Annate dei vini: qualità ineccepibile ogni anno? Declassare è un tabù, in Francia invece…

Possibile, mi dico io, che tutte le annate che Bacco manda in terra finiscano inevitabilmente per diventare con la benedizione della Coldiretti e dell’Assoenologi, secondo una visuale non so se solo buonista oppure anche miope, l’annata memorabile, anzi, l’annata del secolo nei resoconti di certa stampa piuttosto compiacente e un po’ pressappochista?
Possibile che anche se si verificano condizioni di caldo tropicale come nel 2003 o annate super piovose, soprattutto in periodo vendemmiale, come il 2002, nessun Consorzio e soprattutto nessun produttore si sia sognato di fare una proposta semplice semplice, anche se impopolare e anti-economica, come declassare?
Nell’Italia del vino di oggi, in quella Italia molto provinciale che grida al sorpasso, in termini di vino esportato, dell’Italia sulla Francia (non tenendo conto che il sorpasso c’è stato, ma solo in termini di volume, mentre il valore economico medio del vino italiano esportato è decisamente più basso di quello francese: per la serie si sorpassa ma si svende), il declassamento delle annate non si usa più, è diventata una parola impronunciabile, un autentico tabù.
Evidentemente da trent’anni a questa parte tutte le annate evidentemente sono state grandi, se l’ultimo esempio che si ricordi di scelta responsabile di declassare un’annata di un grande vino risale al lontano, remoto 1972 quando in terra di Langa, reduce dalla memorabile annata 1971, si decise di non produrre, perché non all’altezza, il Barolo 1972.
Oggi invece, come alibi per produrre comunque, perché il mercato lo chiede, perché non si può rinunciare ad uscire con un’annata, perché la posta in gioco, da un punto di vista puramente economico, non dell’immagine, è altissima, si è tirata fuori, un po’ dal cappello del mago, la “cultura”, che io chiamerei piuttosto alibi o pretesto, delle piccole annate, perfetto riflesso di quel falso egualitarismo buonista, di quella anti-meritocrazia che regna in Italia da almeno trent’anni, figlia di un “sessantottismo” ormai un po’ irrancidito.
Nessuno, o quasi, nel nostro amato Paese, dove ovviamente quello delle dimissioni è un concetto sconosciuto, si sogna di declassare nulla anche nelle annate mediocri o cattive.
In Francia invece discorsi del genere non dico che siano all’ordine del giorno, la tirannia del dollaro o dell’euro vale anche lì, ma sono contemplati nelle discussioni che s’intrecciano sui blog del vino e soprattutto sono previsti nei disciplinari di produzione…

Non ci credete? Beh, vi consiglio allora di andarvi a leggere questo articolo, pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., dove oltre a stigmatizzare la “logica” da “todos caballeros” per le annate dei vini italiani, do conto di un doppio post dedicato all’argomento “annate mediocri da declassare” scritto da uno dei wine blogger più autorevoli e seguiti di lingua francese, il franco-belga Hervé Lalau.
Blogger (e soprattutto serio giornalista) che sul suo blog Chroniques vineuses, in due testi tutti da leggere e meditare, che potete leggere qui e poi ancora qui, si chiede: “non si dovrebbero declassare talune AOC nelle cattive annate? Retrocederle, sospenderle per non screditarne il prestigio? Sento già le proteste di scontento di tutti quelli che dispongono di un pezzetto di vigna nelle zone di produzione e per i quali una simile proposta equivale ad un crimine di lesa maestà.
Ma io mi metto nei panni del consumatore che pensa di avere diritto alla stessa garanzia di qualità rappresentata dall’AOC in etichetta, quale che sia l’annata. Non sono io a dire che l’AOC rappresenta un segno di qualità, è l’Inao-Q. Q come qualità”.
E ancora: “Perché la Doc diventa una sorta di diritto acquisito non revocabile?”: secondo Hervé Lalau “il consumatore non deve abbassare le proprie esigenze qualitative per un motivo o per l’altro. Non deve essere considerato come una variabile che può essere aggiustata.
Egli ha diritto alla qualità che gli viene “venduta” dalla denominazione d’origine, perché da tempo gli viene recitato che questa simbolizza una differenza e una superiorità nei confronti dei vini che non sono AOC”. Articolo che si chiude con la constatazione che la sua idea di sospendere una AOC in caso di cattiva annata non è poi così stupida. Perché nell’AOC Château Chalon, nel Jura, dove si producono celebrati Vin Jaune base Savagnin, come si può leggere dal Décret dell’appellation, “une commission, comprenant des vignerons et des membres de l’Inao décide de l’attribution ou non de la mention au niveau de toute l’aire”.
In altre parole una commissione composta da vignaioli e membri dell’Inao decide in merito all’attribuzione o meno dell’AOC nell’intera area”.
E in Italia, dove ad esempio in un posto come Montalcino si continuano ad assegnare giudizi di 4 o 5 stelle ad annate che strepitose ed eccezionali non sono (a proposito: ma a chi serve e che autorevolezza ha ancora questo tipo di valutazione voluta e difesa da quel Consorzio del Brunello che è riuscito nell’impresa di dare quattro stelle al 2003 ?) qualcosa del genere deve per forza essere un’utopia?

12 pensieri su “Annate dei vini: qualità ineccepibile ogni anno? Declassare è un tabù, in Francia invece…

  1. Salve signor Ziliani!

    Stavo vedendo questo articolo che condivido quando vuol dare garanzie quanto più precise possibili per le annate perchè per un consumatore è importante sapere almeno in linea di massima l’andamento qualitativo, però il problema è che in zone di produzione molto grandi l’andamento climatico non è uniforme. Ad esempio l’annata 2002 è stata molto problematica e tanti prodotti non hanno realizzato tutti o alcuni dei loro prodotti però Conterno ha fatto il Monfortino e da quello che ho letto è strabiliante pur non essendo di un annata non top.

    Poi vedevo su lavinium (posso mettere il link vero?)
    http://www.lavinium.com/italiano/annate.shtml
    l’elenco delle valutazioni delle annate di alcuni dei maggiori consorzi italiani e notavo che il consorzio tanto attaccato del brunello ha dato una stella 2 volte, nel 72 e nel 76 e poi facendo un raffronto fra tutte le stelle di tutti i consorzi italiani non mi sembra di notare così tante differenze di valutazione fra i consorzi principali, anzi consorzi a lei più cari di quello di montalcino cono stati anche più magnanimi.

    Una cosa che mi piace dei francesi e che in base alla qualità varia anche il prezzo.

    Buonagiornata

  2. Quanto scrive è sostanzialmente esatto, con alcune precisazioni. Al declassamento (così come alla santificazione) di una intera zona vasta io non credo; l’orografia ed i microclimi sono così vari che l’enorme Chianti Classico ha avuto sicuramente qualche zona che nel 1972 fece ottimi vini. Così come non tutti i Barolo 1997 sono memorabili. E non dimentichiamo che le zone vocate “storiche” sono tali perché hanno meteorologia e terreni ideali, situazioni particolarissime che garantivano nella larga maggioranza delle annate un’alta qualità anche in tempi in cui la tecnica del vigneto era rudimentale; figuriamoci ora. Detto questo la soluzione “di notte tutti i gatti sono grigi” per cui ogni annata è buona non mi piace, è riduttiva e ci fa perdere di credibilità. Io non ho una soluzione nel taschino, ho solo un paio punti da cui partire. Primo, ogni vino può essere giudicato solo quando ha terminato o quasi il suo affinamento, per l’ovvio motivo che non ha senso dare un punteggio ad un prodotto diverso da quello che il consumatore troverà sulla tavola; un vino che risulta ottimo al primo anno potrebbe non reggere all’invecchiamento. Secondo, in aree molto piccole ha un senso dare un punteggio a tutto il territorio di produzione, ma in aree più vaste questo concetto trae in inganno. Forse è possibile un compromesso, dando una serie di punteggi per aree e un punteggio medio cumulativo per la Denominazione. Di più non saprei dire, ma mi piacerebbe sentire pareri di gente più competente di me.

