Terra d’Otranto Negroamaro Doc e Terra d’Otranto: un’occasione perduta

Mi dispiace molto non poter essere d’accordo con l’Assessore alle Risorse Agroalimentari della Regione Puglia Dario Stefàno che ha espresso “grande soddisfazione” per il recente riconoscimento delle nuove DOC “Negroamaro di Terra d’Otranto” e “Terra d’Otranto” da parte del Ministero delle Politiche Agricole e precisamente del Comitato nazionale per la tutela e valorizzazione delle denominazioni d’origine presieduto con il consueto piglio notarile dall’ineffabile Giuseppe Martelli.
Sarebbe bello che davvero, come dichiara l’Assessore, l’arrivo di queste ennesime Doc potesse concludere “un percorso virtuoso avviato con i produttori dell’arco jonico-salentino, ma dall’altro ne avvia un altro più prestigioso per la valorizzazione e la tutela dei vini di questo straordinario territorio, che punta sulla riorganizzazione e ottimizzazione  del numero delle Doc attraverso il binomio strategico vitigno-territorio”.
Sarebbe altrettanto bello, come si leggeva a fine luglio su Otranto oggi, qui, che l’arrivo di queste ennesime Doc testimoniasse una “strategia di razionalizzazione, potenziamento e rilancio commerciale del sistema delle Denominazioni di Origine”, come quello che auspicava un vecchio e caro amico come il Presidente del Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, e grande produttore salentino, Alessandro Candido, che ha a sua volta plaudito all’arrivo di queste denominazioni.
E’ vero che questo riconoscimento premia un’iniziativa “sostenuta da una solida documentazione storico/tecnica, riguardante un area di produzione estremamente ampia (oltre 32.000 ettari di vigneti) ed omogenea, delle Province di Brindisi, Lecce e Taranto, territorio di riferimento di ben 12 DOC della Penisola Salentina”.
Ma è tutto da dimostrare, a mio modesto parere, che “le due nuove denominazioni, forti di un nome storico ben conosciuto al pubblico, potranno rappresentare un innovativo strumento di mercato per i nostri vini di qualità” e che la loro creazione rappresenti un’iniziativa “ampiamente condivisa sul territorio”.
Fa poi parte del mondo dei sogni, dei desiderata, o molto più semplicemente delle dichiarazioni che è di prammatica rilasciare in simili occasioni, l’affermazione che “grazie alle due nuove DOC il Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, comprendente lo stesso territorio delle tre Province di Lecce, Brindisi e Taranto, vede consolidare gli sforzi di integrazione, programmazione e promozione delle proprie produzioni di qualità sul mercato nazionale e internazionale”.
Al mondo dei desideri appartiene il fatto che la DOC Negroamaro di Terra d’Otranto, nelle sue tipologie rosato, rosso, e rosso riserva (tutte con minimo il 90% di uve Negro Amaro), abbia “anche nel nome l’obiettivo di consacrare al grande pubblico e tutelare il Negro Amaro, storico vitigno autoctono coltivato per oltre il 99,9% delle superfici nazionali (15.800 ettari) in Puglia ed in particolare nella Penisola Salentina”.
