A proposito di una tripla verticale dei vini di Armand Rousseau su Bibenda n°38

Devo fare i complimenti, forse lui non li gradirà ma sono sinceri, al collega Daniele Cernilli (e all’amico Franco Ricci deus ex machina di A.I.S. Roma e della rivista che ne é espressione) per un suo ottimo articolo, “Armand Rousseau. Verticale tripla”, pubblicato sull’ultimo numero, il 38, della sempre seducente Bibenda.
Un numero, leggete qui il sommario, scintillante di ottimi contributi, da quello di Giovanni Ascione sul “Cuore antico della Spagna” a quelli firmato Fabio Gallo e Alessandro Brizi sul Roero alla “scoperta dell’identità”.
Da quello di Roberto Bellini, per la serie Importatori di Champagne, dedicato al Teatro del Vino, a quello, strepitoso, come sempre da standing ovation, del caro amico Armando Castagno su Terlano, liquida macchina del tempo.
Ma torniamo a Cernilli, e all’articolo dove racconta, commenta, chiosa da par suo, distillando esempi della sua conoscenza dei vini, anche di quelli francesi, le mirabilie regalate rispettivamente dalle annate 1996, 1999, 2001, 2002, 2004, 2005, 2006  e 2007 degli Chambertin, Gevrey-Chambertin Clos Saint Jacques e Chambertin Clos de Beze di Armand Rousseau.
Un mito e una leggenda borgognona che ricordo di aver visitato, con una sorprendente degustazione di vini presi direttamente dalle barrique in compagnia di Andreas März e di un collega danese, anni orsono.
Nella parte introduttiva alla sua degustazione Cernilli ricorda che “tutti i vini sono ottenuti, come è ovvio, da Pinot noir, ma va ricordato che per i disciplinari delle varie AOC della Côte de Nuits, è ammesso fino al 15% di uve diverse, a patto che siano da vitigni tradizionalmente presenti in vigna.
Il che vuol dire che se qualche grappolo di Chardonnay o di Gamay o di Pinot gris va a finire nel blend, questo non costituisce uno scandalo. A patto che quelle uve derivino da viti coltivate da sempre nei vigneti di proprietà.
Una lezione di laicismo e di buon senso, visto che, una settimana dopo la vendemmia, percorrendo in modo clandestino il vigneto de La Tache a Vosne Romanée, ho raccolto con le mie mani diverse femminelle di Chardonnay e di Aligoté, che dimostravano come alcune viti di quelle varietà erano presenti tra le migliaia di Pinot noir”.
Sono totalmente d’accordo con Cernilli. Anzi, sottoscrivo. Anche in Italia ci vorrebbe un po’ di quel “laicismo” e di quel “buon senso” di cui danno prova con grande saggezza in terra borgognona.
Se ci fosse stata quella ragionevolezza anche in Italia, ad esempio a Montalcino, nessuno si sarebbe sognato di andare a rompere le scatole, in piena Brunellopoli, a qualche “mostro sacro” del Brunello, tenace sostenitore della formula Brunello = Sangiovese (di Montalcino ovviamente), accusato di trovarsi in vigna, accanto al Sangiovese, anche qualche vite di vecchio Canaiolo, che si trovò costretto ad espiantare per non corrispondenza al disciplinare che parla di Sangiovese in purezza.
“Monumento” colpevolizzato manco avesse avuto tra i filari, invece di qualche vite di “vitigni tradizionalmente presenti in vigna”, di viti “coltivate da sempre nei vigneti di proprietà”, chissà quale altro vitigno, impiantato in tempi più recenti e non rappresentativo in alcun modo della storia e dell’identità viticola di quel territorio.
Per fortuna, di quel buon senso però, imperniato di laicismo e immune da qualsiasi forma di integralismo, dette poi prova la Procura di Siena, che nel quadro dell’inchiesta sui vini non conformi al disciplinare del Brunello considerò la posizione di quel produttore in maniera sostanzialmente diversa da quella di altre aziende coinvolte.
Hanno ragione in Francia a non essere inutilmente capziosi per “qualche grappolo di Chardonnay o di Gamay o di Pinot gris” e ha ragione nel plaudire al buon senso francese Cernilli, che in altra occasione aveva sostenuto che “il concetto di tipicità del sangiovese grosso” è un’affermazione che contiene una serie di errori.
Intanto il “sangiovese grosso” è un’araba fenice. A Montalcino esistono decine di cloni diversi di sangiovese, il “sangiovese grosso” è un modo di dire. Secondo, se un vitigno ha anche 100 sottovarietà, così sostiene il professor Attilio Scienza”.
Ovviamente sottovarietà sempre della famiglia del Sangiovese, non di altre famiglie magari da secoli emigrate in terra francese o addirittura originarie di lì…

 

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59 pensieri su “A proposito di una tripla verticale dei vini di Armand Rousseau su Bibenda n°38

  1. Anche molti (se non tutti) i celeberrimi formaggi francesi a denominazione protetta ammettono una percentuale di latte in polvere, con il permesso dell’UE senza indicarne nemmeno la provenienza), mentre ai nostri l’abbiamo proibita. Loro hanno i loro scheletri negli armadi, perche’ a loro sta bene così, liberi di fare in casa loro cio’ che credono meglio. E infatti a casa mia di vini e di formaggi francesi (escluso l’ottava meraviglia del mondo, cioe’ lo Champagne) non ne circolano piu’ da un bel pezzo.
    Dobbiamo buttarci nel pozzo anche noi soltanto perche’ ci si e’ gia’ buttato qualcun altro? Sarebbe questa la morale (o meglio: l’amorale)?

