Rosso di Montalcino, che fare? Lo spiega (e molto chiaramente) Carlo Lisini

Dopo il punto di vista di Stefano Cinelli Colombini e del conte Francesco Marone Cinzano, rispettivamente proprietari della Fattoria dei Barbi e della Tenuta Col d’Orcia a Montalcino, ho voluto riportare un altro punto di vista sul Rosso di Montalcino e su cosa fare per questo grande vino ora che il rischio di trovarsi di fronte ad un Rosso di Montalcino super tuscanizzato, santantimizzato, cabernetmerlotizzato è stato fortunatamente sventato con la votazione del 7 settembre dell’Assemblea dei soci del Consorzio del Brunello.
Votazione che ha visto imporsi con il 69% contro il 31% chi sosteneva che il Rosso di Montalcino dovesse rimanere com’è, ovvero Sangiovese 100%. Proprio come il Brunello.
In attesa di riportare, spero, altri punti di vista, anche con opinioni divergenti da quelle sinora testimoniate, magari favorevoli a quel cambio di disciplinare del Rosso che non è stato approvato, è con grande piacere che posso dare la parola ad un’altra azienda storica di Montalcino, che fu tra le venticinque aziende fondatrici, nel 1967, del Consorzio del Brunello, grazie all’indimenticabile Elina Lisini, che non solo è stata per decenni la figura di riferimento dell’azienda che porta il suo nome, ma fu addirittura vice-presidente del Consorzio nel lontano 1967.
L’azienda, lo si è capito, è Lisini a Sant’Angelo in Colle e chi parla e dice la sua è Carlo Lisini Baldi, membro del Consiglio di Amministrazione del Consorzio del Brunello.
L’intervista la potete leggere, qui, sul sito Internet dell’A.I.S.
Come “aperitivo” mi piace anticipare due risposte di Lisini ad altrettante mie domande:
Crede che il vero problema sia definire un diverso rapporto, anche in termini di numero di bottiglie prodotte, con il “fratello maggiore”, il Brunello?
“Non parlerei di “Fratello maggiore” ma di “Fratello Giovane”, bisogna evitare confronti di sudditanza tra i due prodotti. Il rapporto della produzione tra i due vini penso che sia una scelta dell’azienda fatta in base alle sue risorse finanziarie e a suoi investimenti. Posso assicurare che considerati tutti i costi, il Rosso può dare una redditività pari a quella Brunello”.
E alla domanda Cosa pensa della sbrigativa definizione di “vino di ricaduta” per il Rosso, spesso data superficialmente?
Lisini risponde:
“Peggiore e più fuorviante definizione del Rosso non si sarebbe potuta dare. Il bruttissimo termine “ricaduta” evoca il concetto di declassamento, di passaggio da uno stadio di nobiltà ad uno di basso lignaggio. Il Brunello di Montalcino potrebbe essere un capitano, il Rosso di Montalcino un sergente o al massimo un maresciallo.
Nulla di più sbagliato. Sono entrambi figli dello stesso terroir, se non della stessa vigna e condividono necessariamente la stessa identica qualità. Chiaramente il Rosso gode di un prezzo più basso visto che evita una parte dell’affinamento in botte, affinamento che per tutta una serie di ragioni è costosissimo.
L’arma vincente potrebbe proprio essere quella di una stessa identica qualità ad un prezzo più basso”.

Beh, per il resto dell’intervista andate sul sito dell’A.I.S. e buona lettura!

17 pensieri su “Rosso di Montalcino, che fare? Lo spiega (e molto chiaramente) Carlo Lisini

  1. Dott. Ziliani,

    Ha letto della proposta di Sergio Cantoni, direttore del Consorzio Valcalepio, di creare un’unica IGT lombarda, che rechi il marchio IGT Lombardia. Dice Cantoni che dobbiamo presentarci con un unico vino lombardo e non frammentati in una quindicina di IGT diverse…… Ipotesi accolta favorevolmente dal Presidente della Commissione Agricoltura della Regione.
    Se ci fa un bel post al riguardo poi lo commento io.

    • non sprecherò tempo, Pippo. Primo perché la proposta é francamente ridicola. Secondo perché di quello che può sostenere quel signore che lei cita non ho alcuna considerazione. Mi sono spiegato?

  2. A proposito della sua contrarieta’ sia al concetto di “fratello minore” e sia alla cosiddetta DOC di “ricaduta” che evoca il concetto di declassamento, di passaggio da uno stadio di nobiltà ad uno di basso lignaggio, Lisini Baldi la pensa esattamente come me (ne avevamo parlato, sia pure off topic, a proposito dell tripla verticale su Bibenda 38). Non ne dubitavo. Fa uno dei Rossi di Montalcino piu’ rispondenti al mio gusto personale, da sempre, cioe’ non e’ dei tanti che predicano bene e razzolano male, ma e’ uno dei pochi che parla con i suoi vini, prima che ai microfoni o con le pergamene dei premi. Il presidente del Consorzio sa benissimo quali gatti neri gli hanno attraversato la strada, anche prima di vedere la splendida foto che hai pubblicato!

  3. Lisini non fa che affermare quello che da anni stiamo dicendo noi qui.
    La sua proposta è logica, semplice e remunerativa per i produttori.
    Il marketing poi lo fa il territorio stesso non il para-guru di turno.
    Ci volevano così tanti anni per capire quello che era sotto gli occhi di tutti, ma che molti non volevano vedere? W Montalcino!

  4. Però..però..però..nel 2011 ,un’annata in cui per me la maggiorparte delle aziende a Montalcino farà meglio(qualitativamente) nei fondi valle o grazie all’irrigazione.. fare un rosso di Montalcino con qualche correzione al tannino vegetale e cotto non sarebbe una cattiva idea(merlot o syrah..non certo cab. sauv a chicco di pepe)…giudizio personale ..da neofita W Montalcino… questa splendida terra…vocata…ma non sempre.

    • proposta, la sua, che non sta né in cielo né in terra. Il disciplinare vigente, ed il buon senso, non lo prevedono. Se gli si aggiunge Merlot o Syrah (o chissà che, magari Touriga nacional…) non é più Rosso di Montalcino, bensì, come ha ben detto il wine blogger americano Alfonso Cevola sul suo blog On the wine trail in Italy, “Rosso di Anywhere”… Se per lei, “neofita di Montalcino” questo ha senso…

  5. Non posso che essere d’accordo. Tra l’altro Lisini è uno dei tre o quattro marchi di Rosso e Brunello (soprattutto di Rosso) che mi hanno fatto ‘conoscere’ Montalcino (tempi lontani), in un rapporto in cui il Brunello era il grande vino e il Rosso era (è!) “il vino di quando bevo il vino”.
    In fondo, bere meglio dovrebbe essere il mantra (per non dire haedline) di questi vini straordinari, e parlando del Rosso di Montalcino è proprio uno dei piccoli grandi piaceri della vita.
    “Conoscere il Rosso”, il Rosso di Montalcino ovviamente, è uno dei modi per entrare nel mondo dei vini di altra qualità; non quella recitata a parole, ma quella vendemmiata con passione.

  6. Oddio! … non posso che essere d’accordo con Lisini, ovviamente.

    Giovanni@ non mancava l’acqua alle radici, semmai c’è stato un po’ troppo caldo troppo tardi nella stagione.

  7. MA..SE O DITE VOI..A ME SA’ TANTO CHE 2011 IN CANTINA NON LO METTO..AI POSTERI….P.S:15 % DI UN CORRETTIVO DA COMPLESSITA’ E SALVA LA VITA…IN CERTE ANNATE

    • Giovanni io andrei oltre alla sua ricetta e farei un bell’uvaggio con 85% delle uve bordolesi che a lei e ad alcuni produttori di Montalcino piacciono tanto ed un 15% di quel “rompiscatole” di Sangiovese. Do you agree?

  8. Caro signor Giovanni, nel suo suggerimento dimentica un piccolo dettaglio tecnico; il sangiovese è adatto a questo clima ed è sopravvissuto, i “vitigni migliorativi” sono andato arrosto. Cosa si migliora con l’uva passa? E poi bisogna conoscerlo il territorio, qui i fondovalle sono proprio stati i posti più colpiti e l’irrigazione non serve a nulla quando ci sono sciroccate come quella di quest’estate. Non sono robe che dico io, le si può leggere in ogni manuale di agronomia.