Quanto alla DOC Terra D’Otranto invece, con le sue ben nove diverse tipologie (Bianco, Rosato, Rosso, Novello, Aleatico, Chardonnay, Malvasia bianca, Malvasia nera e Primitivo), le dichiarazioni ufficiali ci dicono che “mira a completare la gamma di quei vitigni autoctoni e/o tradizionali che nel territorio considerato, con oltre 26.900 ettari, ormai caratterizzano la viticoltura ed hanno dimostrato di fornire produzioni enologiche di eccellenza ben riconoscibili ed apprezzate sui mercati”, e vorremmo tanto crederci.
Come al fatto che “le due nuove denominazioni, forti di un nome storico ben conosciuto al pubblico, potranno rappresentare un innovativo strumento di mercato per i nostri vini di qualità”.
Perché è verissimo, ed invito a leggere con attenzione l’interessantissimo e dettagliato excursus storico pubblicato sul periodico Alceo Salentino nel luglio del 2010, che la “menzione geografica “Terra d’Otranto” è indissolubilmente legata all’omonima Entità amministrativa territoriale ovvero la Provincia di Terra d’Otranto.
La Terra d’Otranto, pur essendo considerata come area geografica omogenea fin dal tempo dei romani, fu infatti formalmente istituita come Provincia nel 1231 (uno dei 3 Giustizierati in cui fu divisa la Puglia nella Costituzione di Melfi di Federico II di Svevia) e restò in vita, per circa 7 secoli, fino al 1923 quando ne iniziò lo smembramento con la costituzione della Provincia dello Jonio (rinominata Provincia di Taranto nel 1951)”.
E che anche “dopo lo smembramento della Provincia in quelle di Taranto, Lecce e Brindisi, l’uso commerciale della menzione Terra d’Otranto proseguì nel settore enologico, oleario nonché dei prodotti derivati come i saponi.
Alcune testimonianze relative agli anni ’30 si riferiscono all’uso del nome geografico da parte di importanti cantine come Casa Colosso di Ugento (Monte e Montillo, 2009), le Cantine del Barone Bacile di Castiglione (l’attuale Cantina “Masseria Monaci”) e l’Azienda Vallone di Galatina (Romano, 2003) su etichette, locandine e documenti commerciali”.
Però, “con il riconoscimento delle prime Denominazioni di origine controllata nell’arco Jonico-Salentino (tra il 1971 ed il 1976 furono riconosciute le DOC Copertino, Matino, Ostuni, Manduria, Salice Salentino e Squinzano) il nome Terra d’Otranto scomparve necessariamente dalle etichette dei vini”.
Riesumarlo oggi dopo 35-40 anni, anche se nel nome di un progetto nobile quale può essere quello sostenuto dall’Assessorato Agricoltura della Regione Puglia, nonché dal Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, non mi sembra però una trovata vincente.

