Leonardo Frescobaldi predica il rispetto per la tipicità del territorio, ma è solo un’intervista…

Caspita come parlano bene, nelle interviste, nei comunicati stampa, nei redazionali pubblicitari, i Grandi Uomini del Vino Italiano, le figure di spicco, i presidenti delle Grandi Aziende Vinicole, dei Grandi, nobili marchi!
A questa regola non sfugge nemmeno il marchese Leonardo Frescobaldi, dal 2007 Presidente della Marchesi de’ Frescobaldi e già (o tuttora) Presidente di Luce della Vite e consigliere della Tenuta dell’Ornellaia.
Nonché membro della International Academy of Wines  di Bordeaux, Chevalier du Taste Vin di Beaune, President of the International Wine and Spirit Competiton di Londra (1995). E inoltre socio onorario a vita di Amici dell’Enotria (Ottawa, Canada), Master Knights of the Wine, Worthy Member  of the Order.
Il marchese Leonardo è dunque figura di spicco di una famiglia fiorentina, come si legge sul sito Internet aziendale, “dedita da trenta generazioni alla produzione di grandi vini toscani, 5000 ettari di proprietà, oltre 1000 di vigneti, nove tenute in Toscana e una distribuzione di qualità in oltre 65 paesi del mondo” famiglia che è portatrice, così si legge, di “uno stile Frescobaldi, che coniuga da sempre tradizione e innovazione”.
E “con l’obiettivo di essere il più prestigioso produttore toscano di vino, Frescobaldi crede nel rispetto del territorio, punta sull’eccellenza delle proprie uve, investe in comunicazione e nella professionalità delle risorse umane”.
Perché mi interesso al marchese Leonardo? Perché ho letto sul numero di settembre-ottobre di Catering news, rivista che si avvale anche di un’edizione on line, un’intervista di ben due pagine che il discendente del nobile casato fiorentino ha rilasciato a Luigi Franchi, caporedattore. Un’intervista molto rilassata dove il marchese ha potuto ampiamente esporre il proprio eno-pensiero. E il punto di vista dell’azienda (a proposito leggere l’analisi dei dati di bilancio 2010 pubblicata da Marco Baccaglio sul blog I numeri del vino).
Alla domanda “com’è cambiata negli anni la sua visione imprenditoriale e umana” Frescobaldi risponde osservando “oggi do una grande importanza alla crescita dell’azienda, sia nel mercato nazionale che all’estero, facendo in modo di avere un’immagine sempre coerente con quella che ci caratterizza da sempre”.
E alla domanda “probabilmente può indicare la definizione ideale per il vino” ecco la pronta risposta: “la moda passa ma ci sono dei valori che non vengono corrosi dall’età. Un grande vino è appunto un vino con suo stile personale, unico, immune alle mode e al trascorrere del tempo.
Quello che cerchiamo di trasmettere attraverso i nostri vini è lo stile Frescobaldi, caratterizzato in primis dal rispetto per la tipicità del territorio al quale le nostre tenute sono molto legate”.
E non è finita, perché alla domanda “come vede il futuro del vino italiano?” il Presidente della Marchesi de’ Frescobaldi e già (o tuttora) Presidente di Luce della Vite risponde papale papale: “credo che il vino italiano abbia la grande opportunità di rafforzare la propria immagine di prestigio nel mercato globale.
Secondo me, dovrebbe seguire l’esempio della moda italiana, che si è imposta grazie all’unicità del proprio stile. La ricetta che il vino italiano dovrebbe seguire? Essere espressione del territorio da cui proviene, puntare sul legame storico con il cibo italiano di qualità…”.

