Il marketing ha delle ragioni che il vino non sempre conosce…

A margine di una relazione presentata a Nebbiolo Grapes

La presentazione di un’accurata relazione, proposta nell’ambito del convegno internazionale Nebbiolo grapes che si è svolto a Stresa a fine ottobre, e precisamente durante la sessione marketing e comunicazione, ha ampiamente dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, quello che, parafrasando Blaise Pascal, ho cercato di sintetizzare nel titolo di questo post, ovvero che il marketing del vino ha delle ragioni che il vino, quantomeno una certa idea un po’ poetica del vino, non conosce. Non prevede, anzi considera estranee e quindi rifiuta.
Sto parlando della relazione molto stimolante e decisamente provocatoria, così almeno è stata avvertita da una buona parte del pubblico presente al convegno, presentata da Maurizio Di Robilant, della Robilant Associati, impresa di Brand Advisory che si presenta dicendo “il nostro Talento è quello di aiutare le Imprese a scoprire ed esprimere il loro Talento Grazie a questo approccio sosteniamo le Imprese nella costruzione di Marche uniche, solide e durature”. Questo perché “le aziende sono abituate a fare bene ma spesso si dimenticano di comunicare come bene lo fanno”.
Di Robilant nella sua relazione intitolata “Il Nebbiolo, un illustre semi-sconosciuto! Esiste una possibile strategia di valorizzazione?” è partito da una semplice constatazione: cosa accade quanto si chiede alla gente comune, non agli esperti, di nominare un nome di vitigno che conoscono?
Semplice, che si ottengono altri nomi di uva, tipo Sangiovese, Pinot grigio, Chardonnay, Cabernet, Sauvignon, Merlot ma non Nebbiolo, perché la gente sa poco del Nebbiolo ed il Piemonte produce con il Nebbiolo vini impegnativi ma un po’ da addetti ai lavori.
E qui Robilant ha cominciato a svolgere la sua analisi, che se impeccabile dal puro punto di vista del marketing, della semplificazione nella comunicazione pensata e rivolta ai non addetti ai lavori, è parsa debole, insostenibile (per alcuni ingenua, per altri irritante) a chi, generalmente “nebbiolodipendenti” in servizio permanente effettivo, assisteva al convegno.

Di Robilant ha ricordato che “su un TOTALE di circa 5000 ha vitati a Nebbiolo (con 7 DOCG e 14 DOC) 3900 ha “perdono” l’Identità a favore delle Denominazioni mentre il rimanente migliaio ettari in cui è citato il nome di vitigno Colline Novaresi,Canavese, Langhe, Nebbiolo d’Alba e quel poco che non rientra nelle DOC non sembra capace di valorizzarsi…”.
E’ proprio in quel “perdere l’identità”, che a Robilant appariva tale con la rinuncia all’indicazione del vitigno in etichetta ed il ruolo fondamentale attribuito al nome della denominazione, il non troppo sottile discrimine, l’equivoco, perché quello che appariva allo studioso di marketing perdita di identita varietale, è invece, ovviamente per chi il Nebbiolo conosce, una fondamentale valorizzazione territoriale sull’esempio di quel modello francese che è stata ed è tuttora la stella polare di riferimento per il sistema delle denominazioni del vino italiane.
Di Robilant si è allora chiesto cosa fare di fronte a questa poca conoscenza e identità confusa del Nebbiolo: in primo luogo ha concluso che “Si potrebbe decidere che, in termini di marketing, è una BATTAGLIA PERSA Le denominazioni sono più forti e meglio reputate e quindi lasciamo che il Nebbiolo si “dissolva” in esse!”.

Oppure, a suo dire, “si potrebbe ri-valorizzare il vitigno per creare una PIATTAFORMA “NEBBIOLO” per i mercati esteri che premiano l’offerta varietale”. E dove è tutto da dimostrare che l’offerta di un Nebbiolo varietale potrebbe essere premiante. Secondo Di Robilant, “questa “mossa” permetterebbe, nel tempo, di puntare a fare del NEBBIOLO quello che oggi è il PINOT NOIR nel mondo!”.

Osservazione fatta non ricordando, purtroppo, che i grandi Pinot noir francesi sono conosciuti nel mondo non in quanto Pinot noir, ma con il nome delle loro piccole e a volte minuscole denominazioni, tipo Gevrey Chambertin, Vosne Romanée, Pommard, Volnay, Nuits Saint Georges, per citarne solo alcune delle più prestigiose.
Secondo Di Robilant e secondo la sua analisi impeccabile dal punto di vista del marketing ma un po’ lontana dalle ragioni speciali che rendono i vini base Nebbiolo unici e non riconducibili a ragionamenti adatti per  altri vini, “Si potrebbe lavorare su una vinificazione diversa da quella tradizionale per creare UN NUOVO “NEBBIOLO” più accessibile in termini di gusto, beva e costo, ma ricco di un immaginario legato a “territori” più blasonati”.

