Solo gli americani possono credere alla favola di un Merlot… Chiantificato! Anzi, “sangiovesizzato”…

Brolio, Francesco Ricasoli ed il Casalferro
Istruttiva la storia che il wine blogger statunitense W. Blake Gray, sul suo blog The Gray Report http://blog.wblakegray.com/ dedica – leggete qui – rimandando ad una trattazione più vasta pubblicata sul sito Wine Review Online – leggete qui – ad un noto produttore toscano, il barone Francesco Ricasoli, erede del celebre “barone di ferro” codificatore delle regole del Chianti.
Parlando di un Merlot, il Casalferro, “tre bicchieri” Vini d’Italia 2012, prodotto dal barone Ricasoli in terra chiantigiana Gray annota che “One of the more interesting wines on the market, this is a single-vineyard, 100% Merlot that doesn’t list the grape variety anywhere on the bottle”.
Pensiero che ricalca sostanzialmente l’opinione dell’azienda che definisce il vino “il prodotto finale di un’evoluzione iniziata negli anni Novanta, quando Francesco Ricasoli prende in mano l’azienda dando impulso al suo moderno percorso di ricerca. Questo vino dà ragione a chi pensa che la massima espressione del terroir si ha quando la tipicità varietale assume proprietà del tutto nuove, impossibili da replicare in altri luoghi con le stesse caratteristiche”.
Gray ci riferisce quanto gli hanno raccontato i responsabili dell’azienda, ovvero che stanno “rethinking the style of wine away from super-Tuscans toward the sort of food-friendly, lively wines that made people fall in love with the wines in the first place.
Ricasoli is in the process of switching from barriques to 500-liter oak tonneaus, to give a lighter touch of oak to the wines. “We make wines for drinking,” says technical director Marco Cerqua.  “If we smell chocolate or coffee, it’s not good.  We would like cherry.  We would like freshness”.
In altre parole che stanno ripensando lo stile dei loro Super Tuscan liberandoli dalla camicia di forza dell’eccesso del legno e dei suoi aromi di tostatura, rendendoli più adatti al cibo e più vini da bere e meno da guide.
E Gray aggiunge che “One fascinating thing to emerge from the process of reinvention — and especially from being liberated from over-oaking — is a single-vineyard Merlot called Casalferro.  The corporate owners wanted Merlot for use in super-Tuscan blends, but Cerqua soon discovered that Merlot planted in Brolio doesn’t taste like the variety does in Bordeaux or California”.
In altre parole il giornalista Usa ripete la favoletta bella, che si é letta recentemente anche in un articolo dedicato a Brolio pubblicato in Italia, del “Merlot puro che si é “sangiovesizzato”, del Merlot che grazie al terroir di Brolio non sa di Merlot come a Bordeaux o in California, perché, come si legge sul sito aziendale, “Siamo tra le poche realtà del Chianti Classico capaci di produrre vini dalla personalità molto diversa tra loro all’interno di un unico territorio. Il merito è delle sue molteplici sfaccettature che ci permettono di declinare in modi molto differenti le caratteristiche di un particolare vitigno e  la sua predisposizione alla qualità. E’ un concetto antico: i latini dicevano “genius loci”, oggi parliamo di “terroir”.
Il wine writer americano riferisce che Baron Francesco Ricasoli says, “We are not selling varietal wines. We are selling terroir wines. If people buy this because they want Merlot, they will be disappointed.”
Il che tradotto sta a dire che il barone nega di produrre vini varietali, ma vini di terroir, anche se usa il Merlot piuttosto che il Sangiovese. Secondo Gray “That’s most likely true: the aromas of cherry with some herbaceousness might fit on Bordeaux’s Right Bank, but the mouthfeel is unique: the fine acidity of Chianti with the gentle tannins of Merlot.
The flavors are mostly of cherry, with some cherry tobacco notes, and that acidity allows you to drink it with foods you would never imagine opening Merlot with”. Esalta cioé il matrimonio perfettamente riuscito, a suo dire, tra l’acidità del Chianti ed i tannini gentili del Merlot.
E per concludere con le parole del produttore, “This is Merlot, but it’s speaking the language of Brolio,” Ricasoli says. It’s a positive example of internationalization providing not a generic wine that could come from anywhere, but a great new type of wine that we hadn’t previously imagined. It’s a strong argument for terroir over grape variety.”.
Ovvero si tratta di Merlot, ma parla il linguaggio della tenuta di Brolio e sarebbe quasi un Merlot chiantizzato. Per il collega americano si tratta di un “positivo esempio di internazionalizzazione che si traduce non in un vino generico che potrebbe arrivare da ovunque, ma di un “grande nuovo tipo di vino che non avremmo mai immaginato”.

Per dirla con le parole del barone Ricasoli, Francesco ahimé e non Bettino, “This Merlot has been Chiantified,” ed il wine writer Gray è d’accordo tanto che si augura “If only we could Chiantify more wines in this world.  That’s just one more argument for the feudal system”, che molti altri vini nel mondo possano essere “chiantificati” come questo..
Pur con tutto il rispetto per le opinioni del collega from Usa mi permetto, conoscendo un po’ meglio di lui la storia del vino italiano e toscano, di pensarla diversamente, perché anche se piantato nel cuore del Chianti Classico un Merlot resta sempre un Merlot e non un Chianti Classico, e tantomeno si “sangiovesizza” (un miracolo che magari qualche produttore si augurava si verificasse a Montalcino piantando Merlot e utilizzandone un po’, ovviamente sempre per sbaglio, nel suo Brunello…).
Tanto più se si considera che sino a prova contraria la mente enologica, il gran winemaker consulente di Brolio, è sempre baffetto Carlo Ferrini, “inspired by the Bordeaux tradition”, come si legge in questo articolo celebrativo, uno che il Merlot lo metterebbe anche nel caffè se potesse e che il Sangiovese ama un po’ alla sua maniera come lo amano i Rivella e altri enologi portabandiera del gusto internazionale attivi in terra toscana.
Ovviamente Merlot messo anche nel caffé solo per compiacere le richieste dei “nuovi mercati”, dei “nuovi consumatori” che le asperità del Sangiovese (e la sua eleganza scabra) non sono, ci dicono, sempre in condizione di capire…
Incredibile l’abilità dialettica (eufemismo) di cui danno mostra certi personaggi che affollano il panorama, decisamente marketing oriented, del vino chiantigiano. Un tempo predicavano che il Chianti dovesse ricorrere ai “vitigni migliorativi” internazionali per diventare migliore e oggi che dispongono del miglior Sangiovese in tutte le sue sfumature, magari anche grazie ad accurate selezioni clonali e massali aziendali, recitano la favoletta, ad uso e consumo degli americani più ingenui, del Merlot “sangiovesizzato” al gusto di Chianti.
Ma come diavolo si può prendere sul serio persone così?