  3. Buongiorno Franco.
    Nel momento in cui ti scrivo questo commento non ve ne è presente nessun altro. Probabilmente perché (sicuramente perché) quanto scrivi è così giusto che il tuo post non abbisogna di essere arricchito di nulla!
    Se io lo faccio è solo per confermarti che quanto hai scritto non è andato sotto traccia.
    Buona giornata.
    Alessandro

  4. Leggendo questo post faccio due considerazioni, che non prescindono dalla ‘maturità’ con cui un insieme di produttori, o ogni produttore, affronta il mercato e dagli strumenti conoscitivi a disposizione degli stessi.

    Ogni giorno si inciampa in notizie che dimostrano come i sistemi di potere del paese sono largamente inadeguati a sostenere le produzioni e – prima ancora – ad amministrarne beni e valori (in generale, con poche luminose eccezioni).

    La prima considerazione riguarda la pressione che politica e banche fanno sul mondo delle produzioni. Ricordo qualche anno fa quando si spingeva a “investire”, cioè a fare debiti, sottolineando il basso costo del denaro: immagino che il mondo del vino non sia estraneo a queste pressioni e quanto esse inducano comportamenti arrischiati; ed ecco che spuntano le stelle, ma crollano anche i prezzi, pur di recuperare liquidità (non solo per svuotare cantine!).

    La seconda considerazione che faccio è riferita al mercato. Ho già avuto modo di scriverlo qui e altrove. Oggi il mercato è – più che mai – conversazione. E’ un modo di dire solo apparentemente ‘leggero’ e sorridente.
    Perché c’è ancora qualcuno (arrogante o miope?) che immagina di tappare la bocca a quelli che scrivono sui blog e ai blogger stessi. Ma la ‘conversazione’ sfugge ai controlli.

    Le notizie sono più forti, la rete consente di conoscere il bene e il male. Di tutto. E una cosa non si impara mai abbastanza: abituarsi a vedere quello che facciamo e quello che diciamo con gli occhi dei nostri clienti e del pubblico (e quelli che si occupano di comunicazione ne sono consapevoli).
    I francesi sono un popolo di lettori, pur avendo anche loro i grandi fratelli e le loro magagne; hanno una scuola che si occupa di crescere dei cittadini; un’alta scuola per la pubblica amministrazione che si preoccupa di formare dei pubblici amministratori che usino la burocrazia in modo efficiente, e così via. La Francia è un paese ben diverso; le nostre famiglie sanno tutto di Totti, ma poco di storia. Là, oltralpe, sanno tutto dei peronaggi più effimeri ma leggono anche i giornali e i libri.

    Può sembrare la tirata di una vecchia moralista troppo legata alla parola scritta, però è così. Siamo un paese culturalmente arretrato e questo non può che generare dei comportamenti di basso profilo. Non possiamo avere la luna cui dovremmo aspirare e allora ci accontentiamo delle stelle.