  2. Invece, nella Valpolicella (per esempio) e’ sempre piu’ difficile trovare un’ grappolo di Molinara o Garganega in tanti vigneti…

  3. Scusi, ma ogni quanto sono le newsletter dell’A.I.S.? Io mi sono iscritto circa una settimana fa ma non ho ancora ricevuto nulla…ho sbagliato qualcosa?

  4. Ziliani che parla bene, quasi con rispetto, di Cernilli é la piccola “notizia” del giorno. Cosa é successo per spiegare questa svolta a 360 gradi?
    Io ricordo che per Cernilli ai tempi di WineReport e dopo lei aveva coniato un “simpatico” soprannome,che non dimostrava proprio tanta considerazione per il suo collega….
    Ci può spiegare?

    • non c’é nulla da spiegare e da “rivelare”. Mi sono semplicemente trovato totalmente d’accordo e ho voluto dirlo, in un articolo che elogia l’ultimo numero di Bibenda ed i suoi contenuti davvero notevoli, con quanto Daniele Cernilli ha scritto in quell’eccellente articolo, cronaca di una degustazione che gli ho francamente invidiato.
      E pensando a Montalcino e a Brunellopoli ho pensato che un po’ di laicismo e buon senso, utile per tollerare e capire le ragioni della presenza di qualche vite di Canaiolo presente, senza nessun intento truffaldino, in un grande vigneto di Sangiovese, sarebbe stata ottima cosa.
      Tutto qui

    • se la mette nel Langhe Nebbiolo nessun sacrilegio, il disciplinare lo consente…
      Se la mette nel Barolo il discorso é diverso, perché se anche lo spirito laico e il buon senso suggerirebbero, come in Bourgogne, un po’ di tolleranza per eventuali “digressioni”, c’é un disciplinare da rispettare, che dice che si può usare solo Nebbiolo e non altro.
      E siccome io voglio credere nello spirito delle leggi e rispettarle, credo che per mettere legalmente anche un po’ di Barbera nel Barolo (e Barbaresco) si debba prima cambiare il disciplinare di produzione.
      Poi, intendiamoci, non mi inca..o se qualcuno, rifacendosi a vecchi usi e costumi (sempre favoleggiati e raccontati un po’ in maniera carbonara anche dai migliori produttori), ci mette un pizzico (ma proprio un pizzico) di Barbera, per dare colore soprattutto.
      Ma mi girano le scatole, si é visto anche nel caso di Brunellopoli, se qualche furbetto del vigneto e della cantina, invece di un po’ di Barbera ci mette proditoriamente altre uve, che parlano francese, non langhetto.
      Libero di farlo, ma prenda l’esempio dal tuo idolo di Barbaresco: chiami il vino Langhe Nebbiolo, non Barolo o Barbaresco…
      Chiaro Luciano?

  5. Mah, non mi convinci, anzi. Da anni combatti una acerrima battaglia “contro” il Giove Tonante dell’Enologia Italiana per aver preso la decisione di uscire dal disciplinare del Barolo, per poter mettere un saldo di barbera che lui reputa necessario, dopo aver proposto (ed esser stato sconfitto) di cambiarne il disciplinare, ed oggi scrivi che “non mi inca..o se qualcuno, rifacendosi a vecchi usi e costumi (sempre favoleggiati e raccontati un po’ in maniera carbonara anche dai migliori produttori), ci mette un pizzico (ma proprio un pizzico) di Barbera, per dare colore soprattutto.”
    .
    Franco, davvero, trovo questo tuo cambio di di direzione veramente stupefacente. Scopro ora che saresti tollerante nel vedere utilizzata la barbera nel barolo, ma solo una spruzzata. E quanto sarebbe questa spruzzata ? 1, 2, 5 % ?
    .
    Ciao

    • Luciano caro, me ne farò una ragione se non ti convinco. Io ho parlato chiaramente e ho spiegato, se tu non vuoi capire, che ci posso fare? “Amici” come prima… 🙂
      Ho detto che per accettare quell’aggiunta devono cambiare i disciplinari.
      Se non cambiano dico che le leggi vanno rispettate. Anche se mi guardo bene dal mettere sullo stesso piano chi aggiunge al Barbaresco e al Barolo un pizzico di piemontesissima uva Barbera (quanto non sta a me indicarlo, non faccio l’enologo consulente) e chi invece, com’é accaduto anni fa, l’aveva denunciato anche Veronelli, ci metteva dentro del Merlot o del Cabernet.
      Dal punto di vista legale entrambi, con disciplinare Nebbiolo 100%, non sono conformi: dal punto di vista “morale” sono colpe sostanzialmente diverse…
      p.s. sei davvero sicuro che all’epoca il tuo idolo volesse cambiare il disciplinare del Barbaresco solo per aggiungere un tot di Barbera?

