Il palato italiano assaggerà mai vini cinesi indiani e giapponesi? Realtà produttive di cui si deve sempre più tenere conto

La globalizzazione del vino comporta che non solo i tradizionali Paesi produttori vadano a vendere vino su mercati sempre più lontani, ricchi di esotismo e di mistero, mercati che un tempo mai si sarebbe pensato potessero accostarsi al vino, ma che emergano come nuovi soggetti produttivi, spesso molto agguerriti e competitivi, soggetti che fino a pochi anni fa era impensabile pensare potessero produrre vino. E’ questo il caso della Cina, dell’India ed in misura minore del Giappone.
I grandi esperti di vino inglesi e di lingua inglese in genere stanno progressivamente abituandosi a fare i conti con i vini provenienti da questi Paesi, a considerarli come attivi competitors del mercato globale, ma noi italiani, forse anche perché fortemente portati a consumare (proprio come fanno i francesi) i vini di nostra produzione, tendiamo a snobbarli e considerarli come un’espressione un po’ pittoresca e naif del fare vino. Eppure vanno presi sul serio, anche come produttori, Cina, India e Giappone, come ci ricorda in questo ampio e articolato excursus, che ho il grande piacere di ospitare su Vino al vino, Giusy Andreacchio.
Originaria di Taurianova, un piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, dopo aver conseguito la laurea in lingue e letterature straniere presso l’Università di Messina si é trasferita a Londra per effettuare uno stage presso l’istituto di cultura italiano e ha poi fatto vari lavori nel campo del turismo, oltre ad operare presso un importatore di vini italiani e conseguire un diploma in marketing e pubbliche relazioni.
Da quattro anni Giuseppina é approdata alla Vinexus, società diretta da Nicolas Belfrage MW, il più grande conoscitore di vini italiani di lingua inglese, oltre che un carissimo amico. Giuseppina a settembre inizierà il secondo anno del Diploma alla WSET, Wine and spirit education trust e ama molto scrivere. Con bello stile e acute argomentazioni.
Credo proprio che ci saranno presto altre occasioni per leggere sue ospitate in questo blog… Buona lettura!

“Lo scorso ottobre ho deciso di iniziare il difficile ma affascinante corso di Diploma della WSET a Londra: un corso biennale nel quale, non solo ci insegnano a degustare vini prodotti in tutto il mondo ma ci introducono anche nell’altrettanto affascinante mondo del global business e del wine marketing: in poche parole non solo a capire se un vino é degno di essere venduto ma come posizionarlo nei vari canali e la scelta riguarda ovviamente packaging, azienda che lo produce e tutto ciò che serve a piazzare un prodotto su un determinato mercato… Partiamo dal concetto che il vino deve essere piacevole ma non dimentichiamo che anche l’occhio vuole la sua parte!!!
L’ultimo esame si basava su un argomento alquanto strano ma al tempo stesso molto interessante, ossia: l’emergere di Cina, India e Giappone non come paesi importatori (che così tanto interesse stanno suscitando ultimamente!) ma come paesi produttori.
Mi sono imbattuta in molti dati (difficili da ricordare tutti ma ci proverò, promesso): in Cina per esempio il 95% del vino consumato é di produzione domestica e solo il 5% importato. Ovviamente i Bordeaux regnano sovrani e la cultura del vino é in una fase nascente. Riuscite a immaginare fare ‘gambei’ con un bel Lafite? Esilarante…Tracce di bevanda alcolica fermentata risalgono addirittura al 7000 BC all’era del Neolitico, quando nel luogo chiamato Jiahu nella provincia di Henan vennero rinvenute tracce di tartrati su delle ampolle fatte appositamente per versare questa bevanda che si suppone contenesse “a mixture of hawthorn, honey, rice and wild grapes’’ (un misto di biancospino, miele, riso e uve selvatiche).
Inoltre sembra che Marco Polo, visitando la città di Turfan, in Xinjiang, regione nord-ovest della Cina, avesse poi parlato del vino assaggiato lì come di un vino ottimo. Oggi Xinjang ha la superficie vitata più grande (18%) sebbene poche siano le aziende lì stanziate. Per farla breve, fu solo nel 1892 che un facoltoso diplomatico chiamato Bishi fece importare 500.000 barbatelle dall’America e dall’Europa e fondò la più antica azienda, Changyu, la decima azienda più grande del mondo nella penisola di Shandong, la zona più votata alla viticoltura.
Oggi le varietà più coltivate in Cina sono: Cabernet Sauvignon (48.7% in base a ciò che sostiene Jancis Robinson), seguito da Merlot (10.6 %); Riesling Italico (6.0%) e altre varietà.
Le regioni produttrici sono quelle sulla costa dove la latitudine é uguale a quella della Napa Valley e quindi il clima mite, umido, lontano dal freddo intirizzente del nord-ovest vicino alla Mongolia, dove è pratica comune seppellire la vite per difenderla dal gelo (certo che poi riportarla alla superficie é dura eh?) ma qualche azienda, tipo l’innovativa Grace Vineyards situata a sud di Pechino, ha da poco introdotto la meccanizzazione per praticarla.
Sembra inoltre che nell’hinterland mongolo stia andando a gonfie vele la produzione di vino organico. La penisola di Shandong é quella dove 175 wineries sono localizzate (la Cina ne ha in totale 500) e non ci dimentichiamo i suoi 450,000 ettari di vigneti, stando ai dati riportati su The Oxford Companion to Wine.
Oltre ai vitigni internazionali, la Cina vanta anche i suoi (proprio così!) circa 1000 vitigni autoctoni tra i quali: Marselan, un ibrido di Cabernet Sauvignon e Grenache; il bianco Dragon’s Eye (nome d’origine Langyan) e poi Ju Feng Noir, chiamato anche Jifeng che é in pratica un ibrido tra Koho e Jixiang) e infine Beichun (un ibrido di Vitis Amurensis) molto resistente al freddo.
A quanto sembra essendo i cinesi molto nazionalisti, tendono sempre a bere i loro vini. A questo si aggiunge il fatto che stanno ‘educando’ il loro palato e non sono estranei a termini come acidità o struttura, per esempio…imparano presto i nostri amici!
Qualche esperto inglese sostiene che la Cina é destinata a diventare una superpotenza vitivinicola e che addirittura nel 2012 produrrà 128 milioni di casse riuscendo persino a superare l’Australia!
Jancis Robinson esprimendosi sui vini cinesi in un articolo, ne parla come di vini secchissimi, acquosi, piuttosto tannici e duri (la diraspatura in Cina non è pratica comune). Purtroppo riporta Jancis, la maggior parte dei vini cinesi non sono puliti, e in un altro articolo li paragona a quelli  consumati in Inghilterra negli anni ’70.

L’unico vino che esaltò in un articolo nel 2002 era un Riesling prodotto da Dragon Seal. Il suo giudizio sembra però ammorbidirsi in un altro articolo, apparso nel 2010, dove invece non si esime dal dare un giudizio positivo davanti ad alcuni vini create da aziende produttrici moderne e maggiormente in voga al momento: Grace Vineyards, Jade Valley e Silver Heights.
Nella mia breve e ancora in erba conoscenza di vini, mi permetto di indicare due vini cinesi che ho avuto l’occasione di assaggiare alla recente edizione di London Wine Fair, tenutasi a maggio, dove appunto solo due sono stati insigniti del Trofeo Regionale. Il primo lasciava in bocca un sapore verde, aspro come di uva non matura, raccolta in fretta e furia di notte prima che arrivi il monsone (che é il solito caso) ed era a dir poco sgradevole, He Lan Quing Xue, Jia Bei Lan, Ningxia 2009.
Il secondo, He Lan Quing Xue, Jia Bei Lan, Ningxia 2008 invece sapeva molto di uva stramatura, cotta, sul madeira andante e allora mi son voltata verso la mia amica/collega lituana e ho commentato: ‘’ma una mezza misura che forse avrebbe fatto segno, no eh?’’ e la mia amica Lituana ha risposto saggiamente: ‘ It’s Chinese, Giusy, what do you expect??? (E’ cinese Giusy, cosa ti aspetti?) Leggendo poi un estratto da un libro da poco pubblicato scritto da un simpaticissimo Americano Mike Veseth, dal titolo Wine Wars (ve lo consiglio, io l’ho’ già ordinato) mi sono imbattuta in una parte dove Mike parla negativamente di questa acerbità se così la possiamo chiamare, dei vini cinesi e un suo collega ribadisce “dovremmo magari considerare questa caratteristica come tipica del vino e da legare al terroir cinese invece che usare i parametri europei quando descriviamo vini d’oltreoceano” questa puntualizzazione sembra abbia fatto riflettere molto anche un grande come lui.

