Vini rosati: perché ancora tanta prevenzione nei loro confronti? Vivace dibattito sulla stampa di lingua inglese

Vista la vivace discussione che il mio post sull’articolo dedicato ai vini rosati (ma senza l’ombra di un solo vino italiano) dal wine writer inglese Tom Cannavan ha suscitato, voglio richiamare, anche qui, l’attenzione su un altro articolo che ho pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. anche in questo caso dedicato ai “pink wines”.
L’articolo testimonia un vivace dibattito sui vini rosati che si è svolto recentemente, tra UK e United States, sulla stampa di lingua inglese. Ben quattro articoli apparsi su testate di notevole importanza come l’edizione on line della rivista inglese Decanter, l’edizione on line della rivista statunitense Wine Spectator, ed il sito Internet oltre che la column sul Financial Times della celeberrima wine writer britannica Jancis Robinson, fanno capire quanto i pink wines siano vini al centro del dibattito. Sicuramente appaiono vini di indubbio gradimento, ma sono vini sui quali i misundestanding, gli equivoci, sono all’ordine del giorno.
Su Decanter on line uno dei più brillanti e acuti wine writer britannici, Andrew Jefford, contributing editor di The World of Fine Wine, sembra sostenere la tesi – leggete qui – secondo la quale i rosati, suggestivamente definiti “the whispering wines”, i vini “che bisbigliano”, sono vini cui manca qualcosa per essere veramente considerati come dei “fine wine”, dei vini di grande qualità.
Jefford sostiene che se si pianta la varietà giusta in un luogo adatto e ci si concentra per produrre un grande rosato sarebbe possibile ottenerlo. I problemi nascono con quella che lui definisce la “singular aesthetic of rosé”, la particolare estetica del rosé, ovvero se si applicano ai rosati i modelli utilizzati per giudicare i grandi bianchi e rossi.
Per il giornalista britannico le sfumature nel mondo dei rosati sono tutto e ai rosati non si possono applicare descrizioni tecniche e racconti normalmente usati per gli altri vini tipo le lunghe macerazioni o l’affinamento sur lie. Per produrre ottimi rosati non ci vuole né troppa acidità, né troppo zucchero residuo, che fa diventare i vini molli. Il rosato, a suo dire, è un vino “dipinto a colori pastello, è una fuggitiva carezza piuttosto che una salda stretta di mano o un forte abbraccio”.
Per Jefford i grandi vini ci parlano in un modo più energico di quanto possano fare i rosati. Ed ecco perché nelle discussioni sui vini rosati si finisce con il dire “molto piacevole, ma…”. Ed in quel ma sta quel quid in più che si cerca, che è necessario e non si trova.. Ed ecco perché, come chiude, “which is why rosé may be damned forever with faint praise”, i rosati sarebbero condannati per sembre a ricevere deboli elogi…
Molto più pragmatica e forse meno “filosofica” nel proprio approccio Jancis Robinson, nella sua column sul Financial Times disponibile liberamente anche sul suo sito Internet, si limita a prendere atto della crescente popolarità dei pink wines in UK, di una crescita di mercato che è un po’ rallentata, ma resta viva. Introducendo una degustazione di un ampio numero di rosati, soprattutto francesi (la rappresentanza italiana tanto per cambiare lascia un po’ a desiderare…), rende naturalmente omaggio ai rosati della Provence, a quelli della Navarra in Spagna e dice testualmente che i rosati “sono stati uno delle più piacevoli sorprese del mio recente viaggio in Puglia”, e sulla fenomenologia dei rosati in Francia mostra di avere idee ben chiare.
I francesi “vedono i rosati come dei rossi da bere con il caldo”, mentre nel nord Europa e nel Nord America il consumo dei rosati “è molto meno dipendente dalle condizioni economiche”. E anche se riconosce e lamenta “molto più variazioni nello stile dei rosati che nei bianchi” giudica che il livello complessivo dei rosati è considerevolmente cresciuto. Da parte sua nessun pregiudizio o arrière pensée sulla tipologia in sé.
Spostandoci dall’altra parte del mondo e arrivando in un mondo enologicamente rossista come quello americano, sorprendono, molto piacevolmente, le aperture di credito nei confronti dei rosati che arrivano da una rivista come Wine Spectator.

