Anche Ruffino passa al Prosecco: e il vino identitario non c’è più!…

So benissimo che nell’epoca attuale dove la parola d’ordine e simbolo è “business is business” oppure “the business must go on” indignarsi per queste cose è sciocco e soprattutto inutile.
Così come ormai sono spariti (resistono solo Del Piero e Javier Zanetti) i giocatori bandiera, legati romanticamente ad una sola maglia per sempre, e nel calcio trionfa l’epoca triste dei mercenari-banderuole pronti a cambiare casacca, basta pagarli di più, pensare che anche nel mondo del vino, o quanto meno in quel particolare settore del “mondovino” rappresentato dalle Grandi Aziende, si possa credere ancora alla favola bella delle produzioni identitarie, del legame stretto tra un produttore, il territorio dove opera ed i vini che produce, è solo un patetico sfoggio di tardo donchisciottismo.
Quando un prodotto “tira”, si vende, è fortemente richiesto, oggi bisogna fare in modo di averlo in portafoglio a tutti i costi. Poco importa ormai se quel vino non ha assolutamente nulla a che fare con la storia della zona dove l’azienda che decide di procurarselo e di trattarlo come pura “wine commodity” risiede. Per il “dio” dollaro o euro, o rublo o yen, ci si può tranquillamente vendere l’anima o rinunciare alla propria identità vitivinicola.
Dopo il Pinot grigio il nuovo bene di consumo vinoso al quale nel nome del business non si può assolutamente rinunciare è ovviamente il Prosecco.
Era già successo, anni fa, che un’azienda simbolo del vino piemontese, e dell’Asti in particolare, la Gancia di Canelli, si mettesse a commercializzare Prosecco, senza capire forse che così facendo finiva con il cannibalizzare il vino legato alla propria storia.
Oggi, con la stessa identica disinvoltura, aggravata da un pizzico di spregiudicatezza e di concretezza puramente yankee, a seguire la Gancia sulla strada della de-localizzazione è un’altra azienda simbolo del vino italiano, la toscana Ruffino.
Poco conta che, come si può leggere in questo articolo, dai primi mesi di quest’anno l’azienda produttrice del celebre Chianti Classico Riserva Ducale Oro non sia più in mano italiana, perché “il gruppo americano Constellation Brands ora ne detiene la totale proprietà” dopo che il ramo della famiglia Folonari – storica proprietaria dell’azienda aveva già ceduto anni fa il 49, 9% al colosso quotato alla borsa di New York tenendosi il 51,1%.”.
Come si può leggere in questo comunicato stampa del colosso americano, e come si vede chiaramente in questa pagina del sito Internet della Ruffino Import Company, ma non nella versione italiana del sito Internet della storia azienda toscana, “Ruffino, the trusted Italian winery founded in Tuscany in 1877, announces the introduction of its inaugural Ruffino Prosecco DOC. The release marks the first time in the brand’s history that a sparkling wine has been added to the extensive Ruffino portfolio, world-renowned for its award winning Chianti wines”.
Ci sono ben precisi motivi commerciali alla base dell’introduzione del Prosecco nel portfolio di un’azienda, che fa parte della galassia Constellation ma è sinonimo di Chianti e di toscanità del vino. Come si legge la spiegazione è puramente legata al business, perché “the launch of Ruffino’s new sparkling wine follows a year of incredible category growth in the U.S. In 2010, Prosecco grew 61 percent in volume and 54 percent in dollar value and in August 2010, Italy became the leading exporter of wines to the U.S driven largely by the increased popularity of Prosecco among consumers, most notably Millennials, who have helped make it the leading Italian sparkling wine import”.
E così, anche se agli americani viene raccontato che “Since 1877, Ruffino has produced some of the world’s finest Italian wines”, ora, “now, we proudly give you Ruffino Prosecco. Perfectly refined, yet incredibly versatile. It’s a wine for… whenever”.
C’é ben poca poesia in questa decisione dell’azienda toscano-americana, e parecchia confusione, come ha giustamente notato Alessandro Carlsassare su Saggi bevitori blog, nel modo di raccontare il Prosecco by Ruffino, “prodotto” che “nasce a uso e consumo del mercato statunitense” agli americani.
Come rileva Carlassare, sul “sito dedicato agli States (qui) ed al resto del mondo, vedrete addirittura in home page una bottiglia di Prosecco con simpatica didascalia a fianco e dei link di collegamento che ti riportano alla scheda tecnica (qui) dove si scopre che è un Prosecco DOC, e ad una di ricette di cocktail a base di Prosecco (qui), come a dire “noi il Prosecco lo produciamo da così tanto tempo che abbiamo persino creato dei drink…” (manca poco scrivessero che lo spritz si basa sul loro Prosecco e l’hanno inventato loro)”.
E qui, come puntualmente rileva, partono i pressapochismi del comunicato: “an extra-dry style, the 100 percent glera (Prosecco) grapes are sourced from the hilly areas of Valdobbiadene, one of the best-known regions of Prosecco production in the Veneto region of northwestern Italy” ovvero che “E’ un (vino) in stile extra-dry, ed il 100 per cento delle uve Glera (Prosecco) provengono dalle zone collinari di Valdobbiadene, una delle più note zone di produzione del Prosecco del Veneto nel nord-ovest d’Italia”.
Innanzitutto Valdobbiadene non è una delle zone più note di produzione, bensì la più nota, secondo il Veneto è nel nord-est d’Italia e non nel nord-ovest (mai sentito parlare della bussola e delle carte geografiche?) ma soprattutto è troppo comodo dire che le uve provengono da Valdobbiadene (o dintorni) se poi si produce del Prosecco DOC… cari amici della Costellation, le regole sono chiare: voi potete produrre un Prosecco DOCG con uve provenienti dalla zona di Valdobbiadene e Conegliano (e dintorni) oppure Asolo, ma se queste uve le declassate perché volete produrre un Doc (sfruttando così la maggiore resa per ettaro) poi non potete fare alcun riferimento (tanto in etichetta quanto nel materiale informativo) alle origini di tali uve!”.
Il commentatore veneto, puntiglioso conoscitore dell’universo del Prosecco e delle sue regole, ha perfettamente ragione nel chiedersi “vi immaginate se tutti i produttori di Nebbiolo base si mettessero a scrivere nei loro volantini “questo Nebbiolo viene prodotto con uve provenienti dalle colline di Barolo”? Oppure, se vogliamo stare più in tema, se gli amici dello Champagne dicessero “questo spumante viene prodotto con uve raccolte nelle vicinanze di Reims” ma poi fosse etichettato come spumante generico?
Io non voglio scomodare il Barolo o lo Champagne per difendere le uve del comprensorio DOCG atto a dare Prosecco Superiore, ma visto che le regole sono regole (ed i quintali di resa ammessa anche) vanno rispettate da tutti, altrimenti è un errore stellare, in special modo se ti chiami Costellation….”. Veramente assurdo e pasticciato questo modo di raccontare le caratteristiche del Prosecco della Ruffino, ma ancora più triste e malinconico l’approdo, stavo per dire la deriva, di un marchio simbolo di italianità e toscanità nel mondo…
Perché leggere sulle pagine Web italiane di Ruffino parole come queste: “tramandare i valori di una terra e della sua gente attraverso la cultura. Perché cultura è anche vino”. Da questo pensiero, espresso ormai più di un secolo fa da Ilario Ruffino, nasce quella che ancora oggi è la filosofia Ruffino: interpretare la produzione di vino in chiave culturale implica portare i classici valori del passato a contatto con l’energia della vita contemporanea al fine di ottenere vini che sappiano tramandare i valori di una terra e della sua gente”, ha solo il sapore di una beffa ed é segno chiaro dei “mala tempora” che currunt…

