Del mercato del vino in Giappone. Dal nostro inviato nel Far East

Continuano le testimonianze dal Far East dal nostro inviato speciale. Dopo aver trattato il tema del linguaggio del vino e della sua comunicazione oggi ci intrattiene sulla situazione del vino nel Sol Levante nell’era post Fukushima. Un invito a credere nel Giappone e a tornare in questo Paese davvero molto convincente. Buona lettura!

“Caro Franco, il mio viaggiare imperituro, mi ha portato per l’ennesima volta in Giappone. Ricordo che anni fa, quando facevo ancora vino, la terra del Sol Levante era considerata  la Panacea di tutte le nostre speranze, il mercato dove le marginalità ci permettevano di portare a parii i bilanci, dove il prezzo medio lasciava speranza ai profitti.
Ora che mi occupo della parte meno nobile e sicuramente meno romantica del mondo del vino, il vendere, venire in Giappone ha assunto un piacere del tutto diverso. Il Giappone mi è ostile, pochissimi sono gli interlocutori che parlano un inglese comprensibile e le formalità sono tedianti.
Eppure i miei ospiti non hanno mai mancato di farmi sentire essenziale, seguito e apprezzato. Questi giapponesi amano l’Italia, ci sono ristoranti di grandissimo livello, dove la scelta dei vini e degli ingredienti rimane senza compromessi. Ho imparato che questi chef vengono in Italia a lavorare per miseri salari, a faticare senza risparmiarsi. Tornano poi in Patria per diventare celebrità ultra pagate e di chiaro successo.
Qualche mese fa, il Giappone come tutti sanno, è stato vittima di una vera tragedia, e l’economia ne soffrirà ancora per anni, eppure, la gente sembra improvvisamente cambiata e per il meglio. Ormai questa è la terza volta che atterro a Tokyo per trovarmi in un atmosfera surreale e sicuramente paradossale.
La prima volta sono rientrato in Giappone, avevo un certo timore, mi ero portato più bottiglie di acqua che camicie di ricambio, ero rimbambito dal terrore di un intossicazione da radiazioni. Come d’abitudine, al mio arrivo il nostro partner sul territorio mia ha portato in un ristorante giapponese per una lauta cena.
Il ristorante era affollato di uomini in abito da lavoro, di donne minute col bicchiere in mano, di gente che sembrava aver abbandonato ogni formalità per abbracciare il gusto della vita. Mi sono sentito un pirla.
Continuando il mio soggiorno ho avuto la sensazione che anche i miei juracici partners avessero sofferto una metamorfosi gaudente. Sarà stato forse l’obbigo dell’energy saving policy che forza le aziende di medie/ grandi dimensioni  ad abbandonare giacca e cravatta, per abbracciare polo e cacky, a rendermeli più simatici. Il mio importatore mi ha addirittura abbracciato e stretto la mano, trascurando il laborioso inchino. Insomma anche l’ipnotico business environment era scongelato.
Dopo la prima volta a Tokyo, sono tornato altre due volte per scoprire che la mia prima impressione era divenuta una realtà, che ho trovato particolarmente accogliente. I miei partner non mancano di dimostrarmi la loro gratitudine per riuscire a trovar il tempo di visitarli, di lavorare con loro, di supportarli in quello che a me sembrava mission impossible2 nel vendere vino ad una popolazione che fino a pochi mesi fa contava danni e dispersi.
Oggi mi trovo, però, a dover lamentare il fatto che del sostenuto portfolio di produttori italiani  del mio importatore, nessuno dei miei colleghi è ancora venuto, a lamentare il fatto che abbiamo supportato ‘sti benedetti giapponesi in modo virtuale.
Ma dove sono finiti i miei colleghi che mostravano risultati ai loro amministratori, ventilando vendite faraoniche in Giappone? Che fine hanno fatto i produttori italiani ?
Mi permetto un suggerimento a chi teme nel venire in questo paese: venite a visitar il mercato, perché è proprio adesso che i vostri importatori hanno bisogno di voi, venire in Giappone, perché è adesso che i consumatori apprezzeranno il vostro coraggio 8 sempre che serva coraggio) nell’organizzare un tasting, un training, quel che volete.
Ora i vostri importatori vi saranno grati e in futuro, quando anche gli altri avranno dimenticato quel che è successo, (perché il sangue della storia si asciuga velocemente) i vostri importatori si ricorderanno di voi, esaltando la vostra iniziativa e il vostro supporto.
Qui si continua a bere, e forse ora con più joix de vivre, ora che anche i Giapponesi, nel limite delle loro possibilità hanno imparato che si vive una volta sola, e che non c’è colpa nel godere ! Se invece , le vostre venite calano, se gli ordini rimangono fermi in cantina, beh allora non lamentatevi, potrebbe anche darsi che abbiate perso l’opportunità di veramente dimostrarvi solidali  e veramente coraggiosi. Buona notte”

3 pensieri su “Del mercato del vino in Giappone. Dal nostro inviato nel Far East

  1. Caro Gentile Inviato in Oriente,
    il suo racconto dice, ancora una volta, che il mercato è conversazione – quella con lei è particolarmente preziosa – e sottolinea (ce n’è sempre bisogno) l’importanza di esserci, in prima persona (o tramite qualcuno che rappresenti e impersoni con efficacia) perché più siamo – al mondo – più c’è bisogno di rapporti personali e di “racconto”.
    Credo che i migliori venditori – intendendo con la parola un largo range di competenze – siano quelli che ci credono e non quelli di maniera, magari bravissimi, ma che si sente che non ci credono più di tanto.
    Grazie; con lei il lontano oriente è più vicino.

  2. Salve, per cominciare volevo ringraziarLa per il bel articolo, mi presento sono una laureanda di giapponese, il mio”sogno”sarebbe esportare vino in giappone avendo alle spalle una famiglia di viticoltori ed esperienze lavorative in cantine,e ristoranti giapponesi .Ho tante idee per la testa,volevo chiederLe se aveva qualche consiglio, qualche informazione per cominciare questo percorso.
    Cordiali saluti

    Complimenti ancora!!

    Alessandra T.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *