Garantito… da me! Montecucco Sangiovese Doc Santa Marta 2008 Salustri

Sono solo 35 i chilometri e tre quarti d’ora di strada a segnare la distanza tra Montalcino, celeberrimo borgo senese e Poggi del Sasso-Cinigiano borgo in provincia di Grosseto, eppure sembrano anni luce distanti.
Non è solo il diverso blasone e la differente storia delle denominazioni che fanno capo a questi borghi del vino, Brunello di Montalcino, Doc nel 1966 e Docg nel 1980, Montecucco, Doc dal 1988 e Docg, per la tipologia Montecucco Sangiovese, dalla vendemmia 2011, a segnare un gap deciso tra le due aree, ma il diverso atteggiamento che mostrano di avere nei confronti dell’uva identitaria con le quali sino chiamati a confrontarsi.
A Montalcino, capitale del Sangiovese e terra dove questa grande uva si esprime come in nessun altro luogo al mondo, come ben si sa hanno provato e stanno provando ancora, in tutti i modi, a prendere le distanze con capziosi distinguo e assurdi pretesti da Messer Sangiovese, sostenendo che quest’uva non sarebbe sufficiente, grande e difficile com’è, per ottenere vini adatti ai mercati di oggi, come se la storia del Brunello (e in piccolo anche del Rosso di Montalcino) non dimostrasse l’esatto contrario.
E una minoranza, rumorosa e sempre attiva anche sotto traccia, minoranza insidiosa che non si arrende al volere della maggioranza, vorrebbe modificare i disciplinari ammettendo accanto al Sangiovese le solite uve bordolesi che non hanno certo migliorato bensì confuso l’identità e la riconoscibilità del Chianti Classico.
Nell’area della Doc Montecucco, situata ai confini nordorientali della provincia di Grosseto, e comprendente il territorio dei comuni di Arcidosso, Campagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna e Seggiano, cosa hanno fatto per qualificare meglio e dare un’immagine più importante, maggiore credibilità e prestigio alla loro denominazione?
Hanno fatto il percorso inverso a quello che (alcuni) vorrebbero percorrere a Montalcino, e pur non semplificando una denominazione che mantiene differenti modalità, la Doc Montecucco bianco, la Doc Montecucco Vermentino, la Doc Montecucco Rosso e Rosso riserva (con una quota minima di Sangiovese del 60%) e finalmente la tipologia Montecucco Sangiovese e Sangiovese riserva, (con 85% minimo di Sangiovese, ma con possibilità di utilizzarlo in purezza), hanno pensato bene di arrivare ad una denominazione veramente identitaria con il Montecucco Sangiovese che dalla vendemmia di quest’anno è diventata Docg, con una presenza minima di Sangiovese innalzata al 90%.
Eppure, se si guarda indietro a solo dieci anni fa, al Duemila, la Doc Montecucco sembrava destinata a non avere un grande destino stretta com’era tra il Brunello di Montalcino e il Morellino di Scansano, con poche migliaia di bottiglie prodotte da una decina di Cantine.
Oggi il Consorzio del Montecucco rappresenta 52 aziende su circa 70, comprende oltre 500 ettari di vigneto su una superficie vitata complessiva di circa 800 ettari, e oltre di 1,2 milioni di bottiglie su una produzione complessiva annua di 1,8 milioni. E sempre dalla vendemmia 2011, la Doc Montecucco si è arricchita di nuove tipologie quali Rosato, il Vin Santo e il Vin Santo Occhio di pernice.
E mentre a Montalcino ci sono fior di produttori che vorrebbero ridurre il periodo di affinamento in legno per il Brunello, nel disciplinare della nuova Docg Montecucco Sangiovese e Sangiovese Riserva l’invecchiamento minimo è salito a 12 mesi in legno e 4 in bottiglia, che diventano 24 in legno e 6 in bottiglia per la tipologia Riserva.
Tutto questo “pistolotto” per significare che ai piedi del Monte Amiata, da questa parte del vulcano ormai spento, in un territorio che conta anche su una bellissima Strada del vino, al Sangiovese credono sempre di più e definiscono la loro zona “altamente vocata alla produzione di sangiovese” e  benedetta da “condizioni climatiche estremamente favorevoli”.
Sul sito Internet consortile parlano apertamente di un terroir “composto da arenaria frammentata nelle zone più basse, il terreno muta la sua composizione lungo le pendici del Monte Amiata, dove si afferma la presenza di composti lavici, i quali donano alla vite mineralità e sapidità; è proprio dal connubio tra questo terroir e la sapiente mano dei nostri coltivatori che nasce un sangiovese di grande valore: il Montecucco”.
Riservandomi, come ho in animo da tempo, di visitare attentamente la zona e di degustare il maggior numero possibile di Sangiovese di quest’area e scriverne (cosa che feci anni fa su Wine Report celebrando, quando non era ancora Sacromonte D.O.C Monte Cucco Rosso com’è ora, il Sacromonte del Castello di Potentino della simpaticissima cittadina inglese Charlotte Horton) assegnando un’ampia apertura di credito per quest’area che ha compiuto un’aperta professione di fede nella grandezza del Sangiovese, voglio segnalare alla vostra attenzione un altro Sangiovese in purezza che penso meriti di essere preso in considerazione dagli amanti di questo vitigno.
Sto parlando del Montecucco Sangiovese Santa Marta 2008 Doc che l’azienda agricola Salustri produce nella sua tenuta posta a Poggi del Sasso-Cinigiano, sulle pendici del Monte Amiata.
Come si legge sul sito Internet aziendale “i vigneti dell’ Azienda Salustri, piantati negli anni ’50 e ’60 e recuperati negli anni ’90, vengono curati con grande attenzione da Leonardo Salustri, con metodologie biologiche e utilizzando le stesse tecniche usate da sempre in questa parte della Maremma.

