Cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino: lo chiedono i mercati o la tutela di qualche interesse “particulare”?

Ora che la grande bolla africana sembra finalmente essere consegnata agli archivi di questa lunga estate 2011, possiamo provare a ragionare a freddo, più di quanto non sia stato possibile, veramente a caldo, venerdì in questo post, sulla decisione del Consorzio del Brunello di Montalcino, che in piena vendemmia ha deciso di convocare per il prossimo 7 settembre i soci del Consorzio, con un ordine del giorno che recita “Discussione e votazione in merito alla proposta di modifica del disciplinare di produzione del vino Rosso di Montalcino”.
Questa convocazione nonostante lo scorso febbraio un analogo tentativo fosse abortito in zona Cesarini, a pochissimi giorni dallo svolgimento del Benvenuto Brunello, e quando sembrava davvero scampato il pericolo di tornare a parlare di cambiare il disciplinare di produzione dell’altro grande vino base Sangiovese del celebre borgo toscano, il Rosso di Montalcino Doc. Cento percento Sangiovese, proprio come il fratello maggiore,  il Brunello.
Occorre mantenere il sangue freddo e non inca…volarsi più di tanto dinnanzi a questo diabolico perseverare nell’errore, a questa testardaggine asinina che sembra non tenere conto e quasi sfidare il pensiero della larghissima maggioranza dei produttori, di chi lo scorso febbraio aveva preso apertamente posizione importanti produttori (leggete qui, qui e poi ancora qui) contro ogni ipotesi di cambiamento nel senso voluto dal Consorzio e dal suo Consiglio di amministrazione.
Eppure, nonostante apparisse chiaro anche ai sassi che tantissime aziende di Montalcino, che si può tranquillamente affermare rappresentino una nettissima maggioranza, non sentissero alcuna esigenza di andare ad una modifica del disciplinare del Rosso Doc, modifica che prevedeva (e prevede tuttora) l’apertura ad altri vitigni (internazionali ovviamente) che non fossero il semplice Sangiovese, la commissione tecnica ed il Consiglio di amministrazione del Consorzio del Brunello sono andati avanti.
L’hanno fatto assumendo e pagando, con i soldi dei soci, consulenti ed “esperti” che hanno invocato la chirurgia estetica per giustificare il cambio dei disciplinari, invitando alla tolleranza (intesa come possibilità di ammettere una del 5-6-7% di altre uve), provando a convincere i produttori convocandoli a piccoli gruppi, esercitando pressioni varie e facendo apparire come ineluttabile, perché richiesto dal mercato (quale?), il cambiamento del disciplinare.
E ora si è arrivati alla convocazione dell’Assemblea dei soci per il 7 settembre, in piena vendemmia, contravvenendo ad una regola non scritta secondo la quale “non si convoca un’Assemblea su argomento importante durante la vendemmia, anche se a Febbraio si è preso l’impegno di ritornare sull’argomento”.
Ho già esaminato, in un articolo pubblicato sul sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers, la vicenda, persuaso, che in questa testardaggine nel perseguire questa ipotesi di cambiamento di disciplinare del Rosso di Montalcino, vero e proprio cavallo di Troia per poi arrivare a cambiare anche il disciplinare del Brunello, “in realtà non c’è una strategia, non c’è una visione di lungo respiro, non c’è un piano che prenda in considerazione Montalcino nel suo insieme e indichi una strada per il futuro”.

Ha detto bene un commentatore intervenuto a dire la sua su questa assurda assemblea del 7 settembre, “quante volte bisogna dire NO perché questo venga recepito come un NO definitivo e assoluto? Se la maggioranza dei Soci del Consorzio ha già votato a favore del mantenimento del disciplinare sia per il Brunello che per il Rosso di Montalcino, che senso ha di convocare un’Assemblea a ridosso della vendemmia quando tutti sono tesi, nervosi e occupati nei preparativi?”.
Ma perché mai si vuole andare ad una spaccatura del fronte dei produttori, ad un muro contro muro, al rischio che una parte significativa del panorama produttivo del Brunello (e del Rosso) di fronte alla testarda ostinazione del Consorzio decida che in un simile Consorzio non ci si possa riconoscere e che non valga più la pena fare parte?
Ma cosa propongono, nel nome dell’adeguamento alle richieste dei nuovi mercati (Asia e dintorni) i testardissimi capataz del Consorzio del Brunello?
Da quello che si può capire dalla messe di proposte recapitate (si ha un’idea di quanti soldi siano stati sprecati per convocazioni di assemblee, assemblee, verbali, consulenze di esperti di marketing e professoroni vari?) ai soci del Consorzio convocati il 7 settembre, si tratterà di votare scegliendo tra due ipotesi abbastanza confuse.
Il primo è uno schema n°1 che prevede un Rosso di Montalcino con base ampelografica Sangiovese minimo all’85% (quindi con la possibilità di un 15% di Cabernet, Merlot, Syrah) e un Rosso di Montalcino Sangiovese con base ampelografica Sangiovese 100%.
Il secondo è uno schema n°2 che prevede un Rosso di Montalcino con base ampelografica Sangiovese minimo all’85%, quindi un Rosso di Montalcino Sangiovese con base ampelografica Sangiovese 100% e poi ancora una terza modalità, un Rosso di Montalcino Sangiovese Superiore con base ampelografica con Sangiovese 100%.
Nel caso delle due ipotesi dello schema n°1 viene autorizzato qualsiasi tappo, quindi anche tappi sintetici e tappo a vite, nel caso delle tre ipotesi dello schema n°2 il tappo di sughero è contemplato solo per il Rosso di Montalcino Sangiovese Superiore, mentre per gli altri due vini semaforo verde anche per i tappi alternativi.
Inoltre per tutte e cinque le ipotesi di vino è prevista la tolleranza dell’1%. E a questo punto ci si chiede con quale meraviglioso “bilancino di precisione” si possa valutare se in quel Rosso di Montalcino semplice o Rosso di Montalcino Sangiovese o Sangiovese Superiore sia finito, ovviamente per sbaglio, per colpa del vivaista che ti fornisce per errore una barbatella di altre uve (ovviamente quelle bordolesi) invece di una piantina di Sangiovese, o per un improvvido travaso in cantina, un mero uno per cento e non invece un 2-3-5% di altre uve e altri vini….

E poi, visto che il Consorzio giustifica il dover cambiare il disciplinare del Rosso con esigenze di marketing e di una comunicazione più chiara sui nuovi mercati, soprattutto quelli asiatici, a quale regola di marketing corrisponde mai il presentarsi ai consumatori e ai nuovi consumatori con un Rosso di Montalcino dalla doppia o addirittura triplice identità, un Rosso che continui ad essere com’è ora espressione unica del Sangiovese (di Montalcino ovviamente) ed un Rosso in versione Sant’Antimo o Super Tuscan?
Forse che il presentarsi in questo modo, con identità diverse, ha giovato alla causa del Chianti Classico? Anche i più ottimisti non possono di certo affermarlo.
Non c’è alcun bisogno di avere un Rosso di Montalcino tradizionale e uno moderno e internazionalizzato: ai consumatori interessa un Rosso di Montalcino ben fatto, riconoscibile, piacevole, dall’identità ben precisa, senza confusioni, lessicali, consentite dal disciplinare, di nessun tipo.
Ecco perché nella decina di giorni che mancano da qui alla data fatidica del 7 settembre è fondamentale che le persone di buon senso che esistono all’interno del vasto ed eterogeneo mondo produttivo ilcinese si adoperino perché non si arrivi, in sede di Assemblea, ad un scontro, e che si eviti, mediante il ritiro di queste proposte di modifica, oppure tramite il rinvio dell’Assemblea ad altra imprecisata data, di votare, ovvero di spaccare il fronte produttivo.
Non c’è altra soluzione, altrimenti non sarà difficile prevedere per il Consorzio, di fronte a questo inutile braccio di ferro, dinnanzi a questa oggettiva forzatura, voluta dalla Presidenza e dal Consiglio di amministrazione, tempi difficili, l’entrata in uno stato di crisi che nessuna persona seria e ragionevole può veramente desiderare.
Uno stato di crisi, una agonia e una possibile morte del Consorzio, di cui sarà facilissimo individuare i colpevoli chiamandoli per nome e cognome e inchiodandoli alle loro responsabilità.