____________________________________________________________

Grande evento Franciacorta l’8 e 9 novembre a Varsavia:

leggete qui


 

61 pensieri su “Solo gli americani possono credere alla favola di un Merlot… Chiantificato! Anzi, “sangiovesizzato”…

  1. Sul fatto che certe aziende vadano dove li porta il marketing sono perfettamente d’accordo. Se tra 10 anni si rifarà viva la moda del legno a go go credo che alcuni personaggi faranno presto a ritornare verso i vini marmellata.
    E’ vero anche (secondo me) che certi vini chiantigiani fatti con uve alloctone siano ormai dei veri “classici” e che non risentano più dell’influenza dell’uvaggio. Basti pensare all’Apparita del Castello di Ama oppure ai grandi vini che producono i Rampolla.

  2. Interessantissimo caro Franco questo post! Proporrei ai tuoi lettori, ovviamente se sei d’accordo, di confrontare due Baroni di alto lignaggio con grandi tradizioni vinicole quello italiano a cui ti riferisci e l’altro francese che produce lo Chateau Lafite, e determinare le ragioni per cui quello italiano non riuscirà mai in una simile operazione commerciale pur avendo un bellissimo terroir, risorse economiche adeguate e una lunghissima esperienza nel settore. Questo esercizio di Marketing sarebbe utilissimo ai produttori dei famosi supertuscan che nessuno si fila più e pure ai produttori di Montalcino, e di altri notevoli posti, che si affannano molto nelle vendite pur avendo ottimi prodotti.

    • sono assolutamente d’accordo Carlo! Nel mondo del vino italiano, pieno anche di nobili applicati al fare vino, non basta il sangue blu, perché ci sono principi, duchi, conti, marchesi, baroni che fanno vino all’insegna dell’eleganza e della classe, come blasone prevede e altri cui non bastano i quarti di nobiltà per fare cose nobili e ispirate. Prima o poi lo dovrò scrivere un articolo sull’argomento. Ci sono tantissimi vini di contadini e di “plebei” come me e te che sono cento volte più nobili, nel risultato, nello spirito, nell’identità, nello stile, di tanti vini prodotti da personaggi blasonati.

  3. Ma io dico perche’ non chiamiamo le cose coi loro nomi e se non partono milioni di containers per gli USA o altri stati, portiamo un po’ di PAZIENZA nel nome dell’originalita’e dell’individualita’?? Ma I grandi nomi francesi si inventano stratagemmi per far fronte alle richieste, a volte anche assurde, del mercato? Non mi risulta. Mi pare anzi che vendono lo stesso o sbaglio?? Insomma e’ giusto cercare di andare incontro ai sempre nuovi gusti dei consumatori ma mai perdere di vista l’attaccamento alle radici e al rispetto della tradizione. Ma, infine, dobbiamo sempre fare i banderuoli e seguire I vari HITLER e BERLUSCONI (come la storia e la politica ci insegnano) e non avere mai una nostra IDENTITA’ DEFINITA da difendere con le unghie e con I denti di cui essere orgogliosi come fanno I nostri cari, nazionalisti all’eccesso, oserei dire, amici francesi??? BRAVO FRANCO!

  4. È sempre difficile e antipatico affrontare un tema importante partendo dal caso di un collega, e in questo caso anche un amico, ma il problema del rapporto tra vino e territorio è IL problema. Questo è il nodo che ciascun produttore deve sciogliere per decidere quale vino farà domani, per cui questo è il punto su cui ci sconteremo. Un’azienda può essere strutturata per produrre con le filosofie più diverse; per far il vino come (credo) lo voglia il mio cliente, per fare il miglior vino del mondo, per fare il miglior vino ottenibile da queste uve e da questa terra, per fare il vino con il miglior rapporto qualità/prezzo, per fare il vino che piace a me, per fare il vino come ha sempre fatto mio padre e mio nonno prima di lui. Nel mondo globalizzato di oggi, quale di queste vie porta al futuro? Quale porta al fallimento? Non sono scelte facili. L’amico Francesco Ricasoli si trova al timone di una grande azienda storica che ambisce a tornare a livelli degni della sua storia, e sarebbe un bene per tutta la viticoltura toscana se ci riuscisse. Sarebbe un compito difficile anche se non fossimo nel bel mezzo della più dura crisi della storia del Chianti, figuriamoci ora. La mia azienda ed il mio territorio stanno trovando la via d’uscita da periodi tremendi grazie alla scommessa sulla tipicità assoluta, ribadita con tanti voti assembleare anche recenti. Può essere una soluzione anche per il Chianti? Non so, lì ci sono tantissime aziende con storia, vini, esperienza e capacità tali che possono insegnare al mondo intero, è difficile pensare di poter suggerire qualcosa a loro. Il rinascimento del vino italiano è nato lì, e di certo al suo interno può trovare le energie per risorgere ancora una volta.

