieri) emergono: Brunello, Calabrese, Cardisco, Cordisio, Dolcetto precoce, Ingannacane, Lambrusco Mendoza, Maglioppa, Montepulciano, Morellino, Morellone, Negretta, Nerino, Niella, Nielluccia, Nielluccio, Pigniuolo rosso, Pignolo, Plant Romain, Primaticcio, Prugnolo, Prugnolo gentile, Prugnolo gentile di Montepulciano, Riminese, San Zoveto, Sancivetro, Sangineto, Sangiovese dal cannello lungo, Sangiovese di Lamole, Sangiovese dolce, Sangiovese forte, Sangiovese gentile, Sangiovese grosso, Sangiovese nostrano, Sangiovese piccolo precoce, Sangiovese polveroso, Sangiovese toscano, Sangiovetino, Sangioveto dell’Elba, Sangioveto montanino, Sanvincetro, Tignolo, Tipsa, Toustain, Uva Abruzzi, Uva Tosca, Uvetta.

    Sono rimasto percio’ confuso dalla genericita’ del nome del vitigno che e’ codificata in quegli articoli dei disciplinari, caro Franco! Ripeto quel che ho scritto precedentemente e cioe’ che il Sangiovese, come il Pinot Nero, e’ soggetto a un grande movimento di variazioni clonali che ne variano drasticamente, per esempio, anche il colore e la struttura. Non basta dunque il nome “Sangiovese”, ma bisognerebbe specificare il tyipo dei cloni.
    Penso che anche tu, che difendi il Sangiovese al 100% sia nel Brunello (come me) sia nel Rosso (a differenza di me), dovresti pretendere una maggior precisione nei due disciplinari a proposito dei cloni da usare.

    Secondo quegli articoli dei disciplinari, chiunque produce il Brunello o il Rosso di Montalcino puo’ dunque usare barbatelle di Sangiovese comprate nei vivai dove vuole anche se non sono del clone Sangiovese Grosso (o forte, o dolce)? Vuol dire che ci possono essere dei Rosso e dei Brunello fatti con il Sangiovese Piccolo e addirittura con barbatelle di cloni romagnoli o marchigiani o corsi? Si puo’ fare il vino con quello che si vuole?

  19. Carlo, concordo: la purezza del Sangiovese è stata un’intuizione rivoluzionaria (DPR 1° luglio 1980, quindi ben più moderna dei transistors). Bisognerebbe, per coerenza spiegarlo, ai tanti, troppi che pensano invece che questa purezza discenda direttamente dalle tavole della legge di Mosè. Ricordo di aver sostenuto che se si afferma, com’è vero: che il vino Sangiovese matura in tempi lunghissimi, (5 anni del Brunello), non è poi credibile che le stesse uve, degli stessi vigneti, diano un vino eccellente dopo solo 11 mesi, come il Rosso di Montalcino. I consumatori sono sempre più attenti e quelli che seguono le cose ilcinesi lo sono ancor più, come dimostrano i numeri di questo blog, questi consumatori hanno già notato questa doppiezza perciò giudicano e si comportano di conseguenza. Nel dirlo, concordo con quanti stanno sostenendo che il miglioramento viticolo ed enologico, ma anche climatico, rende oggi possibile, ciò che un tempo no lo era: la vinificazione in purezza del Sangiovese, da qui, la sua modernità.
    A G. Succi, bella domanda, sull’argomento molto ha scritto il prof. A. Scienza, non credo comunque che si possano fare chiari collegamenti colle varietà attuali dell’Emilia-Romagna. Il CNR e poi poi molti ampelografi toscani hanno lavorato abbondantemente sui vitigni ricchi di colore:
    ABROSTINE; ABRUSCO; COLORINO; COLORINO; COLORINO AMERICANO; COLORINO DEL VALDARNO; GIACCHE’; GRAND NOIR; GRANE’; GRANOIR; MORONE; NEGRATINO; NERETO RASPO ROSSO; TINTURIER. Se non erro, alcuni di questi sono stati inseriti nell’elenco dei vitigni autorizzati in Toscana.
    Il periodico montalcinese “IL Progresso” nel numero di agosto 1933 riporta: “Avrebbe certamente il suo degno posto alla Mostra Mercato di Siena tra i vini più pregiati di Montalcino il Lambrusco, se di questo eccellente squisitissimo vino, di questa deliziosa bevanda, non si fosse quasi perduta la varietà di vitigno selvatico, errante, perché non rispettata nel momento del taglio dei boschi. Qualche residuo c’è ancora nei boschi di proprietà Lovatelli, Biondi e Tamanti; e siccome produce-ripeto- vino eletto (ricordo di averlo bevuto da giovane presso i fratelli Cavalli, soprannominati “Brindi” nel loro ristorante di via Cialdini)…”.
    Sembra evidente la domesticazione anche in tempi recenti di uve selvatiche dette: Labrusche, lambrusche, zampine, abrostoli, abrostine, raveruste…
    Forse si riferiva a queste uve il dimenticato Riccardo Paccagnini, nel suo trattato di Viticoltura….(1907) quando consiglia di piantare: “Brunello, Sangiovese aleatico, e tutte quelle qualità nere d’acino piccolo…”.
    Questo signore raccolse a cavallo dei secoli molti premi ed onoreficenze e ben 2 medaglie d’oro coi suoi vini Brunello alle esposizioni universali di Bordeaux e di Marsiglia del 1904, molto di più della medaglia d’argento del Comizio Agrario del Circondario di Montepulciano assegnata a Clemente Santi per un suo: Vino rosso scelto (brunello) 1865. Perché Montalcino ha dimenticato, (tranne alcuni:l’ex Sindaco Ilio Raffaelli che gli ha dedicato un volumetto: Un pioniere del Brunello riccardo Paccagnini; ed il prof E. Tomaselli che lo cita con enfasi nella relazione per la richiesta della DOCG) un suo illustrissimo cittadino, perché non dedicargli una piazza, una via, o un monumento?
    Temo che molti per salire, con pochi meriti, sul carro dei vincitori abbiano buttato giù, chi sepolto e senza eredi, doveva invece, assolutamente restarci.

