Della comunicazione sul vino in Asia: il linguaggio che vale in Europa spesso lì non va bene

Ad un mese di distanza dal suo secondo intervento, il mio inviato speciale nel Far East, Cina e dintorni,  mi ha inviato un’altra acuta riflessione.
Questa volta arriva dalla Tailandia, da Bangkok, e ha come oggetto la comunicazione sul vino in Asia. Che non può presentare le stesse modalità della comunicazione sul vino, spesso estenuata e ben poco comunicativa ed efficace, utilizzata in Europa ed in Italia, ma deve tenere conto che in Oriente, come scrive “siamo ad uno stato embrionale nella cultura del bere” e “se vogliamo vendere dobbiamo farci capire” ed utilizzare il linguaggio adatto. Buona lettura!

“Carissimo Franco, la notte tace qui Bangkok, e nel silenzio, trafitto dal lamento di un ventilatore da soffitto ti scrivo sperando che le ragioni del mio sgomento possano far riflettere chi presto s’imbarcherà con direzione Est. Questa sera sono stata invitato, (da un’enoica conquista), ad un winemaker dinner di un rumoroso produttore Francese, in un rispettabilissimo e prezzolato hotel sul Chao Praya.
Padrone di casa l’enologo dell’azienda, 40 invitati paganti, un pugno di giornalisti, uno stuoli di camerieri da ricordar un banchetto imperiale. Al mio tavolo solo thailandesi, e solo ricchi thailandesi. Bella gente, istruita, intimamente riunita a celebrare un  “Confidential Sunday” chiamiamolo pure così.
Il collega d’oltralpe, ha esordito con una presentazione  autocelebrativa dei suoi titoli e  del suo anoressico pedigree, indugiando successivamente nella descrizione geografica, dell’azienda volgarmente arricchendo il proprio monologo di due inflazionate e tormentate  parole chiave: quality e terroir. Dopo non meno di cinque minuti, l’ospite, continuava a parlare di terreni, argille, vigneti e densità, rese per ettaro, di ricerca della qualità, ancora, di barrique e di fermentazioni. E i nostri bicchieri rimanevano ancora vuoti, e i nostri sorrisi spenti.
Dopo non meno di 10 minuti di prologo aziendale, finalmente, il primo vino veniva servito, e il nostro Caronte nel mondo del Bordeaux (e nemmeno di quello troppo blasonato), suggeriva ai commensali di penetrar il vino con l’astuto naso per sentire e condividere le note di frutti rossi ciliegia selvatica, note sottili di panca di chiesa e cuoio bulgaro.
E sgomento mi dicevo: ma è possibile, oh porco di un mondo, che i produttori che visitano l’Asia non capiscono che qui le ciliegie selvatiche non ci sono e che le  panche di chiesa sono sostituite  degli sgabelli da bordello? Ma è possibile che sia così difficile capire che la comunicazione del vino non sta tanto nella comunione della lingua, quanto nell’essenza del linguaggio?
E che cavolo Franco, ma come si fa ad essere così arroganti nel pensare che il modello impolverato dei wine dinner, vomirimentato e  riciclato, possa funzionare anche in questa parte del mondo dove l’esperienza con il prodotto è ancora embrionale?
Se non alla prima, ma sicuramente alla seconda rutilante sequenza di saccente eloquio, nel crescendo stonato di quanto blasonata fosse la propria cantina, i miei commensali si erano già perduti nei meandri della noia e del tormento di un linguaggio completamente alieno.
Ormai alla seconda portata raggiunta la  débâcle assoluta nel catturare l’attenzione del suo pubblico, il nostro Ospite, ha continuato a cinguettare assemblaggi e percentuali.
Ora mi rivolgo ai produttori : ma credete veramente che faccia alcuna differenza per il consumatore Thailandese, piuttosto che Vietnamita, piuttosto che Cinese, sapere in che percentuali sia il Merlot nei vostri assemblaggi?
Credete veramente che sia importante per noi sapere quanto il vostro vino invecchi in barrique di secondo passaggio? Volete essere ricordati per i tempi di macerazione o , diversamente, perché con le intonate parole, siete riusciti a far chiudere gli occhi al vostro interlocutore e fargli immaginare la Sicilia, piuttosto che le dolci  e sinuose colline Toscane, o la sazietà che porta un orizzonte di Piemonte?
Forse i dettagli tecnici ufficialmente decantati possono far la differenza e soddisfare la curiosità di un paio di sommelier ingordi  dell’AIS, ma al consumatore, e soprattutto a quello asiatico, ho come l’impressione che non importino molto.
E allora, perché cavolo ci si ostina a voler raccontare i dettagli delle appellazioni, Pinot Grigio del Collio, piuttosto che Pinot Grigio dell’Isonzo, senza prima spiegargli cos’è il Friuli e dove si trova in Italia?