    • quello che dici é perfetto, ma per il Langhe Nebbiolo, dove VOLENDO Gaja o chiunque usa questa denominazione può aggiungere sino ad un 15% di altre uve rosse autorizzate. Che possono essere Barbera o Dolcetto, ma ANCHE uve bordolesi.
      Il mio scetticismo era circa le uve che Gaja intendeva autorizzare, all’epoca, quando prima di uscire con i suoi prestigiosi crus di Barbaresco dalla denominazione Barbaresco, fu il principale promotore di un referendum con il quale si intendeva rompere con la formula Nebbiolo 100%. Referendum che diede un responso chiarissimo e contrario agli auspici di Gaja. Che dopo pochi mesi decise di declassare a Langhe Nebbiolo i vari Sorì Tildin, Costa Russi e Sorì San Lorenzo.

  6. Non dico da dove ho preso questo pezzo, ma lo metto su piatto: “Giuseppe dà sempre al suo Barolo corposità e acidità con un processo chiamato ripasso; nel mosto appena pigiato macerano le vinacce di barbera della stessa annata. Di questa pratica, universalmente applicata nei tempi passati e sicuramente anche oggi, nessuno ne parla, eppure si è sempre usata, dice Giuseppe”. Secondo me non si puo’ parlare di “aggiunta” o di “percentuale”. E se e’ vero che si e’ sempre fatto così, l’eventuale proibizione anche attraverso la legge sarebbe un sopruso nei confronti della tradizione. Quando la legge e’ sbagliata, o superata, si cambia. Socrate invece ha preferito la cicuta. Filosofo sì, ma che amava di piu’ le sacre tavole dei parrucconi togati che non la vita alla quale pur dovrebbero servire, altrimenti sono soltanto fini a se stesse. Un gesto giustificabile soltanto nel Pese della Retsina, non certo in quello del Barolo…

  7. Quoto Ziliani su quest’ultimo punto e con una certa convinzione. Ha mai parlato lei, Luciano “Vignadelmar”, con gli ex consulenti del Giove Sfibrante dell’Enologia Italiana? Se la sentirebbe di scommettere del denaro o delle bottiglie sulla presenza solo di Barbera o altri vitigni autoctoni nei vigneti del Giove Ingombrante? Io sono a disposizione quando lei desidera. Su altre cose la seguo e l’apprezzo. Cari Saluti. Vincenzo.

    • registro e pubblico il commento di tale “Vincenzo Geminiani”, lasciando a lui l’esclusiva responsabilità di quanto sembrerebbe dire tra le righe…
      p.s.
      Prendo atto che forse il signore in oggetto non esiste, perché una e-mail che ho inviato, per controllare, perché non si sa mai…, all’indirizzo e-mail che ha fornito, mi é tornata indietro perché “Recipient address rejected: User unknown”.
      Come non sopporto queste cose!

  8. In quanto al verbo “declassare” pero’ non mi trovo molto d’accordo.
    Basta confrontare sul catalogo del medesimo buyer i prezzi a parita’ d’annata dei Sorì Tildin e dei Barbaresco di Angelo Gaja, per esempio:
    http://www.trovaprezzi.it/prezzo_vini_sori_tildin_angelo_gaja.aspx
    http://www.trovaprezzi.it/categoria.aspx?libera=barbaresco+angelo+gaja&id=100&prezzoMin=&prezzoMax=
    Mi sembra che il prezzo faccia capire molto bene che non si puo’ prlare di “declassare”, visto che costano molto di piu’ i Langhe Nebbiolo che non i Barbaresco della stessa cantina, a parita’ di annata.
    In quanto a Geminiani, ha ragione. Avevo gia’ indicato anch’io che per quell’antico metodo tradizionale non si poteva parlare di “aggiunte” o di “percentuali” e ad ammetterlo nel 2005 e’ stato un Giuseppe molto tradizionalista e non certo Angelo Gaja.