  5. Tema molto complesso, Franco.
    Se applichiamo il metodo “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, allora diamo ragione a chi dice che a fare un vino rosso sono capaci tutti, nelle buone annate, basta non fare autentiche cazzate in cantina. Ma nelle annate storte solo i vignaioli con gli attributi al posto giusto ci riescono davvero.
    Percio’ ammiro chi riesce a fare il vino nelle annate storte, che piu’ storte non si puo’, tanto che magari e’ meglio chiamarle “diverse” e basta, anche perche’ in quelle sfortunate annate si scelgono a mano i grappoli, si selezionano gli acini, si fa grande il genio del vignaiolo, assume valore anche l’altezza della vigna e la sua esposizione ed alla fine viene fuori un buon vino lo stesso. Forse da non destinare ad invecchiamento, forse da bere entro pochi anni, ma buono, vivo.
    Sul fatto che ormai ogni anno si scriva che e’ la migliore annata del secolo, o del decennio, o chissa’ di che cosa, e’ la solita solfa del commerciante. Pero’ va detto che il clima per la vite si e’ fatto diverso, che la selezione clonale si e’ fatta seria, che i sistemi di allevamento sono curati da esperti e non da stregoni, fattucchiere o faidate’, quindi un miglioramento in generale c’e’ stato davvero.
    Difficile, molto difficile generalizzare, dunque.
    Certo, un bel giro di vite delle commissioni di assaggio lo farei, si dovrebbe autorizzare l’uso della denominazione soltanto ai vini all’altezza, ma non lo fanno mai (basti pensare ai Chianti da quattro soldi con la fascetta rosa, ma quanti ce n’e’!) ed e’ qui la vera differenza con i Francesi. Loro sono seri. Rispettano il lavoro e pure il prodotto. Qui si mira solo al guadagno.
    Io declasserei piuttosto questa gente che consente degli scempi del genere, rifacendo le commissioni con dentro esperti che superino determinati esami e che siano rappresentativi di tutta la filiera, compresa la stampa specializzata. Questo sì.

  6. io credo che prima di parlare della collettività dei produttori e dell’annata in sè si dovrebbe avere un occhio e soprattutto un naso più critico nei confronti di quei prodotti (e non produttori) che anche in annate ottime o molto buone non sono all’altezza di un titolo come la DOC o ancor più DOCG. Personalmente ritengo che l’obiettivo del raggiungimento dei volumi per poter “urlare” al sorpasso abbia in parte, purtroppo, oscurato il riconoscimento vero e proprio del termine Qualità di un vino che dovrebbe rispettare certi criteri e parametri.
    Inoltre visti i recenti aggiornamenti di DOC, DOCG e denominazioni varie con l’uso di fascette e sigilli abbiano creato una confusione tale che un declassamento non verrebbe mai riconosciuto come atto onorevole e rispettoso del consumatore…che ormai si trova a dover lottare con una confusione di nomi, denominazioni e sigilli pazzesca!

  7. Ma in fin dei conti ha ancora senso classificare le annate?
    Forse che i buyer non lo sanno che le 4 stelle al Brunello 2003 sono assai poco lucenti? Pensate che pendano dai comunicati del Consorzio?
    Forse interessa ai consumatori? Prendiamo ad esempio il 2002, pretendete forse che il consumatore medio debba sapere/ricordarsi che è stata una grande annata in Valtellina mentre un annata schifosa per il Barolo della zona di La Morra ma non così schifosa per quello della zona di Serralunga? Al consumatore interessa il rapporto qualità/prezzo a prescindere dall’annata.
    In definitiva la questione annata dovrebbe essere di pertinenza della critica enoica, però mi pare che anche in annate disgraziate i vari 3 bicchieri, 5 grappoli e compagnia siano arrivati copiosi.

  8. dalla mia microscopica esperienza, sono d’accordo con questa riflessione.
    che restituisce in pieno una gestione fatta di comunicati roboanti ma sempre poveri di contenuti.
    soprattutto dove aver bevuto – esattamente ieri era – un Brunello Pietroso 2003 ancora interessante ma che – sempre per la microscopica di cui sopra – mi pare non abbia più nulla da evolvere. 4 stelle per l’annata sono veramente troppe. così si andrà a perdere il valore aggiunto del prodotto.

  9. Ma la DOC ( AOC, DO etc) sono come le targhe automobilistiche: ti dicono che la macchina proviene da questo o quel posto, che ha pagato bollo ed assicurazione, che da diritto a circolare, insomma, dalla targa di per se stessa, non desumi se é “attaccata” ad una Duna o ad una Maserati.