Soprattutto perché, al di là delle iniziali intenzioni di quando il progetto venne avviato, queste due nuove Doc vanno semplicemente ad aggiungersi alle molte (troppe) altre già esistenti nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto, e non mettono in atto, al di là delle speranze, che sono, come si sa, le ultime a morire, alcuna “strategia di razionalizzazione, potenziamento e rilancio commerciale del sistema delle Denominazioni di Origine” joniche e salentine.
Queste nuove Doc sarebbero state utili se, magari dopo un preventivo, razionale, meditato e scientifico lavoro di informazione e comunicazione, soprattutto su quei mercati esteri che continuano ad essere la naturale destinazione di larga parte dei vini prodotti nella magnifica e a me carissima terra di Puglia, fossero andate a razionalizzare le Doc già esistenti.
E se la Doc Terra d’Otranto fosse stato un grande “cappello” sotto il quale si potessero collocare, come sottodenominazioni, le Doc oggi presenti. Alcune quasi solo sulla carta, molte assolutamente sconosciute, o quanto meno ben poco note al di fuori dell’ambito locale.
Invece, al posto di trovare un’ipotetica Doc Terra d’Otranto Alezio (e poi Copertino, Nardò, ecc.) come mi ha dichiarato Angelo Maci, presidente delle potenti e influenti Cantine Due Palme e soprattutto del Consorzio Doc Salice Salentino indubbiamente la più importante e la più nota delle denominazioni del Salento, “per le DOC Salentine esistenti (Alezio, Copertino, Leverano, Matino, Squinzano, Brindisi, Ostuni, Lizzano, Nardò, Primitivo di Manduria e il Salice Salentino),  con l’introduzione della nuova DOP Terra D’Otranto e Negroamaro Terra D’Otranto, non ci saranno dei grossi cambiamenti, perché le aziende continueranno a rivendicare la propria denominazione, in aggiunta però avranno la possibilità di rivendicare l’ imbottigliamento nella propria zona di produzione.
La DOP terra d’Otranto ci permetterà di rivendicare come DOP quelle zone finora scoperte di denominazione, oltre al fatto che si darà la possibilità anche alle piccole DOC Salentine come il Matino, l’Alezio ecc. di poter rivalutare il proprio vino.
Ricordo che sono stati diversi i tentativi negli anni passati di unificare le DOC Salentine e con la Dop Terra d’Otranto si sono unificate ben 12 denominazioni (Alezio, Copertino, Leverano, Matino, Squinzano, Brindisi, Ostuni, Lizzano, Nardò, Primitivo di Manduria e il Salice Salentino) quindi la DOP terra D’Otranto geograficamente raggruppa tutte e tre le provincie pugliesi Lecce, Brindisi e Taranto.
Un ringraziamento particolare bisogna rivolgerlo al nostro Assessore regionale, Dario Stefano, il quale negli ultimi due anni, grazie al suo operato, ha permesso di velocizzare la realizzazione di questa nuova denominazione.
Le vecchie denominazioni non sarebbe possibile eliminarle da un giorno all’altro. Il tutto avverrà in maniera graduale con l’inserimento della nuova Doc. Solo in un secondo momento verranno eliminate e rimarrà solamente la DOC terra d’Otranto”. Per la serie sperare non costa niente… Sul tema delle nuove Doc voglio poi riportare, preferisco senza fare il suo nome, il punto di vista di un altro enologo attivo in terra salentina, secondo il quale “i nostri produttori specie i “grossi” devono capire che solo delle regole molto rigide possono dare a un qualsiasi prodotto la giusta importanza.
Semplificare il più possibile crea sicuramente meno problemi agli operatori ma sminuisce l’impegno di chi nei propri prodotti ci mette l’anima dalla vigna sino alla tavola dei consumatori e non ha paura delle restrizioni perché nella propria azienda e già oltre le restrizioni. Purtroppo devo costatare che i politici solitamente di tecnico-commerciale non capiscono niente e si lasciano tirare la “giacchetta” da chi con gli inciuci ha creato imperi e purtroppo chi è sempre in vigna e in cantina ha una bassa propensione a fare politica”.
Venendo alla nuova doc Terre d’Otranto, il mio interlocutore sostiene che “ha una valenza commerciale poco interessante perché troppo dispersiva nelle tipologie e negli uvaggi possibili. Sicuramente abbastanza facile da realizzare da un punto di vista tecnico perché ci sono pochissimi bavagli (e si ritorna al discorso dei grossi gruppi).
Darà la possibilità a una serie di vitigni sino ad ora non inseriti in nessun disciplinare di fregiarsi della Doc e lo stesso vale per alcune zone che non ricadono in nessuna Doc. Diventerà quindi una Doc scarsamente territoriale, difficile da identificare viste le tante tipologie, in sostanza un calderone che vuol salvare capre e cavoli”…
Sarebbe bello che con queste nuove Doc si fosse davvero, come afferma l’assessore Stefano, “semplificata la mappatura delle denominazioni pugliesi”, ma credo che per consentire al mondo di trovare davvero il grande “tesoro” del nobile vino pugliese, di ben altra mappa ci sia urgente bisogno…