  5. Più che mettere il Merlot nel caffè, Carlo Ferrini in passato più che nel presente, ha messo il caffè nel Merlot: queste sono le caratteristiche organolettiche divenute sinonimo di “ferriniano” cedute dalla tostura abbondante (MT+) delle sue barrique preferite.
    E’ anche vero però che se all’inizio il Merlot serviva per internazionalizzare il gusto dei vini toscani, oggi il Merlot nonostante tutto forse ha assunto (o sta assumendo) un’accento tutto toscano.
    Con una certa cognizione di causa visto che gestisco in prima persona una piccola azienda chiantigiana che coltiva anche Merlot, riporterei se mi è concessa una nota personale. Il proprietario dell’azienda che dirigo e coltivo mi esortò di preparare una cuvèe a base Merlot, intendendo di poter disporre di un vino fruttato, morbido e voluminoso. Assaggiando quanto la vigna aveva spontaneamente fornito, che non era affatto docile, lo stesso ammise però che non poteva venderlo come “Merlot”perchè troppo “Chianti”. Insomma che i Chianti sappiano troppo di Merlot oppure che i Merlot chiantigiani sappiano troppo di Chianti è un dibattito aperto: nient’affatto scontata la risposta però.
    Saluti

  6. Pingback: Can wine be evil? Stories that haven’t been told #ewbc « Do Bianchi

  7. Beh, di gente che non capisce proprio nulla di vino ce n’è dappertutto; in America magari hai un fenomeno particolare. Se hai fortuna finisci per incontrare alcune persone che hanno una sensibilità incredibile verso il vino, che nemmeno in Europa ne trovi di simili. Poi hai quelli del Merlot, dello Chardonnay tutto “buttery”, e ultimamente quelli che credono di aver superato la fase merlottica perchè hanno scoperto il Pinot Nero, ma in versione caricaturale anche quella. (ma certi PN del Washington e dell’Oregon sono veramente buoni…).

  8. Parto dal principio: è da oltre tre anni che il vino Chianti Classico vive momenti umilianti, dove il prezzo del vino “atto a divenire” viene sistematicamente pagato tre volte meno dei costi di produzione. Si può attribuire il problema alla comunicazione, agli scandali, a patti commerciali, alle congiunture economiche, ma forse la questione potrebbe essere più profonda. Non è mai stata affrontata una politica unitaria e seria di identità del vino Chianti Classico, delle differenze di qualità, di produzione e del territorio. I consumatori si disorientano. Il mio Presidente del Consorzio Chianti Classico ripete spesso che i vini prodotti nel territorio “Chianteggiano”, anche se prodotti con uve alloctone. Allora qui si può formare un’equivoco tra tradizione, territorio e vitigni estranei storicamente. Ma siccome il mercato, la gobalizzazioe, l’internazionalizzazione delle imprese vinicole, oggi chiamate Wine Industries, debbono argomentare, giustificare, anche forti capitali investiti in moderne cantine, in vigneti “innnovati”, per numero di ceppi, per vitigni, occorrerà avere un occhio di riguardo verso tutti e il Presidente asseconda. Lo capisco, ma la confusione c’è ed è palpabile.
    Secondo me non è un male che ci siano differenze, ma è un male confondere una denominazione, il Chianti Clasico, con vitigni che non hanno nulla di storico.
    Permettetemi di aggiungere quello che ripeto nei miei wine-tours: il sangiovese in Chianti matura un mese dopo i vitigni internazionali, la vendemmia avviene a Ottobre e risente così, semplicemente perchè ha bisogno di un mese in più per maturare rispetto ai vitigni bordolesi, della composizione del suolo, delle condizioni meteo, del temperamento del vignaiolo in modo decisivo, unico in ogni azienda. Questa è una grande differenza, positiva. Cercar di equipare in qualche modo un merlot col sangiovese è semplicemente uno sbaglio, poichè sacrifica i vini che in fondo contraddistinguono e sono l’orgoglio del territorio (strettamente regolati con la Docg!). Quindi trasparenza è quel che ci vuole: io produco Merlot, Petit Verdot, quello che volete, nel Chianti, lo faccio buono, argomento che si differenzia dagli altri merlot, ma qui occorre fermarsi, semplicemente.
    Ma questa è solo una opinione.

  9. Dal suo ragionamento si deduce che in Toscana dobbiamo impiantare solo sangiovese, in Piemonte solo Nebbiolo, in Sicilia solo Nero d’ Avola ecc.
    Il suo mi sembra un ragionamento poco condivisibile e dalle vedute molto restrittive. Allarghi i suoi orizzonti e vedra’ che il mondo enologico e’ molto ma molto piu’ ampio di quello che lei possa immaginare. Un’ultima osservazione : si ricordi sempre che il vino viene prodotto per essere venduto e non per fare della poesia spicciola fine a se stessa. Troppo facile dalla sua parte quando non si rischia un solo euro, provi a diventare vinaiuolo ed investire centinaia di migliaia di euro e poi me lo sapra’ dire dove va a finire la poesia del vitigno autoctono per antonomasia.
    Con ossequi

    • Claudio, libero lei di amare l’imbastardimento, a colpi di Merlot e Cabernet, di troppi vini italiani. Libero però anch’io, se mi permette, visto che non sono vignaiolo, ma semplice cronista e commentatore di cose del vino, di dire che quei vini li trovo noiosi, prevedibili, banali, senza emozioni. E poi, senza poesia, anche nel vino, non si vive…