Cosa che Vino al vino, come ha sempre fatto dallo scoppio di Brunellopoli a fine marzo 2008, non mancherà di fare, coinvolgendo una rete di influenti wine blogger e wine writer interanzionali e opinion leader che con ogni probabilità vogliono molto più bene a Montalcino e ai suoi vini sinonimo di Sangiovese di quanto dimostrino di farlo in quell’ente che dovrebbe avere a cuore la salvaguardia e la tutela del prestigio e dell’identità degli inimitabili vini di questo splendido borgo toscano.

10 pensieri su “Cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino: lo chiedono i mercati o la tutela di qualche interesse “particulare”?

  1. Azzardo un’ipotesi diversa al “diabolico perseverare nell’errore, a questa testardaggine asinina che sembra non tenere conto e quasi sfidare il pensiero della larghissima maggioranza dei produttori”. Forse sarà fantaenologia, ma…

    È indubbio che sia perfino fastidioso questo riproporre ciò che puntualmente gli altri 240 produttori respingono da anni nelle assemblee, ma un motivo ci sarà. Mi permetto perciò di guardare un po’ più in là, a quegli 11.000 ettari disboscabili e vitabili. Basterebbe un altro Paperon de’ Paperoni che acquisti diciamo un decimo di ettari di bosco per piantarci viti alla sua maniera e, in virtù dell’erga omnes, insieme alla tenuta attualmente più estesa farebbero quel che vorrebbero senza più altre opposizioni che non quelle mediatiche. Forse la pedante insistenza ha l’obiettivo appunto di destabilizzare la situazione esistente quel tanto che basta per attirarsi un altro forestiero accanto (non dico Gallo, ma non ci sono miliardari soltanto ad ovest…) e attuare quel piano. Ai capitalisti non gliene frega niente della tradizione, del gusto, della tipicità, del terroir, ma interessa solo il profitto.
    Oggi, a differenza di pochi anni fa, ci sono dei mercati talmente ricettivi per un vino con la parola magica Montalcino in etichetta indipendentemente da ciò che contengono le bottiglie, che è piuttosto facile fare miliardi in fretta per chi vuole investirci capitali enormi, avendo terreni a disposizione. C’è una domanda di bollicine impressionanti al mondo, tanto che 1.100 ettari che possano fregiarsi di un’etichetta “Montalcino” su bollicine anche rosse si ripagherebbero all’istante. Non sottovaluterei i 100 milioni di bottiglie di Lambrusco e il fatto che nei mercati dell’Est tirano alla stessa maniera sia le bollicine bianche che quelle rosate e rosse. Non gliene fregherebbe neanche un po’ dei vini rossi tranquilli, che è pure difficile piazzare sul mercato e quindi farebbero comodo al massimo soltanto diecimila bottiglie come bandiera, come collezione. Col metodo Igristoje si fa una bottiglia di bollicine in un mese, basta chiedere a Bosca, a prezzi inferiori ai 2 euro in negozio. Ecco perché anche secondo me, che preferirei la tranquillità dell’esistente, senz’alcun cambiamento in attesa del passaggio definitivo e consolidato alle DOP secondo le direttive UE, il pericolo “maggiore, più pericoloso persino del cambiamento del disciplinare per il Rosso di Montalcino é creare una spaccatura fra i vari produttori”, come ha sottolineato bene Nelle Nuvole nel post precedente.
    Mi stupisce che non ci abbiano ancora pensato i 240 produttori che non riescono a capire che è meglio trovare un sistema di unione adesso, piuttosto che trovarsi la tegola sulla testa dopo. Dopo i Paperoni doltreoceano adesso ci sono quelli russi che stanno cercando attivamente in Europa Occidentale dei marchi di prestigio, che siano squadre di calcio o cantine non ha importanza, purché di prestigio, per riciclare in posti sicuri dei capitali che in casa loro non sono più troppo sicuri, ma che maturano tanto in fretta che sembra che possiedano la macchinetta stampasoldi. Bisogna pensare al futuro prossimo e mettere al sicuro il Rosso con una DOCG, che comprenda i terreni “storici” da precisare (anche per il Brunello, con lo stesso sistema del Barbaresco), in modo da evitare un impatto negativo con eventuali nuovi impianti che utilizzerebbero una DOC svuotata del meglio e cioè del 100% Sangiovese. Non mi si venga a dire che i diritti d’impianto e di reimpianto sono ben regolati da una legislazione che li limita, perché anche il più ingenuo si metterebbe a ridere. Al posto dei 240 produttori che al 90% seppellirebbero ogni proposta di cambiamento, pur con tutte le ragioni di questo mondo, un accordo lo cercherei. Speriamo che questa non sia davvero l’ultima occasione.