18 pensieri su “Terra d’Otranto Negroamaro Doc e Terra d’Otranto: un’occasione perduta

  1. MAH, purtoppo questo è un campo in cui a sbagliare si fa presto (lo spezzatino delle DOC salentine è uno dei tanti esempi) e rimediare è quasi impossibile. Averci provato non è disdicevole, la scelta della denominazione mi pare ottima, ma neppure io sarei troppo ottimista sui risultati. L’unico modo sarebbe un patto forte tra imprese, che le istituzioni possono supportare ma senza invasioni di campo, per un utilizzo forte e mirato della nuova denominazione: sostenuto da un valido progamma di comunicazione, che potrebbe beneficiare degli aiuti della ocm ma naturalmente richiederebbe anche ingenti investimenti delle cantine. Non sarebbe necessario mettere d’accordo tutti, idea utopistica, basterebbero una decina di cantine di prestigio, ognuna chiamata a contribuire in base alle sue dimensioni. Troppo difficile? Può darsi. Ma se si pensa di cambiare la percezione di un mercato lavorando solo sulle denominazioni, senza una politica di prodotto e senza spendere una lira in comunicazione, allora è meglio lasciare le cose come stanno, perchè una nuova denominazione aumenta solo la confusione.

  2. Caro Franco, prima di tutto grazie per quanto scrivi della Puglia, ti potranno accusare di tutto, mai per aver trascurato questo pezzo d’Italia.Per me non è mai facile affrontare discussioni che riguardano questa regione, si diviene facile bersaglio, vieni etichettato e senza volerlo sei al centro di sterili polemiche,ciò non toglie che spero di non dovermi mai esimermi dal farlo. In pochi giorni sono nuovamente sul tuo blog e purtroppo la mia posizione rimane abbastanza critica, anche io come te ho grande stima dell’assessore Stefàno, non vorrei ripetermi ma sono convinto che la politica esprime risultati che ben poco rispecchiano le qualità di chi la pratica. Torniamo allo specifico, pur non essendo uno scrittore,mi sono già cimentato sull’argomento, palesando che non ho mai considerato le denominazioni un punto strategico e di attrattiva commerciale con l’aggravante di essere scettico sul sistema di attribuzione. Se è vero che occorre impegnarsi per la valorizzazione del territorio ancor di più è necessario individuare i punti di forza, per il comparto viti-vinicolo la prima regola è coltivare quel vitigno nell’ambiente più idoneo affinchè si esprima al meglio enfatizzando il suo motivo qualificante,riuscendo a far percepire con facilità le potenzialità qualitative e conseguenzialmente quelle di mercato. Oggi più che mai bisogna fare fronte comune,percorrere un cammino lungo e faticoso, ma in direzione unica,la salvaguardia genetica,l’ecosostenibilità,la variabilità del territorio,l’innovazione nel pieno rispetto della tradizione, tutti capisaldi che vedono nella frammentazione l’ostacolo più irto da superare. Ancora oggi i nostri produttori districandosi in un mercato sempre più lontano, sempre più difficile, devono ricorrere alla geografia più stereotipata e senza pronunciare città come Venezia,Roma e Napoli non riuscirebbero a tracciare un percorso che mostri l’ubicazione della propria azienda.Immaginate quanto gli rendiamo più complesso il loro compito informativo anzichè fornirgli nuovi strumenti strategici e di aggregazione utili alla rivalutazione e conoscenza del territorio. Da qui le mie perplessità e la mancanza di entusiasmo nel salutare l’iniziativa dove non riesco a scorgere benefici,il mio invito rimane quello di porre un evidente freno alla frammentazione ed al proliferare di nuove denominazioni.

  3. Il pasticciotto otrantino

    Caro Franco,

    Da attento ed appassionato studioso delle storie di Puglia, non poteva sfuggirti anche questa nuova boutade dal sapore (negro)amaro.
    Purtroppo dispiace guardare nella direzione indicata dall’assessorato regionale e dai proponenti la nuova DOC Terra d’Otranto, perché non è, per me, un bel vedere.
    Sarebbe potuto essere interessante considerare una denominazione ombrello che comprendesse le sottozone attualmente a DOC. L’idea invece di replicare una zona ampia come il Salento e riproporla con un nome diverso, storicamente ineccepibile ma cronologicamente inattuale, è, per me, priva di tutti i parametri necessari per una crescita dei nostri vini.
    Leggendo il nuovo disciplinare non vedo niente che valorizzi le nostre varietà e il nostro ambiente (territorio sembra essere ormai démodé), non contempla (come in prima bozza invece tentava di fare) le denominazioni già esistenti, ricalca quanto già disciplinato dalla Igt Salento, ma  con rese più basse perché si punta alla qualità (bastasse quello).
    Dispiace leggere nei commenti che tu riporti la volontà di operare un colpo di spugna su quanto si è faticosamente costruito negli ultimi 40 anni. Perché ciò che viene chiamato semplificazione in realtà è palesemente un’operazione di pulizia.
    Come tu giustamente fai notare, ci sono troppe DOC fantasma in Puglia, che avrebbero bisogno, però, di essere rivalutate e non di essere cancellate. Anche perché sono figlie di epoche in cui la DOC era espressione di una zona, della sua vocazione e del suo potenziale, non di un brand da vendere. E da comunicare. Tu ne sai qualcosa, vero?
    Comunque, trovo che questa nuova DOC abbia già un suo abbinamento: il pasticciotto leccese. Pardon, di Terra d’Otranto.

  4. Ziliani nel suo articolo ha perso di vista il vero nodo della nuova Doc che é stata creata per rendere disponibili ingenti fondi europei destinati al Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino che sostiene la nuova denominazione. E chi é il motore dell’operazione?
    Il Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo, l’ex ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro, nativo di San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. Spero di averle offerto una nuova chiave di lettura per la Doc Terra d’Otranto…

  5. Franco, se Cosimo ha azzeccato (e non ne possiamo dubitare a meno di dichiarazione contraria dell’interessato), allora fai subito la valigia e vai a parlare con De Castro, a nome di tutta l’enologia italiana! Guarda, digli che siamo disposti a fare la stessa cosa con tutte le DOC italiane purche’ ci faccia avere una bella barca di soldi. Fondi europei disponibili… perche’ lasciarli marcire inutilizzati per poi finire come sempre alla Slovacchia o alla Romania? Prendiamoli, investiamoli, facciamoli fruttare in vigna e poi (ca’ nisciun e’ fess)… chi s’e’ visto, s’e’ visto; ripristiniamo le DOC di prima e buonanotte ai suonatori.
    Cosa ne pensi?
    Alle volte fare i marpioni serve ad evitare che lo facciano prima gli altri.

  6. Caro Franco,con il tuo post lasci di sasso parecchi lettori, sai bene quanto noi italiani siamo curiosi, a proposito di curiosità ti sei chiesto come mai ad eccezione di Stefano nessun produttore si è cimentato nella discussione.La tua cortese lettrice mi ha apostrofato come penna velenosa, oltre a considerarlo un complimento vorrei tanto che quell’inchiostro servisse almeno un pò,in definitiva le mie amare considerazioni enunciate sul caso Tom Cannavan si potrebbero copiare e incollare anche in questa occasione.

  7. “…potranno rappresentare un innovativo strumento di mercato…”. Il resto è fuffa.
    Sono stanco di vedere e leggere pomposi propositi storico-culturali quando l’unico, VERO, obiettivo è quello di rimanere a galla, di vendere i prodotti nei mercati emergenti ecc. ecc. ecc.
    Peccato che dalla Russia, dalla Cina e da altre grandi potenze, arrivano in Italia richieste (anzi “offerte”) di vendere i nostri vini di pregio (toscani, piemontesi ecc.) a meno di 1 euro a bottiglia! A che gioco stiamo giocando?
    C’è qualcuno a cui interessa davvero la sorte del vino italiano, c’è davvero qualcuno che sta prendendo coscienza di quello che sta accadendo? C’è qualcuno che ha capito che la crisi non è pura teoria ma una realtà che sconvolge qualsiasi piano e qualsiasi progetto?
    C’è qualcuno che ha capito una volta per tutte che non è questione di doc o di etichette ma di qualità e diversità come unica possibilità di contrapporsi ad un sistema globale che sta appiattendo gusti ed esigenze?
    C’è qualcuno che ha capito che bisogna fermarsi e lavorare per nuove strategie, non di mercato, ma alternative ad un mondo che sta implodendo sotto tutti i profili, dominato dalle borse, capaci di mandare in tilt interi Paesi.
    Si continua a barcamenarsi spingendosi sempre più lontano, sperando di trovare spazi in mercati emergenti, in potenziali acquirenti, ma non ci si rende conto che fare il verso al mercato significa immiserirsi sempre di più, perché non si può competere con chi sfrutta e sottopaga, permettendosi dei prezzi per noi impensabili.
    la strada non può che essere un’altra, e bisogna anche sbrigarsi a trovarla.
    Che tristezza…