    • Mario, il fattore prezzo – sul quale concordo con te conoscendo molto bene, anche se non come Vignadelmar che li acquista e li propone ai suoi clienti, le valutazioni importanti degli ex cru di Barbaresco di Gaja non conta. Tecnicamente la scelta di declassare una prestigiosa Docg ad una meno prestigiosa e blasonata Doc equivale ad un declassamento. Anche se poi i prezzi di Sorì, ecc, sono da super cru classé.. 🙂
      Quanto al Signor Geminiani, prima commenti inviando una mail con indirizzo reale e non fasullo e poi, eventualmente, potremo prendere in seria considerazione quello cui allude… 🙁

  9. Oh, bella! In ogni caso la mia e-mail (ma anche quella di Wojtek che ha raccolto quell’intervista), forse le conosci anche a memoria…. 🙂

    • una doverosa correzione il signor Vincenzo Geminiani esiste realmente. Mi ha scritto da un altro indirizzo e-mail realmente esistente informandomi di aver erroneamente fornito quello vecchio oggi non più in funzione.
      Ribadisco che lascio a lui l’esclusiva responsabilità di quanto sembrerebbe dire tra le righe, anche se mi assicura che non aveva “alcun intento denigratorio”.

  10. Franco, mi spiace, ma a me piacciono di piu’ certi Rosso di Montalcino che non gran parte dei Brunello di Montalcino, e non sono l’unico. Declasserei a Brunello tanti Rossi…
    E anche con il Nebbiolo farei così, per i miei gusti personali. Declasserei gran parte dei Barbaresco per certi Langhe Nebbiolo.
    De gustibus… 🙂

  11. Non avrei capito, inoltre la definizione di prestigiosa Docg rispetto ad una meno prestigiosa e blasonata Doc. Se ci riferissimo al Chianti Classico DOCG ed al Sassicaia DOC mi sa che forse mi capiresti meglio. E poi chi e’ che da’ i blasoni ed i prestigi se non il mercato, cioe’ la legge della domanda e dell’offerta, cioe’ il prezzo che ne e’ il risultato?

    • eh no caro! Anche se il Comitato nazionale vini Doc, come dicevo stamattina al telefono ad un produttore amico che ne fa parte, sta mandando “a remengo” la differenza tra Docg e Doc, autorizzando una sequenza incredibile di Docg a vini dalla storicità e dalla nobilitate tutta da dimostrare e dando vita ad un’inflazione di Docg, c’é una bella e grande differenza, ancora oggi, tra una bella sfilza di Docg, decretate con lo spirito e l’equilibrio, ed il buon senso, d’antan, e tante Doc di recente storia. Compresa quella assegnata, ad personam, al vino del marchese Incisa della Rocchetta

  12. Infatti “c’é una bella e grande differenza, ancora oggi, tra una bella sfilza di Docg, decretate con lo spirito e l’equilibrio, ed il buon senso, d’antan, e tante Doc di recente storia. Compresa quella assegnata, ad personam, al vino del marchese Incisa della Rocchetta”.
    Basti pensare infatti a un Chianti DOCG Petremura a 1,59 Euro al Supermercato per capire qunto sia molto piu’ prestigiosa quella DOCG rispetto alla recente DOC di quell’ad personam appena citato. Non e’ solo il Comitato a mandare a “Remengo” le Docg, ma e’ proprio il sistema Docg e Doc a crearmi non pochi dubbi e a farmi andare sul sicuro scegliendo i vini per produttori piuttosto che per denominazioni. Gaja puo’ fare anche un Vino da Tavola o un IGT e stai pur certo che sara’ centomila volte meglio di tanti blasonati e prestigiosi (si fa per dire) Chianti.

  13. Ma il Cernilli in questione, è sempre quello che quando era al Gambero era ” amorevolmente ” chiamato da lei ” Il Robert Parker der Tufello ” ? Come mai questa svolta a 360 gradi sig. Ziliani, non sarà mica perchè anche il Cernilli nostrano è approdato in casa Ais, con la quale anche Lei intrattiene rapporti economici ?
    Ci dica sig. Ziliani, ci spieghi questo suoi repentini cambi di opinione e di comportamenti, noi poveri lettori a volte facciamo molta fatica a capirli. Badi bene che in tanti fanno questi pensieri sottovoce, ma poi o non vogliono perdere tempo o non hanno il coraggio di sbatterle in faccia questi suoi altalenanti e poco coerenti atteggiamenti.

    • franco, mi sembra che lei sia, come dicono a Roma, “de coccio”.
      Nessuna “svolta a 360 gradi”, nessun “repentino cambio di opinione di comportamento”.
      La persona in oggetto é sempre la persona con cui in passato ho polemizzato. Non sono improvvisamente e disinvoltamente diventato amico del dottor Cernilli, né sto cercando di conquistare la sua simpatia o benevolenza. Ho letto quell’articolo su Bibenda e mi sono sentito, essendo intellettualmente onesto e libero, di fare i complimenti (cosa che ho già fatto in passato con altre persone oggetto di mie critiche, Gaja compreso) a Cernilli per quanto diceva in quell’articolo. Tutto lì. Ma per lei é sufficiente per provare a farmi passare come voltagabbana o opportunista…
      Ci sono abituato e francamente me ne frego.
      p.s.
      non “intrattengo rapporti economici” con A.I.S. : ne sono collaboratore, a livello nazionale, da anni, dall’epoca in cui il dottore Cernilli lavorava ancora al Gambero rosso editore.

    • voglio solo informare, ad uso e consumo di tutti, anche di eventuali farneticatori, che chiunque può sottoscrivere le news letter A.I.S. e riceverle regolarmente.
      Basta inserire il proprio indirizzo e-mail e cliccare sul link di attivazione che si riceve al proprio indirizzo di posta elettronica.
      Se si fa così si viene automaticamente inseriti nella mailing. E’ un sistema informatico che fa questo e nessuno, tantomeno il sottoscritto, ha il potere di cancellare e annullare l’adesione di chiunque abbia liberamente scelto di abbonarsi alle news letter. Questo per la precisione.

  14. Mi attengo al tema, hai perfettamente ragione. Infatti sono stato il primo a commentare, in tema. Gli altri a casa loro ci mettano pure le bustine Vichy nel loro vino, oltre ai mosti provenienti dal nostro Meridione come hanno fatto e continuano imperterriti a fare. Sono fatti così da secoli, i loro vini, hanno sviluppato la loro enologia delle piccole aggiunte che va bene, appunto, per i loro vini. Perche’ mai noi dovremmo adottare lo stesso criterio? Ci copiano tutto da sempre, ultimamente ci taroccano pure i migliori prodotti nazionali e guarda caso soltanto proprio nel vino dovremmo noi abbassarci a copiare dagli altri?

  15. invito tutti a ricorrere a quel “laicismo e buon senso” elogiati da Cernilli e in questo post di Ziliani.
    E’ troppo difficile pensare, senza cadere in dietrologie e processi alle intenzioni, che il padrone di casa di questo blog abbia semplicemente voluto dire, e pubblicamente, che questa volta era d’accordo con l’ex direttore del Gambero rosso?
    Bisogna tirare per forza in ballo – ma che palle!!! – accuse di incoerenza, di opportunismo e di spirito da voltagabbana?
    Due che non vanno d’accordo e hanno polemizzato devono per forza continuare a farlo ed essere sempre e comunque in disaccordo? E uno che ha spesso criticato una persona deve trovarsi costretto a farlo sempre e comunque e tenersi per sé che una volta con quella persona si trova d’accordo?
    Questa é l’Italia, un po’ provinciale, giacobina, da eterne disfide tra guelfi e ghibellini, di oggi! Che pena!

  16. Cielo! Ma è possibile mai che quando tu assaggi un vino di Banfi che trovi buono e lo dichiari paro paro su VaV, la gente si senta autorizzata a pensare che tu abbia preso la ‘stecca’ dai signori di Banfi; e poi quando ti trovi d’accordo con “un certo Cernilli” che autrefois hai stigmatizzato (perché scriveva cose poco condivisibili – nb. piace il mio uso dello understatement? -), i tuoi “fedeli” lettori subito pensino che tu soffra di delirium qualcosa…?

    Siamo così abituati alla mercificazione di tutto, da non riuscire a immaginare che un signore esprima – gratis – le proprie opinioni.
    “c’è del marcio in Danimarca”, d’accordo, ma qui siamo in Italia, paese ialino.

  17. Conviene leggere direttamente i disciplinari parafrasati da Cernilli: quello che interessa a noi, risalente al 1930, recita “L’usage local d’incorporer dans les vignes destinées à produire les vins à appellation contrôlée : Romanée-Conti, (…), La Tâche un certain nombre de plants blancs: pinot blanc ou gris et chardonnay, dont le pourcentage peut s’élever à 15 % au maximum, reste autorisé”.
    Come è evidente, si tratta della tutela di una tradizione locale e del prezioso patrimonio di “vieilles vignes” che ne erano figlie, con una percentuale che nei fatti la storia si è incaricata di rendere obsoleta, dato che veri esperti sulla zona parlano di percentuali effettive di molto inferiori quando non nulle.
    Da noi oggi il vago buonsenso che Cernilli invoca servirebbe invece a coprire percentuali effettive assai maggiori di uve che nulla hanno a che fare con l’uso locale (tipo il Merlot a Montalcino, per essere chiari). Così, per esempio, anche chi è stato preso con le mani nella marmellata a violare il disciplinare del Brunello di Montalcino e ha scelto di patteggiare potrebbe sostenere di essere stato solamente uno che ha anticipato i tempi.

  18. No cara signora Silvana e cara signora Giuliana, io non so chi voi siate ma mi viene il dubbio che ” possiate ” essere delle produttrici di vino o sbaglio ? Al di la della vostra attività, quello che non ho apprezzato è il cambiamento ,da oltre un anno, che ho notato negli scritti e commenti del dott. Ziliani. Ovvero da quando è diventato ” collega ” del dott. Cernilli ” ex Robert Parker der Tufello ” con tutte le insolenze ancora documentate in internet, il sig. Ziliani non lo ha piu’ nominato se non in rare occasioni , come questa, non perdendo l’occasione di incensarlo. Se voi non vedete un cambiamento di rotta vi consiglio un bel paio di lenti di ingrandimento. Personalmente quando manifesto pubblicamente giudizi negativi su certe persone per anni, poi mi diventa difficile lodare e vezzeggiare.
    Ma io non sono un produttore e quindi le cose le vedo con piu’ libertà di espressione e maggior distacco di quanto non possiate fare voi, care signore.

    • lo ribadisco “franco”: lei é proprio “de coccio” e capisce quello che vuole capire.
      Mi dimostri dove io, fatta eccezione per questo articolo, dove mi sono limitato a dire che sono d’accordo con lui, io “non abbia perso occasione di incensare” il dottor Cernilli da un anno a questa parte. Ma dove mai!
      Una precisazione: collega del dottor Cernilli lo sono dal lontano 1987, quando ci conoscemmo per la prima volta. Giornalista lui, giornalista io. Cronista di cose del vino e degustatore lui, altrettanto io.

  19. F.Z. ha preso lo spunto da un passaggio (condivisibile) dell’articolo di Cernilli su Armand Rousseau, ma non ha detto nulla su quella che io ritengo la cosa più macroscopicamente comica dell’articolo stesso: le valutazioni sulle singole degustazioni.
    Pare che ogni vino sia un’epifania, valutazioni sistematicamente tra i 95/98/100 centesimi: questo non mi pare segno di grande professionalità…
    Conosco, per averlo bevuto, qualche grand cru di Armand Rousseau: a volte i vini sono davvero grandi, altre volte un pò meno, dipende dall’annata e dallo stadio di evoluzione.
    Cernilli ama largheggiare nelle valutazioni (in generale, non solo con Rousseau) e ciò a mio parere è il suo più grande limite come degustatore.
    La cosa più grave, secondo me, è che scrive queste cose sulla rivista ufficiale dell’AIS, dando valutazioni con punteggio e metro AIS.
    Cosa ne pensa Ziliani?

    • io penso che Daniele Cernilli abbia avuto una grande opportunità (e lo dico con un filo di “invidia”) potendo degustare tutte quelle annate di quei vini monstre e sulle valutazioni, che sono sempre soggettive, non ho niente da dire.
      Le poche volte che ho assaggiato – anni fa in cantina – e bevuto, in altre occasioni, i vini di Armand Rousseau mi sono sempre apparsi stellari. E se avessi dovuto dar loro delle valutazioni in centesimi, sarei anch’io andato largamente sopra i 90/100. Armand Rousseau é ai vertici borgognoni come Bruno Giacosa, Beppe Rinaldi, Bartolo e Giuseppe Mascarello Giacomo Conterno lo sono per il Barolo e quindi i 95 centesimi e più sono di prammatica

  20. Non si arrabbi dott. Ziliani e se l’onestà è dalla sua parte, ammetta che ha cambiato ” registro ” nei confronti del ” Robert Parker der Tufello ” ( sinceramente a me piaceva di piu’ ).
    Poi mi ero rivolto alle gentili signore intervenute su questo blog, quindi trovo fuori luogo, inopportuno ed anche offensivo, me lo lasci dire, il suo ” de coccio “. Ognuno ha i ” cocci ” suoi, importante è non romperli agli altri, come purtroppo capita a lei. Ma mi scusi la domanda chiarificatrice per me e per tanti suoi affezionati lettori :
    MA LEI CI E’ O CI FA ??
    Una risposta è gradita ma non necessariamente obbligatoria.
    Buona serata

    • “franco”: non ho “cambiato nessun registro”: ho solo detto che ho apprezzato quello che Daniele Cernilli ha scritto in QUELL’ARTICOLO. E’ possibile farlo senza suscitare tutte le congetture contenute in commenti come il suo?
      Non ci sono e non ci “faccio”, mi creda. Buona serata anche a lei

  21. Se posso, azzarderei un’ipotesi anch’io, caro Massimo.
    Indipendentemente da Cernilli o da Ziliani, posso dirle che si può essere di manica larga o di manica stretta finche’ si vuole, ma ci sono certi vini che in determinati momenti ti mandano in tilt, ti emozionano, ti fanno vibrare sensazioni e sentimenti al punto tale da scioccarti. Possono essere di produttori famosi e osannati oppure di contadini sconosciuti e trovati per caso accanto all’osteria dove ti sei fermato per uno spuntino, ma ci sono per tutti. A descriverne alcuni secondo l’impressione che hanno fatto a te (che e’ soggettiva, de gustibus non est disputandum…), magari tutti gli altri degustatori un po’ esperti sorriderebbero, perche’ per loro non e’ così e in un gruppo di diversi degustatori infatti non e’ la somma dei punteggi che vale, ma comunque la media, depurata pero’ sia del punteggio massimo che di quello minimo. Se uno di noi, Cernilli compreso, si fa prendere dalla “trance” mentre beve un vino, non ci vedo nulla di strano. Ne ho visti tanti di esperti andare nel pallone per un vino che per tutti gli altri presenti erano ottimi ma non certo il non plus ultra. E’ umano. E’ bello per questo. Capiterà senz’altro anche a te, perche’ so che e’ capitato a tutti. Senno’ sarebbe qualcos’altro, qualcosa forse di perfetto, ma non “vino”.

    • caro Mario, c’é un tipo di lettore di questo blog che vorrebbe che recitassi sempre e comunque la parte del cattivo, e che qualsiasi cosa dica una determinata persona, che in passato ho criticato, io continui a criticarla per mantenermi fedele al mio ruolo. Questo anche se magari quella persona dice una cosa su cui sono d’accordo. Ma io, che non abiuro e non ritratto nulla e non nulla da farmi perdonare, farmi fossilizzare in quel modo non lo accetto. Ecco perché, con onestà intellettuale, che qualcuno potrà definire ingenuità e dietro alla quale i dietrologi di professione potranno vedere tutto quello che vogliono (la cosa non mi tocca), ho scritto questo post oggi. Pur prevedendo, non ci voleva una grande intelligenza, quello che avrebbe scatenato…

  22. Lo sospettavo anch’io, di questo tipo di lettore. Se tu non lo sai, posso confessarti adesso che io ho sostenuto un wine writer del nostro Paese cinque o sei anni fa con una corrispondenza amichevole molto fitta durante un periodo molto difficile per lui, querelato da un altro wine writer con richieste astronomiche, finche’ la giudice non ha capito meglio tutti i termini della vicenda e la sentenza non gli ha restituito la serenita’ che meritava invece della rovina come poteva sembrare dati i grossi calibri che all’inizio erano in ballo in coppia. Percio’ quando si parla di wine writers non sono avvezzo a trattarli come mostri sacri, nemmeno Gino lo era, ma come uomini. E gli uomini non sono sassi, quelli che da soli non cambiano mai. Gli uomini cambiano, per fortuna cambiano. Bisogna sempre essere sinceri, tutto qui. Anche i vini cambiano, come hai potuto appurare a Londra perfino con un Brunello che non ti era mai piaciuto da sempre (a me continua a non piacere nemmeno oggi, percio’ non lo nomino, tanto tu sai benissimo qual e’). In vino veritas. Ma e’ poi così tanto difficile ammetterlo?

  23. franco@ NON sono una produttrice e dico (scrivo) sempre quello che penso. Quando scrivere quello che penso mi può far divenire bersaglio di azioni legali, non lo scrivo in un blog.
    Non sono una produttrice, ho due parenti piccolissime produttrici.
    Non conosco Cernilli, non ho mai letto suoi articoli o eventuali libri, non ho opinioni a suo riguardo.
    Ho invece un’opinione precisa di FZ, il nostro ospite, a cominciare dal suo anacronistico candore.

  24. Il mio intervento non aveva, davvero, alcun intento “provocatorio”.
    La mia era una onesta constatazione rispetto all’articolo che avevo letto su A. Rousseau, su cui ero semplicemente curioso di avere un’opinione dal sig. Ziliani, senza alcuna volontà di “aizzarlo”.
    Ritengo che sia un pò facile farsi trascinare dal blasone dei nomi più prestigiosi, così come dalla “prammatica” delle valutazioni da 95 centesimi in sù.
    Qui c’è, a mio modestissimo parere, un tanto di disonestà intellettuale (non saprei dire se consapevole o meno).
    Credo, sinceramente, che Cernilli sia “innamorato” di A. Rousseau. Non credo, invece, che compito di un buon degustatore sia lasciarsi trascinare esclusivamente dalle “emozioni” perdendo qualsiasi profilo critico (e lo dice uno che le emozioni nel vino le ricerca continuamente), ma di saper fare dei distinguo e avere anche il coraggio di dire che quel vino, pur così blasonato, in quell’annata o in quella fase non è (o non è ancora) così grande.
    Questo il Nostro non lo fa (quasi) mai.
    E questo è un grosso limite, a mio avviso.
    La mia esperienza (anche con A. Rousseau) mi insegna che non tutto ciò che è blasonato equivale a insuperabile qualità, giacché i due elementi (prezzo e qualità) sono, di per sé, variabili indipendenti tra loro.
    Io amo i vini di qualità assoluta, che mi sanno emozionare, ma ho bevuto tanti cd. grandi vini, ma solo alcuni di essi mi hanno davvero emozionato. E ciò non è pura soggettività, ma è frutto di una qualità reale del vino che ho di fronte.
    E trovo grave – lo ribadisco – che la rivista ufficiale dell’AIS (dove un sommelier come me pensa e spera di trovare valutazioni serie) propini punteggi sensazionalistici utilizzando la metodologia AIS, la quale impone che ciascun vino sia valutato per quello che è in quel preciso momento.
    Fermo restando che non sono così un principiante per non comprendere che le valutazioni di certi vini possano essere in certi casi (ma non sempre e comunque) ben oltre gli standard.
    Tanto dovevo a chiarimento del mio pensiero.

  25. Come sarebbe bello poter usare il buon senso giustamente chiesto da Cernilli! In ogni vigna di sangiovese c’è almeno una vite di uva bianca, e la si nota solo perché è di colore diverso; chi può essere sicuro che proprio tutte le uve rosse siano quello che dovrebbero essere? E le vecchie selezioni massali? Prima delle barbatelle certificate si innestava da quello che sembrava sangiovese, ma lo era? Di certo non tutto. Però purtroppo noi viviamo qui e ora, e se ammettessimo quel sacrosanto uno o due per cento di altre uve sapete quale sarebbe il risultato? Che avremmo subito qualche cretino che ne abuserebbe per rifare Brunelli neri come la pece. E via di nuovo con un bello scandalo, e con altri danni per tutti. In Francia lo possono fare perché lì se uno esagera zitti zitti lo rimettono in riga con una legnata da levare la pelle, ma nessuno sa nulla e tutti gli altri non subiscono danni. Da noi le cose vanno in un’altro modo. Purtroppo.

  26. Non ho ricevuto nessuna newsletter, contatto l’a.i.s.? (anche perchè mi sono tesserato e sto per iniziare il corso da sommelier quindi mi farebbe piacere la newsletter….)

  27. Gentile dott. Ziliani,

    Nel numero di Bibenda da lei citato vorrei evidenziare un altro articolo che merita di essere citato, riguardante una verticale della storica azienda spagnola Lopez de Heredia, scritto dal ottimo giornalista e gran produttore Giovanni Ascione.
    Non si vive di sola Francia e Italia….:)

    • Ho fatto alcune verifiche. Il servizio funziona ora come funzionava il primo giorno del suo avvio. La redazione, non io, può vedere se la newsletter è stata inviata a un dato indirizzo (lo stanno facendo per alcuni soci che mi segnalano la mancata ricezione). Non possiamo però verificare l’esito delle e-mail una volta spedite. Confermo che le e-mail vengono effettivamente inviate all’indirizzo specificato e registrate nel nostro data delle spedizioni.
      Sarebbe bene, per chi dice di non aver ricevuto la newsletter benché iscritto regolarmente, effettuare una verifica anche nella posta indesiderata.
      Può capitare che qualche pc che riceve per la prima volta un messaggio e-mail lo consideri un file sospetto e lo smisti della casella di “spam” (o “posta indesiderata”). Aggiungere anche preventivamente il dominio “@aisitalia.it” tra i mittenti attendibili riduce questa eventualità.
      Coloro che dicono di non aver ricevuto la richieste di conferma per attivare l’invio delle newsletter, quasi sicuramente hanno avuto il messaggio filtrato nella casella di spam.

  28. L’ho ppena rifatto anch’io, che mi trovavo nelle stesse condizioni di Alessandro. Ho ricevuto subito tre richieste di conferma e le ho confermate tutt’e tre. Adesso risulto iscritto alle newsletter. Si vede che i primi giorni questa storia delle conferme non funzionava, tutto qui. Adesso funziona. Ah… l’informatica, che brutta bestia!

  29. Nel mio caso, no, Franco. Io vado sempre a verificare tutti gli spam uno per uno proprio perche’ a volte, nonostante sia possibile calibrare personalmente il filtro, anche la posta desiderata finisce nello spam. Una volta c’e’ finita perfino una tua e-mail, eppure il tuo indirizzo e’ sempre nella mia lista bianca: sono andato a veriicare e… sorpresa, il tuo indirizzo era finito nella lista nera, da parte del server, del mailer, non certo da parte mia. Le regole per la posta elettronica ed i filtri, purtroppo, sono legati anche al caso. A fine agosto mi sono state respinte tutte le mail che inviavo a mia sorella perche’ il suo server aveva messo un filtro che considerava il mio server come procacciatore sospetto di spam, eppure e’ un server che uso da dieci anni, il piu’ diffuso della Polonia. Ma hanno respinto contemporaneamente milioni di e-mail, percio’ il mio server si e’ attivato con il suo, hanno risolto la controversia e senza che io facessi nulla adesso mia sorella riceve regolarmente tutte le e-mail.
    La prima volta che mi sono iscritto alla newsletter, appena letto il tuo articolo su questo blog, NON mi sono assolutamente arrivate le tre richieste di conferma, ne sono piu’ che certo. E sara’ successo ad altri. Non sto assolutamente dicendo che e’ colpa dell’AIS, ma che l’informatica, ripeto, e’ una gran brutta bestia!
    Il tuo suggerimento, Frnco, vale tanto oro quanto pesa. Ma anche il mio: controllate sempre lo spam, non fidatevi dell’automaticita’. Specie a fine luglio, a fine agosto, sotto Natale, o Pasqua, insomma quando il traffico e-mail e’ talmente intenso che qualcosa puo’ andare fuori controllo.
    Vai a Lecce tranquillo, Franco, e ricordati cosa devi dire da parte mia ai quei quasi sempre loquaci che pero’ non lo sono mai con i mostri sacri.

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