    Con tutto il rispetto per la funzione storica di “pulizia”(anni sessanta settanta) e per il successo riscosso dalle tre lettere nel parlare quotidiano, la DOC serve solo a mettere in pace i compratori esteri circa l’origine geografica del vino, il “da dove viene”. Come sigla in sé non fornisce nessunissima indicazione di qualitá ed é in tal direzione completamente inaffidabile. Anzi direi che esercita una funzione di livellamento verso il basso, elevando a standard qualitativo il minimo denominatore comune e punendo spesso i produttori che lavorano nel rispetto dell’annata ed in senso agricolo qualitativo vero.

    Idem per la DOCG. Quindi sono in pochi a credere a queste due sigle e sono ancora in meno a credere
    alla classifica delle annate stilate da i Consorzi. Al massimo sono veritiere quando l’annata é veramente
    validissima. A parte casi catastrofici, e quindi rari, vedi il 1972 a Barolo, chi deve decidere di classificare (de-classare) i propri prodotti é solo il produttore. E come sempre nel mondo del vino: il produttore e non il prodotto. Come e´che dicono a Venezia ? ” chi guarda carteo, no mangia viteo ?” Magari il significato é un altro, ma se stavamo a seguire i “cartelli” delle annate ci saremmo persi delizie di vini come Farnetella Colli Senesi Chianti 2002, Montanello Barolo 2002, Quercecchio Brunello 2005 e toh! il Monfortino 1987!

    Dice: “Mail consumatore medio non ha questa informazione che puó avere un operatore o un giornalista del ramo”. Male: il consumatore medio deve imparare ad informarsi, specie su quello che mette in bocca,
    altrimenti da medio diventerá minimo e sempre preda di chi gli vende carnicci per carne e sigle, grappoli, bicchieri, stelle per vino.

  10. E’ lo sbaglio dei titoli, dei giornali, dei Consorzi, che sintetizzano una realtà, quella vitivinicola, che per definizione non e’ sintetizzabile, non è mai uniforme nei microclimi, nella metodologia del lavoro e nei vitigni.

  11. Ogni annata è diversa e si comincia a capire le caratteristiche dei vini alcune volte dopo molti anni, altre prima, ma secondo me l’errore è di voler per forza assegnare un valore alle annate e per giunta troppo presto. Fare il vino è come giocare a carte, certe volte si riesce a vincere con una mano difficile e viceversa. Dopo l’annata 2002 i consorzi di tutela in Toscana si guardano bene a dichiarare la criticità su un’annata anche se tale è stata perchè è come darsi la zappa sui piedi.Credo che se proprio si vuole dichiarare il valore di un’annata questo andrebbe fatto solo quando i vini sono pronti per la bottiglia. Declassare un’annata ? Solo se lo fa il produttore stesso, ma imporlo dall’alto mi sembrerebbe scorretto perchè anche nelle annate più difficili c’è sempre qualcuno che riesce a fare qualcosa di decente e se le denominazioni d’origine hanno un significato allora la qualità, intesa come espressione del territorio, deve essere qualcosa di imprescindibile dalle annate.Saluti

  12. Leggo che il Consorzio del Brunello avrebbe dato 2 stelle ai Brunelli 1972 e 1976, ed è inesatto; il Consorzio ha iniziato a dare le stelle molto tempo dopo, a quei tempi i punteggi alle annate li dava ogni giornalista e ogni azienda di testa sua. Quanto al negare che i clienti ne tengano conto, magari fosse! Purtroppo molti importatori rifiutano le annate con poche stelle, indipendentemente dalla qualità del vino. Prima non era così, ma negli ultimi venti anni ho visto calare le vendite delle annate con poche stelle in media del 20% o 30%. Mentre quando ho avuto il Brunello 2007 ho vuotato la cantina di ogni rimasuglio invenduto di qualunque vendemmia. E pensare che il nostro Brunello 2006 era molto più buono!

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