  8. Gentile dott. Ziliani,
    ho letto con interesse le sue critiche, garbate ma pur sempre critiche sulla nostra nuova Doc. Critiche che incontrano la mia sincera disponibilità oltreché il dovere di ascolto, come sempre, con massimo spirito di confronto.
    Mi consenta, però, di puntualizzare un paio di aspetti nel merito delle sue argomentazioni, che a mio avviso sono errati e che partono dalla premessa, infondata e naturalmente non condivisibile, che la nuova denominazione “Terre d’Otranto” sia inutile e priva di efficacia.
    Intanto, Le dico molto chiaramente che non sono assolutamente d’accordo nel ritenere una DOP con tale configurazione come una ulteriore parcellizzazione delle denominazioni preesistenti. È esattamente il contrario.
    Questa DOP, infatti, contribuisce fortemente ad avviare concretamente la nostra strategia di polarizzazione e di raggruppamento delle DOP esistenti in poche e più rappresentative Denominazioni, in grado di abbracciare un territorio più vasto, ma al contempo più marcatamente identitarie.
    Aggiungo, peraltro, che la Denominazione di cui discutiamo ha incrociato la convinta volontà di tutti i protagonisti della filiera vitivinicola pugliese, che trovano massima rappresentatività ed autorevolezza nel Comitato vitivinicolo regionale, dando così concretezza e prospettiva all’unanime e ambizioso obiettivo di procedere ad un riassetto di tutte le DOP pugliesi, anche finalizzato ad una ancora piú efficace commercializzazione e collocazione dei nostri vini sul mercato.
    Ulteriore prova di ciò che affermo è l’altra recente esperienza regionale che, con le stesse ragioni e gli stessi obiettivi, ci ha fatto conseguire l’importante risultato di costituire un’altra DOP “ombrello”, questa volta nell’aria del Tavoliere, rinunciando ad “accontentarci” di un precedente traguardo, già di per se positivo, che ci aveva già consentito di inglobare la DOP Canosa nella denominazione della DOP Castel del Monte.
    Certo ci muoviamo in una cornice critica, infiacchita da una crisi globale senza precedenti, che attende una strategia altrettanto globale che possa essere risolutiva e vincente e che, nel frattempo, però, ci vede vivadio operosi e attivi: partendo dall’esistente abbiamo convenuto che fosse strategico procedere ad un rafforzamento ed a una migliore visibilità delle DOP, che rimangono strumenti opportuni e necessari a “marcare” la qualità e la pregevolezza delle produzioni regionali.
    L’obiettivo per noi rimane quello di DOP più forti e più riconoscibili in grado di richiamare con immediatezza ed efficacia al territorio di origine, che nella varietà delle sue proposizioni riconosce tuttavia caratteristiche uniche ed incisive.
    Dico di più: siamo convinti che questo nostro operare ci consentirà di favorire concretamente i produttori locali, poiché unendosi sotto un’unica DOP saranno in grado di meglio soddisfare, insieme, una domanda più esigente e corposa, anche proveniente da mercati emergenti, e che da soli non sempre è possibile fronteggiare e soddisfare.
    Mi preme, infine, sottolineare come, mai come in questo frangente, tutti gli attori della filiera produttiva, dai viticoltori agli imbottigliatori, si sono trovati d’accordo sulla strada da percorrere e sulle soluzioni da adottare. Gli apparati istituzionali e politici non potevano che raccogliere questa volontà, supportando e promuovendo, in ogni luogo, un approccio sinergico prezioso e di grande prospettiva per la storia produttiva antica e per le ambizioni vitivinicole della nostra Puglia.
    Dario Stefàno
    Assessore Risorse agroalimentari Regione Puglia

    • caro Assessore, mi scuso per la tardiva risposta al suo intervento, di cui la ringrazio. Vorrei davvero che quanto osserva, ovvero che “Questa DOP, infatti, contribuisce fortemente ad avviare concretamente la nostra strategia di polarizzazione e di raggruppamento delle DOP esistenti in poche e più rappresentative Denominazioni, in grado di abbracciare un territorio più vasto, ma al contempo più marcatamente identitarie”, corrispondesse a realtà. Invece, purtroppo, accanto alla nuova Doc Terra d’Otranto continueranno ad esistere le altre, numerose e poco note, fuori zona, Doc già esistenti. E allora l’utilità di questa nuova Doc continua a sfuggirmi. Diverso sarebbe stato il discorso se Terra d’Otranto avesse compreso, con la possibilità di prevederle come sottodenominazioni, le piccole Doc già esistenti…
      Speriamo che prima o poi ci si arrivi… cordialità vive e buone estate nella magnifica terra di Puglia!