  20. Belle tutte queste ricerche bibliografiche, assolutamente molto interessanti!

    Nel mio piccolo di amante del Nebbiolo mi sono andato a vedere come viene trattata meglio quest’uva che produce i re dei vini, i vini dei re. Anche nella legislazione attuale, per esempio, la genericita’ di specificazione del vitigno senza indicazione pero’ del biotipo (cioe’ quella sommarieta’ che si trova nei disciplinari di Montalcino quando citano “un certo” Sangiovese) non si trova affatto nelle DOCG Barbaresco e Barolo.

    Quella del Barbaresco (riconosciuta con il DPR del 3 ottobre 1980 modificata con DM 21 febbraio 2007 e che richiama la DOC riconosciuta con il DPR del 23 aprile 1966), specifica all’articolo 2 la base ampelografica: “I vini a denominazione di origine controllata e garantita «Barbaresco» devono essere ottenuti da uve provenienti dai vigneti composti dal vitigno Nebbiolo nei biotipi «Michet» e «Lampia»”.

    Il re dei vini non puo’ essere fatto con un generico “Nebbiolo”, che ha anch’esso molti biotipi diversi, come lo Spanna in Valsesia e la Chiavennasca in Valtellina). Altra classe, evidentemente. Che Dio li strafulmini per aver eliminato il biotipo “Rosé”, ma questo rimanga inter nos… anzi INTER (hurrà) nos!

    Come dicevi tu, Franco, c’e’ davvero differenza tra Piemonte e Toscana, perfino nella precisione ampelografica…

    Ma anche in quella pedologica.

    La DOCG «Barbaresco» puo’ essere seguita, secondo le disposizioni di cui al decreto ministeriale 22 aprile 1992 (cioè 19 anni fa, ma a Montalcino non l’avranno ancora letta…), da una delle seguenti «menzioni geografiche aggiuntive», amministrativamente definite nell’allegato del disciplinare di produzione: Albesani, Asili, Ausario, Balluri, Basarin, Bernadot, Bordini, Bricco di Neive, Bricco di Treiso, Bric – Micca, Ca’ Grossa, Canova, Cars, Casot, Castellizzano, Cavanna, Cole, Cotta’, Curra’, Faset, Fausoni, Ferrere, Gaia-Principe, Gallina, Garassino, Giacone, Giacosa, Manzola, Marcarini, Marcorino, Martinenga, Meruzzano, Montaribaldi, Montefico, Montersino, Montestefano, Muncagta, Nervo, Ovello, Paje’, Pajore’, Pora, Rabaja’, Rabaja-Bas, Rio Sordo, Rivetti, Rizzi, Roccalini, Rocche Massalupo, Rombone, Roncaglie, Roncagliette, San Cristoforo, San Giuliano, San Stunet, Secondine, Serraboella, Serracapelli, Serragrilli, Starderi, Tre Stelle, Trifolera, Valeirano, Vallegrande e Vicenziana. Menzioni geografiche aggiuntive che possono essere accompagnate dalla menzione «vigna» seguita dal relativo toponimo, alle condizioni previste dal comma 4. Meglio di così…