Nel primo articolo, firmato da Tim Fish, che potete leggere qui, e fornito di un sottotitolo eloquente “non c’è alcuna ragione per gli americani di aver paura dei rosé secchi”, l’autore fa risalire ai primi anni Ottanta, dall’epoca del successo degli white Zinfandel, un’idea erronea del concetto di rosato negli States, che non devono essere pensati, scrive, come dei “pink soda pop”, ma possono essere “secchi e rinfrescanti, con con aromi floreali e fruttati in grado di dare piacevolezza al gusto in un caldo giorno d’estate”.
Anche senza voler squalificare il prodotto Fish ricorda che “spesso il rosé è un sottoprodotto”, sottolineando che la tecnica del “salasso” applicata sui rossi è un modo diffuso per rendere i rossi più concentrati ma non è spesso il modo migliore di produrli.
Molto più interessante, invece, il secondo articolo di Wine Spectator, opera della sua firma più brillante, intelligente e acuta, l’oregoniano Matt Kramer, che spiega –leggete qui -i motivi per cui a lui piaccia, senza farsi troppi problemi, bere rosé e “that’s why I drink rosé”.
Un articolo che condivido praticamente in toto. L’esordio è fulminante e sottolinea che “non c’è nulla di male nell’amare i rosati. I migliori di loro sono magnifici”.
Piuttosto Kramer si chiede perché sia così raro (anche negli States!) trovarli nelle carte dei vini dei ristoranti. Ammette che ci siano un sacco di rosati banali, “insipidi, vuoti, senza gusto” e che si tratti di una categoria di vini dall’immagine debole.
Ma come dice bene “it would be a mistake to reject rosé wholesale”, sarebbe un errore rifiutare tutti i rosati. E qui Kramer mostra subito la sua raffinata cultura enoica, parlando dei rosati spagnoli ottneuti da uva Grenache (Garnacha) e ricordando che secondo la propria esperienza i rosati “più ricchi di carattere” vengono dall’Italia, ricordando le differenze tra rosato, cerasuolo e chiaretto.
Così dice “a coloro che sostengono che i rosati, per definizione, siano vini insipidi rispondo che si tratta di un non senso. Rosati genuinamente pieni di carattere ci sono, basta saperli cercare”.
Questo detto occorre chiedersi quali siano i motivi della loro non eccessiva considerazione, di quegli elementi che portavano Andrew Jefford ad escludere che possano essere grandi vini.
La risposta di Kramer è che si tratta di vini “che non impegnano”. I grandi conoscitori di vino, veri o presunti tali, insistono nel sostenere che i grandi vini richiedono impegno e se un vino non presenta queste caratteristiche diventa subito un vino “minore”.
Ma, di contrappeso, è questa “leggerezza”, questo carattere non impegnativo, sostiene, che spiega la popolarità dei rosé. Ci sono un sacco di persone, dice “che non vogliono essere impegnati o messi alla prova quando bevono vino. Vogliono semplicemente una bevanda che “valorizzi i loro piatti o lubrifichi le occasioni sociali. Ecco perché i rosati sono così amati e graditi” soprattutto d’estate.
E qui Kramer tocca un altro punto cruciale chiedendosi (retoricamente): “ma non abbiamo già troppi vini che richiedono impegno?. Un terribile numero di vini sono oggi prodotti per essere “seri”. E siamo costretti a vedere e gustare tutto quel legno, quella frutta sovramatura. Tutto per dare segnali di serietà e l’ambizione di avere una statura che giustifichi i prezzi elevati”. Questo stato di cose spiega la crescente popolarità dei rosati: “molte persone semplicemente non desiderano vini così presuntuosi, non vogliono essere impegnati e se scelgono di esserlo, questo impegno deve comunque essere una seduzione, non una prepotente insistenza”.
Per Matt Kramer “ i rosati non sono solo una reazione contro uno tsunami di vini impegnativi, ma un loro vero e proprio rifiuto. Non vogliono impegnarsi seriamente ogni volta che ordinano un vino, si accontentano di flirtare e se questo rapporto evolve verso qualcosa di più, va bene”.
E così, partiti dall’amabile “rimprovero” dell’inglese Jefford di essere carenti di qualcosa e forse troppo “sussurrati”, chiudiamo con la celebrazione del loro “disimpegno” e della loro sublime “leggerezza” da parte dell’americano Kramer. Da rosatista “reo confesso” come mi dichiaro, non posso che concordare con il brillante columnist di Wine Spectator: è questa loro leggerezza e naturalezza (che non vuol dire certo banalità) che rende i migliori vini rosati, soprattutto d’estate, irresistibili… Basta volersene accorgere e rinunciare a stupidi, immotivati pregiudizi…

7 pensieri su “Vini rosati: perché ancora tanta prevenzione nei loro confronti? Vivace dibattito sulla stampa di lingua inglese