  2. A me viene un sospetto: e se queste continue riproposizioni non avessero il solo intento di forzare la mano a chi è contrario a questi cambiamenti constringelo ad abbandonare il consorzio, perchè non vi si riconosce e non si più sente tutelato? In questo modo, a forza di uscite (ne sarebbero sufficienti solo alcune ma “pesanti”) nel consorzio la maggioranza contraria si farebbe sicuramente più risicata ed eventuali spinte alla modifica dei disciplinari non avrebbero vita così difficile. Pura fantascienza?
    Antonio Grimaldi

  3. @bello il giallo Grimaldi: chissà magari è proprio così, ma a quel punto se quelli che escono non sono dei fessi, con un’azione di cui si sentono vaghi accenni (?) potrebbero fare un bel botto.
    @Crosta: a parte che disboscare sarebbe proibito dalla legge, per quello che vale la legge, le bollicine ci sono già a montalcino. ci ha pensato un ex giovane produttore.

  4. a Montalcino, come in altre parti d’Italia, manca lo spirito di squadra. Anche questo porta ad una promozione del territorio disordinata, orientata a “ognuno faccia da sè”.
    Invece di rispettare e lavorare sulla lunga storia che Montalcino ha alle spalle, puntando sulle diversità dei terroirs, sulle dimensioni del territorio, sulle sue tipicità uniche, si legge di voler fare qualcosa di nuovo e imitare altri.
    Questa notizia è il riassunto dell’incapacità di saper fare il proprio lavoro e la mancanza di passione da parte di chi ha queste idee.
    E poi gli igt si possono già fare, che sia una scelta individuale.