Di fronte a queste dichiarazioni avrei molte cose da dire e credo proprio che finirò per dirle, ma preferirei che foste voi, lettori di Vino al vino, temprati dalle battaglie di Brunellopoli e dalla difesa del Rosso di Montalcino, sostenitori dei vini veri, del vino di territorio contro quello industriale, a dire la vostra.
Lette le nobili (è il caso di dirlo) dichiarazioni d’intenti a favore del “rispetto per la tipicità del territorio”, della classicità che si esprime mediante uno “stile personale, unico, immune alle mode e al trascorrere del tempo”, voi di queste cose trovate traccia, suvvia dite la vostra!, quando bevete un Chianti Rufina Montesodi riserva, un Brunello Castelgiocondo o Castelgiocondo riserva, un Lamaione, o meglio ancora un Brunello di Montalcino Luce della Vite?
Io, che sono un inguaribile provinciale, tutta questa presenza del terroir faccio fatica a vederla, anche con il lanternino. Vedo piuttosto uno “stile Frescobaldi” che come dice il marchese Leonardo “cerchiamo di trasmettere attraverso i nostri vini”.
E visto che alla domanda “E il vino della memoria?” Frescobaldi risponde senza esitazioni “Indubbiamente il Mormoreto, vino con il quale abbiamo realizzato il progetto del nostro antenato Vittorio che già nel 1850 aveva posto le basi con l’introduzione di vitigni quali il Cabernet Sauvignon e il Merlot e il Cabernet Franc nell’omonimo vigneto sulle colline a est di Firenze” e non parli di un vino base Sangiovese, non vi viene forse da pensare che tutto quel “rispetto per la tipicità del territorio” sia solo una bella espressione fa fare bella figura?
Non vi viene, a voi, mica a me, il dubbio che il marchese Leonardo Frescobaldi predichi (rilasci interviste) bene, ma poi agisca diversamente? O per dirla in maniera più plebea con un detto popolare, “predica bene ma razzola male”?

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47 pensieri su “Leonardo Frescobaldi predica il rispetto per la tipicità del territorio, ma è solo un’intervista…

  1. ad onor del vero non sarebbe il primo ed , aimè , nemmeno l’ultimo . Purtroppo però fintanto che i suoi vini vendono ha ragione lui . Che interesse ha produrre vini del territorio, con tecniche culturali probabilmente più impegnative, se poi riesce a vendere anche vini con aggiunta di vitigni internazionali?
    Enrico

    • ha detto bene Enrico, parlando di “interesse”, ovviamente di tipo commerciale ed economico.
      Ma ho la pia illusione, sono un sognatore, che un produttore dalla storia secolare che si chiama Frescobaldi, e non pinco palli, abbia altre mission, producendo vini in terra di Toscana, che non limitarsi a badare al puro business… Magari vini che cantino la gloria del Sangiovese, come ha scritto magnificamente il wine writer inglese Andrew Jefford in un articolo di cui parlerò questo pomeriggio, “a glass that tastes like Dante, Machiavelli and a Savonarola sermon. Only Sangiovese can do that”.
      Chiedo troppo?

  2. Evidentemente è un nobile pigro 😉 seguire il mercato è decisamente più semplice e semplicistico che cercare di essere all’avanguardia.
    Non so dalle sue parti dove vivo io , nel veronese , nessuno si prende la briga di chiedere al bar un franciacorta, un trento doc ecc … La maggior parte si limita a chiedere una “bolla”.
    Le lascio immaginare la maggior parte delle risposte di quei baristi dove chiedo quali franciacorta hanno …

    Con questi presupposti un’azienda di ben 5000 ettari fa quadrare i conti con quello che la maggior parte del mercato chiede , se avanza tempo , prova ad educarlo .

  3. mamma mia che lagna ‘sto Sangiovese… nemmeno fosse la soluzione alla fame in Africa… Cambiate un po’ discorso… So che potrei fare a meno di leggere, ma uno può anche aspettarsi qualcosa di diverso da un ESPERTO del vino… O pretendo troppo?

  4. Che peccato, e lo scrivo con autentico dispiacere, che peccato che chi può vantare settecentoquarant’anni di storia, di cognome, di legami con i grandi artigiani e i grandi artisti, che hanno decorato le case e i palazzi, rendendo tangibile la civiltà fiorentina, toscana e italiana, possa essere statoanche solo sfiorato da dubbi o rimesse in discussione, come un qualsiasi arricchito dell’ultima ora.

    Non è per il Ssangiovese che ce la si può prendere, ma per quello che l’affaire sangiovese ha significato, contribuendo a mettere in dubbio il lavoro di tutta una comunità di produttori.