Al termine della serata, il bell’Enologo, ha raggiunto il mio tavolo e con arroganza, sicuro del successo riscosso ha domandato se i vini fossero piaciuti. Alla mia destra una timida voce ha lamentato di non aver gradito il primo, e povera Khun Flor non lo avesse mai fatto; a quel punto è cominciata una cascata di ragioni, giustificazioni e scuse, e direi con un tono piuttosto aggressivo, di un idiota incapace di capire che : si può, anzi si deve avere l’ambizione di pensar di fare bei vini, ma si deve assolutamente avere l’umiltà di accettare l’idea di non piacere  a tutti.
Non è parlando complicato ed erudito, che si educa il consumatore, ma è solo cercando di comunicare ad un livello paritetico che lascia a chi ci ascolta uno spazio interpretativo.
Per quel poco che ha imparato a conoscere il mercato asiatico, ti posso confermare che siamo ad uno stato embrionale nella cultura del bere, tanto più nel capire i vini italiani, e mi auguro quindi, che si cerchi di fare lo sforzo di parlare un linguaggio comprensibile,  ed allineato con la cultura del posto. Mi auguro che le schede tecniche che vengono distribuite in Asia siano sensibili alle abitudini culinarie dell’area, che si tolga da tutte le note di assaggio sentori di frutti rossi, note di Sottobosco sostituendoli con lemongrass, cannella, guava, lichee , jack fruit, lime.
Che si tolga il maiale dalle schede distribuite in Malesia o la vacca in india, o da tutte il formaggio stagionato, indigesto a molti asiatici. Se vogliamo vendere dobbiamo farci capire, e se il consumatore non capisce si sente intimidito, e nessuno vuol sentirsi stupido tantomeno per chi “loosing face” è una questione d’onore. Basta urli, è tempo di sussurri.
Un sorriso dai tropici”.

31 pensieri su “Della comunicazione sul vino in Asia: il linguaggio che vale in Europa spesso lì non va bene

  1. Io direi piuttosto che questo genere di wine dinners non funzionano neanche da noi, mi verrebbe da dire ormai, ma ho qualche dubbio sul fatto che abbiano mai funzionato.
    Se ci si rivolge ad un pubblico di “semplici” appassionati, o, com’e’ vero il piu’ delle volte, di persone che sono li’ semplicemente per passare una serata piacevole in compagnia, il linguaggio non deve essere quello della degustazione professionale, ma piuttosto la comunicazione di storie (possibilmente vere e pertinenti), di feelings, di quadro generale.
    Non è facile comunicare, in nessun ambito che sia con un blog o peggio ad una platea di persone accaldate, Non a caso chi lo ha saputo fare, vedi Angelo Gaja per es. ma non solo, ha avuto successo nel mondo del vino.

  2. Sono d’accordo con Gianpaolo il problema della comunicazione del vino è quella di riversare modi e terminologie “tecniche” (che secondo me non sono tecniche ma ampliano solamente la distanza fra il savant e il non savant con intenti snobistici e di perpetuazione della “casta”)e questo succede anche da noi e allontana il consumatore piuttosto che avvicinarlo spaventato dalla sua “ignoranza” e dalla incapacità relazionarsi con “l’esperto”.
    Bisogna lavorarci e cercare parole e narrazioni ed esperienze sensoriali da condividere con i consumatori.