  5. Cara giovannella, mi piace molto la tua fiducia nella legge, ma disboscare non e’ vietato (escluso nelle aree con preciso vincolo), semmai e’ regolato dalla legge, tant’e’ vero che si possono chiedere autorizzazioni alla Provincia, al Comune e alla Forestale, che ha dei moduli prestampati con tutti i documenti da allegare alla domanda di cambio di destinazione del terreno. Se l’appezzamento è ancora classificato a catasto come vigneto o frutteto, diventato in seguito bosco per abbandono, non ci sono problemi. Se, invece, l’appezzamento è classificato come bosco ceduo, allora si deve presentare una relazione tecnica in triplice copia, di cui una alla Regione (meglio se corredata di estratto di Piano Regolatore del Comune) e due al Comune (una sempre al Comune ed una alla Provincia se supera i 5.000 metri quadrati), una relazione sulla destinazione delle acque superficiali (al Comune), una tavola d’inquadramento generale (alla Regione), una documentazione fotografica a colori con corografia (alla Regione). Se non ci sono precisi vincoli idrogeologici, non c’e’ molto da far la coda ad attendere. E a Montalcino non tutti i boschi sono vincolati. Semmai c’e’ l’impegno da sottoscrivere al rogito di attendere 15 anni per il cambio di destinazione, ma e’ aggirabile in mille modi. Io temo che, in parte bosco ed in parte terreno agricolo, nei prossimi mesi una serie di terreni vengano incettati da chi poi fara’ vigneti in grande stile. Ma qui lo dico e qui lo nego. Non tocca a me far da sentinella. In ogni caso vorrei sapere da te come da altri: ritenete giusto addivenire ad un accordo o e’ meglio preparare le barricate? A me va bene tutto, tanto io devo (se voglio) soltanto bere. La responsabilita’ ricade soltanto su chi votera’ il 7 settembre, su chi di quel lavoro faticoso in vigna ci vive e deve mantenere la famiglia e garantire qualcosa anche ai nipoti. Meglio se da secoli per secoli. So che per loro sara’ una grande sofferenza ed e’ per questo che devono votare in serenita’ e godere del sostegno nostro, di spettatori, qualsiasi idea abbiano, pro o contro oppure per un compromesso. Bisognera’ sostenerli comunque, acquistando il frutto delle loro fatiche anche dopo il 7 settembre. Dicono che quest’annata, caldissima, per qualità sarà da ricordare a lungo, almeno per i vigneti in altura…

  6. Gentile signor Crosta, so bene che la legge in questo benedetto paese vale come il due di picche. Gli esempi non mancano.
    Ma quello che impressiona in tutta la vicenda del brunello è la serie di contraddizioni del consorzio, che mi pare ha già chiesto una volta il parere in merito a questa quistione, superabile solo dalla figurina che faranno quelli che dopo essersi riempiti la bocca con la purezza di qua e di là, in assemblea paleseranno la loro reale volontà: quella di compiacere i soliti noti.
    Mi sembra un busillis mica da poco. Come faranno i pavidi, le mezzecalze, i tremebondi, i politicamente scorretti a inquadrarsi pecorecciamente nel cambiamento che per molti non è, senza fare marcia indietro, finendo in un burrone dove saranno seppelliti per sempre da una risata?
    E come faranno gli stessi di cui sopra a dire grazie a chi di dovere senza perdere la faccia?
    C’è un momento nella vita di ognuno di noi, caro signor Crosca, in cui bisogna guardare in faccia la realtà. E’ ben più drammatico che guardarsi nello specchio facendoci la barba. I nostri amici ora stanno per svoltare un angolo dietro il quale c’è la platea dei fans del loro vino che sono abituati a guardare per il sottile, e non sono per niente di bocca buona. I nostri hanno spergiurato che mai e poi mai vorranno mettere altro nella loro botte che non sia il supernettare di montalcino. Mah. Lei ci crede? io penso che siano capaci di mentire anche a se stessi. Sosteniamoli pure, ma a lei piace il blunello? A me fa venire in mente l’australia e mi rende triste come quelli che son dovuti emigrare in quel paese.

  7. Crosta, non Crosca, cara giovannella. Non la vedrei tanto tragica, pero’. In Toscana son stati capaci perfino di rovinare la reputazione del Chianti una quarantina di anni fa, pero’ la lezione l’hanno capita sia i colpevoli che i pali. Non conviene a nessuno, nemmeno a loro. Ho letto e riletto piu’ volte l’intervento di Nelle Nuvole nel post precedente e sono convinto che i produttori (quelli che qui non parlano, neanche a dargli il megafono…) l’hanno letto anche loro. Franco Ziliani ha offerto a tutti il luogo per approfondire, per riflettere, un buon terreno e non uno specchio su cui arrampicarsi. A me non piace il Brunello, l’ho gia’ detto mille volte: preferisco il Rosso, stile Poggio di Sotto 2002, che mi rimane un modello. Per questo lo vorrei DOCG e con diecimila controlli, a monte, a valle, sottoterra e a cielo aperto. Credo di piu’ in questo vino che nel suo fratello maggiore. Come “mark”, impagabile nel suo commento sulle riflessioni di Stefano Cinelli Colombini.

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