  21. @Francesco Bonfio. Forse mi sono espresso male, perciò chiarisco. Il prof. Pollacci (1863-1876) non parla mai di vino Brunello, ma di vini ottenuti da questo vitigno. Quando parliamo di vini montalcinesi, immediatamente li associamo al Brunello (vino), ma non sempre così. Svista frequente che ha coinvolto anche il sito “Montalcinoieri” che nel riportare un brano del trattato di viticoltura … di Riccardo Paccagnini del 1907 ne modifica volutamente o per errore il testo originario, cambiando in “Brunello” l’orignario termine “vino” . “…e li si potranno tenere ancora venti anni, che il vino (Brunello) anno per anno, migliora di sapore, e di più sostanza nutriente.”. Comunque non mi sfugge il carteggio fra B. Ricasoli e il prof. Cesare Studiati, da molti riportato anche in questo blog, putroppo non ho trovato, ma ciò non significa che non esista, analoga documentazione scritta in quel periodo,relativa alla scelta della purezza del monovitigno per il Brunello, il che mi lascia umanamente dubbioso. Nonostante questi dubbi, sono arciconvinto che: Clemente Santi prima, i suoi eredi Biondi Santi poi, abbiano fatto con profondità e continuità la storia del Brunello.
    -1869 C. Santi presenta con successo a Montepulciano il primo Brunello 1865
    -1888 Ferruccio B.S. apre a Montalcino la Fiaschetteria italiana, ora locale storico d’Italia. A quell’anno viene fatta risalire il primo Brunello Riserva.
    -Nei difficili anni fra le 2 grandi guerre mondiali,Tancredi B.S. fondò insieme ad Augusto Padelletti e a pochi altri la “Cantina Sociale Biondi Santi&” che nell’indifferenza generale (dei molti che ora vogliono stare sul carro), mantenne accesa la flebile fiammella del Brunello.
    -Negli anni 60 partecipò insieme a piccoli e grandi produttori alla stesura del disciplinare che portò alla prima DOC del 28 marzo 1966 che non prevedeva ancora la purezza del vitigno. La famiglia,nella circostanza, con molta signorilità condivise cogli altri montalcinesi il “marchio brunello” che di fatto le apparteneva, perché detentrice allora, della quasi totalità del mercato.

  22. Amici tutti, Mario, Mario Crosta, Nelle Nuvole e gli altri che non cito per brevità, il tema attuale a Montalcino non è quello di riscoprire arcane ricette enologiche di questo territorio, al fine di riproporre qualcosa che si è perso nei tempi, il tutto all’interno di una nobilissima ricerca paleoenologica, bensì quella di ficcare percentuali alte (altro che 15%!) Di soli Merlot e Cabernet Sauvignon per di coprire le magagne di un Sangiovese mal vinificato dai soliti frettolosi enologi volanti oppure proveniente da zone non adatte, tutto questo al solo fine di accondiscendere quella massa di incompetenti che non riesce a distinguere un Chianti da un Brunello, ma che per il solo fatto di essere massa rappresenta un notevole potenziale economico.
    Questa e la principale ragione che fa arrabbiare i produttori seri che nella produzione investono impegno ed energia, ragione che sta alla base del durissimo scontro attuale in corso a Montalcino. Tutto il resto sono solo chiacchere, se pur molto interessanti.

  23. Carlo, a maggior ragione si dovrebbe tutelare meglio il Sangiovese accogliendo nella DOCG anche la tipologia del fratello piu’ giovane, o no? “Rosso” invece e’ rosso, e’ un termine generico, come si fa a usare quel termine per definire un Brunello piu’ giovane fatto al 100% di un solo vitigno? Mi sembra un controsenso.
    In tutta la Toscana, in tutta Italia, la parola Rosso in qualsiasi DOC riguarda un taglio, un uvaggio, un assemblaggio e non un vitigno in purezza.
    In ogni caso e’ vero, come dici tu, che c’e’ da definire meglio le zone di provenienza (magari alla francese, con i 1-er cru, i grand cru, i 2-eme cru ecetera eccetera) e da usare la contraerea con gli enologi volanti…

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