  3. Sono perfettamente d’accordo con Gianpaolo e ringrazio il corrispondente asiatico per aver descritto così bene una serata a dir poco disastrosa, dal punto di vista enoico e di comunicazione.
    Gran parte del mio lavoro é proprio quello di raccontare una storia e un vino a chi fa lo sforzo di avvicinarsi all’azienda che rappresento. Con gli anni ho imparato a “recitare a soggetto”. Le informazioni strettamente necessarie da dare sono tre o quattro, per il resto bisogna ricordarsi che chi ci ascolta spesso ha pagato come per uno spettacolo, specialmente in Asia, ma anche nel Nord America. Soprattutto fare a meno della presunzione che se il vino non viene recepito la colpa é di chi non lo capisce, non nostra che non abbiamo saputo spiegarlo.

    Matt Kramer, citato in un post precedente, in occasione di un seminario sui vini italiani in Canada ci incitava a “raccontare un sogno”, più che a snocciolare dati e cifre.

    ps naturalmente, se il vino é buono, corrispondente a quello che promette, servito nel modo giusto, é tutto più facile.

  4. Condivido appieno ciò che ha scritto Gianpaolo nel commento sopra. Ho assistito a un winemaker dinner in Germania ed è trapelata la stessa identica noia e senso di disorientamento del pubblico, di fronte ad improbabili monologhi autocelebrativi dell’oratore. Si ha l’abitudine di dare sempre troppe cose per scontato. Interessante invece il l’idea di adattare certe informazioni degustative sulla base delle abitudini e della cultura del posto. Premetto che ad alcune degustazioni, anche in Italia, ho sentito nominare frutti o cose che io umano non avrei mai potuto immaginare.

  5. Volete dire che vi state accorgengdo dell’assurdità che si respira nelle varie degustazioni che si fanno oggi qui da noi in europa?
    Il vino alla fine piace o non piace tutto qui, assistere a quella ginnastica nei vari “simposi” degustativi sinceramente ne ho le p…e !!!!
    grazie e scusate lo sfogo
    Klara

  6. Lasciamo perdere le cene di degustazione.
    Ma li avete mai visti quelli che in televisione (quindi un mezzo di comunicazione di massa) roteano il bicchiere e si scoprono novelli Omero?
    Ma secondo voi la sciura Maria che pensa? Semplice, che è tutta scena, si fa una risata e poi si va a comprare il Tavernello o il Gotto d’Oro.
    Credo che anche l’Ais debba perdere un po’ di sacralità e incominciare a capire che le sacre tavole per effettuare una degustazione sono un codice da utilizzare nella ristrettissima cerchia dei degustatori professionali e stop. Ad esempio invece di evocare la ciliegia sotto spirito o il ridicolo bosso si inizi a spiegare alla massa come si legge un’etichetta