  1. Tema interessante, visto che dopo il Ferragosto nessuno potra’ negare che gran parte degli enoappassionati saranno andati in campagna a liberarsi perfino della camicia e dei pantaloni per star finalmente comodi in boxer e canottiera davanti ad una bella griglia, una tavolata lunga, sotto un fico o una tettoia di ondulato e tracannando dei rosati, anche in bicchierini o bicchieroni ben diversi dai calici.
    Nei confronti dei rosati abbiamo pero’ un atteggiamento un po’ strano: ci piacciono un casino così, alla buona, in allegra compagnia cantante, ma ci vergognamo un po’ a parlarne o lo ammettiamo soltanto sottovoce, perche’ quando ci ritroviamo ai concorsi, alle degustazioni ufficiali, facciamo del vino un argomento culturale per eccellenza, come se fosse una rarita’ da collezionisti, rappresentasse uno status symbol, un oggetto di culto, una rarita’ da collezionisti, uno status symbol, se non un oggetto di culto o da collezione, cioe’ tutto fuorche’ il piacere della goduriosa bevuta di quelle che… chi non piscia in compagnia o e’ un ladro o una spia.
    Siamo degli irriconoscenti nei confronti del rosato, che pure e’ l’ultimo vino rimasto che non ci fa litigare, abituati come siamo invece a dissertare e discutere di tutti i vini piu’ preziosi e famosi del mondo, dividendoci in tifoserie intorno a giudizi molto soggettivi che rasentano da una parte la poesia e dall’altra il trattato di enologia su ogni bianco, rosso o bollicina esistente, quelli che si degustano, ma sui rosati no, quelli che si bevono. Li snobbiamo, ecco! Basta vedere i cosiddetti punteggi che riserviamo loro (ma perche’ bere il vino sulla base dei punteggi e non della piacevolezza che ci da’ anche la bottiglia meno nobilitata da un marchio, un’etichetta, un podio), che sono sempre piu’ avari. Forse perche’ pochi rosati sanno reggere nel tempo e la valutazione di questa dote incide molto nel giudizio? Cioe’ varrebbe di piu’ la longevita’ che la freschezza?
    C’e’ ancora un atteggiamento un po’ troppo altezzoso nei loro confronti, quando siamo tra di noi con il calice roteante in mano. Il vino, invece, per chi lo beve e non deve soltanto giudicarlo, e’ da bere in compagnia, mai da soli, e’ un formidabile aggregatore sociale. E poi, via, guardiamoci un po’ anche allo specchio. Chi siamo noi per giudicare un vino? Con tutta la fatica del contadino, lo studio dell’agrotecnico, il lavoro del vignaiolo, gli sforzi dei braccianti in vendemmia, lo studio dell’enologo, l’impegno del cantiniere, insomma lo sforzo collettivo che contiene, dovrebbe esser semmai il vino a giudicare noi…

  2. La fama un po’ deteriore del colore rosa – una volta simbolo del femminile incipriato e volage – forse ha messo in ombra i vini rosati?

    Forse anche certi rosati un po’ così, che hanno dato l’impressione di essere di risulta (se non sbaglio, c’è stato anche un dibattito sui rosati che potevano essere frutto di una mescola tra rosso e bianco (!!!), hanno lavorato contro l’affermazione della categoria del vino rosato?

    Sempre di più, però, la gente che ama il vino (anche senza appartenere al mondo dei conoscitori) distingue i rosati un po’ così da quelli compiuti e affidabili.
    Nel frattempo i rosati – che erano spariti dal nostro immaginario – stanno ritornando a piacere.

    Forse, dopo aver troppo sognato “la vie en rose”…

  3. Bravo Franco. Il tuo “naso” esercitato da anni ti permette non solo di capire un vino nella sua completezza, ma anche di “annusare” una tendenza prima di altri. E’ questo che si chiede ad un giornalista che fa informazione e non solo opinione.

    Almeno tre dei nomi citati sono di pezzi grossi, direi grossissimi. Andrew Jefford é un umanista, porta sempre della poesia nei suoi articoli. Jancis Robinson é la rappresentante della scuola pragmatica anglosassone e con il tempo ha affinato le sue doti di scrittura. E’ riuscita a liberarsi di uno stile un po’troppo “femminile” per raggiungere una prosa asessuata che può risultate forse piatta, ma sempre efficace e diretta.

    Il mio preferito però é Matt Kramer. Pur essendo da anni un collaboratore di Wine Spectator, ha mantenuto un’indipendenza di pensiero che gli fa onore. Così come nell’articolo sui rosati. In più ha una visione tagliente, ironica e persino cinica che gli permette di andare a fondo nel trattare certi argomenti senza annoiare.

    Mi scuso per la digressione, ben vengano questi post che ci aiutano a capire il mondo dei vini rosati, a cominciare da quelli nostrani a lungo trascurati proprio da noi italiani.

  4. Sono un consumatore abituale di rosati, solitamente provenzali ma anche qualcosa italico. L’anno scorso mi fece una fantastica impressione il rosato di mamete prevostini. Anche le bollicine rosate mi piacciono e se dovessi scegliere la btg da portare sull’isola deserta sarebbe una magum di krug rosè

  5. Pingback: Banco di Assaggio: 6 settembre 2011. Scopriamo il Rosè. | Genuvino

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