E questo “nuovo Nebbiolo potrebbe avere un suo disciplinare, un suo nome e una sua marca prodotto, da condividere con tutti i produttori Piemontesi creando un consorzio capace di promuoverlo in Italia e nel Mondo…”.
Per fare capire a cosa pensasse Di Robilant ha fatto l’esempio di due case history, quelle del Novello e del Galestro, (vini o scomparsi o decisamente in calo di popolarità oggi), suggerendo addirittura una serie di nomi con i quali il nuovo Nebbiolo potrebbe presentarsi: “Potremmo chiamarlo: col nome trecentesco NUBIOLA, col nome descrittivo di LE NEBBIE, con un nomignolo come NEBBIOLINO, o semplicemente NIBULA… Potremmo infine creare una denominazione NEBBIOLO PIEMONTE DOC”.
In effetti una Doc Piemonte già esiste, e con tante indicazioni di vitigno tra cui, per fortuna, non figura il Nebbiolo, ma non credo proprio che un Piemonte Nebbiolo Doc sarebbe l’arma vincente per conquistare il mondo e convertire i più riottosi alla causa del Nebbiolo.
Questo nemmeno se il testimonial scelto per lanciare la novella denominazione fosse il celeberrimo produttore di Barbaresco proposto ad effetto da Di Robilant in conclusione del suo intervento.

Come non concludere dunque che, pur con tutto il rispetto per il lavoro, impeccabile dal suo punto di vista, realizzato da un personaggio prestigioso e di grande preparazione come Maurizio Di Robilant, conoscitore come pochi dei legami tra forza del brand e appeal del vino, le “ricette” proposte da questi esperti restano pura accademia e sono di fatti difficilmente realizzabili, quantomeno nel caso di vini “anti-brand” per loro natura come quelli espressione di un vitigno eroico e anarchico, un’uva da veri conoscitori come il Nebbiolo?

41 pensieri su “Il marketing ha delle ragioni che il vino non sempre conosce…

  1. A noi qui a Marte pare che la definizione calzante e il più adatto messaggio di marketing sia proprio “vino anti – brand”. Crediamo sia questa la forza del Nebbiolo, non il difetto. Siamo un po’ stupiti delle non conoscenza del Nebbiolo così come indicata. Premesso che lo conosciamo anche a Marte, nella cultura, anche popolare e non soltanto tecnica, del nord Italia il Nebbiolo è noto, notissimo, in lungo e in largo, per tradizione. E siamo un po’ stufi di sentire incitamenti a “diventare come”, concludere a piacere. Siamo quel che siamo: perchè periodicamente qualcuno ci dice che non possiamo esserlo?
    Briscola 🙂

  2. Orca quanto buon senso su Marte! E come sono sempre uguali a loro stesse le brillanti proposte che escono dai convegni! Dicano quello che vogliono, ma gira gira i vini che si affermano sono praticamente sempre quelli che hanno una storia e una radice nel loro territorio, che piaccia o non piaccia l’esperienza dimostra che è così. Trasformare il nobile Nebbiolo in un pinot nero italiano, ma siamo matti?

  3. Ciao Franco e buongiorno a tutti.
    Credo che tutto il discorso sia viziato alla base. Puntare sulla valorizzazione del vitigno in alternativa o addirittura in contrasto con le denominazioni che fagociterebbero il nome nebbiolo impedendogli rinomanza mondiale è un errore in quanto il nome del vitigno (qualunque esso sia) è utilizzabile da chiunque in qualsiasi zona del mondo quel vitigno sia piantato. L’unicità non sta nel vitigno ma nel territorio dove esso è piantato ed interagisce con il microclima, la sapienza dell’uomo e tutte le altre componenti maggiori e minori che contribuiscono alla realizzazione di un vino da quel vitigno. E l’unicità di quella zona è protetta dal nome del vino cioè dalla denominazione che è patrimonio comune dei produttori di quella zona. Puntare quindi sul vitigno anziché sulla denominazione non è solo rinunziare alla poesia (per quanto importante) ma commettere un errore strategico colossale. Io credo che questo signore dovrebbe più opportunamente trascurare il settore del vino e destinare le proprie risorse intellettuali ad altri prodotti più consoni ad essere industrializzati. Infatti le tesi enunciate non sono in sé errate, lo diventano quando sono applicate al vino di alta qualità che si rivolge inevitabilmente ad una fascia di consumatori che non sono interessati al vino come prodotto industriale.
    Buona giornata a tutti.
    Francesco Bonfio

  4. Ho letto con interesse questo post, e condivido le tue perplessità. Comunicare e fare marketing senza semplificare/banalizzare è possibile? Onestamente non lo so. Mi rendo conto che il mondo del vino abbia bisogno delle competenze di professionisti come Maurizio Di Robilant, ma allo stesso tempo immagino che proposte come quelle fatte a “Nebbiolo Grapes” abbiano giustamente irritato molti produttori. So solo che i “marchi ombrello”/trasversali non hanno mai avuto successo nel mondo del vino, e credo che ormai possano portare avanti progetti di questo tipo solo le grandi catene distributive. I marchi “solidi, unici e duraturi” secondo me non nascono a tavolino, e spesso hanno alle spalle una complessità forse impossibile da riassumere in poche righe. Usiamo Internet tutti i giorni, chi più e chi meno, e credo che questo strumento ci stia paradossalmente abituando ad apprezzare la complessità delle cose. Forse una parte della comunicazione e del marketing del vino non ha ancora colto questo cambiamento, ambivalente ma sempre più diffuso, e continua a ragionare sulla base di concetti rassicuranti ma anche un po’ obsoleti.

  5. Bell’argomento, questo. Certamente sarebbe una follia in questo caso voler far prevalere il nome del vitigno a quello del territorio. Pero’ mi pare che ci sia un atteggiamento leggermente snobostico nel dire che la gente deve conoscere il vino perche’ e’ un grande vino, il territorio e’ importante, ecc. Non vedo nessun contrasto tra portare avanti la politica del grande territorio, e promuovere il vino (almeno quei vini che se lo possono permettere, e in Italia non sono tanti), e al tempo stesso aprirsi al mondo esterno e fornire qualche informazione supplementare in etichetta. Siamo noi che ci rivolgiamo ai mercati piu’ lontani, anche culturalmente, perche’ vogliamo vendere ed affermare i nostri vini. In questo contesto, fornire loro qualche informazione in piu’, senza partire dall’assunto che “se non lo conosci gia’, non lo meriti”, credo sarebbe un modo sensato e anche umile (e perche’ no?) di rivolgersi loro.
    Una cosa sulla Borgogna e il Pinot nero. Vero, verissimo che la Borgogna e’ il luogo del terroir per antonomasia, dove la posizione millimetrica di una parcella fa tutta la differenza del mondo, ma come non riconoscere che la grande reputazione del Pinot noir che si e’ venuta a creare negli ultimi venti anni (anche grazie a eventi mediatici, e’ giusto ammetterlo) ha contribuito e contribuisce all’affermazione di questo grande territorio anche al di fuori della schiera degli appassionati puri e duri? Non farlo sarebbe come negare la realta’.

  6. @Paglia.
    E’ Robilant che sostiene la dicotomia fra nome del vitigno e nome del vino. Non c’è nessun ostacolo a scrivere sulla retro da che vitigno si ricava quel vino. Anzi, tutte le info che possono essere utili all’acquirente sono bene accette.

  7. @bonfio sono d’accordo infatti, pero’ non si puo’ non dire che quel tipo di atteggiamento e’ stato spesso presente, e forse lo e’ ancora. Mi ricordo francesi che si rifiutavano di aggiungerlo in etichetta, come segno di declassamento dell grandeur dei loro vini: credo che molti di loro si siano rinsaviti piu’ di recente. Certo, quando una denominazione diviene un marchio, alla gente in fin dei conti non gliene frega nulla di quello che c’e’ dentro. Quanti consumatori tra le centinaia di milioni che bevono Champagne sanno con che uve e’ fatto, o per fare un esempio nostrano, quanti sanno con che uva e’ fatto il Prosecco?

  8. Da un bene autentico, un valore intrinseco, creare una marca finta, evocando il valore “aggiunto” (della propria parcella).

    Ma il de Robilant ha dichiarato l’obiettivo di questo restyling d’immagine? E con quali numeri ha sostanziato l’eventuale convenienza di tale operazione? E a favore di chi?

    Le domande poste da chi è intervenuto qui sopra sono tutte motivate. A me viene anche da pensare che i vini di alta gamma (modo generico di definirli, ma utile per questa discussione) siano entrati nell’attenzione di chi comunica e di chi è all’eterna ricerca di spremere qualcosa di nuovo. Ma mi pare anche che sia improprio trattare i vitignii come brand. I vitigni NON sono brand e non si capisce perché dovrebbero diventarlo; o forse, ragionamenti come quello dell’agenzia di cui sopra, preludono all’intenzione di qualcuno (?) di mettere a frutto questo bene collettivo, brevettarlo, farlo diventare un BRAND, e vendere l’accesso al brand. A un brand ‘geneticamente’ modificato?
    (Oddio, mi esprimo come una pericolosa comunista!)
    Dato che dobbiamo – di questi tempi – fare i conti con l’irruzione di parecchi nuovi concetti che stanno scaravoltando il nostro modo di essere (di esistere), forse ci toccherà anche assistere a autorevoli autorithies che arrivano e ci dicono “bisogna valorizzare il nebbiolo (…, …,) con un’efficace azione che lo renda noto e lo metta in testa a tutto il mondo; pagate voi, ci pensiamo noi.”
    Inutile obiettare che è naturale che non tutti conoscano il nebbiolo, che – come tanti altri beni materiali che corrispondono a luoghi, territori, usi e costumi, appartenenze culturali – non è massificabile ed appartiene a chi lavora lì, e solo a lui, non a Godmann Sachs; almeno il nebbiolo, no!

  9. Non ribaltiamo la frittata: nessuno ha messo in discussione l’importanza della Borgogna o del Pinot nero. Il problema è che la Borgogna non c’azzecca proprio in tutto il discorso. E dove lasciamo l’Alsazia e dove la Champagne? Lasciarle dove sono, almeno per noi Marziani, è la cosa più sensata. Non basta dir “Borgogna” per essere un’altra Borgogna o per spalancare lo scrigno del marketing perfetto. I metodi (i vitigni, i terreni, le strategie, ecc.) utilizzati là sono utilizzati là. Bravi, bravissimi, amen. Conoscerli è giusto; anelare ad applicarli in contesti (metodi, vitigni, strategie, aziende, mercati, ecc.) diversi, è assurdo. La questione non è soltanto di promozione, ma soprattutto di cultura. La cultura, in senso ampio, non la si copia né la si inventa. Nemmeno la storia dei luoghi, degli uomini, dei vini. L’opinione banalissima che abbiamo qui a Marte è che bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi: siamo ciò che siamo. Spesso siamo molto di più di quanto pensiamo. Possiamo migliorarci, evitando però interventi di chirurgia plastica, con effetti temporanei e conseguenze deleterie. Possiamo migliorarci senza finzioni, per ciò che siamo, per ciò che è vero. Così disse Briscola 🙂
    B.
    P.S.: è più o meno lo stesso pensiero che formulo quando incontro terresti agées (vintage?) rifatte alla Paris Hilton.

  10. L’equazione vitigno = nome del vino ha una precisa origine storica e geografica, da cui credo che non si possa prescindere se non si vuole cadere nei discorsi banali, buoni per ogni stagione ed ogni luogo. Negli anni ottanta il “nuovo mondo” del vino si è affacciato al commercio mondiale, ed ha scoperto che la battaglia tra Napa Valley e Pauillac, o tra Barossa e Barolo, era persa in partenza. Non potendo vincere si inventarono il concetto del tutto nuovo del vino/vitigno; in questo modo spostavano il confronto tra un merlot sud africano ed uno italiano, cosa molto più abbordabile. Il tutto fu sponsorizzato (ovviamente) dalla allora nascente stampa vinicola americana, che allora valeva poco e il cui sviluppo nessuno di noi prevedeva. A noi europei non è mai convenuto e probabilmente neppure mai converrà sposare questo concetto, sarebbe un suicidio buttare ai pesci il legame tra territorio e vini e il valore competitivo della storia secolare dei nostri vini storici in favore di vini/vitigni che possono essere prodotti ovunque nel mondo con costi enormemente più bassi dei nostri. Il discorso dei vini di Borgogna io lo leggo proprio come uno straordinario esempio di marketing e di promozione, un lavoro sofisticatissimo reso possibile proprio dal legame del vino con la sua storia, il suo territorio e un’intangibile (mito e simili) costruito nei secoli. Tutta roba che un vitigno di per se non può dare. Io credo che ciascuno deve cercare di usare i punti di forza che ha, e per il nuovo mondo sono la tecnologia, l’enorme dimensione delle aziende, i bassi costi di produzione e la libertà dalle regole. A loro conviene puntare su numeri enormi e su vini/vitigno. Noi abbiamo una viticoltura frazionata in piccole e piccolissime aziende, costi elevati e leggi complesse e confuse; se non sfruttiamo fino all’osso ogni piccolo vantaggio siamo morti. Da qui la necessità di valorizzare tutti i vari fattori intangibili che abbiamo e nel puntare sull’unicità, e mai sulla qualità/prezzo e simili amenità che ci vedono inevitabilmente perdenti.

  11. Ho cercato, con un breve intervento, di provocare una riflessione sul Nebbiolo,che sembra essere valorizzato soprattutto dal territorio, tanto che spesso il vitigno risulta poco presente nella mente dei consumatori. Mi dispiace di aver urtato la sensibilità di alcuni.
    Concordo con Paglia e rassicuro Bonfio sul fatto che non vedo alcuna dicotomia tra vitigno e territorio, anzi il nome di vitigno, a mio modesto parere, andrebbe sul fronte dell’etichetta e non sul retro!
    Per chi ha tempo il link del film “Sideways”( http://youtu.be/Pz4oNmiiVVs ) che esalta le caratteristiche del Pinot Noir…
    Aggiungo che il nostro vitigno, a differenza del PN che è coltivato in varie parti del mondo, sembra particolarmente vocato ai nostri territori e quindi più difficile da impiantare con successo, il che può rafforzarne l’unicità diventando una leva di sviluppo per i nostri produttori.

  12. @Di Robilant.
    Forse non mi sono spiegato. Lei dice che addirittura metterebbe il nome del vitigno sull’etichetta.
    No, non abbiamo interesse. Noi abbiamo interesse a far conoscere, spingere, promuovere il nome del vino perché è un valore che non possono scipparci. Mai. Nessuno.
    Se serve come informazione aggiuntiva il nome del vitigno va bene, alla stregua dei consigli sulle modalità di servizio o sugli abbinamenti, ma la nostra forza sta nel nome del vino.
    Paglia fa un eccellente esempio nominando lo Champagne. Infatti la sapienza plurisecolare dei francesi sul marketing
    fonda tutto sul nome del vino. Pensi, se avessero evidenziato i nomi dei vitigni classici, il nome Champagne avrebbe il valore che ha?

  13. @bonfio. c’e’ un malintesa comune sul fatto che se gli altri, in qualche parte del mondo, si mettono a piantare un uva italiana, provocano danno al vino italiano. Tutto simpuo’ dire, tranne che non ammettere che i primi ad essere beneficiati dalla pinot nero mania, siano statimproprio i borgognoni.

  14. ho lavorato in mclaren vale(south australia) e il propietario aveva piantato nebbiolo,sangiovese e malvasia nera….ma che dire…ero giovane e alle prime armi…ma la qualità era veramente discutibile.Il terroir fa un enorme differenza e rende unico il prodotto.ciao.

  15. Consentitemi una prosaica considerazione di carattere commerciale,d’ altra parte il vino io lo vendo(qualche volta tento di..).il Nebbiolo,che a me piace moltissimo(essendo toscano,adoro i vini piemontesi), è effettivamente uno di quei vitigni ”discreti” e ”appartati”,sul piano del marketing,che fanno ad oggi molta fatica a imporsi in mezzo a tutti i chiassosi e stravisti marchi che mi trovo intorno dalla mattina alla sera.Mi fa pensare,il Nebbiolo, ad una vecchia Lancia degli anni ’50,che procede,con troppa cautela, in mezzo ai SUV.Io i SUV non li sopporto,fuori e dentro metafora,però,oggi, un pò di casino ,in senso buono e attraverso i canali mediatici giusti, bisogna farlo. Occorre che,anche in territori ”ostili”come la mia regione, crescano i clienti che,spontaneamente,tolgono dallo scaffale una bottiglia di buon Nebbiolo.Ci stanno riuscendo regioni come la Valle D’Aosta,l’Abruzzo, la Sicilia con l’Etna..perchè non il Nebbiolo? O dovremo,tutta la vita,sentirci urlare, ai corsi Ais, che ”il miglior vino del mondo è il Sassicaia”?

    • Beh Giampiero, meno male che a quei corsi hanno magnificato il Sassicaia, che non sarà forse il migliore vino italiano e del mondo, ma di una sua storia e di una certa aura di leggenda non difetta certo.. Pensa se invece avessero celebrato come grandioso e imperdibile qualche sopravvalutato Primitivo di Manduria… 🙂

  16. E´come la riduzione del numero di macchine blu : se ne parla se ne parla ma non succede mai nulla.
    Eppure quanto puó essere difficile ? In retroetichetta, obbligatorio per tutti i vini italiani:

    (a) profilo dell’Italia con puntino rosso per regione di provenienza

    (b) indicazione delle uve che entrano nella composizione del vino

    Lo faceva una volta il Chianti Rúfina e con gran successo.

    Cosi´ad Ancona come a Brisbane il consumatore sa che il Barolo che ha in mano viene da dove viene
    ed é prodotto con una nebbiolo.
    End of story.

  17. Purtroppo i problemi di brand awareness nel 2011 andrebbero affrontati con un’analisi approfondita di tutte le leve utilizzate in fase di comunicazione. Per non fare un post da addetti ai lavori, vorrei solo evidenziare le enormi carenze che in generale i produttori piemontesi hanno nell’approcciare nuove tecniche di comunicazione. Se la loro proverbiale “chiusura” verso il nuovo può essere oggi un plus in termini produttivi e’ senza dubbio un problema per chi ai loro vini deve dare del valore aggiunto. Rinfrescare la comunicazione non significa non rispettare la tradizione, ma esaltarla con tecniche al passo coi tempi. Per semplificare: se a una manifestazione a Barolo un turista pone una domanda in inglese non puoi rispondere in dialetto.

  18. Non ci tengo ad essere polemico a tutti i costi, ma leggendo alcuni commenti resto abbastanza allibito. Francamente ci andrei cauto a citare Sideways come spiegazione di come funzionano le dinamiche del mercato, e cautissimo nell’attribuire quel film una tangibile influenza positiva sulla notorietà della Borgogna e del Pinot Noir di Borgogna. Sideways è una novella piuttosto rozza su come la stampa americana vorrebbe leggere il vino, e anche un film molto datato perché già da qualche anno anche loro stanno andando ogni giorno più decisamente verso vini di territorio. Ricordo nei primi anni duemila una conferenza del “progettista” del famoso piano poliennale Australiano del vino, un distinto e notissimo (in Australia) signore che non conosceva né era interessato alla differenza tra Montalcino e Montepulciano ma ci parlava delle loro novità rivoluzionarie che erano nell’ordine; valorizzazione dei territori come Barossa come entità peculiari a prescindere dal vitigno, vendita del vino in azienda, enoturismo e strade del vino. Tutta roba inventata da loro, of course. Non mi credette quando gli dissi che nel solo comune di Montalcino, grande meno di una loro azienda media, c’erano da sempre più di un centinaio di cantine aperte; in realtà sono il doppio, ma già cento gli pareva una sparata. Loro trovano naturale mettere nelle bottiglie l’indicazione dei vitigni e la mappa con il pallino nel luogo dell’azienda. Ma ha un senso copiare chi sta imparando il marketing del vino pretendendo di crearlo dal nulla, e si modifica strada facendo in modo (ma va!) sempre più simile alla vecchia Europa? L’Australia del vino ha i conti in rosso da anni, ha avuto anche idee brillanti non è un modello da imitare a scatola chiusa. E lo stesso vale pari pari per gli USA.

  19. PS non sono madrelingua inglese, ma quasi, e se nella mia azienda viene un tedesco, un francese o uno spagnolo noi rispondiamo in dialetto ma in lingua. E chi ha dimestichezza con il mondo del vino sa che i produttori si incontrano più a New York o a Tokio che nelle Langhe o nella Toscana profonda. Per cui per favore risparmiamoci l’autoflagellazione sul cliché dell’italiano provinciale. Il nostro mondo non è provinciale, solo che non ama il nuovo a prescindere. E agisce così perché è profondamente conscio del fatto che viviamo un mestiere molto antico e molto professionale, dove tutto o quasi è già stato provato. La scelta di puntare su vini di territorio e non di vitigno non è provincialismo, è solo esperienza.

  20. @ Mauro Rainieri: inglese/dialetto. In principio hai ragione. Ho constato peró che chi viaggia in Langa va anche in cerca di esperienze vere. Di solito sono amatori, facoltosi ed amanti del vino. Forse quello che si aspettano non é cartelli “zimmer frei”, “Wein ausverkauft” o poduttori multilingua ma , forse, proprio quel tot di veracitá che sta scomparendo nel mondo della produzione. Vogliono che siano il vino, il cibo, i paesaggi, le atmosfere a parlare, comunicazione non verbale ed esperienze positive da raccoglire e raccontare al ritorno in patria. Allora forse poche parole in dialetto vanno meglio che un inglesetipo “me Tarzan you Jane”. (A parte comunque che la nuova generazione di quarantenni langaroli non ha problemi né di lingua inglese né di internet:)

    @ Stefano Cinelli Colombini:
    “Loro trovano naturale mettere nelle bottiglie l’indicazione dei vitigni e la mappa con il pallino nel luogo dell’azienda.” Veramente come ho scritto lo faceva giá il Rúfina negli anni sessanta del secolo passato.
    Come risultato di investimento informativo, non c’é nulla di piu´vantaggioso per il produttore. Se leggi bene, da italiano non da straniero, molte etichette di vini italiani, vedi che é difficile capire dove viene fatto il vino. Provare per credere. Poi mettiti nei panni di uno straniero.

    Imitare i paesi oltreoceanici che hanno, storia, condizioni e tradizioni produttive differenti dalle nostre é sicuramente sbagliato. Prendere qualche idea buona da tutti non lo é. La mia esperienza, limitata a paesi nordici ovviamente, é che come comunicazione del vino siamo ancora all’etá della pietra. Poi magari é giusto che sia cosí, small is beautiful etc.

  21. @ Stefano Cinelli Colombini:
    conosco abbastanza bene il mondo del vino e abbastanza bene quello della comunicazione. Quelli che lei cita sono già consumatori, quindi non hai aggiunto nulla al tuo parco clienti. Mi riferivo ai potenziali nuovi consumatori, quelli che potresti acquisire quando fai delle manifestazioni. In questo caso non sono i produttori(che come dice lei sono spesso all’estero)a parlare o a presentare, ma degli incaricati e questi ultimi se non sono in grado di farlo ecco che hai perso un’opportunità.
    Le faccio un esempio. A settembre sono stato a Barolo in occasione della festa che fanno nelle vie del paese. I vini sono stati offerti in degustazione, all’1 di pomeriggio, con un caldo afoso, sotto un tendone nella piazza antistante il WiMu. In quel momento per il turista(e non erano pochi) rappresenti il Barolo…e come lo fai? La maggior parte erano stranieri e nessuno tra i sommelier(?) che servivano parlava inglese, l’esposizione del prodotto fatta senza nessuna professionalità su un tavolone, nessun appoggio e potrei andare oltre. Faccio presente che sotto la piazza c’è l’enoteca regionale per cui si poteva non solo offrire degnamente il Barolo, ma anche potenzialmente venderlo. Capisce che questa non è autoflagellazione, ma se non si muovono critiche alla mancanza di professionalità non si crescerà mai.

  22. No caro Carlo, è ovvio che small non è beautyfull e tu sai bene che chi produce vino lo fa per venderlo e non per divertimento. O almeno non solo. Ed è verissimo che la comunicazione del vino è fatta spesso con i piedi. Ma non è mettendo la mappa con il pallino che si migliorano le cose; negli anni ’60 eravamo in un’altro mondo ed aveva una sua logica, oggi che chiunque apre wikipedia sul suo telefonino è superato. Il nuovo va bene, ma il “nuovo invecchiato” un pò meno.

  23. Se si vuole essere moderni per davvero invece di mappa e pallino è molto meglio un glifo a riconoscimento ottico che ti linka al sito dell’azienda. I giornali già lo fanno, è roba tipo il codice a barre. E se si vuole essere proprio all’ultimo grido si dovrebbe aprire non il sito, ma un bel video con sonoro in lingua. Questo é marketing moderno, e non copiato perché l’idea mi è venuta ora scrivendo. E l’anno prossimo lo metto sulle bottiglie.

  24. Infatti Ziliani, il punto è proprio questo. Se quello che dovrebbe essere il portabandiera del nebbiolo nel mondo, a casa propria viene gestito in questo modo, diventa poi difficile tutto.

  25. @Stefano Cinelli Colombini: caro Stefano; non vorrei approfittare dell’ ospitalità di Franco Ziliani con un dialogo tra noi ( sempre interessante)
    ma se il problema é l’identificare l’uva di provenienza di un vino, e magari la regione di provenienza, non vedo soluzione piu´semplice ed economica di una retroetichetta. Moltiplica l’accorgimento per i milioni di
    bottiglie italiane che girano per il mondo….O pretendiamo che i consumatori esteri conoscano la geografia italiana ? Ferma i primi dieci per strada a Roma o a New York e chiedigli da dove vengono il Monterosso Val d’Arda, il Timorasso e l’Ortrugo. Oppure fatti spiegare da dove vengono il Sant’Antimo o il Groppello. Quella che potrebbe essere la nostra forza, la grande abbondanza di uve e tipi di vini, non viene comunicata “perché non siam popolo, perché siam divisi”. Ebbene anche questa parcellizzazione potrebbe essere trasformata in forza con mezzi semplici e diretti, appunto una economicissima retroetichetta. Poi ognuno a seconda del volume di lavoro, delle possibilità, della “testa” che ha, potrà scegliere i modi di comunicazione che piu´gli sono facili o consoni. Certo un produttore di Langa o di Valtellina con venti-trentamila bottiglie avrá ben meno da spendere che non Banfi, Santa Margherita o …..Barbi Colombini. O no ?

  26. E poi scusate che ho due minuti di tempo, ma @Mauro Ranieri vorrei proporre una riflessione, che potrá sembrare filistea ma per quanto riguarda la manifestazione a Barolo: a parte che io il Barolo anche su i corn flakes e a tutte le temperature, chi ti dice che i compratori esteri non ricerchino proprio questa forma di genuino provincialismo ? Ad un giapponese che si meravigliava, traverso il traduttore, che la ditta non avesse il telefono, la buonanima di Mauro Mascarello rispose che “Non serve il telefono per fare il buon Barolo”. D’accordo, esempio estremo, ma indicativo: diventeremo “international” e magari “global” solo se
    sapremmo conservare una buona dose di equilibrato e non arrogante provincialismo, anzi peggio “localismo”. Per il produttore che lavori tra il bene ed il benissimo anzi, l’inglese é completamente da sconsigliare. Posso anche spiegare perché se il padron di casa me ne da´il permesso. Rimane il fatto che
    di ditte che hanno il marketing manager e l’addetto stampa ce ne sono sempre di piú. Di produttori che lavorano come diocomanda ancora tanti, ma sempre di meno. Anche questa é una questione di proporzioni.

    • Carlo, visto che parli di “buonanima” immagino che il Mascarello di cui parli sia l’indimenticabile Bartolo, quello dell’etichetta “no barrique, ecc.”. Il caro amico Mauro Mascarello, l’uomo del Monprivato é, per fortuna, vivo e vegeto… 🙂

  27. @Carlo avrà ragione lei, io però credo che si debba aspirare ad aver il miglior prodotto e a farlo conoscere nel migliore dei modi. A parer mio la professionalità spesso costa meno dei danni causati dalla superficialità. Non sono tutti esperti di vino, per cui se si riesce a formarne anche solo qualcuno i benefici maggiori li avranno i produttori di prodotti premium.

  28. L’Italia non comunica bene il vino, basta chiederlo a chiunque vende il vino italiano all’estero. Si puo’ obiettare che la colpa sia di chi non capisce quanto blasonati e ricchi di esperienza siamo noi, oppure si puo’ prendere atto che a John Smith o Lien Jao non gliele puo’ fregare di meno,e che il dollaro o il remimbi che ha in tasca lo spende con qualcuno che si prende la briga, e dimostra umilta’, di prenderlo per mano e ringraziarlo per il soldino speso. Pazienza e umilta’ sono virtu’, non debolezze.

  29. Mi sbilancio e vado oltre lo steccato: il QR code, quello che si fotografa con il telefono, non lo fotografa nessuno. Io rimango fedele al pallino, come al fatto che e’ inutile usare due parole per spegare una cosa, se una basta.

  30. Cari Carlo e Gianpaolo, il lettore di codici QR sta tra le prime cento app scaricate su i-pad per cui non si può dire che non lo usa nessuno. E sistemi simili sono il futuro, piaccia o no. Il pallino e la mappina vanno benissimo, però i nostri consumatori sono sempre più tecnologici e sempre più desiderosi di spettacolarizzazione; o gliela offre di persona l’enotecaro come Carlo o il produttore come Gianpaolo, o sullo scaffale una mappina e un pallino sono poco. La mia era una provocazione e forse in salto nel dopodomani, forse troppo avanti, però come tutti noi mi sono accorto che se io spiego un vino il cliente lo compra, se si limita a vederlo sullo scaffale forse no. E allora perché non cogliere l’occasione di spiegarlo con un video magari nella sua lingua, usando il telefonino del cliente? Mi sembra di più e meglio di pallino e mappina, e costa pure meno.

  31. Come spesso nel mondo si tratta di aggiungere, non di sottrarre. Non ho il pallino del…pallino ma la retroetichetta rimane in ogni caso la meno costosa e la piu´ erga omnes. Poi é vero che esistono giá applicazioni per gli smart phones, usatissime, per riconoscere un’etichetta etc. Ed é anche vero che sono
    in costante aumento quelli che usano il telefonino per acquistare, fare operazioni bancarie oltre che comunicare. Visto che dal 1996 la mia enoteca é su internet, non sono sicuramente tra i primi a dover essere tacciato di essere refrattario alla modernitá o al futuro, ma avanti con giudizio, occhio ai costi e keep it simple

    PS
    .
    Naturalmente er Bartolo il Mascarello buonanima. Mi scuso con i vivi.

  32. @Stefano. Mi ero fatto anche io prendere dall’entusiasmo per il QR code, ma in realta’ la cosa e’ piu’ macchinosa di quello che sembra, e non riesco a vedere nessuno, a parte qualche nerd, che si prende il disturbo di, aprire l’applicazione, prendere la foto (spesso in condizioni ambientali poco adatte), e mettersi a vedere il video o la presentazione della pagina web. Qualcosa di piu’ diretto e veloce verra fuori, nel frattempo mi tengo il pallino (e twitter).

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