  7. Complimenti all’autore per il bel post, mi piace un casino. Ricordo una degustazione organizzata dalla Sopexa una dozzina di anni fa a Cracovia. L’enologo francese era un professionista serio, preparato, capace ed i vini erano davvero buoni, qualcuno ottimo. Ma io mi divertivo ad osservare le facce di chi lo ascoltava racontare bla bla bla di cose bla bla bla che non gliene poteva fregare di meno bla bla bla a delle signore in abito da sera bla bla bla e a dei ricchi con la cantinetta privata tutta da costruire clap clap clap. Mi impressionavano soprattutto le occhiate che si scambiavano fra loro gli invitati quando l’enologo assaggiava un campione di vino, con tutte le smorfie possibili ed immaginabili da professionisti veri, ma che facevano ridacchiare non poco il pubblico, ruttini e versacci della lingua schioccante compresi. Ah… dimenticavo… anche il roteare della testa per distribuire bene il vino nel palato e l’aspirazione con la bocca a culo di pollo! Qualcuno mi confessava con dei bigliettini che se il mondo del vino era quello, beh… meglio una buona bevuta di birra senza scenate fra maschiacci in giardino ne’ versacci con le ragazzine nasino all’insu’, oppure un paio di babies on the rock seduti in poltrona.
    Pensa, Franco, che bastava dire a quei medici che il buon vino fa bene se bevuto con moderazione, soprattutto alle coronarie, aiuta a digerire meglio se bevuto a pasto, oppure a quegli intellettuali raccontare la storia delle coppe di champagne modellate sul seno di madame de pompadour, insomma divertire un po’. Qualcuno se ne ando’ addirittura senza aspettare la fine. Meno male che ad un certo punto smise di parlare l’oratore e comincio’ a parlare il vino: basto’ un calice di Maury Mas Amiel, grenache 100% dolce, 1998 e tornarono i sorrisi dove prima c’erano soltanto ciglia aggrottate e facce stupefatte. Io sbottai in italiano “cazzo, questo sì che e’ vino!” e scoppio’ una risata fragorosa mentre mia moglie, rossa per la vergogna, non sapeva dove nascondersi. Si vendettero subito tante di quelle bottiglie di Mas Amiel che neanche negli anni successivi, quando appunto incontrai l’importatore e mi racconto’ la storia per parte sua…

  8. Nel mondo del vino c’è chi si prende troppo sul serio, transalpino o italiano che sia. Personalmente dico sempre ai miei agenti che loro non vendono un vino, duìi cui ai commensali soprattutto dei wine&dine interessa sino a certo punto; ma un’emozione. Ha ragione il sig Crosta: il vino parla da sè. A noi spetta regalare un sogno, un sentimento, un’evocazione… che possono avere i contorni di un vecchio casolare o le rughe di un vecchio contadino o ancora il mare di Sicilia. Di antociani e tannini alle persone non gliene può fregare di meno. Lasciamo ciò alla ristretta cerchia dei professionisti del settore. E anche qui ci sarebbe da dirne di cotte e di crude tra seri professionisti e ciarlatani “giudicanti” che si sentono in missione per conto di Dio… Posso solo dire una cosa: dopo 17 anni di MKTG ed advertising so che nulla è più difficile da comunicare in modo originale che il vino, soprattutto in un paese senza fantasia e attributi come il nostro. Un esempio: due giorni fa arriva una brochure di una delle tante strade del vino, 5 cantine, 5 foto ufficiali, 3 fatte in barricaia tra prelievo di campioni e degustazione (3 su 5!), una con l’enologo in vigna e solo una cantina ha messo il primo piano del proprietario sorridente senza lacun contesto vitivinicolo di sfondo o altro… tutt’altro discorso l’advertising legato al vino nei paesi anglo-sassoni. ma qui andiamo lontani… buona serata a tutti.

  9. La colpa è di tutti noi che siamo dentro il mondo del vino e non ci accorgiamo che la gente fuori vuole emozioni, e non nozioni. E ve lo dico dalla piccola esperienza come sommelier diplomato AIS, da agronomo specializzato in enologia e viticoltura, da turista del vino giramondo, da appassionato da sempre e piccolissimo produttore di sangiovese in quel di firenze…..
    Il sospetto che molti siano solo ed unicamente (pessimi ed improvvisati!) tetranti con poca sostanza è più che fondato! Magari dopo ever imparato a scimmiottare qualche termine ed a far ruotare (centrifugare direi…) qualche bicchiere con vino che rischia di innaffiare chi ti sta intorno….
    Antonio Grimaldi

  10. io l’unica comunicazione che cerco di fare con i potenziali clienti è stappare bottiglie.
    Se si porta in giro roba seria il gioco è quasi fatto, e lo fa il vino.
    Se cominciassi a disquisire di tannini e altre amenità sai cheppalle (e che figuracce!!!), piuttosto me ne torno a vender alluminio, più redditizio e orari meno pesanti.

  11. A me appare sempre più chiaro che il “vino” ha il misteriosissimo potere di calamitare come suoi ambasciatori tanti tra coloro che meno sanno emozionarsi nell’imprevedibilità dell’assaggio e che, consapevolissimi di questa lacuna – che non è una colpa, sia ben chiaro! – cercano di esercitare con buona coscienza una professione per cui non sono tagliati, soffocando, direi anzi formatando la possibilità che l’emozione tocchi altri palati (soprattutto quelli ancora inesperti e più influenzabili) in schemi e descrizioni prolisse e talvolta acrobatiche.
    Da dove può venire se non da una tale incolpevole lacuna l’arroganza di replicare discorde all’ingenuo e insindacabile “mi piace”, “non mi piace” di chi va cercando il piacere della buona bevuta da condividere tra intimi in occasioni come quella descritta dall’inviato da Bangkok?
    Che vino produrremo se la comunicazione continuerà ad agire come fattore di distorsione del gusto perché sorda al semplice e per ogni assaggio singolarissimo parlare del vino?
    E’ evidente che una simile domanda abbia senso a patto di saper ancor a distinguere tra comunicazione sul e soprattutto del vino (cultura del bere vino?) e comunicazione per vendere più vino (comunicazione nell’accezione sempre più totalitaria che ne dà il marketing).

  12. Apprezzo e condivido il contenuto dellla corrispondenza da Bangkok. La comunicazione del vino è affare molto delicato e va “maneggiato” con cura. Il comunicatore di turno dovrebbe informarsi preventivamente sulla composizione del proprio pubblico partecipante alla serata e – dolo dopo averlo fatto – calibrare bene i termini e le parole da adoperare. NOn va bene affatto riempire gli astanti di paroloni e chiacchiere autocelebrative. Si rischia di rendersi incomprensibili e di sbagliare in pieno la comunicazione. Insomma: un autogoal bello e buono per i vini presentati. Solo non ho capito una cosa nell’articolo: all’inizio si parla di un wine-maker francese mentre si conclude citando le schede di presentazione dei vini italiani? Forse fra produttori e italiani e francesi le differenze ci sono, eccome! Cordiali saluti.

  13. spesso quando la gente assaggia il mio vino, intimorita sostiene di non capire niente di vino. di non essere un esperto, allora a mia volta dico di non capire niente (ed è assolutamente vero, soprattutto secondo mia madre!) ma dico di saper dire se qualcosa mi piace oppure no.
    ecco, credo che nel mondo del vino si sia andati troppo oltre, il vino è passato da alimento qualunque a qualcosa di così nobile e elitario da non essere più alla portata di tutti, ma solo degli esperti.
    grandissima ca…ta!
    il problema vero è che spesso si manda qualcuno a fare il lavoro che dovrebbe fare qualcun’altro, ad ognuno il suo, Battisti cantava e Mogol scriveva!

  14. Anch’io vorrei confermare come la comunicazione del vino anche qui in Italia e non solo in Asia pecca di erudizione e saccente eloquio fine a se stessa, dimenticando che semplicità e umiltà possono fruttare più di tante inutili descrizioni assolutamente fuori di ogni comprensione. Purtroppo ancora molti comunicatori, non facciamo nomi per carità che se no si offendono, sono rimasti ad una visione del mondo vino pseudo aristocratica / nobiliare dove la frase “lei non sà chi sono io” si potrebbe rigirare con una “lei non sà quanto amor proprio ho io!”

  15. No, non a lei naturalmente, mi riferisco a un seminario di Cernilli in occasione del Chianti Classico è, sui vini di Castellina, dove la comunicazione secondo il mio parere è stata troppo “descrittiva” sui vini, senza riuscire ad aggiungere quel valore aggiunto, scusatemi del gioco di parole, del “cuore” e della passione dei produttori. Vedi l’intervento di Cernilli sul mio blog:
    http://paolocianferoni.caparsa.it/post/2011/06/18/Seminario-di-Cernilli-a-Castellina-in-Chianti-il-mio-parere.aspx