  10. Da persona che ha investito qualcosa di più che qualche centinaio di migliaia di Euro nel vino mi permetto una risposta al signor Claudio. Certo che produciamo per vendere, e certo che in Piemonte non si può produrre solo Nebbiolo né in Puglia solo Negramaro. Ma viviamo in un mondo che ogni giorno è più globalizzato, dove è sempre più facile trovate tutto ovunque e ad un prezzo sempre più basso. In un mondo così ha un senso cercare di competere sul loro terreno con dei produttori cileni, sudafricani o magari cinesi che hanno costi di produzione enormemente più bassi dei nostri? E che hanno un supporto governativo totale, che li aiuta su ogni mercato con investimenti che la povera Italia non si è mai potuta permettere? Per questo, e non per razzismo o chiusura culturale, non credo nei vitigni alloctoni. Ricordo una stupenda polemica (mai arrivata in Italia!) che contrappose per mesi i maggiori giornali inglesi e americani su Chateau Pavie, uno dei vini più cari del mondo, che il nuovo proprietario aveva Parkerizzato; il giudizio unanime fu che se il nuovo Pavie era molto simile, o identico, a un ottimo cileno top da € 20 sullo scaffale allora non aveva alcun senso pagarlo € 260. Tutto qui. Io non ho voluto il taglio con uve alloctone nel Brunello perchè non voglio rischiare che i miei clienti mi dicano che il mio nuovo Brunerlot è ottimo, ma che hanno trovato un blend cileno dello stesso identico sapore e altrettanto buono ad un decimo del mio prezzo, per cui mi ringraziano ma comprano quello. Nel nostro mondo sempre più globalizzato e informato l’abito non fa più il monaco, almeno non lo fa a lungo; non basta il Chianti come luogo di produzione o il nome Brunello sull’etichetta, se il vino non è unico verrà inevitabilmente comparato con prodotti analoghi fatti nel terzo mondo e allora sarà sempre ed inevitabilmente straperdente nel rapporto qualità/prezzo. Per questo io, che voglio vendere anche domani, punto sull’unicità e sui vitigni autoctoni. Lei, gentile signor Claudio, ha tutta la mia stima e se riuscirà a vincere la sfida del domani usando vitigni che usano anche i cileni avrà anche tutta la mia ammirazione. Ma mi permetta di essere scettico.

  11. @ Claudio,
    non ci sono tanti vignaioli investono migliaia e migliaia di euro, i pochi lo sono veramente, hanno ereditato le aziende dalla famiglia di dimensioni medio piccole, altri, tanti, tantissimi sono gente di passaggio che negli anni del bum del vino sono arrivati, hanno disintegrato case coloniche per farci ville, hanno piantato quello il mago di turno consigliava per avere la ricetta del vino si vendeva… alicante bouchet, merlot, cabernet, ecc, ecc.
    I più “furbi” diciamo così hanno venduto il giocattolino a caro prezzo dopo pochi anni, altri hanno le cantine piene perchè con solo il marcheting, le vigne strane e il mago di grido non smuovono una bottiglia.
    Con grandissime difficoltà nel Chianti Classico, chi ha garantito un prodotto serio, chiaro, limpido anche quando le cose andavano per il verso opposto, continua a vendere e sopravvivere.
    Il vino senza poesia non è vino, diventa una bevanda come un’altra.
    Assaggi i vini di Paolo Cianferoni o di qualche maghetto e capirà il perchè.

  12. PS la mia ultima frase mi è uscita incompleta; se riuscirà a vincere la sfida del domani usando vitigni che usano anche i cileni MA CON COSTI DI PRODUZIONE ITALIANI avrà anche tutta la mia ammirazione. E aggiungo una nota, sulla traccia del giusto commento di Pagliantini che il vino senza poesia non è vino; quando mi affaccio dalla finestra vedo linee di cipressi e colline ed è la Toscana, e quando da ragazzo studiavo in Inghilterra una bottiglia di Chianti nella vetrina di un ristorante era casa. Il vino italiano si vende nel mondo perchè è italiano, non perchè è più buono o costa meno, e siamo proprio sicuri che una bottiglia di ottimo merlot possa essere identificata come italiana? Intendiamoci; la mia non è una certezza, è un dubbio. Non predico la religione dell’autoctono, vorrei solo che prima di parlare di mercato ci si soffermasse a ragionare un poco più a fondo sulle dinamiche che gli stanno dietro.

  13. Certo che se non la piantiamo lì di pensare ad ogni tipo di attività non come a un’attività, un lavoro o un’opera d’ingegno (nei casi migliori), ma come a un modo – rapidissimo – di arricchirsi, e perché ciò avvenga siamo disposti a dare via anche quello a cui siamo più affezionati (es. il proprio orizzonte culturale), non possono che apparire certi fenomeni. Penso siano un segno della pochezza di questo tempo.

  14. Tutto condivisibile, ma secondo me si e’ fuori tema.
    A mio modo di vedere un merlot fatto in zona Chianti, ovviamente non deve poter esser chiamato Chianti, ma se assaggiato in cieca deve richiamare alla Toscana a prescindere dal vitigno. Lo stesso merlot fatto in langa non deve potersi chiamare Barolo o Babaresco, ma all’assaggio l’impronta del territorio deve essere netta ed evidente. Altrimenti parliamo di terroir senza avere un territorio forte, capace di piegare qualsiasi vitigno alla propria natura.
    Oggi per pranzo ho preparato una bottiglia di vino fatto nella zona del Chianti, ma igt Toscana. E’ un vino che conosco molto bene e che son sicuro sia al naso che al palato mi richiamera’ Panzano anche se e’ fatto con merlot, cabernet e syrah. Se la componente tipica di questo vitigni prevaricasse la territorialita’ sarei di fronte a un bivio: il produttore e’ un “cane” o Panzano non e’ degno di esser considerato un grande territorio per fa vino, ma se permettete, la seconda ipotesi neanche voglio considerarla.

  15. Caro Zakk, magari esistessero territori capaci di piegare ogni vitigno! Secoli di ricerca enologica hanno dimostrato che alcuni vitigni sono molto influenzati dal territorio, altri poco e qualcuno quasi nulla. Qualunque sia la forza del territorio. All’interno di questa ultima categoria ci sono tutti i “cinque grandi”, i famosi vitigni francesi di cui lei parla; queste sono nozioni che trova in qualunque manuale di viticoltura al mondo. Ora la genetica ha anche spiegato il perchè, ma questa è un’altra storia. Panzano è uno dei più straordinari territori da vino del mondo, ma non ci sarà mai un merlot, cabernet e syrah che richiama il gusto di Panzano. A meno che, naturalmente, nell’ottimo vino che sta per bere non ci sia una significativa percentuale di sangiovese o canaiolo proprio di Panzano…… Sà, tra un travaso e l’altro qualcosina a volte scappa.

  16. Bevuto!
    Abbia pazienza Colombini, ma il camalaione 2004 che mi son beuto oggi e’ Toscano fino al midollo, anche se l’impronta cosiddetta internazionale e’ evidente.
    Io non dico che un vitigno debba essere neutralizzato dal territorio, ma che il territorio deve lasciare il segno. Un territorio puo’ soccombere al vitigno soltanto se in cantina si (legalmente) magheggia.

    Di esempi di vini che toscaneggiano senza vedere il sangiovese se ne possono fare molti, cosi’ come di vini che “langheggiano” senza vedere nebbiolo o barbera.

    Ah, io il vino in questione in passato l’ho frequentato pochissimo, e l’ultima annata proprio non l’ho mai neppure sfiorata. Il mio vuol essere un discorso generico e non una difesa del castello di brolio

  17. Quindi lei non considera un territorio “forte” la Langa?
    Se le capita, beva il bricco appiani di Flavio Roddolo e poi mi dica se non profuma di Langa.
    Di sicuro in Langa gli esempi riportabili sono numericamente meno che in Toscana, ma basta pensare ad un certo Gaja ed al suo Darmagi’ mica pzza e fichi. Ops, ho detto Gaja.

    • domanda: ma lei ci é o ci fa? Chiedere a me se non considero “un territorio forte la Langa” é domanda di assoluta comicità. Grazie per continuare a farmi iniziare novembre all’insegna del sorriso

    • no, é lei che fa il finto tonto…
      Un territorio forte, com’é la Langa, com’é Montalcino, soccombe necessariamente quando vi vengono piantate varietà, tipo quelle bordolesi, che non appartengono alla storia e all’identità ampelografica di quei terroir. Il Merlot, il Cabernet, la Syrah, a Montalcino ed il Langa, rimangono Merlot, Cabernet e Syrah, ed il carattere varietale prevale su quello della zona. Io la penso così, libero lei di pensare ad un Merlot chiantizzato se crede

  18. E buon pro gli faccia il suo ottimo merlot, cabernet e sirah! Più qualcos’altro, evidentemente, perché altrimenti non avrebbe “toscaneggiato” in alcun modo. Piaccia o meno, questo è uno dei principi base dell’enologia. E guardi che il magheggio (legale) in cantina casomai viene fatto per dare un fittizio sapore di territorio ad un vino che viene da chissadove, non per toglierlo; chimmai sarebbe così bischero da togliere il sentore di Panzano da un vino? Semmai un sofisticatore cercherà di darglielo, non crede? Quanto al merlot di Brolio, quel vino è ottimo. Averne di vini così! È come un magnifico involtino primavera, che io mangio volentieri MA NON È TOSCANO. Però è molto buono, e anche io ho tra i miei prodotti un merlot; mica apprezzo solo la ribollita! Francesco Ricasoli ha fatto l’ennesimo vino di gran classe, l’unica cosa su cui non concordo (ma è una opinione soggettiva) è la scelta di promuoverlo come tipico. Tutto qui.

  19. E’ evidente che io a differenza sua le cose le provo e nonostante io penda dalla parte dell’autoctono (nebbiolo e sangiovese per me sono un dogma) devo constatare (per esperienza, non perche’ mi diverta) che esistono ottimi esempi di alloctoni sia in Langa che in Chianti e che risultano esser territoriali.
    Un merlot non sara’ mai chiantizzato, ma puo’ benissimo far pensare alla Toscana. Idem per un cabernet in Langa.
    Che poi di esempi “negativi” ce ne siano a fiotti e’ soltanto perche’ di enologi e viticoltori “cani” ce ne sono troppi in ogni dove, ma se ci riesce qualcuno e’ perche’ potenzialmente la cosa e’ possibile.

    • é invece evidente una cosa, la sua assoluta malafede: perché solo una persona in malafede può dire, riferendosi a me, che per lavoro provo un sacco di vini ogni anno “E’ evidente che io a differenza sua le cose le provo”. Ma chi cavolo crede di essere, come si permette di mettere in dubbio che io scriva di cose che non provo e non conosco?

  20. Cinelli Colombini allora anche lei dice che un territorio come Panzano non riesce a lasciare un’impronta su un taglio bordolese? E sarebbe quello un territorio “forte”?.

    Sicuro che a Montalcino si siano fatti magheggi per avere un brunetto che davvero sapesse di Toscana e non di qualcosa d’altro? I magheggi chi li ha fatti li ha fatti perche’ crede che il mercato inernazionale vada in una certa direzione, la tipicita’ non c’entra niente.

  21. Legga quello che c’e scritto e non quello che crede ci sia scritto Ziliani.
    Lei il bricco appiani di roddolo l’ha mai provato in cieca con altri vini piemontesi? Anche se i vitigni sono diversi non ha mai trovato un fil rouge che li unisse? No? Evidentemente abbiamo palati diversi ed altrettanto evidentemente il suo e’ migliore del mio.

    Ps: il “finto tonto”, se pretende rispetto, vada a cancellarlo che ci fa una figura migliore.

  22. Caro Zakk, non lo dico io che un territorio indubbiamente forte come Panzano non riesce dare un sapore “panzanese” ad un puro taglio bordolese, glielo dice qualunque enologo. Poi lei è libero di credere quello che vuole, per carità. A Montalcino è successa un’altra cosa, qualcuno ha inseguito l’utopia di fare il miglior vino del mondo. Le utopie costano tutte carissime, e questa non ha fatto eccezione. Io non ho nulla contro la qualità “a qualunque costo”, a volte porta a risultati straordinari, però vorrei che per amore di chiarezza (e dei nostri clienti) non la si vestisse di tipicità quando la tipicità non c’é. Va benissimo di fare il taglio bordolese, ma non mi si venga a dire che sà di Panzano, di Neive o di Ciró. E poi perché mai dovrebbe? Non è abbastanza buona per quello che è?

  23. @Zakk-ho bevuto anch’io il Camalaione e ho trovato che sa di Panzano in maniera inequivocabile, direi anche più di molti vini della zona che dichiarano essere Sangiovese in purezza.

    • altra grande “scoperta” del giorno: un vino Cabernet Sauvignon 70%, Syrah 15%,Merlot 15% che sembrerebbe essere più chiantigiano di “molti vini della zona che dichiarano essere Sangiovese in purezza”. Mi arrendo: fermate questo strano mondo del vino, voglio scendere..

  24. Questo é il bello dei blog, si da per scontato che certi fatti tecnici ben noti siano ovvi e condivisi da tutti, e qui si scopre che non è così. Che luogo istruttivo! Bene, mi informerò sulla possibilità che a Panzano esista un terreno che riesce a dare al cabernet, merlot e simili un carattere non solo chiantigiano, ma addirittura panzanese. Se così fosse sarebbe un unicum a livello mondiale, chiederò ai numerosi amici produttori che ho lì se una tale anomalia risulta anche a loro.

  25. Non mi sembra poi così sconvolgente la cosa se solo si considera che questo produttore lavora in maniera molto rispettosa del territorio: la matrice terrrosa del tannino, la mineralità e l’acidità nel vino mettono in secondo piano un carattere varietale molto discreto. D’altro canto, se si paragona ad altri prodotti di altre aziende, pur trattandosi di Sangiovese in purezza, ma abbondantemente conditi da dosi di boisé, ma estranei del tutto al territorio ed abbellimenti enologici omologanti, ma del tutto legali, allora la cosa diventa più chiara: occorre la chiara volontà di fare trasparire un territorio, sempre se c’è s’intende, e solo allora s’avvertirà chiaramente. Detto questo -perdonate le banalità che ho espresso – è ovvio che il Sangiovese in purezza può essere ancora più espressivo, specialmente in un territorio così caratterizzante.

  26. E’ ovvio, ma e’ meglio sottolinearlo, che i due Chianti che produce la stessa azienda che fa il camalaione trasudano Toscana ogni volta che se ne apre una bottiglia. Provare per credere, magari anche andare a visitare questo gioiellino nella conca d’oro di Panzano potrebbe essere utile.
    Comunque la bottiglia di oggi era davvero stupenda e solo uno che beve senza attenzione avrebbe potuto dire qualcosa di diverso da “Toscana!”

  27. Davvero esiste ancora qualcuno seriamente convinto che il merlot che si produce in Toscana sia uguale a quello che si produce in Sicilia o in Cile ecc. ?
    I cloni non contano piu’ nulla, il sondaggio dei terreni non conta piu’ nulla, e per dirla alla ” francesa : IL TERROIR ” questo benedetto concetto di terroir non conta piu’ nulla.

    @ Sig. Cinelli Colombini
    Piantare qualche ha di merlot non ha niente a che vedere con l’imbastardimento del Brunello ( anche se personalmente sono favorevole ad un 10/15% di altre uve ) ma non confondiamo le acque per favore. Qui si stava discutendo della scelta di un produttore di produrre merlot in purezza nei suoi terreni di Toscana e dell’affermazione dello stesso secondo cui il terreno ne determina la qualità finale. Ed allora cosa c’è di sbagliato e che non va ?
    Il solo fatto di essere a favore in toto dei vitigni autoctoni e contro in toto ai vitigni internazionali ?
    Visione miope e limitata del mondo del vino, quando il vino è buono ben venga, solo dopo mi occuperò dei vitigni che lo compongono se ne avrò la voglia ed il tempo.
    Non accavalliamo dieci discorsi per poi non capirne nemmeno uno e fare solo demagogia spicciola, come sempre piu’ spesso si legge su questo sito per favore

    • credo che la “demagogia spicciola” appartenga solo al suo “commento”, se così vogliamo definirlo. E se trova che questo sito ne sia portavoce, perché lo legge, perché commenta? Prego rivolgersi altrove ce n’é così tanti di blog del vino…

  28. No caro signor Castagno, non è affatto sconvolgente. Solo che l’enologia è una scienza, e le uve che usiamo oggi sono il frutto di lunghi studi (ben documentati e disponibili) che ci dicono quello che possono o non possono fare. Il carattere varietale del cabernet non è mai molto discreto come dice lei, in realtà è fortissimo perché quest’uva è stata ottimizzata proprio per ottenere questo risultato. Per quanto un viticoltore sia bravo, è difficile pensare che riesca a snaturare un’uva. E poi perché mai dovrebbe farlo? Se uno pianta un cabernet lo fa per produrre un cabernet, mica per fare qualcosa di simile ad un sangiovese; altrimenti pianterebbe un sangiovese, non crede? E se fa un ottimo cabernet a Panzano che c’é di male? Mica lo chiama Chianti.

  29. Egregio Sig. Cinelli Colombini, sono pienamente d’accordo con quanto scrive nel Suo ultimo commento, però stavamo parlando di altro, mi pare, cioè se il territorio di Panzano sia in grado di esprimere un carattere tutto suo anche attraverso i vitigni alloctoni. Sono convinto che all’interno delle denominazioni d’origine esistono delle zone che solo “sussurrano” la loro origine ed altre che riescono ad “urlare” attraverso l’espressione dei loro vini, se solo glielo si permette. Questo non ha a che fare con la qualità “commerciale” quanto proprio di una caratterizzazione in senso stretto: sono convinto che Panzano sia una di queste zone. Non vedo perchè un Cabernet lì coltivato e vinificato debba in qualche modo NON essere influenzato dall’insieme di condizioni pedoclimatiche locali e quant’altro tali da non renderlo pienamente un’espressione chiantigiana o panzanese che dir si voglia essendo questi appunto territori, cosa ben diversa dall’essere un Chianti Classico, che invece è un vino prodotto dal territorio del Chianti utilizzando un disciplinare regolato a norma di legge e che attualmente non può oggettivamente mai diventare.Saluti

  30. Quando lei trova qualcuno che la pensa diversamente e scrive opinioni completamente diverse dalla sua, allora ecco che prontamente arriva l’invito ad andare su altri blog. Cerchi di essere piu’ tollerante e democratico e controbattere punto per punto a quanto ho scritto sopra. Questo vale anche per il sig. Colombini che mi ha gentilmente chiamato in causa, ma ancora non ha risposto. Forse che non Vi sono rimaste altre frecce al vostro arco ?
    Certo che sostenere che il terroir non conta niente è una tesi molto difficile ed improba da provare, quando ormai è dottrina consolidata che l’ 80% della qualità del vino si fa nella vigna o sbaglio ?
    Saluti