D’altronde anche la famosa Master Wine di Hong Kong, Jeannie Cho Lee, nei suoi vari libri sulle combinazioni vino e cibo asiatico dice “per noi i sapori che associamo al vino non sono uguali a quelli europei” e ha ragione. Punto. Non a caso Veseth fa l’apoteosi dei terroirists nel suo testo.
I Cinesi adorano il vino rosso perché questo è il colore del divertimento mentre il bianco é un colore funereo ecco perché, cari miei, col vino bianco c’é poco da sperare. Vorrei toccare un altro punto che mi ha fatto ridere e pensare allo stesso tempo: dal momento che non ci sono leggi e denominazioni, sebbene il governo si stia prodigando tanto, i cinesi le etichette le inventano: usano molto il numero 8 e così un vino annata 2005 diventa annata 1988 sembra che in questo modo la vendita é assicurata e inoltre non si saprà mai il blend dell’uvaggio…bella trovata e poi parlano degli scandali e dei brunellogate in Italia….
Passiamo adesso all’India: qui la situazione per la produzione é un po’ più complicata. Robinson parla di un totale di 60,000 ha coltivati e poi aggiunge “in un’area tropicale”. A tal proposito tutti si chiedono come riescano a produrre vini in una latitudine che, sebbene coincida con l’area del Mediterraneo, certo del suo clima non ha niente. Umido, tropicale appunto, con piogge incessanti a Giugno e Ottobre e temperature di 8 gradi in inverno e 45 gradi in estate.
Ovviamente la cosa più preoccupante è che i vigneti producono due volte all’anno e varie potature devono essere fatte per ‘forzare’ la vigna a produrre solo una volta. Ma sapete come sono gli Indiani: astuti, bravissimi a investire e allora hanno chiamato vari enologi (tra cui Michel Rolland, il mago francese che fa da consulente a GROVER VINEYARDS a Karnataka) e hanno lavorato molto sulla “resa”’. E’ in atto una politica di convincimento dei viticoltori a produrre meno perché MENO E’ PIU’ BUONO.

Questo in riferimento al fatto che pochi sono coloro i quali coltivano i propri vigneti e producono vini e la maggior parte delle aziende ricevono l’uva dai viticoltori che sono pagati a peso e di produrre grappoli sani, maturi al punto giusto non sembrano avere molto interesse e di conseguenza il grande sogno dell’enologo é destinato a rimanere solo un sogno.
Le regioni vinicole baciate dalle divinità induiste sono tutte localizzate nella parte sud-ovest che coincide con le regioni di Maharastra, Karnataka e a sud-est Andhra Pradesh, sebbene quest’ultima poco sfruttata al momento. Pune e Nasik sono le aree all’interno delle regione di Maharastra più produttive.
Questo perché l’altitudine è maggiore, le viti sono aerate e non soccombono alle malattie lì molto frequenti. Nasik é infatti denominata ‘la regione del vino’ ed é il posto in cui sono concentrate le principali aziende di produzione di vino.
I principali vitigni sono anche Vitis Vinifera di provenienza francese ed ultimamente anche italiana: Grillo e Nero d’Avola sono le ultime introduzioni. Per esempio da qualche anno un’azienda italiana, dal nome Fratelli Winery sotto la supervisione dell’enologo toscano Piero Masi, ha immesso sul mercato Chenin Blanc, stranamente per questo mercato in versione secca, Sauvignon Blanc e Cabernet Sauvignon.
Ho avuto l’occasione di intervistare il signor Alessio Secci, uno dei fondatori, il quale mi ha spiegato che sebbene il sistema di allevamento della vite é sempre stato la pergola o tendone, stanno iniziando a sperimentare addirittura col sistema alberello per la produzione della Syrah.
Un dato importante é che in India l’87% del mercato del vino é domestico. Eppure negli anni ’80 gli inglesi andarono matti per uno sparkling chiamato Omar Khayyam, metodo classico assaggiato alla fiera di Londra e che posso dire di aver trovato stranamente corretto, pulito ma non esageratamente entusiasmante. Si rumoreggia che ad una cena con personalità importanti nel passato fu l’unico spumante ad essere servito.

Ed infine una breve accenno al Giappone. Qui é dove la sperimentazione in ambito vinicolo ha dato maggiori frutti. Ad Hokkaido, nel nord del paese, é stato fondato un centro di sperimentazione dove gli scienziati giapponesi fanno degli studi sui vitigni più adattabili al loro territorio. La parte più produttiva corrisponde alla zona centrale, Honshu e in particolare la prefettura di Yamagata vicino al Monte Fuji, dove vari vitigni europei vengono utilizzati e uno in particolare autoctono: Koshu, un vitigno a bacca bianca che é stato da poco riscoperto dalla Master of Wine Robinson la quale, in un recente articolo pubblicato lo scorso febbraio, parla della grande purezza e correttezza di questo vino, ‘the zen purity of koshu’ (la purezza zen del koshu’) per citarla: zen simbolo indiscusso del mondo giapponese qui associato ad un vitigno a bacca bianca capace di creare dei vini delicati, sottili, maturati in botte o meno, secchi e dolci.
In Inghilterra, questo vino é attualmente in vendita solo presso Selfridge a prezzi abbastanza elevati, e quindi non ancora disponibili a tutto campo. Forse non lo diventeranno mai, data la natura particolare del prodotto. Da tutto ciò si evince che trattandosi di vini nuovi, il palato inglese non é riluttante nell’assaggiarli, anche se poi di fatto non é nella posizione di apprezzarli necessariamente.
Ho invece qualche dubbio sull’atteggiamento del consumatore italiano che é già poco incline ad assaggiare vini europei, figuriamoci vini extra-europei. Lo spirito avventuriero e il gusto dell’esotico degli inglesi li porta ad essere aperti a nuove esperienze.
Noi italiani siamo come alieni di fronte a prodotti che esulano dal nostro mondo…sarà perché abbiamo una lunga storia di produzione vinicola e siamo molto nazionalisti o perché si é sopito in noi quello spirito da pionieri che continua invece a nutrire l’animo degli inglesi sempre alla ricerca di mondi, sapori e odori a loro sconosciuti?
Magari un giorno anche gli italiani ricominceranno ad essere così, cadranno i pregiudizi e i vini d’oltreoceano troveranno posto sugli scaffali italiani. Ai posteri l’ardua sentenza!”
Giuseppina Andreacchio

Giuseppina Andreacchio

11 pensieri su “Il palato italiano assaggerà mai vini cinesi indiani e giapponesi? Realtà produttive di cui si deve sempre più tenere conto

  1. Brava Giusy,
    ti conosco da tanti anni ,ma oggi leggendo questo tuo articolo
    mi hai veramente sorpresa,d’altra parte per far parte del cast
    di Belfrage qualche motivo ci doveva pur essere!!

  2. Brava Giusy,
    ti conosco da tanti anni ,ma oggi leggendo questo tuo articolo
    mi hai veramente sorpresa,d’altra parte per far parte del cast
    di Belfrage qualche motivo ci doveva pur essere!!

  3. Bravissima Giuseppina! Splendida analisi attuale di una situazione in grande movimento. Se posso, cara Giuseppina, ti aggiungo carne al fuoco con due note mie, non certo tanto attuali come le tue, ma avevano allora, qualche anno fa, almeno il piacere della scoperta, sui vini dell’Asia orientale: http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=3507 e http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=3583
    Buon lavoro e torna spesso, che abbiamo bisogno di reporter come te!

  4. Bravissima Giuseppina! Splendida analisi attuale di una situazione in grande movimento. Se posso, cara Giuseppina, ti aggiungo carne al fuoco con due note mie, non certo tanto attuali come le tue, ma avevano allora, qualche anno fa, almeno il piacere della scoperta, sui vini dell’Asia orientale: http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=3507 e http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=3583
    Buon lavoro e torna spesso, che abbiamo bisogno di reporter come te!

  5. Bellissimo post completo e scorrevole. Complimenti al lavoro di Giuseppina Andreacchio, con la speranza di leggerla di nuovo.
    Riguardo alla chiusura dell’articolo preò non sono totalmente d’accordo. E’ vero che gli inglesi sono sempre aperti a nuove esperienze, ma per i vini di alta gamma sono in maggior parte ancorati all’imprinting bordolese.
    E’ vero anche che gli italiani tendono ad essere nazionalisti riguardo alle scelte enologiche, ma forse é perché sono viziati nel palato dalla nascita da un’offerta autoctona talmente completa e vasta, a differenza dei britannici che, poverini la devono cercare altrove.

  6. Ciao Giusy, come stai? Sembri in gran forma e sorridente, ma Londra non era grigia e triste? Bell’articolo, interessante, colloquiale, arricchito ma non appesantito da molti dati, con giudizi netti da picconatrice stile Cossiga … sperando di non essere mai picconato ti faccio i complimenti e ti dico di continuare così. E poi cerca di pubblicare i due romanzi che hai scritto. A presto. Gualberto

  7. Molto interessante anche per un non esperto come me. Mi sapreste suggerire, se ve ne sono in Italia, un importatore di vino giapponese (e se possibile anche indiano e cinese)? Grazie.

  8. Gentile Pierpaolo
    se volesse assaggiare vini indiani Le consiglio SULA VINEYARDS.Tra i produttori indiani e’ quello piu’ all’avanguardia. L’azienda lavora molto sulla sperimentazione e ho avuto il piacere di conoscere il proprietario, Rajeev Samant, un giovane molto intraprendente che e’ riuscito a creare un’azienda di tutto rispetto. A me e’ piaciuto molto il loro Sauvignon Blanc 2010, molto fresco, erbaceo come un vero Sauvignon dev’essere. Mi ha molto impressionata favorevolmente. Se va sul loro sito www.http://sulawines.com/Home/ trovera’, andando su contact,anche l’importatore italiano. Buona fortuna!

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