  16. No, non a lei naturalmente, mi riferisco a un seminario di Cernilli in occasione del Chianti Classico è, sui vini di Castellina, dove la comunicazione secondo il mio parere è stata troppo “descrittiva” sui vini, senza riuscire ad aggiungere quel valore aggiunto, scusatemi del gioco di parole, del “cuore” e della passione dei produttori. Vedi l’intervento di Cernilli sul mio blog:
    http://paolocianferoni.caparsa.it/post/2011/06/18/Seminario-di-Cernilli-a-Castellina-in-Chianti-il-mio-parere.aspx

  17. Vorrei aggiungere che non desidero alimentare inutili e sterili polemiche e preciso che la frase “lei non sà chi sono io”, e “lei non sà quanto amor proprio ho io”, si riferisce a tutto un mondo fatto di produttori, enologi, PR, ecc. che non agiscono, anche ogni tanto, con un po di umiltà.

  18. Vorrei aggiungere che non desidero alimentare inutili e sterili polemiche e preciso che la frase “lei non sà chi sono io”, e “lei non sà quanto amor proprio ho io”, si riferisce a tutto un mondo fatto di produttori, enologi, PR, ecc. che non agiscono, anche ogni tanto, con un po di umiltà.

  19. Vorrei semplicemente complimentarmi con l’inviato, che a mio parere ha messo il dito in una delle più grandi “piaghe” della comunicazione del vino.
    E credo che quanto detto per l’uditorio asiatico sia perfetto per descrivere quanto spesso vale anche per i consumatori italiani che, come ha fatto notare con molta precisione il viticoltore Enrico Togni, sono stati così spesso soverchiati da un fiume di termini tecnici da sommelier autoreferenziali(utilizzati anche in certi blog peraltro) che ora a volte “non osano” avvicinarsi al vino con serenità.
    Per il bene del vino e dei produttori che tanto amore vi dedicano, basta coi termini complicati e con i sentori impronunciabili! Il vino è di tutti, rendiamolo comprensibile alle persone e parliamone con semplicità.
    Per il bene del vino innanzi tutto.

    Un caro saluto a tutti

  20. Vorrei semplicemente complimentarmi con l’inviato, che a mio parere ha messo il dito in una delle più grandi “piaghe” della comunicazione del vino.
    E credo che quanto detto per l’uditorio asiatico sia perfetto per descrivere quanto spesso vale anche per i consumatori italiani che, come ha fatto notare con molta precisione il viticoltore Enrico Togni, sono stati così spesso soverchiati da un fiume di termini tecnici da sommelier autoreferenziali(utilizzati anche in certi blog peraltro) che ora a volte “non osano” avvicinarsi al vino con serenità.
    Per il bene del vino e dei produttori che tanto amore vi dedicano, basta coi termini complicati e con i sentori impronunciabili! Il vino è di tutti, rendiamolo comprensibile alle persone e parliamone con semplicità.
    Per il bene del vino innanzi tutto.

    Un caro saluto a tutti

  21. intervengo,forse un po’ tardi, ma sono proprio in Asia a presentare i miei vini e mi sento chiamata in causa. Qualche giorno fa, prima di incontrare uno dei miei importatore e i suoi ospiti per una presentazione, mi sono detta come faccio a spiegare il profumo di uno dei mei vini, dove, complice un antico vitigno toscano il mammolo, questo ha un grade sentore di violeta mammola… fiore che in Cina non esiste. Sono andata in giro per mercati, annusando i loro fiori e la loro frutta, alla ricerca delle loro emozioni olfattive.
    Agli ospiti ho poi raccontato che faccio vino in Italia, terra dove da millenni si produce vino, gli ho fatto vedere le foto dove tengo in mano con orgoglio dei bellissimi grappoli d’uva, non è superfluo ricordare a queste persone che il vino si fa con l’uva!! Ho raccontato che il vino per noi è amicizia, convivialità è uno stile di vita, che mia nonna da bambina mi dava per merenda la fetta di pane con vino e zucchero e che da bambina, consolava la perdita dei miei dentini, facendomi sciacquare la bocca con acqua e vino. (la cosa li ha fatto ridere tanto) Ho raccontato che il vino bevuto con moderazione fa bene alla salute e fa invecchiare bene. Poi abbiamo messo il naso nel bicchiere e cercati i profumi; per gli abbinamenti, ho ricordato che uno dei miei vini era perfetto con l’anatra laccata, ero a Shenzhen, non potevo parlare certo parlare di bistecca alla fiorentina! Li ho visto annuire soddisfatti.
    Condivido le argomentazione del’inviato in Asia, prima di parlare di maturazione fenolica, è necessario far conoscere e innamorare questi popoli del miracolo che c’è dentro un bicchiere, raccontargli con parole semplici di quanto lavoro è necessario, usando un concetto semplice citato nel famoso film famoso Filadelfia: spiegamelo come se avessi 4 anni.
    A fine presentazione tante domande, tutti si sono alzati e sono venuti, a uno a uno, a farmi un inchino, il mio importatore annuiva soddisfatto.
    scusatemi il lungo messaggio, un caro saluto a tutti i lettori