  31. Caro Claudio, non ho risposto prima perché oggi è una giornata piuttosto occupata, ma se posso rimedio. Personalmente vorrei che ciascuno piantasse quel che gli pare, dove gli pare e come gli pare. Se poi avrà successo a deciderlo sarà il mercato e non certo io, anche se temo che sia difficile che un merlot toscano possa vincere la concorrenza di prodotti analoghi fatti ovunque nel mondo con costi di produzione enormemente più bassi e che fruiscono di aiuti di Stati che investono pesantemente in promozione e aiuti. In Toscana un sangiovese molto tipico e magari DOC o DOCG ha gli stessi costi produttivi di un merlot, però ha il vantaggio di fruire di marchi collettivi notissimi e di una unicità, perché il sangiovese toscano non è replicabile altrove mentre il merlot si. Se però uno vuole accettare una sfida molto difficile ha tutta la mia stima, e gli auguro ogni successo. Su questo mi pareva di essere stato molto chiaro. Altro discorso è la tipicità. Quello che definiamo il “sentore di Panzano” non è altro che il modo con cui il sangiovese reagisce al particolarissimo insieme di clima, territorio e influsso umano di quella terra. E il sangiovese è un vitigno che cambia molto da collina a collina, e non lo dico io ma qualunque manuale di ampelografia o viticoltura. Quegli stessi manuali dicono che invece merlot, cabernet e simili reagiscono poco o molto poco ai cambiamenti, e questo è un loro carattere intrinseco che è sempre stato ritenuto un pregio e non un difetto; li si pianta proprio perché danno quel loro sapore distintivo ovunque. E per questo nel merlot l’influsso del terreno (perché usare una parola francese?) è molto ridotto se non assente. Ripeto, questo è sempre stato considerato un pregio, non un difetto, mentre il variare del sangiovese da zona a zona è sempre stato considerato un suo enorme limite nella diffusione mondiale; e in effetti non esistono esempi di sangiovesi prodotti fuori Italia che somiglino ai nostri, mentre un merlot è sempre riconoscibilmente un merlot. Ovunque sia prodotto. Io non nego affatto l’influsso del terreno, dico solo l’ovvia cosa che alcune uve lo trasmettono di più al vino, altre meno ed altre affatto. E che questo è stato studiato e definito da tempo. E che merlot, cabernet e simili sono stati selezionati accuratamente per secoli proprio per ridurre al minimo l’influsso del territorio, perché il risultato che si voleva ottenere era un vino quanto più simile a se stesso fosse possibile. Risultato perfettamente raggiunto. I grandi teorici francesi sa quanto stimavano l’effetto del terreno? Zero. O meglio, 5% quanto è l’estensione dei terreni in tutto il mondo che secondo loro hanno la capacità di trasmettere qualcosa di loro al vino, e si tratta solo di terreni gessosi (quasi assenti in Italia) e zone a ciottoli fluviali con la roccia a mezzo metro (anche questi quasi assenti in Italia). Ma lo sa quale è il problema? È che oggi, dopo tanto tempo in cui si è cercato la qualità assoluta e tanti cercavano il mitico “standard Parker” uguale in tutto il mondo, è venuta di moda la tipicità. Ma vedi! E ora in tanti vorrebbero la serva ubriaca e la botte piena, vorrebbero che i loro magnifici vigneti alloctoni che producono splendidi vini in stile Parker dessero anche prodotti che rispecchiano le peculiarità del sangiovese di Panzano. Vuole sapere come la penso davvero, fuori dai denti? Che in Toscana ed in Italia c’è tantissima gente seria che si sforza di fare il meglio con grande onestà anche intellettuale, ma c’è anche tanta confusione. E ci sono tanti bravissimi stregoni dell’alambicco e della cisterna che riescono davvero a fare magie; l’unico limite che trovano è nella tipicità vera, che viene solo da certe (poche) terre, da certe (poche) uve e da tanto oscuro lavoro in vigna e in cantina. Pur con la massima stima per tanti bravi colleghi e amici, e per tanti bravi stregoni spesso amici, la tipicità è e deve restare una cosa seria su cui non si scherza, e per questo mi accaloro quando ne parlo. E non la si fa con il merlot, che ha mille altri pregi ma non questo.

  32. sarei curioso di sapere quest’anno a Montalcino magari a sant’;angelo o castelnuovo a che gradazioni sono arrivati…..tanto per rimanere in tema di zone vocate al sangiovese…..

  33. Da dodici e otto a quindici e sei (noi abbiamo vigne da 180 mslm a 550 e tanti suoli diversi) con maturazione fenolica spesso molto buona.

  34. proprio oggi a pranzo ero da un ristoratore che segue senza intervenire la discussione. Mi serve la mia consueta bisteccona e mi porta un bicchiere di vino senza che io sappia di cosa si tratti per chiedermi un parere disinteressato e non influenzato.
    Beh, non perchè io sia bravo, ma la parola Toscana è uscita nuovamente dalla mia bocca con assoluta certezza. A differenza dal Camalaione però trattasi di vino decisamente pesante, con un tannino da botte piccola invadente e scomposto.
    Senza fare il nome del vino in questione assicuro che trattasi di cabernet sauvignon e cabernet franc fatto in zona Riparbella, quindi non in Chianti, ma verso la costa tra Livorno e Bolgheri. Cosa volete che vi dica, per me era inequivocabile riconoscere la provenienza di questo vino anche se non spenderei coldi per comprarlo.
    Abbiamo anche aperto un taglio bordolese di un famoso produttore alto atesino: un altro pianeta, non solo qualitativamente, ma anche da un punto di vista organolettico. Siamo poi così sicuri che il taglio bordolese sia così simile a se stesso in tutto il mondo?

    Sarebbe bello se si provasse a mettere un po’ di tagli bordolesi provenienti da diverse parti di Italia sotto una stagnola e vedere se veramente le provenienze sono confondibili o ben distinte.