    E, sì il vino è importante, e in questa sede è addirittura il tema del blog http://www.vinoalvino.org perciò non ci si stupisce per nulla se il padrone di casa esecra comportamenti che hanno alonato pesantemente l’oggetto di un business che coinvolge molte migliaia di persone, e che è tale (oggetto di business) nella misura in cui brilla sul mercato senza ombre.
    E quale sarebbe la natura del brillìo? Risposta quasi banale: “il legame con il territorio”.
    Espressione che un’intera legione di personaggi di questo paese ha usato a sproposito, e ha mercificato ma senza saperlo fare. Questa espressione “legato al territorio” – già retorica di suo – è divenuta addirittura nauseabonda tanto sa di falso, ed è imbarazzante che una legione di lavoratori, imprenditori, vignaioli, artigiani debbano ora usarla con cautela.
    Ma che bisogno c’è di prestare il fianco a critiche pesanti?
    Nell’Italia dei Tarantini e dei Lavitola, delle escort, dei Bossi che danno del somaro a chi appende il Tricolore fuori dalla finestra, abbiamo bisogno che ognuno faccia la sua parte e dimostri una tenuta di strada degna di un pirelli d’antan. Il “territorio” l’hanno usato a sproposito per primi i politici, che sono ormai affaristi analfabeti.
    Ma nessuno di loro porta cognomi che contengono un pezzo importante della storia italiana, impegnando chi lo indossa ad essere un esempio e un punto di riferimento per tutti gli altri.

  5. Certo le cose che dice sono giuste e belle, gli si potrebbe comunque dare il beneficio del dubbio.
    Non sarebbe ora di chiudere con “brunellopoli”?
    Il consorzio ha fatto le sue votazioni, si è espresso, punto.

  6. L’intervista era talmente rilassata che i partecipanti hanno cominciato a sbadigliare, anzi forse si sono fatti anche un pisolino mentre uno poneva le domande banalissime e l’altro garbatamente porgeva le risposte scontatissime.

    Mi piacerebbe ogni tanto leggere interviste con domande del tipo
    “ogni quanto cammina fra le vigne?” o “frequenta la sua cantina spesso, confrontandosi con il cantiniere?” oppure “mi dica almeno dieci clienti che ha visitato recentemente”
    Le risposte possono essere fornite col sistema multiple choice, barrando una casella (ogni giorno, una volta al mese, quasi mai, mai)così da risparmiare il tempo dell’intervistato e lo stipendio del giornalista.

  7. @ Silvana, ti amo.
    Ci ho lavorato in quella Pirelli d’antan con la tenut di strada migliore del mondo, in particolare alla Pneumatici Clement che faceva tubolari per bici da corsa prima di esser venduta ai thailandesi e trasferirsi laggiu’. Ricordo di aver mandato delle gomme passate per le mie mani (ero addetto alla Qualita’) al marchese Ludovico Antinori, con le quali la squadra di dilettanti dei VV.FF. che sponsorizzava vinse un campionato del mondo, tanti anni fa. E della serie grandi tenute di grandi famiglie con un albero genealogico monumentale mi ricordo dei vini che allora erano davvero favolosi, per esempio il Chianti Castello di Nipozzano dei Frescobaldi e il Chianti Classico Santa Cristina degli Antinori, ma che non ci sono piu’. Il Nipozzano e’ diventato la pallida ombra di quel valoroso vino che sfidava il tempo, come sa chi ha bevuto il 1871 a 109 anni dalla data della sua vendemmia prima di imbarcarlo per New York by Gicinto Furlan, Pino Khail e Lucio Caputo. Fino agli inizi degli anni ’70 era quello che regalavo alle puerpere per rimettersi in sesto dopo il parto. Il Santa Cristina e’ diventato IGT con tanto di quel Merlot che gli esce perfino dalle orecchie, ma ricordo un 1966 da favola bevuto di finco al Duomo di Orvieto nel 1980 con Loris Scaffei. Di fronte a quei vini si trovava gia’ la débacle dello sputtanamento (allora sì, era tale) del Chianti e la conseguente chimera dei Supertuscan. Lo ripeto ancora oggi, se qualcuno di queste nobili famiglie volesse ancora ascoltarmi ed ascoltare con me la voce dei loro padri e nonni ed avi che tanto ci mancano: quelli erano vini che rendevano veramente in pratica le belle parole dette da Leonardo. Perche’ non li volete fare piu’ così i vostri gioielli? Sì, lo so che il mondo e’ cambiato, che i buyers pretendono chissa’ cosa, che i winewriters piu’ osannati e retribuiti hanno cambiato gusto e vogliono vini piacioni e ruffiani, che non si vive di sola gloria ma anche di fatturati, ma voi siete ricchi e ben rdicati nella Storia e potreste perlomeno difendere gli ori di famiglia costasse anche la vita, come i cavalieri della tavola rotonda del buon vino toscano. Mantenendo almeno uno o due vini che non mutino mai, nei secoli dei secoli, la cosiddetta bandiera “colonnella”. Senno’ che senso hanno quelle parole? Non vi fa male l’esservi tagliati da soli le radici, non fa male ai vostri figli ed alle vostre figlie, quindi anche a tutti i vostri posteri?
    Mi piacerebbe che Franco segnalasse questo thread all’interessato e al cognato, chissamai che possano rispondere a Silvana Biasutti ed a me, che ci siamo permessi di guardare indietro nel loro passato perche’ credevano tanto che sarebbe diventato il futuro migliore del vino del Chiantishire. E invece dobbiamo vivere, purtroppo, di ricordi.

  8. Tra l’altro il competitor principale di Frescobaldi, Antinori, pur facendo parte dello stesso mazzo di carte, sta ad anni luce avanti in termine di territorialita’. E con questo ho detto tutto.
    Certo i Monteraponi, gli Ormanni, i Le Cinciole, i pian delle querci…… Sono su un altro pianeta!!!

    Commercialmente, in Italia, se Frescobaldi non avesse la tenuta dell’ornellaia (ops, ex Antinori) avrebbe già chiuso. E ‘ noto infatti quello che l’enoteca o il ristorante devono accettare per avere Ornellaia o Masseto. Ma la colpa e’ di chi, borbottando, sottosta’ a certi dettami senza porre rifiuti.

  9. Sig. Ziliani, io invece conosco un altro detto: “Dimmi con chi stai e ti dirò chi sei”. Evidentemente il Marchese si è un po californizato da quando ha ceduto una parte dell’azienda ai Sig.ri Mondavi di Napa Valley.
    Sembra che al marchese di nobile sia rimasto solo il blasone purtroppo 🙂

  10. E chi glielo spiega poi a Silvana, che proprio un orgoglioso di quella bandiera vota, del resto come tutta la sua famiglia nessuno escluso a Busto Arsizio (e gia’ questo basterebbe) indovina per chi…
    I sentimenti sono piu’ forti della fede politica, il vino unisce e non divide.

  11. Eppure la nobiltà fiorentina la mi ricorda il Conte Lello Mascetti.
    Scherzo, sia chiaro.Operosi venditori, promotori, uomini d’affari pluricontinente con il lato fascinoso dell’Etruscany, che probabile c’entrino con il territorio quanto c’entro io con la messa della domenica.

  12. Chi qui sopra – ItalyRecipes@ – molto giustamente, annota “ma non era finita?”, mi dà modo di completare quello che ho scritto, cioè quello che sento.
    Sono d’accordo (molto) nel pensare che sia ora di mettere la parola ‘fine’ a quella vicenda del Brunello che non corrispondeva al “territorio”. E non sono nemmeno una che ha interesse a dire così pubblicamente ciò che pensa (vivo, abbastanza quietamente, a Montalcino), perché non sono autolesionista.
    Ma confesso che nelle ultime settimane ho molto ammirato DSK; di lui sappiamo tutti che è un porcellone, forse anche uno che in quel senso si allarga(va) un po’ troppo, e non mi sono mai stati simpatici quelli che si approfittano (o cercano di) delle donne, magari pensando di essere nella posizione di poterselo permettere impunemente, tuttavia sono diventata una sua ammiratrice.
    Perché?
    Perché da uomo fin troppo intelligente e molto navigato, qual è DSK – che ha sempre avuto a che fare con interlocutori suoi pari -, egli ha capito che oggi non si può più “fare finta che niente sia accaduto” (in nessun contesto), e dopo aver vissuto quello che sappiamo, ha “chiesto scusa ai francesi, la cui fiducia egli aveva tradito”(sono parole sue).
    Da quando è successo l’affaire Brunello, io vado scrivendo – a destra e a manca – che non è la prima volta che un’azienda o un gruppo fanno uno scivolone. E non è una tragedia, purché non si faccia finta di niente, pensando che i giornalisti, gli appassionati, il mercato ‘ristretto'(che fa opinione) dimentichino.
    Ora la questione è chiusa, ma per chiuderla davvero – da uomini di mondo, ma soprattutto da naviganti del mercato globale (e tutto il resto) – bisogna compiere un gesto formale e scusarsi, con tutti quelli con cui è opportuno (doveroso?) farlo.
    Scusarsi anche solo “per mero interesse” già aiuterebbe. Prima di tutto migliorerebbe il clima e i rapporti tra produttori, evitando che si scavino delle crepe profonde, in un momento in cui – non solo a Montalcino – è vitale creare coesione e sventolare alta la bandiera.

    • Scusarsi? Aspetta e spera Silvana. Determinate persone non si scuseranno mai. E continueranno a provare a far apparire chi sostiene, come te e me, queste evidenze, come dei fanatici e dei talebani. Se questo significa essere diverso da loro sono orgoglioso di esserlo

  13. Fra qualche ora qui’ a Mosca gioca l’Inter, lo stadio e’ a 5 minuti da casa mia; non sono un tifoso e non ho mai messo piede in uno stadio, ma se l’Inter vince ho invitato alcuni amici italiani a passare da me a bere del vino italiano, pero’ ho appena appreso che sono tutti milanisti. Sono in un dubbio: andare al supermarket sottocasa e comprare una bottiglia di Frescobaldi oppure oppure centellinare insieme un Rosso di Montalcino che regolarmente mi porto al ritorno dei miei viaggi in Italia?

    • Roberto che domanda!!!
      Siccome i suoi amici sono milanisti meriterebbero la prima soluzione che lei propone, soprattutto se l’andamento della partita non dovesse essere positivo per la Beneamata.
      Ma poiché sono buono – sarò forse innamorato? – non c’é altra soluzione ragionevole che stappare uno dei Rosso di Montalcino, mi auguro scelto bene, da lei portato dall’Italia.
      Ad ogni modo che vinca il migliore (l’Inter!)

  14. Silvana, possono anche scusarsi quelli che almeno un paio di vigne a sangiovese a Montalcino pure ce l’avrebbero. Ma quelli che su 27 ettari ne hanno 0 a sangiovese (il resto e’ tutt’altro) e hanno sollevato un vespaio a mo’ di gioco d’azzardo, comodo mettendo sul piatto le vigne degli degli altri, come faranno a scusarsi? Secondo me riapriranno presto la questione, bastera’ attendere il prossimo Benvenuto Brunello…

  15. Trattali bene i milanisti, moschella, servigli una gran bottiglia, da gran signore, senno’ s’incazza davvero il nostro indimenticabile avvocato, alpino, vicepresidente e che fa compagnia a Giacinto su in paradiso: lo sai, no, che si era fatto milanista un minuto prima di morire “così ne schiatta un altro”…

  16. Banfi a Montalcino ha 190 ettari di sangiovese e 600 di altro. Banfi, Frescobaldi, Antinori (che non fa Rosso) e Col d’Orcia possiedono quasi tutti gli ettari non-sangiovese di Montalcino, gli altri 240 brunellai tutti insieme hanno oltre l’80% del sangiovese (2.250 ettari) e in media più o meno un ettaro di altre uve a testa. E consideri che il presidente Rivella ha 27 ettari di altro e zero di sangiovese, per cui abbassa la media. Solo una manciata di produttori su 244 potrebbero utilizzare il taglio, e almeno la metà di loro non lo vogliono. O non ne possono fruire, non producendo Rosso. Nemmeno Rivella potrebbe trarne vantaggio, perché non ha neppure una vite di sangiovese.
    Capito adesso?

  17. No invece ce n’è almeno uno, Ziliani@, che scientemente alleva solo altri vitigni, perfettamente in regola, e non è nel consorzio, ovviamente; non ricodo il nome in questo momento, né il marchio, ma mi verrà in mente.

  18. Non capisco tutta questa contrarietà ai vitigni internazionali. La domanda sorge spontanea : ma i migliori vini di bordeaux e quindi del mondo non sono frutto di merlot, cabernet ecc. o sbaglio? Poi chiedo perché tutto questo astio e livore con la dinastia dei frescobaldi? Forse perché loro sono nobili e chi li critica no ?

    • che commento banale il suo! Ma cosa vuole che possa fregare a me di essere nobile nel 2011! Nessuna “invidia” nei confronti dei Marchesi F. (ci sono nobili, nel mondo del vino, che apprezzo tantissimo e che onorano veramente con i loro vini la verità e l’unicità delle terre dove operano), ma solo una legittima critica, senza alcun “astio e livore”, ma con ben poca simpatia, lo confesso, ai loro vini.
      Quanto ai vitigni internazionali: eccellenti a casa loro, a Bordeaux, in Borgogna, ecc: ma perché dobbiamo rendere casa nostra, la magnifica Toscana, una pallida imitazione dell’originale?

  19. I migliori vini del mondo ci sono in tutto il mondo e sul posto non temono confronti con nessuno. Esattamente come l’America, ce l’abbiamo in casa nostra e molti non sono nemmeno capaci di vederla, ma quando stanno per troppo tempo all’estero non vedono l’ora di tornare…
    Se lo lasci dire da chi ha bevuto sul posto, anche in altri Stati e non solo in Piemonte e Toscana, il meglio della produzione locale. A parte i guru, che scrivono le scale da 100 punti per proprio tornaconto, non trovera’ un wine writer che si rispetti che neghera’, sul posto, questa realta’. Non si ricorda la bruciante delusione dei Francesi durante la famosa degustazione alla cieca di Parigi nel 1976 con Warren Winiarski? Da allora, miti non ce ne sono piu’. Cerchiamo piuttosto di non buttare alle ortiche il buon lavoro fatto per secoli dalle grandi casate vinicole della Toscana, che hanno una responsabilita’ sociale mica da ridere e forse e’ proprio per questo che Franco ha postato questa discussione, mgari sperando in un loro intervento.

  20. Purtroppo non posso stappare l’unica bottiglia di Brunello riserva 1994 che mi e’ rimasta perche’ siamo in troppi e poi, il Rosso di Montalcinio fresco e di pronta beva, e’ certamente piu’ adatto per l’occasione. Pero’, grande sorpresa, uno della ciurma dei milanisti gentiluomini ha rivelato di avere la cantina piena di Rosso d’Orcia 2009. Questa sera saremo tutti da lui per finirlo e se non la si fa,si replica anche sabato sera estendendo gli inviti ad un interista di passaggio ( Ivano Marescotti ) che ieri sera abbiamo accompagnato all’ingresso dello stadio.

  21. certo che è proprio roba da perderci il sonno, io ho seguito il consiglio del grande franco e ho letto il bilancio….beh sicuramente in un mondo del vino dove tutti hanno sempre pensato solo a produrre e non a vendere questi dimostrano di saperlo fare nonostante gli ostacoli…. trovo peraltro grave che un Frescobaldi risponda Mormoreto come vino della memoria …suo fratello ferdinando avrebbe detto NIPOZZANO… provate a berlo senza condizionamenti, la più bella “beva” in assoluto . su tutte le altre seghe mentali che vi fate preferisco stendere un velo pietoso… il vino tipico toscano non si lasciava bere nemmeno dopo 10 anni, ovviamente sfidava il tempo ci volevano 30 anni perchè si euqilibrasse appena un pochino.. quando parlate di tradizione vi ricordo che a Montalcino nel 1973 c’erano meno di 200 ettari a Brunello, oggi sono 3.000 e nonostante la cronica volontaà di tafazzarsi degli italiani è e sarà la più bella doc italiana . e questo grazie al grande impulso che hanno dato proprio quelli che non vi garbano … amen

  22. Caro Ziliani,
    grazie mille infine di fare chiarezza su questa benedetta parola super abusata : TERROIR.
    Non certo si può tradurre in italiano con territorio; un mio amico francese mi dice che in terroir è espresso un concetto di nicchia pedoclimatica dove il terreno ed il clima danno dei frutti particolari. Invece a me sembra che in italiano la parola territorio sia più legata ad una area geografica fisica non realmente viva.
    In ambo i casi però l’uomo non fa parte del concetto terroir, come non ne fanno parte le tradizioni, ne le varietà di vite coltivate.
    A Bordeaux mi sembra che nell’ultimo secolo le varietà abbiano subito importanti cambiamenti con la scomparsa del Carmenere, o della Folle blanche dal Cognac; nell’ultimi anni nel Medoc il merlot ha guadagnato molti ettari e la muscadelle nel Sauterne è quasi scomparsa, senza per questo ledere in nessun modo il concetto di “ terroir” di queste denominazioni.

  23. Nella parola terroir direi invece che c’e, oltre a terreno e clima, anche il fattore umano che puo’ decidere di assecondare la natura oppure di stravolgere il suo corso.
    Come mi dicevano tempo fa Damjan Podversic e Stefano Novello (Ronco Severo) grandissimi produttori friulani, come puo’ l’uomo pensare di far meglio della natura?
    Credo che Frescobaldi sia bravo a vendere e a “confezionare” vino. Farlo e’ un’altra cosa imho.

  24. In un pomeriggio di “sfacinnamento” come si dice dalle mie parti, dopo anni, ritrovo “il franco tiratore” che tanto mi aveva appassionato. Scusate il ritardo!
    Concordo anch’io che sono stufo di sentire e leggere la parola “territorio” applicata al vino. Anche questa è una moda che spero sparirà o verrà identificata nel suo vero significato.
    Ora però vado al sodo: per favore mi volete indicare qualche etichetta, che magari potrei trovare a Palermo di un VERO sangiovese, come Franco dice si faceva e sicuramente ancora si fa.

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