  22. intervengo,forse un po’ tardi, ma sono proprio in Asia a presentare i miei vini e mi sento chiamata in causa. Qualche giorno fa, prima di incontrare uno dei miei importatore e i suoi ospiti per una presentazione, mi sono detta come faccio a spiegare il profumo di uno dei mei vini, dove, complice un antico vitigno toscano il mammolo, questo ha un grade sentore di violeta mammola… fiore che in Cina non esiste. Sono andata in giro per mercati, annusando i loro fiori e la loro frutta, alla ricerca delle loro emozioni olfattive.
    Agli ospiti ho poi raccontato che faccio vino in Italia, terra dove da millenni si produce vino, gli ho fatto vedere le foto dove tengo in mano con orgoglio dei bellissimi grappoli d’uva, non è superfluo ricordare a queste persone che il vino si fa con l’uva!! Ho raccontato che il vino per noi è amicizia, convivialità è uno stile di vita, che mia nonna da bambina mi dava per merenda la fetta di pane con vino e zucchero e che da bambina, consolava la perdita dei miei dentini, facendomi sciacquare la bocca con acqua e vino. (la cosa li ha fatto ridere tanto) Ho raccontato che il vino bevuto con moderazione fa bene alla salute e fa invecchiare bene. Poi abbiamo messo il naso nel bicchiere e cercati i profumi; per gli abbinamenti, ho ricordato che uno dei miei vini era perfetto con l’anatra laccata, ero a Shenzhen, non potevo parlare certo parlare di bistecca alla fiorentina! Li ho visto annuire soddisfatti.
    Condivido le argomentazione del’inviato in Asia, prima di parlare di maturazione fenolica, è necessario far conoscere e innamorare questi popoli del miracolo che c’è dentro un bicchiere, raccontargli con parole semplici di quanto lavoro è necessario, usando un concetto semplice citato nel famoso film famoso Filadelfia: spiegamelo come se avessi 4 anni.
    A fine presentazione tante domande, tutti si sono alzati e sono venuti, a uno a uno, a farmi un inchino, il mio importatore annuiva soddisfatto.
    scusatemi il lungo messaggio, un caro saluto a tutti i lettori

  23. Cara Antonella , anche io sono in Asia , ci vivo,ci lavoro, ci speculo e sono d’accordo con te, il modo con cui hai presentato i tuoi vini ha reso il tuo vino vivo con il sole in bocca! Come se c’e ne fosse bisogno con la tua energia! Quest’anno e’ staro pubblicato un llibro scritto da un “quasicelebre” giornalista di Singapore Mr. Pho Tiong che illustra come i vini possono accostassi alla cucina chinese!

    Chi viene ad HK a novembre per l’international Wine and spirit?

  24. Cara Antonella , anche io sono in Asia , ci vivo,ci lavoro, ci speculo e sono d’accordo con te, il modo con cui hai presentato i tuoi vini ha reso il tuo vino vivo con il sole in bocca! Come se c’e ne fosse bisogno con la tua energia! Quest’anno e’ staro pubblicato un llibro scritto da un “quasicelebre” giornalista di Singapore Mr. Pho Tiong che illustra come i vini possono accostassi alla cucina chinese!

    Chi viene ad HK a novembre per l’international Wine and spirit?

  25. purtroppo siamo ammalati di PRESUNZIONE,
    non c`e` nessuno migliore di noi,
    nessuno nessuno nessuno,
    AUTOCONVINZIONE,
    e cosi` andiamo in giro per il mondo,
    camminando a mezzo metro da terra pensando che stiamo facendo un favore,
    a dei poveri indigeni che fortunatissimi ci possono ascoltare, annuire ma non commentare,
    si io lavoro all`estero in europa e vi garantisco che anche qui se ne vedono di tutte.
    L`unica punizione possibile per questi signori arroganti,
    direi quasi autopunizione,
    e che si escludono dal mercato.
    Dove finita l`umilta e la timidezza del contadino di un tempo,
    che quando gli chiedevi di raccontarsi ti ringraziava e ti parlava con passione, che ti faceva partecipe della sua storia, no adesso non succede piu`, o almeno quasi piu`, i piu` sono o pensano di essere diventati dei MANAGER di successo, con la missione non di raccontare ma bensi di imporre uno sterile tecnico a volte arrogante loro mondo,
    forse perche adesso sono piu legati alle banche che al territorio.

    RB

  26. purtroppo siamo ammalati di PRESUNZIONE,
    non c`e` nessuno migliore di noi,
    nessuno nessuno nessuno,
    AUTOCONVINZIONE,
    e cosi` andiamo in giro per il mondo,
    camminando a mezzo metro da terra pensando che stiamo facendo un favore,
    a dei poveri indigeni che fortunatissimi ci possono ascoltare, annuire ma non commentare,
    si io lavoro all`estero in europa e vi garantisco che anche qui se ne vedono di tutte.
    L`unica punizione possibile per questi signori arroganti,
    direi quasi autopunizione,
    e che si escludono dal mercato.
    Dove finita l`umilta e la timidezza del contadino di un tempo,
    che quando gli chiedevi di raccontarsi ti ringraziava e ti parlava con passione, che ti faceva partecipe della sua storia, no adesso non succede piu`, o almeno quasi piu`, i piu` sono o pensano di essere diventati dei MANAGER di successo, con la missione non di raccontare ma bensi di imporre uno sterile tecnico a volte arrogante loro mondo,
    forse perche adesso sono piu legati alle banche che al territorio.

    RB

  27. Ho apprezzato molto questo intervento che condivido pienamente e che rappresenta anche il lavoro che qui a Seoul stiamo portando avanti grazie ai nostri eventi realizzati sotto il nome di Italian Wine Club Seoul.

    La nostra sfida nel proporre il vino qui in Corea e’ stata da sempre: avvicinare la gente comune al mondo del vino… gente comune che forma il mercato e che potrebbe fare la differenza se accogliesse nelle proprie abitudini alimentari la gioia di bere del buon vino.

    Per questo non si parla di appellazioni geografiche e cerchiamo di minimizzare le informazioni in modo da non terrorizzare la gente.. ed infine il cibo presenta il vino, grazie ai nostri chef Italiani che fanno un ottimo lavoro.
    E come se non bastasse… le serate sono anche divertenti 🙂

  28. Ho apprezzato molto questo intervento che condivido pienamente e che rappresenta anche il lavoro che qui a Seoul stiamo portando avanti grazie ai nostri eventi realizzati sotto il nome di Italian Wine Club Seoul.

    La nostra sfida nel proporre il vino qui in Corea e’ stata da sempre: avvicinare la gente comune al mondo del vino… gente comune che forma il mercato e che potrebbe fare la differenza se accogliesse nelle proprie abitudini alimentari la gioia di bere del buon vino.

    Per questo non si parla di appellazioni geografiche e cerchiamo di minimizzare le informazioni in modo da non terrorizzare la gente.. ed infine il cibo presenta il vino, grazie ai nostri chef Italiani che fanno un ottimo lavoro.
    E come se non bastasse… le serate sono anche divertenti 🙂

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