  35. X Cinelli Colombini
    Apprezzo il tono pacato e signorile della sua risposta, ma condivido con Zakk il suo pensiero,in riferimento al fatto che il merlot ( cosi’ come il cabernet ecc. ) non è sempre uguale in qualsiasi parte venga impiantato. Significherebbe che conta solo il clone e non piu’ il terreno. Addio ” terroir “, questi francesi non hanno ancora capito nulla ( forse )

  36. @Zakk
    grazie mille…!!!!!

    @Cinelli Colombini
    anche qui a Radda gradazioni max 12,5 acidita’ bella pimpante e maturazione fenolica perfetta….quando si dice le cassandre del vino che dicevano che era un’annata mediocre….secondo me anche questa minimo minimo e’ da 5 stelle forse anche sei…..

  37. Che vi devo dire, secondo tutti i “sacri testi” dell’enologia e secondo la mia (limitata) esperienza personale avete torto. Peró non metto in dubbio la vostra buona fede. Non sarà per caso che confondete il risultato di un’ottima lavorazione in vigna e in cantina, sommati ad un bassa produzione per pianta, con una tipicità? Dato che queste cose sono molto inusuali tra chi fa vino di taglio bordolese fuori della Francia, possono dare un qualcosa di diverso al vino che voi trovate simile a sentori familiari nel sangiovese toscano.

    • Stefano, che dire? A me continuano a piacere 10000 volte di più i vini chiantigiani e di Montalcino prodotti con il solo Sangiovese (o al massimo con un pizzico di Canaiolo o altre varietà tosche minori) che un qualsiasi, dico qualsiasi Merlot, Cabernet, Syrah, Petit Verdot, e tagli tra loro, con o senza Sangiovese, prodotto negli stessi territori. Se poi questo blog ha dei lettori che riesco a trovare chiantigiano e ilcinese un Merlot o un Cabernet prodotto a Panzano, Radda, Gaiole, piuttosto che a Montalcino, che dire se non degustibus?

  38. PS buono e tipico non necessariamente sono sinonimi, c’è il buono che non è tipico ed il tipico che non è buono. Occhio a non confondere il “è di mio gusto” con il tipico, tra grandi rossi di zone straordinarie può capitare anche a palati esperti.

  39. Caro Franco, se non mi piacesse il sangiovese non avrei il 95% di questa uva nelle mie vigne. Per me parlano le mie azioni. Ma sono un testardo liberale di quelli che facevano i convegni in una macchina a quattro posti, per cui difenderò fino alla morte la possibilità per il mio prossimo di piantare quello che gli pare. Quanto poi ad imbastardire le denominazioni no, su quello faccio la linea del Piave, ma per l’IGT facciano pure. A me quei vini non piacciono e non li produco, ma non nego che a volte siano tecnicamente notevoli. Ripeto, per la mia coerenza parlano i miei voti e le miei vigne, ma mi ostino a non considerare un nemico chi non la pensa come me. Magari fosse reciproco!

  40. Intanto ringrazio Franco per aver ospitato i miei commenti che so non essere in sintonia con i suoi. Al Sig.Cinelli Colombini che all’inizio mi ha risposto con sarcasmo, poco liberale e quindi successivamente mi ha risposto indirettamente rivolgendosi a suocera perchè nuora intendesse gli dico che anch’io rispetto le opinioni altrui e ascolto le ragioni degli altri, anche quando non mi risultano del tutto convincenti. In realtà anche se l’Enologia passa per una scienza esatta in realtà, esclusi gli aspetti enotecnici puri deve dare conto ad interpretazioni culturali e filosofici che lasciano ampio spazio alla diversa sensibilità di ognuno di noi, come direi l’Architettura. Appare chiaro quindi a meno di non voler iniziare delle inutili “guerre di religione”è bene limitarsi ad esporre le nostre idee, motivandole, senza necessariamente avere le pretese di convincere nessuno.Cordiali saluti.

    • tutti i commenti e tutte le opinioni se espresse con educazione e rispetto, poco importa che siano in sintonia o meno con quanto penso io, vengono pubblicate su Vino al vino. Vengono invece cestinati i “commenti” di chi si pone con arroganza, insultando e criticando per partito preso. Allora in quel caso é mio diritto, e mi fa pure piacere farlo, cestinare

  41. Signor Castagno, il sarcasmo fa parte del DNA dei senesi come e più del Palio e il mio essere liberale non c’entra proprio; io difenderò sempre il suo diritto a pensarle come vuole, e nello stesso tempo il mio a riderci sopra. Non vedo incompatibilità. Però guardi che l’enologia, pur non essendo una scienza proprio proprio esatta al millimetro, sempre scienza è purtroppo non è piegabile più di tanto alla poesia. Altra cosa è il palato, io quando bevo un buon champagne sento Edith Piaff e non ci posso fare nulla, la mia oggettività va a farsi friggere. Noi degustiamo con la bocca ma molto di più con la mente, e li sta il bello del vino e la poesia; se lo scartiamo in favore di fredde degustazioni alla cieca e punti o grappoli, allora è la fine. E qui mi fermo perché ho abusato fin troppo della pazienza e dello spazio del nostro padrone di casa.

  42. Alla cortese attenzione dei”tradizionalisti”:il terroir può indubbiamente condizionare(in positivo) una varietà; “magheggiando” in cantina specialmente se non si utilizzano lieviti selezionati,i quali standardizzano o , meglio,rendono il vino troppo internazionale , si può esaltare il terroir….un esempio per tutti:i vini dell’azienda Grattamacco.
    p.s.Dott. Ziliani potrebbe cortesemente cambiare lo sfondo blu del suo sito…con le scritte bianche si confondono le lettere.Sia più “tradizionale” il bianco/nero è meglio.

  43. Ziliani, guardi che pure a me piacciono i più i 100% sangiovese o al massimo con piccole aggiunte di canaiolo e&C.
    Ma questo non esclude quello che sostengo, cioè che il territorio, se veramente vocato, un segno lo lascia su qualsiasi vitigno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *