Un bicchiere al profumo di Dante: un articolo capolavoro di Andrew Jefford

L’ho già segnalato, come un articolo francamente impeccabile, da sottoscrivere in toto, nell’uscita di questa settimana di WineWebNews, la news letter settimanale che curo per conto dell’A.I.S..
Voglio però che anche i lettori di Vino al vino possano godersi questa column capolavoro scritta da uno dei più autorevoli wine writer britannici, Andrew Jefford, contributing editor di The World of Fine Wine (a proposito è appena uscita l’issue 33, con i risultati della degustazione dei Brunello di Montalcino 2006, ne parleremo presto) e pubblicata sul suo wine blog ospitato nell’edizione on line della rivista britannica Decanter.
L’articolo, che potete leggere integralmente qui, è un’acuta riflessione che prende lo spunto dalla decisione dei produttori di Montalcino di non cambiare il disciplinare del Rosso di Montalcino, decisione cui Jefford plaude, e arriva a trattare di Chianti Classico confessando di non aver mai potuto capire e accettare la presenza di un 20% di uve straniere nell’uvaggio: “I still haven’t quite come to terms with the fact that something called Chianti Classico can contain up to 20 per cent Cabernet, Syrah, Merlot and so on.
This percentage was ratified almost a decade ago and the initial decision was taken in 1996, but it still strikes me as perhaps the most senseless legislative change I have ever seen in the wine world. I can’t look at a bottle of Chianti without feeling a little deflated, and quickly spinning it in hope that the back label will tell me whether or not it’s made from Tuscan varieties alone. (Disclosing the blend, alas, is not obligatory.)”.
Un cambio di disciplinare che definisce tra i più “insensati” di cui abbia sentito parlare nel mondo del vino. Al che mi chiedo quale aggettivi avrebbe saputo trovare per un cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino. O del Brunello…
Proseguendo nel proprio articolo, Jefford definisce argomenti da “logica industriale” quelli secondo i quali al Sangiovese andavano aggiunte alter uve perché “The arguments sketched out for the Rosso di Montalcino changes were telling. Sangiovese, we hear, is a difficult grape; it doesn’t grow well in every site in Montalcino; the wines would be ‘better’, ‘softer’, more consistent and less susceptible to vintage variations with a posse of other varieties reinforcing it”.
Per lui “these are the arguments of the accountant, of the academic oenologist, of the blender, of the brand marketer; their logic is industrial rather than agricultural, and I was surprised that so many distinguished figures in the Italian wine community were ready to make them”.
Se il Sangiovese fosse “inadequate”, inadatto, “why hasn’t DOC Sant’Antimo already eclipsed Rosso di Montalcino?”, perché la Doc Sant’Antimo non ha cancellato la Doc Rosso di Montalcino?
Secondo lui “Could it be because the consumers of Rosso di Montalcino (like the consumers of most red burgundy) actually relish its singularities, its difficulties, its inconsistencies, and are more than happy to put up with them in return for the highly inflected pleasures which only Sangiovese grown in this place on earth can provide?”.

E poi fa tante altre giuste osservazioni, con un finale di articolo, riservato alle impressioni che ha avuto nel corso del tasting di Brunello 2006 di The World of Fine Wine cui ha partecipato, con descrittori che gli appaiono strani per un Brunello giovane (ma anche per un genuino Chianti) e rispetto a quello che si aspetta di trovare in un vero Brunello o Chianti classico.
Scrive Jefford: “Subtle, refined, reserved, understated, intricate, austere, craggy, bitter-edged, acidic, authoritative, sober, senseless without food: these are some of the descriptors I jotted during a recent Brunello tasting. Many if not all of them apply to Brunello’s younger sibling, and indeed to genuinely classical Chianti.
Does any of this sound like Merlot? Does any of these adjectives remind you of Syrah? I don’t think so. If I want a well-balanced, pleasant, consistent and internationally acceptable wine from Tuscany, I’ll buy an IGT wine. But I don’t. I want a glass that tastes like Dante, Machiavelli and a Savonarola sermon. Only Sangiovese can do that. The challenge to Rosso di Montalcino is over. Let’s hope the producers of Chianti Classico have been listening – and now decide to take a look at their own muddle-brained rule book”. Temo resterà un’utopia il suo augurio che i produttori di Chianti Classico decidano di rivedere il loro disciplinare e tornare al solo Sangiovese per i loro vini, perché, dice “voglio un bicchiere che profumi e sappia di Dante, Machiavelli e come un sermone di Savonarola (morto a Firenze ma nato a Ferrara)”.
uesto perché, sostiene, “solo il Sangiovese può fare questo”… Ovviamente, con queste idee e nonostante un simile curriculum prestigioso, non aspettatevi che il Premio Speciale Consorzio del Brunello assegnato all’interno del Premio Casato Prime Donne, vada ad un wine writer del genere.
Meglio premiare, come hanno fatto quest’anno, un giornalista belga, “un chimico, docente universitario in pensione. Oltre a scuotere beute ha scritto in un giornaletto locale mai sentito, ha pubblicato un libro sulla birra e un’altro di ricette (mai tradotti) e ha condotto per dieci anni una rubrica di cucina in tv”.
Un “esperto” di Brunello, secondo l’ineffabile parere del Consorzio

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13 pensieri su “Un bicchiere al profumo di Dante: un articolo capolavoro di Andrew Jefford

  1. Non dico che non potrebbe essere una buona idea, anzi lo è, ma un Chianti Classico di solo Sangiovese è un’invenzione più recente rispetto ad un vino frutto di un assemblaggio di uve diverse, contenente anche una dose anche di Cabernet o Merlot. Invitare i produttori di Chianti a “TORNARE al solo Sangiovese per i loro vini”pertanto è qualcosa di errato, così per la cronaca…

    • capzioso Cristiano! E’ vero che nella storia del Chianti classico la possibilità di usare solo Sangiovese é più recente rispetto alla formula dell’uvaggio, ma sono certo che Jefford si riferisse al fatto di eliminare non Canaiolo e altre uve toscane, ma quelle franciose!

  2. Interessante la web wine news, di cui ero già “abbonato”. Ma perchè ora a casa l’AIS manda la rivista trimensile Bibenda (alias AIS Roma) al posto del bimensile nazionale DeVinis?
    Cordiali saluti

  3. Salve signor Ziliani, vedevo questo articolo e la risposta al signor Castagno e mi son chiesto come mai in questo caso non ha fatto una battaglia contro il signor Jefford per aver proposto di cambiare in modo tanto radicale il disciplinare del Chianti.

    I premi della sezione giornalistica del premio Prime Donne sono riferiti ad articoli, o servizi pubblicati, o trasmessi entro il 15 giugno e sono riferiti al singolo articolo quindi articoli come quello in questione pubblicati il 12 settembre non potevano essere in concorso.

    • Ignazio, detto con tutta la simpatia possibile, ma lei ci é o ci fa? Battaglia contro l’articolo di Jefford? Ma siamo fuori? Io sono totalmente d’accordo con quanto ha scritto.
      Poi capisco il suo legame con la sua futura suocera, ma se non coglie l’ironia in quello che ho scritto nel finale del mio post, sono problemi suoi, non miei… 🙂

  4. Forse ci sono forse ci faccio chi può saperlo 🙂

    Prendo atto che concorda con il signor Jefford, ma a me sembra che la storia del Chianti sia la storia di un vino non monovitigno (concordo sul volerlo con vitigni autoctoni e non alloctoni) però 100% Sangiovese è la storia di Montalcino non quella del Chianti e questa cosa credo di poterla dire senza possibilità alcuna di essere smentito.

    Sul fatto del premio le volevo solo dare delle informazioni corrette perchè alla fin fine se scrive cose errate son problemi suoi mica miei 🙂

    Buon lavoro

  5. Ignazio, se e’ per questo, come lei sapra’ senz’altro, allora la storia del Chianti e’ legata principalmente all’antico suo metodo di produzione, chiamato “governo”, ben descritto in tutti i libri di enologia… ma che nessuno, dico nessuno, applica ancora. Veda di non arrampicarsi sullo specchio del Chianti, se non e’ una mosca.

  6. Mi sembra che qui si vada un po’ per rane, come si dice a Milano. Così facendo sprecate il senso di quanto ha scritto Jefford, che forse è anche la ragione per cui Ziliani ha recensito l’articolo.

    Il cuore di quello che ha scritto questo signore sta in una frase – che non ha niente di moralistico né contiene chiose critiche, semmai un appello accorato – “voglio un bicchiere che profumi e sappia di Dante …”.
    Questa è la reason why del made in Italy (chiedo scusa per l’anglo, ma è lessico pubblicitario).

    Chiunque trovi il tempo per leggere qualche ricerca non autarchica (o costruita per avallare qualche disegno sui generis)- o scelga di farlo scendendo un momento dal grande fratello di turno – dovrebbe sapere che l’immaginario relativo all’Italia affonda le sue radici nella nostra cultura e nei nostri paesaggi.
    Cultura e paesaggi che ci hanno forgiati rendendoci capaci di artigianati e creatività straordinari, che si concretizzano in prodotti altrettanto suggestivi.
    E ogni volta che qualche stupido mente – sapendo di mentire – a questo proposito, tradisce questo immaginario.
    E’ un po’ come la delusione amorosa: qualcosa che non passa con un bicchiere di merlot qualsiasi.
    Il tradimento genera diffidenza, la diffidenza genera sfiducia, la sfiducia frena i mercati.
    E noi invece abbiamo tra le mani tutto quello che ci serve ad andare avanti, a ottenere la famigerata “crescita”, ma pare che alcuni di noi siano un po’ tardi e non l’abbiano ancora capito.
    Quello che mi interessa è rimarcare che, comunque, comportandosi come suggerisce il sunnominato Andrew Jefford non si diventa ricchi di botto, e nemmeno facilmente.
    I nostri prodotti migliori appartengono a un comparto che io chiamo “lusso faticato”, cioè un risultato a cui si perviene lavorando MOLTO e lavorando BENE, senza scorciatoie. Però è qualcosa che poi crea “reputazione” (un valore inestimabile di questi tempi), qualcosa che dura nel tempo, oltre le mode. Qualcosa che ha il sapore del futuro.

  7. Grazie Franco per averci mostrato qualcosa di Andrew Jefford, un wine writer che ama e capisce il Sangiovese e ha una prosa cristallina comprensibile a tutti.

    Jefford scrisse un articolo memorabile su Decanter nel 2005, proprio a difesa del Chianti e del concetto di austerità, partendo da una frase derogativa un suo collega americano che più o meno faceva così “dire di un vino che é austero, vuol dire trovargli una giustificazione perché non si riesce a berlo”.
    Peccato che abbia perso il testo integrale di quell’articolo.

  8. Nutro il massimo rispetto per Jefford, che conosco da quando inizio’ a interessarsi di vini in Inghilterra: mi permetto dire che la facolta’ di affiancare altri vitigni al Sangiovese non e’ altro che una fase evolutiva di questo nostro vino, sicuramente preferibile aggiungere vitigni rossi (anche alloctoni) invece dei bianchi come in passato ? Non mi risulta che sia precluso l’uso esclusivo del Sangiovese nella vinificazione, per chi lo preferisca (ma accetto correzioni su questo punto); in una zona vasta e con tanti produttori come il Chianti le possibilita’ sono infinite. From a personal experience of tasting Chianti in a professional capacity since the late 60s, I can assure Andrew et al that the overall quality of Chianti has increased enormously in the past 20-30 years and I have little nostalgia for the tired, astringent,lean, palish wines of yesteryear (con pochissime eccezioni).

    • Ringrazio Luciana Lynch, dal curriculum strepitoso “During her 35 years in the Wine Trade, Luciana Lynch held senior positions with leading UK companies such as Hedges & Butler, Findlater Matta, Remy Associés and Enotria, before setting up her own business and consultancy in the late eighties. Her entire career saw her engaged in selling and sourcing wines, especially from Italy. Luciana also played a significant part as an educator. Although now retired, Luciana is still regarded as one of the country’s most knowledgeable authorities on Italian wines”, per il suo intervento su questo blog e per il suo commento.
      Concordo anch’io sul fatto che la qualità dei Chianti (classico e non) di oggi sia migliorata rispetto a 20-30 anni fa, ma credo che Jefford sia a sua volta d’accordo. Solo che vorrebbe Chianti dal profumo di Dante, non simil Super Tuscan o vini toscani dallo strascicato accento bordolese…

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