  9. Divertente la proposta del sig. Giovanni. Meno male che non è un produttore ilcinese…
    Il concetto di “vino di ricaduta”, purtroppo, è inserito in numerosi disciplinari vinicoli, e questo dimostra che l’errore è nella testa di alcuni che lo hanno proposto e sostenuto. Per fortuna poi ci sono persone intelligenti che amano davvero la loro terra e non pensano che fare vino sia solo un mezzo come un altro per fare soldi, che un concetto tanto assurdo non fa aprte della loro filosofia di vignaioli. Bravo Lisini!
    Il Rosso di Montalcino è e deve essere un vino con un proprio carattere, più giovane e fresco del Brunello perché fa meno legno e consente un guadagno più immediato, necessario, perché tenere in piedi un’azienda ha costi inimmaginabili.

  10. Una ulteriore nota per il signor Giovanni. Stiamo svinando i primi 2011 (abbiamo solo sangiovese) e si stanno rivelando meravigliosi, decisamente migliori dei 2010. A riprova che l’esperienza secolare che ha portato alla scelta del sangiovese non è scienza da pizza e fichi, ma sapere profondo. La prego, venga qui e in tante altre cantine ad assaggiare, e poi giudichi da sè a ragion veduta.
    PS merlot, syrah o cabernet 2011 di Montalcino invece li trova alla COOP, al banco dell’uva passa.

  11. Il commento di Stefano dovrebbe essere chiaro anche a chi l’agronomia e l’enologia non le conoscono. Purtroppo l’errore che fanno molti non addetti ai lavori parte dall’aggettivo “migliorativi” dato dai grandi ingannatori mediatici a vitigni che non lo sono affatto, tanto che qualcun altro si oppone chiamandoli invece “peggiorativi”. Sono vitigni diversi, di provenienza bordolese, adatti a climi marittimi e per giunta piu’ freddi ed a suoli pietrosi e sabbiosi di origine alluvionale che a Montalcino non ci sono. Il caldo torrido non e’ loro congeniale, il fondovalle dove l’aria per giunta ristagna e’ ancora peggio, percio’ smettiamo di considerarli una medicina per tutte le asperita’ del sangiovese. Non lo sono. Che il sangiovese sia piu’ difficile da coltivare non e’ mai stato una sorpresa. Se uno vuole produrre anche a Montalcino dei vini con quei vitigni, nessuno glielo impedisce. Li faccia pure, anzi potremmo pure augurargli sinceramente di dimostrare che vengano meglio degli altri, ma che non li chiami con nomi che non sono ammessi dal disciplinare. Abbiano il coraggio di fare quel che fece Incisa della Rocchetta col Sassicaia: Vino da Tavola. Divenne IgT soltanto quando s’invento’ questa tipologia e poi DOC grazie ad un consenso notevole presso i consumatori. Ma si e’ fatto tutta la gavetta.

  12. Concordo in pieno con l’Amico e collega Stefano, caro sig. Giovanni posso assicurare che la 2011 è una grandissima annata, e se devo dirla da produttore anche meglio della 2010, forse un pelino, e dico pelino, in meno di colore, ma una grandissima acidità e struttura che garantirà una eccellente longevità a questo vino.
    Se proprio dobbiamo dirla tutta, sono state fermentazioni più difficili, dovute alla percentuale sopra la media di acini appassiti, ma nulla che a Montalcino non sappiamo affrontare e naturalmente portare a termine. E concordo anche sui vitigni bordolesi, che a causa del grappolo eccessivamente spargolo si sono ritrovati spesso (non sempre) più in difficoltà del Sangiovese.
    Montalcino non è solo bravura in cantina o moda, è un luogo geomorfologicamente perfetto per il sangiovese, e vi invito a visionare una cartina in 3D dell’intero comune, controllate rispettivamente i fiumi Asso, Orcia, Ombrone….seguite i loro corsi fluviali, e magari capirete anche perchè nei comuni limitrofi il vino non è sempre buono come a Montalcino. buon divertimento

  13. Concordo perfettamente con Stefano e Francesco. A vendemmia conclusa posso confermare che a Montalcino il 2011 è stata una bellissima annata. Il mese di settembre è stato realmente caldo ma il sangiovese ha dato ottimi risultati comunque grazie alle abbondanti piogge primaverili che hanno costituito una grande riserva idrica per la pianta; poi il grande terroir di Montalcino ha fatto tutto il resto!

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