  9. E’ molto positivo che l’assessore Dario Stefàno legga Vinoalvino e intervenga. Ormai ero piuttosto sfiduciato nelle istituzioni e negli uomini che le rappresentano. Bisogna ridurre le DOP del vino, eliminando i rami secchi, quelle fate per motivi elettorali, quelle che non hanno neanche un telefono che risponda mai, gli errori del passato. Se la via giusta è quella che indica Franco o quella che indica Stefàno non sono in grado io di giudicarlo, ma giudico favorevolmente questo parlarsi con chiarezza che porterà certamente almeno a riflettere di più per migliorare comunque. Bravi. Ma che non finisca qui, mi auguro!

  10. Gentile Dott. Ziliani,
    qualche sera fa dopo un caldo (nell’accezione meteorologica del termine) consiglio direttivo del Consorzio di Tutela e Valorizzazione del Salice Salentino DOC ho appreso da alcuni colleghi della discussione molto interessante e utile che si è aperta tra le pagine del suo blog a proposito dell’ennesima e, per molti, inutile DOC pugliese.
    Nello scorrere i vari interventi e le relative risposte mi ha colpito l’affermazione del signor Vittorio Cavaliere che scrive : “ a proposito di curiosità ti sei chiesto come mai ad eccezione di Stefano nessun produttore si è cimentato nella discussione” . Cercherò allora di dare il mio modesto contributo al dibattito, affermando alcuni principi ispiratori nell’approvazione di questa come di altre doc.
    L’approvazione di questa doc, come di altre, rappresenta lo svolgersi di un processo “democratico” tra tutti gli attori della filiera, piaccia o non piaccia al sottoscritto, al sig. Rossi o alla signora Franca. Questo doc è stata voluta dai viticoltori, dagli imbottigliatori e dai trasformatori salentini, al di là delle intenzioni e dei desiderata di Stefano. Se tutto ciò aggiungerà confusione al consumatore italiano e/o estero, se servirà nel futuro a semplificare lo scenario attuale oppure no “lo scopriremo strada facendo”!
    Sinceramente non credo che le fortune o le sfortune dell’economia vitivinicola di un territorio dipendano da un disciplinare, bello o brutto, largo o stretto o che fa da ombrello !
    Sposo appieno le riflessioni di Roberto Giuliani a proposito della crisi del vino italiano e dell’invito a non collegare le sorti di questo prodotto al fatto che sulla bottiglia ci sia una sigla che è DOC o IGT , che sia Doc Terra d’Otranto o Doc Salice Salentino o altra ancora. Tralascio per questioni di tempo e di decenza, tutta la materia inerente la politica di prezzo portata avanti da molti industriali del vino sulle DOC, famose e meno famose, in Italia e all’estero.
    Non dimentichiamo, per finire, che l’appeal di un prodotto e di un territorio, la sua vendibilità a tutte le latitudini, “scaturisce” dalla quantità di risorse finanziarie impiegate soprattutto nella comunicazione declinata in tutte le sue forme anche quelle deontologicamente più abiette. Purtroppo, il territorio dove io vivo e produco, di risorse da destinare in quel canale ne ha pochissime e pertanto per chi quotidianamente fa questo mestiere una doc in più forse non porterà dei vantaggi ma di certo non toglierà niente all’esistente.

