Vitigni autoctoni trentini? Curioso che li si esalti nella terra dello Chardonnay, del Pinot grigio e del Merlot!…

Costituisce un mistero chi sia l’autore (o gli autori) dell’interessante e vivacissimo blog Trentino wine blog autore o autori che si firmano Cosimo Piovasco di Rondò, che viene dichiarato essere un nickname collettivo (tratto dal Barone rampante di Italo Calvino), ma al di là del mistero gli argomenti toccati sono davvero molto stuzzicanti.
Voglio citare, ad esempio, il post – leggete qui – dedicato ai vitigni autoctoni in Trentino e al progetto di una manifestazione a loro dedicata di cui ha recentemente parlato il responsabile dell’Assessorato all’agricoltura. Il misterioso blogger osserva che “allora, anche il tema dei vitigni autoctoni in Trentino e in Vallagarina, può essere uno di quei temi su cui fare qualche riflessione.
Ma le riflessioni, appunto, bisogna farle. E per farle, bisogna partire dal mondo reale. Non da quello fantastico, abitato dalle parole, dalle ambizioni e dalle velleità. E dai festival.
Tra l’altro, è apparsa curiosa la spiegazione che Mellarini (Tiziano Mellarini l’Assessore all’Agricoltura – ndr.) ha dato ai giornalisti, circa la genesi intellettuale del nuovo festival che verrà: “Una buona percentuale dei produttori di vino in Trentino si trovano in Vallagarina. Il prossimo anno mi piacerebbe organizzare un festival sui vitigni autoctoni nazionali, con un concorso dedicato”.
Il blog Trentino wine blog prende atto di questo progetto ma non lo trova indovinato: “Quale sia il nesso, fra la quantità delle aziende e le varietà coltivate, mi sfugge. Rovereto, o Trento, potrebbero essere più adatte per un grande evento dedicato al Pinot Grigio, allo Chardonnay o al Pinot Nero con cui si produce il Trentodoc, ammesso che a questo brand qualcuno abbia ancora voglia di crederci.
Capisco davvero meno, l’attenzione per gli autoctoni in una terra che gli autoctoni li ha dimenticati. Stiamo pure larghi e mettiamo fra le varietà autoctone del Trentino Enantio, Marzemino, Teroldego, Schiava, Lagrein, Moscato Rosa, Nosiola, Traminer.
Oggi le superfici vitate con queste varietà rappresentano poco più del 20%. Nel 1980, superavano abbondantemente il 60%. Rispetto a trent’anni fa, alcune varietà sono state letteralmente decapitate, contrariamente a quanto continuavano a raccontarci le grancasse della comunicazione istituzionale e dei consorzi creati ad hoc”.
Cosimo Piovasco di Rondò cita il caso dell’Enantio (Lambrusco a foglia frastagliata) e di altri “autoctoni” (ma lo é la Schiava?) trentini: “nel 1980 occupava il 12,6% della superficie vitata del Trentino, oggi solo lo 0,5% (53 ha). Anche la Schiava ha subito lo stesso destino: il 34% nel 1980, oggi il 3,9% (399 ha). Il Teroldego ha mantenuto le sue posizioni, pur in flessione.
Oggi rappresenta il 6,3% (640 ha), nel 1980 rappresentava il 7%. Anche i campi coltivati a Nosiola, hanno subito un ridimensionamento: da 1,1% a 0,7% (77 ha).
Sono cresciuti, anzi raddoppiati, invece gli impianti di Marzemino, ma pur sempre dentro dimensioni poco significative: da 1,6% a 3,5 % (360 ha). Sono numeri che raccontano come si è trasformato il Trentino del vino. Oggi, due sole varietà internazionali, Chardonnay (28,2%) e Pinot Grigio (23,1%), rappresentano oltre il 50% delle superfici vitate.
Questo è il mondo reale da cui farebbe bene a partire, per i suoi ragionamenti e i suoi progetti festivalieri, anche l’assessore Mellarini”.
Poche volte mi era capitato di trovarmi di fronte ad un ragionamento e ad un’analisi (si leggano anche gli interessanti commenti a corredo del post) che condivido in toto e che avrei potuto, anzi lo faccio, sottoscrivere senza distinzioni…
Ma chi sarà mai questo Cosimo Piovasco di Rondò?

8 pensieri su “Vitigni autoctoni trentini? Curioso che li si esalti nella terra dello Chardonnay, del Pinot grigio e del Merlot!…

  1. Ciao Franco, ti ringrazio per la bella segnalazione. Troppa grazia, per una modestissima iniziativa da bar dello sport come la nostra. Invece, per tornare al tuo post. Fra gli autoctoni ho di sicuro sbagliato ad inserire il moscato rosa (ho sbagliato colore: era il giallo). Sulla schiava invece il dibattito mi sembra aperto. E’ vero che formalmente viene attribuita all’alto adige (siamo un po’provinciali anche in questo: in fondo fino a 80 anni fa trento e bolzano appartenevano alla stesa regione: eravamo tutti tirolesi, di lingua italiana e di lingua tedesca). E solo da quarant’anni le due province sono autonome (non solo dallo stato, ma anche l’una dall’altra). Ma a parte questo, fino agli anni ottanta, io ero un ragazzino, in ogni famiglia contadina si coltivava schiava. Anche se poi il grosso della schiava trentina, finiva, in alto adige (anche allora i nostri fratelli tirolesi di lingua tedesca, erano più bravi di noi) e diventava altoatesina. Insomma, al di la delle categorie formali, la schiava era un vitigno diffusissimo anche a sud di trento. Ma, a suffragio della tesi schiava autoctono (anche) trentino, segnalo il bel commento postato su twine, da un lettore “filologico”. Che, a proposito della schiava in trentino, ricorda che è dimostratamente coltivata in Trentino dall’Alto Medio Evo (… et duam dimitiam uvae sclave grapule, si legge in una compravendita in Valle di Lagaro. Insomma, se non è autoctono….di sicuro è sociologicamente endemico. Il resto del ragionamento, segue da sé come sul post: se un tempo la schiava, insieme agli autoctoni, raccontava un luogo, oggi la sua manifesta assenza racconta, sempre in senso sociologico, un “non luogo”.
    Grazie ancora
    CPR

  2. Madonnina che strage, i vitigni indigeni che in trent’anni passano dal sessanta per cento al venti sembra più materia da WWF (aiuto, specie in via di estinzione!) che da enologia. Eppure qui vini non erano affatto male, non capisco. Ed è davvero curioso che questa sia la prima volta che, per quanto ne so, se ne legge; se una cosa simile fosse successa dalle mie parti ne avrebbero parlato anche i muri e gli urli di protesta sarebbero saliti al cielo, ma quella non era terra di movimenti localisti attentissimi al legame con il territorio?

  3. A Tommaso Farina segnalo, ove non lo conoscesse già, il sito di Terradeiforti.it, territorio d’origine dell’Enantio. Tempo fa avevo approfondito il tema per cui posso fornire altro materiale. Sicuramente interessante sarà l’assaggio dei vini, mentre continuo a sorprendermi del disinteresse di Trento per questo autentico autoctono di razza.

  4. Cito pedantemente dalla pubblicazione “Antichi vitigni del trentino” di Marco Stefanini e Tiziano Tomasi edito nel 2010 della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (che è come dire lo storico istituto Agrario):

    Varietà autoctone (fra parentesi b= bianco n=nero):
    Biancaccia (b)
    Casetta (n)
    Corbera (n)
    Groppello di Revò (n)
    Lagarino (b)
    Maor (b)
    Negrara (n)
    Paolina (b)
    Pavana (n)
    Peverella (b)
    Rossara (n)
    Rosetta di montagna (n)
    Turca (n)
    Verdealbara (b)
    Vernaccia Trentina (b)

    Varietà in coltivazione
    Lambrusco f.f. – Enantio (n)
    Marzemino (n)
    Nosiola (b)
    Schiava grossa (n)
    Teroldego (n)

    Varietà di antica coltivazione
    Franconia (n)
    Portoghese (n)
    Saint Laurent (n)

    Questi sono gli antichi vitigni, non so se con il termine “autoctoni” si intenda qualcosa d’altro.
    Per una definizione, o meglio, per l’impossibilità di una definizione del termine “autoctono” nel campo del vino si può vedere “Guida ai vitigni d’Italia” delle edizioni slow food, ma si va un po’ off topic.
    Tornando al dunque personalmente molti di questi nomi di vitigni non li avevo mai sentiti e penso che anche qualcun altro dei lettori di questo blog sono nella mia situazione.
    Si tratta dunque di vitigni abbandonati in quanto non rendevano. Gli indirizzi viticoli della prima metà del secolo scorso infatti proponevano di -cito dal primo libro indicato- “ridurre fortemente l’impiego dei vitigni nostrani meno qualitativi come Vernaccia, Pavana, Rossara, Cagherel (peccato con quel bel nome! ma questo lo dico io non c’è nel libro…), Peverella Verdealbara, Negrara, mentre doveva essere incrementato quello dei vitigni nostrani di qualità come teroldego marzemino e schiava. I vitigni nostrani di bassa qualità dovevano essere sostituiti con merlot, Casetta e Pinot.”
    Insomma è difficile a questo punto capire le intenzioni dell’Assessore Mellarini.
    E’ peraltro vero che ci sono alcuni viticoltori che stanno investendo qualcosa su vecchi vitigni, penso al Groppello di Revò, alla Rossara, ma sono nicchie e curiosità.
    Forse, se l’idea è quella di presentare unitariamente la produzione vinicola trentina come l’insieme di una decina di vini bianchi e una decina di vini rossi che comprenda, come un mazzo di fiori, alcuni vitigni minori che marchino con precisione il territorio, si potrebbe anche farci un pensierino e l’idea dell’assessore non la butterei via.

    PS Anch’io seguo talvolta il Trentino Wine blog, effettivamente interessante e scoppiettante. Lo seguo irregolarmente e meno di quello che meriterebbe perchè non amo più i nick-name. Mi sembrano una cosa superata, come questi antichi vitigni, e mi piace di più chi ci mette la faccia. Ma è una considerazione generale, che nulla toglie alla piacevolezza di quel sito.

    Saluto, Giorgio PO

  5. XStefano Cinelli
    In Trentino siamo autonomisti e indipendentisti … da tutto.. anche dal nostro territorio… Insomma siamo marziani….

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