26 pensieri su “Anche Ruffino passa al Prosecco: e il vino identitario non c’è più!…

  1. “…sono spariti (resistono solo Del Piero e Javier Zanetti) i giocatori bandiera…”
    Caspita Franco, voglio sperare che questa sia una semplice dimenticanza…sono sicuro che anche Mario Crosta ti dirà che te ne sei dimenticato uno… 😉

  2. direi che la vera conferma di questa notizia riguarda la sostanziale superficialità di come il wine-business tratti il VINO.
    E anche la sostanziale incultura, specifica e generale, della massa dei consumatori.
    Inoltre, si conferma anche l’incapacità di chi dovrebbe tutelare il vino italiano a farlo, facendo controlli e intervenendo a correggere distorsioni di comunicazione e illegalità.
    Ma il vino è solo una piccola parte delle nefandezze italiche.

  3. Credo che i primi a doversi indignare debbano essere proprio i produttori delle zone del prosecco, poi come disse già una volta nelle nuvole, ITALIANS!
    quanti di loro penseranno che sulla scia di tale pubblicità venderanno più vino, o peggio ancora quanti penseranno che tanto il vino lo vendono già e tutto questo non potrà nuocere nè a loro nè alla denominazione!
    ps:di bandiere ce ne sono altre vedi Totti, per non citare qialcuno dell’altra squdra di Milano!concordo che sono sempre meno

  4. Prima che te lo scriva Boldrini, guarda che hai dimenticato Totti…

    Comunque gli americani sanno scrivere benissimo la pubblicita’. Scrivono in modo che sia impossibile accusarli di pubblicita’ ingannevole e ricevere la richesta di danni da parte di un Consorzio che si ritenga leso da essa. Ai limiti della fantascienza, si, hai ragionissima, ma difficile da dimostrare il contrario. Sappiamo tutti che e’ da marpioni agire in questo modo, ma purtroppo loro hanno dei veri marpioni azzeccagarbugli fra gli avvocati che gli curano le PR. Non sono mica degli sprovveduti come sembrerebbero quelli che hanno dovuto rifare l’etichetta di una nuovissima bevanda alcolica a base d’uva di origine piemontese in confezione da un litro e di cui non si sa… già… piu’ nulla…

  5. Sono dei lungimiranti alla Ruffino e se il mondo chiede prosecco loro gli daranno prosecco o se gli eventi lo richiederanno una nuova edizione dei nani ghiacciati.
    Intanto qui da me a Vertine si sta pensando di innestare lambrusco al posto del Sangiovese che prima era alicante bouchet tanto per stare dietro alle mode e alle richieste del pubblico pagante.

  6. Ecco, appunto, non si parlava di marketing qualche blog fa?
    La Constellation fa marketing. E lo fa molto, molto professionalmente. Ha individuato un mercato preciso, ha visto che quel mercato vuole quel prodotto, ha comprato un brand (marchio) che deve far crescere, et voilà! Con l’aiuto di consulenti produce messaggi, packed with informations ma allo stesso tempo semplici da capire, che vengono immediatamente recepiti da chi occupa quella fascia di mercato.
    Cosicché la parola “Prosecco” diventa sempre più avulsa da un territorio, da una DOC o DOCG. Diventa, purtroppo, un brand.
    Continuiamo a fare gli spiritosi, con ipotesi divertenti e assurde come l’espianto di Sangiovese in Toscana per piantare Glera. Continuiamo così invece a prendere noi stessi e qualche autorità preposta a calci negli stinchi (su altro blog sarei stata più volgare)per non aver agito in tempo, per aver lasciato partire per la tangente un vino che poteva piantarsi nell’immagine collettiva come alternativa di qualità ad altri Sparkling, ma mantenere un carattere peculiare che ormai ha perso.

    Vi ricordate la domanda qualche mese fa o l’anno scorso?
    “Quale sarà il nuovo Pinot Grigio” inteso come vino “trendy” o di moda nei wine bar di tutto il mondo. Qualcosa che per noi italiani é concepibile come ordinare “un amaro” generico.
    Grazie alla Constellation abbiamo la risposta.

  7. Come pensavo, Mario Crosta ed io ci siamo letti nel pensiero… 🙂
    Va bene. Sorvolando su questa piccola “dimenticanza” (caspita però…ricordarsi invece di un signore e campione come Javier Zanetti, oltretutto milanese purosangue…), questa notizia relativa alla Ruffino non dovrebbe sorprendere nessuno. Per gli americani siamo stati e continueremo ad essere un loro feudo, o un proficuo terreno di conquista. Inca….volarsi invece è un diritto di tutti, ma purtroppo, come già amaramente constatato da Franco Ziliani, “business is business”. Ma quanto gliene può importare a un’azienda americana della storia e della tradizione di una casa come Ruffino, se il loro principale e ben dichiarato obiettivo è quello di “cavalcare l’onda” e inserirsi nell’affaire Prosecco, finché tira.
    Hanno scelto il mercato del vino, ma se avessero, per ipotesi, rilevato qualche nota azienda produttrice di, che so, mozzarella di bufala, magari l’avrebbero riconvertita per produrre cheese per gli hamburger…

  8. Caro Franco, sinceramente a me non indigna affatto che un azienda di capitali straniera, compri un marchio storico italiano ed imbottigli il Prosecco; è una cosa normale. Quello che invece mi indigna è che, quel vino è stato venduto da qualcuno della zona di produzione che non si è posto il minimo problema di cosa potesse accadere con quel prodotto. Siamo ancora sicuri che il problema sia Ruffino??? Sempre restando in Italia e non dovendo andare a guardare in casa di imprenditori stranieri che fanno solo il loro mestiere, è bene sapere che negli Stati Uniti girano, a prezzi bassissimi, dei Prosecco di Cooperative italiane che nulla hanno a che fare con la zona di produzione! io mi indignerei per il fatto che questi signori non pagano le tasse, percepiscono enormi contributi pubblici per il fatto che sono agevolati per legge in quanto dediti a valorizzare le produzioni dei loro associati e poi, si mettono a vendere (forse meglio dire svendere) vini di altre zone geografiche, mantenendo i privilegi che i politicanti gli danno. Siamo ancora certi che il problema sia Constellation? Almeno loro non svendono e danno anche qualità migliore!!!!!

  9. credo che il commento di nelle nuvole abbia centrato il discorso: il prosecco non è più un vino o un territorio, è un brand. una “cosa che fa figo” ma nella maniera sbagliata: il mercato lo richiede e cosa si fa? invece di alzare il prezzo si pianta glera. ottima mossa, ottima svendita. e a quanto pare va bene così se nessuno si oppone in maniera decisa. evviva costellation, almeno lei ha capito come aggredire il mercato sull’onda del momento.

  10. Caro Franco e caro/cara nelle nuvole, se fare marketing di efficace(di qualsiasi prodotto/servizio) fosse così lineare le grandi aziende che dispongono di ampie risorse umane e finanziarie, non sbaglierebbero mai. Invece, per fortuna, non è così ed anche i colossi come Constellation prendono le loro scoppole dal mercato.
    Indipendentemente da DOC, DOCG, DOP ecc… la parola PROSECCO è diventata di fatto una marca, perchè è un segno a cui un numero sempre più ampio di consumatori associa un prodotto con determinate caratteristiche.
    Se la parola PROSECCO perderà la sua identità o meno non dipenderà dai marchi aziendali a cui verrà associato ma dal mantenimento delle caratteristiche sensoriali che ne hanno determinato il successo fino ad oggi.
    Non è neanche vero che sia così slegato dal territorio, nel senso che la grande maggioranza dei consumatori italiani sa che viene dal nord-est d’Italia. Che questa percezione sia molto più sfumata negli USA non è sorprendente, vista la conoscenza di quel consumatore della geografia europea.
    La questione della perdita di identità, come hai giustamente segnalato, si pone invece per Ruffino, sulle cui scelte non mi esprimo per corretteza professionale nei confronti dei colleghi.
    Io posso solo dire che nella mia esperienza tutte le strategie che ho visto basarsi su una (presunta) ignoranza delle persone (consumatori) hanno avuto vita breve. Ad esempio pare che tutti i vari “PIUSECCO” “ROSECCO” et similia introdotti in Germania non stiano avendo grande successo proprio perchè non danno al consumatore quello che promettono, indipendentemente dal fatto che costino poco. Come diceva il mio primo titolare agli agenti che si lamentavono dei listini troppo alti “La mortadella più cara per il cliente è quella che gli tocca buttare via perchè non la vuole nessuno”.

  11. e ora attendiamo che vadano in produzione tutti gli ettari di prosecco in friuli e in pianura veneta e poi grasse risate……altro che DOCG Valdobbiadene ,Asolo…e non parlatemi di Terroir per il Prosecco per cortesia…..ha ragione valentino ,negli stati uniti si vendono migliaia di prosecchi imbottgilati da cooperative sconosciute fuori dalla zona di produzione e a prezzi vergognosi …sullo scaffale a $ 6,99 ,$ 7,99 …..Constellation ha fatto solo il suo mestiere…..

  12. Nel frattempo Harrods apre ancora un wine bar tutto dedicato al Prosecco.E a buon vedere: in GB, secondo la societá Wine Intelligence era, nel 2007, l’otto per cento degli inglesi che beveva Prosecco. Oggi siamo al 15%. Le ragioni secondo una ricerca: il gusto morbido, il prezzo contenuto e l’immagine elegante.
    Il bar viene aperto in collaborazione con la ditta Fratelli Martini Secondo Luigi, uno dei piu´antichi, noti e celebrati produttori di Prosecco.

  13. Sono certo che Carlo scherzava, tutti sanno che Fratelli Martini imbottiglia vini di tutta Italia, almeno così dicono le etichette. In ogni caso le storture vanno corrette alla produzione e legando le mani ai legislatori che per un pugno di voti danno via libera alle barbarie dei contadini che (esattamente come Constellation), non ne vogliono sapere di programmazione ma, vogliono solo tuffarsi dove vedono la possibilità di fare reddito.

  14. Ah! Fratelli Martini Secondo Luigi non sono uno dei piu´noti e celebrati produttori di Prosecco ? ma va ? e Ruffino allora ?
    Zillians e Valentino hanno subito centrato la provocazione, ma quanti tra
    i consumatori, non dico inglesi, ma anche italiani sanno che i Fratelli Martini Secondo Luigi
    abitano in quel di Asti e che svolgono una buon per loro pluriennale attivitá di imbottigliatori di tutto il vino possibile dal Cenisio alla balza di Scilla ?

    E al consumatore al winebar di Harrods che si fa un bicchiere comunque ben freddo che gliene cale della storia dietro quella bottiglia ? é garantita da Harrods, ha l’etichetta giusta
    e comunque bisogna essere in due a ballare tango: se é arrivata fino al grande magazzino
    londinese qualcuno l’avrá pur ben controllata ed approvata ? in Italia, dico.

    E qui sta in perno della faccenda : “o’ pisc fete á capa” e se tutte le leggi i controlli, le DOCG
    i consorzi, le basse rese, i triangoli e le righe per terra servono a permettere a Ruffino o a Martini Secondo Luigi di essere il nome del Prosecco nel mondo, beh’ sono gli ultimi con cui prendersela. Buon per loro ed un po´meno per qualcun altro.

  15. Carlo Merolli dice benissimo se le leggi permettono questo chi ci si incunea fa il suo e proprio.
    Semmai attenzione a svilire il nome e il luogo come è avvenuto nel Chianti, che dai tre comuni del Chianti Storico si è arrivati a difinire Chianti ogni singola ciocca d’uva cresca in Toscana dove è da terroristi e antichi vinai mettere una percentuale di malvasia bianca nel rosso, ma una selva di internescional ne è ben consentita con il compenso di avere cantine piene e sfuso a poco più di 50 € hl (parlo di Classico adesso).
    Se il prosecco tira come è giusto sia, non chiantigianizzatevi e fate in modo la gente lo abbia ma non ci nuoti.

  16. “beh’ sono gli ultimi con cui prendersela”…

    E la cosa e’ agghiacciante. Vi ricordate il Nano?

    “vogliono solo tuffarsi dove vedono la possibilità di fare reddito”…

    Siamo noi i poveri scemi, quelli che si godono un’ombra in coppia, quelli che “barbera e champagne”, quelli che un po’ di buonumore in tavola o in osteria, quelli che il vino fa sognare.
    Comandano purtroppo sempre quelli che il vino e’ una merce, quelli della fabbrica del vino, anche quelli del miracolo di Cana in provincia di Cuneo, di Verona, di Treviso o di Pavia.

    Carlo e Valentino, che tristezza, vero?

  17. Tristezza si, anche tanta. Specie considerando che non é che il Prosecco sia un prodotto di scarsa produzione e non é che manchino i buoni nomi che sanno produrre quantitá e qualitá. Cito a braccio: Gregoletto, De Faveri, Bortolomiol, Valdo, Carpené, Nino Franco omettendone sicuramente molti e molti validissimi altri che tutti conoscete. Ma se la legge -italiana – (mi ripeto) permette di imbottigliare Prosecco ad Asti,
    poi é difficile andarsela a prender con Constellation Brand o con altri imbottigliatori.

  18. Carlo, tu che stai all’estero lo sai meglio di me: storicamente, sugli scaffali, ci sono sempre stati i rossi tranquilli, i bianchi tranquilli e basta. Soltanto ultimamente hanno fatto capolino timidamente quei vini da bere piu’ giovani che si puo’, cioe’ uno o due rosati, ma il Lambrusco ha sempre preso soltanto la via degli USA e il Prosecco nessuno sapeva nemmeno cos’era. E c’incontravamo, noi italiani che lavoriamo all’estero, fra gli scaffali a cercare nei supermercati… il frizzantino, il prosecco ed il lambrusco senza pretese, e nessuno li trovava. E allora, a pranzo, acqua minerale gassata nel bicchiere di vino… e gli stranieri che ci osservavano attoniti, s’incuriosivano e domandavano perche’. Gli abbiamo fatto venire la voglia. E qualche importatore ha insistito con l’esportatore italiano per certi vinelli senza pretese purche’ col nome giusto: nero d’avola, prosecco, lambrusco, frizzantino. Sono diventati di moda per questo, all’estero. E una grande casa come la Ruffino, che vive di grandi vendite all’estero, perfino nei negozi della Patagonia, della Siberia o dell’Alaska si trovano i suoi vini, ovvio che fa quel che il mercato chiede con forza. Io continuo ad essere ottimista, cioe’ penso che questi prodotti senza pretese fra qualche anno tireranno anche quelli di qualita’ e quindi non fanno male al mercato. Certo e’ che siamo sempre al solito dilemma: come carta da visita e’ meglio una ‘500 o una Ferrari?

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