  11. Molto positivo il fatto che sia intervenuto anche Gianvito Rizzo. Spero che possa dirci anche se gli risulta che nei piani del consiglio direttivo del Consorzio di Tutela e Valorizzazione del Salice Salentino DOC ci sia una strategia di accorpamento di quelle DOC (tante, troppe) salentine che non hanno nemmeno un telefono, un ufficio, un impiegato per rispondere, quelle che sono state create soltanto per motivi elettorali locali, non certo per volonta’ dei produttori, visto che almeno in un caso non si trovava in giro neanche il vino ed in qualche caso un solo produttore o al massimo due hanno da quel momento imbottigliato con l’etichetta DOC. La mia e’ solo una domanda, perche’ da federalista convinto non posso che rispettare le volonta’ locali, ma nasce dal fatto che troppo spesso in passato siano state concesse urbi et orbi le DOC per tutt’altri scopi che la valorizzazione del vino. Se le autorita’ vitivinicole locali si assumessero il compito di fare una benedetta pulizia in queste regolamentazioni, potrebbero cogliere l’occasione dell’aggiornamento per introdurre l’assunzione di nuovi impegni e responsabilita’ sul fronte dei controlli della qualita’ e la miglior precisazione degli orientamenti tecnico-produttivi per i viticoltori e per vinificatori. Potreste perfino riscrivere le regole di produzione che hanno ormai qualche decennio e non sono piu’ confacenti con una viticoltura che e’ progredita e si e’ rinnovata, ma anche consentire in futuro una reale qualificazione di terroirs individuati come porzioni di territorio che nel corso degli anni hanno manifestato concretamente un particolare pregio.

  12. Cura salentina:

    Sono revocate ed assorbite nella denominazione di ricaduta di nuova istituzione “SALENTO” le seguenti denominazioni:

    Alezio
    Brindisi
    Galatina
    Lizzano
    Matino
    Nardò
    Ostuni (33 hl nel 2009)

    Base ampelografica Salento: primitivo , negroamaro, aleatico, malvasia nera, malvasia bianca,rosso, susumanello, chardonnay, bianco, etc.

    Sono revocate e confluiscono nella denominazione Salice Salentino le seguenti denominazioni:

    Leverano
    Squinzano
    Copertino

    Base ampelografica Salice Salentino: negroamaro min. 85%, malvasia nera max 15%, anche in rosato. Prevista qualifica Riserva.

    Restano denominazioni a parte Primitivo di Manduria (e PdM Dolce Naturale).

    Ritengo che sia l’unico sistema per promuovere la qualità, le vendite, la chiarezza, colpendo soprattutto le denominazioni “municipali” e di campanile che forse servono racimolare fondi ma di certo non a rilanciare l’enologia salentina con un’ottica di largo respiro.

    Una d. o. di ricaduta (Salento) e due di punta (Salice Salentino e Primitivo di Manduria)

    Cose ne pensa Ziliani?

    Un cordiale saluto.

  13. Pingback: Come Ministro delle Politiche Agricole Santoro indica Carlo Petrini. Per Vino al vino meglio Dario Stefàno | Blog di Vino al Vino

  14. Io credo che la soluzione migliore sarebbe quella di creare (dalle DOC già esistenti) delle sottozone che aiutino il nome delle nuove DOC. Sulla falsa riga della Valle D’Aosta, per intenderci, trainata da Torrette, Donnas & Co. ma che, in tutto il territorio vitato, produce dei vini eccellenti (e parlo per esperienza)
    Trovo sia innegabile ammettere che anche in paesi che non ricadono in alcuna DOC già esistente, si producano prodotti di eccellenza che però devono vedersi stampato in etichetta “Salento IGT” che sinceramente, nonostante io sia salentino, è veramente triste (colpa dell’IGT che all’estero significa “Insignificate Garanzia Territoriale”.
    Avanti allora, piuttosto, con queste due nuove DOC e trasformiamo Matino, Lizzano, Nardò, Leverano ecc in piccole sottozone che mireranno sempre più all’eccellenza.
    Con la Terra d’Otranto SEMPRE nel cuore.

    • registro con favore il suo punto di vista. Per me, come ho scritto, la soluzione ideale sarebbe una grande Doc Salento con il nome delle varie sottozone. All’estero il nome Salento comunica con forza

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