Il clone utilizzato nei vigneti dell’Azienda (clone di Sangiovese Salustri) e stato recuperato dai vecchi vigneti piantati agli inizi del secolo da Secondo Salustri. La famiglia Salustri si impegna alla salvaguardia dei cloni autoctoni in collaborazione con l’Università di Enologia di Pisa, in particolare con il team del Prof.Scalabrelli, con il quale sono in corso vari progetti in vigneti sperimentali piantati negli anni ’90”.
Come ama dire Salustri, “un grande vino nasce solo da viti vecchie, è per questo che ho recuperato queste viti una per una, con pazienza e passione, per essere certo della qualità delle mie uve” e per i suoi ben tre vini base Sangiovese, il Montecucco Rosso Marleo (90% Sangiovese e 10% di Ciliegiolo), il Montecucco Sangiovese Grotte Rosse ed il Montecucco Sangiovese Santa Marta, entrambi Sangiovese in purezza, il primo fermentato e affinato in botti di rovere da 22 ettolitri, il secondo fermentato una parte in tini di legno da hl.22 e parte in vasche di acciaio da 50 hl e poi affinato solo 18 mesi invece di 24 come il Grotte Rosse, nascono da Sangiovese dei vigneti più vecchi. Vigne di età media sui 50 anni, con clone “Salustri” dai grappoli spargoli e chicco piuttosto grosso.
In attesa di degustare il Grotte Rosse, voglio affrettarmi a segnalare alla vostra attenzione questo Montecucco Sangiovese 2008 espressione di un vigneto condotto a guyot e cordone speronato posto a 380 metri di altezza denominato Santa Marta- Fascine, che prevede una vinificazione con fermentazione svolta, come ho già detto, una parte in tini di legno da hl.22 e parte in vasche di acciaio da 50 hl. E poi si affina in legno 18-24 mesi e circa un anno ancora in bottiglia prima della commercializzazione.
Abbinato ad un semplicissimo hamburger di manzo (di razza bovina piemontese) il Santa Marta 2008 ha fatto faville e mi ha convinto pienamente grazie al suo colore rubino violaceo-ciclamino, molto brillante e di bella densità nel bicchiere, ad un naso vivacissimo, pimpante, succoso, di nitida espressione, assolutamente varietale con tutta la sua bella ciliegia nera, la macchia mediterranea, accenni di lilium in evidenza, con un frutto giustamente maturo ma senza eccessi e una plastica polpa che senza perdere in freschezza si espande dolcemente rimanendo tesa, sapida, piena di energia. Identico l’impianto del vino, identica l’immediatezza, il peso ben bilanciato, che lo porta ad essere ricco senza diventare inutilmente materico, alla fase gustativa, con una bocca fresca, viva, asciutta, di gran nerbo, una piacevole e plastica componente di frutta ben matura, una trama tannica viva e ben sottolineata che dà carattere e nerbo al vino, ed un gusto pieno, ricco di sapore e di scoperta dichiarata piacevolezza che chiude su una vena leggermente terrosa e minerale e assicura lunghezza e persistenza. E fa sì che il vino si faccia bere gioiosamente una volta portato a tavola.
Morale: vuoi vedere che avanti di questo passo a fare la nobilitate in terra toscana di Messer Sangiovese saranno più recenti denominazioni come Montecucco Sangiovese che le denominazioni storiche e blasonate ma un po’ annoiate e inutilmente assetate di nuovo?

Az. Agr. Salustri Leonardo
Poggi del Sasso- Cinigiano GR
Uff. Tel/Fax 0564.990529
e-mail info@salustri.it
sito Internet www.salustri.it

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17 pensieri su “Garantito… da me! Montecucco Sangiovese Doc Santa Marta 2008 Salustri

  1. I vini di Leonardo Salustri sono da anni ormai la limpida e cristallina espressione del Sangiovese in questa parte della Maremma che guarda all’Amiata, e non di rado sono una delle migliori espressioni in Toscana. Leonardo ci ha sempre creduto fermamente, senza mai un attimo di esitazione, persino 10 anni fa quando parlare di Montecucco faceva ridere, e nessuno lo conosceva. La storia di questa azienda e’ esemplare per determinazione e chiarezza di idee, un modello anche per molti altri giovani,e. meno giovani produttori, e Dio sa se in questo paese ce ne sia bisogno, di esempi positivi.

  2. Una bellissima zona, quella di Cinigiano; da milanese, ogni volta che ci vado mi fa venire in mente una Toscana “che non se la tira”. Una zona in cui cominciano ad emergere sensibilità e innovazione. Innovazione vera, con uno sguardo che sa dare il valore giusto – centrale – alla terra.
    Una campagna in cui le presenze sono multiformi, le tendenze anche; come di là dal fiume.

  3. Confermo in pieno il post di Silvana. Trovo che i vini Montecucco abbiano la stessa caratteristica: sono buoni e “non se la tirano”. Mi permetto di segnalare un’altra azienda della zona i cui vini abbinano grande eleganza e grande struttura: Il Civettaio.

  4. Si dice da sempre tra i vecchi produttori di Brunello che l’areale ottimale del sangiovese è nella media collina di Montalcino e nelle analoghe altitudini delle due vicine colline di Murlo a nord e di Cinigiano ad ovest. Non è una grande novità, è anche noto che i primi cloni di sangiovese selezionati nell’800 a Montalcino comprendevano anche biotipi di Murlo e che le uve “di là dall’Ombrone” in tempi lontani hanno contribuito alle fortune di più di una cantina ilcinese. Mentre invece le aree a est e a sud di Montalcino non hanno mai dato sangiovesi simili ai nostri, sono vini buoni però con caratteristiche del tutto diverse. Le leggi del microclima, del terreno e dei tanti fattori imponderabili che creano l’areale di un vino non seguono i confini dei Comuni né quelli delle Provincie, per cui trovo del tutto naturale che da quelle terre vengano grandi vini. Le zone davvero vocate a sangiovese sono pochissime, e quella è una. Peccato che uno o due secoli fa gli agrari di quelle terre abbiano scelto la strada (che sembrava più promettente) dell’agricoltura estensiva e non ci abbiano seguito nella sperimentazione enologica, se lo avessero fatto la storia del Brunello forse avrebbe potuto essere molto diversa pur con un prodotto eguale all’attuale.

  5. bhè, il produttore di alcuni dei migliori ciliegiolo in circolazione che elogia il produttore di alcuni dei migliori sangiovese in circolazione. Oggi è un gran giorno, non c’è dubbio.
    E non posso che confermare, avendo vissuto la realtà di Salustri dal di dentro. Il trittico di rossi è favoloso. Anche il base Marleo a mio parere è quasi quasi sprecato per fare il base.
    Gli altri due, a mio parere, sono tra i migliori esempi di sangiovese toscano. Senza dubbi.

    • Fernando Pardini dell’Acquabuona mi fa notare una mia imprecisione citando il Sacromonte del Castello di Potentino:
      “Il Sacromonte – con l’annata attualmente in commercio 2008 – è tornato ad essere un igt. Potentino è uscita dal Consorzio del Montecucco…..”
      Non lo sapevo, prendo atto e faccio ammenda

  6. Chiedo scusa se insisto dottor Ziliani ma nei “garantito da me!” potrebbe inserire anche il prezzo delle bottiglie presentate ? Sarò magari un pezzente ma anche a me piace il vino buono e lei, per quanto mi è stato dato di sperimentare, non sbaglia un colpo. Grazie

  7. Vedo con un pizzico di curiosità che, non (solo) quando polemizzi, si accendono i commenti, ma (anche) quando scrivi di quest’angolo di Toscana – il triangolo del Sangiovese? -. Forse, lo sguardo (di uno che “non sbaglia un colpo”, come dice il sciur qui sopra) disincantato e preciso, ne porta altri…peccato che Canossa sia in Emilia.

  8. dalla cara amica Charlotte Horton, proprietaria del Castello di Potentino di Seggiano (località compresa nell’area di produzione della Doc Montecucco) ricevo questa precisazione, che pubblico con grande piacere:
    “Ciao sono Charlotte Horton del Castello di Potentino. Sono un’ammiratrice del vino di Leonardo Salustri. Sono ammiratore del sangiovese e di tutti coloro che hanno lottato per proteggerlo. Lavoro con il sangiovese in purezza. Stiamo parlando tantissimo oggi giorno dell’espressione particolare di un territorio – io chiedo quanto particolare deve essere? Non basta (secondo me) avere un DOC sangiovese generico in una zona ampia con tanti diversi terreni e microclimi come quello coperto per esempio del Montecucco o anche gli altri DOC M*** intorno. Se vogliamo seguire una strada per un’brand’ con una identità omogenea, è logico promuovere una dialettico dell’ individualità basata su la particolarità precisa del ‘terroir’? I vignaioli sanno la differenza da una parte del vigneto a una altra – tra una valle a un altra. Mi domando come possiamo comunicare questo al mercato se un vino DOC è troppo diverso da un altro? Per me, una ragione, tra altre, per lasciare il D.O.C era il fatto che il nostro vino ha un’altra qualità – un espressione diversa dal vino buonissimo di Salustri. Non si può creare un ‘brand’ così e far crescere la cultura che produce un vino di ‘terroir’ contemporaneamente. In un nocciolo – per me forse si trova una piccola contraddizione nel concetto D.O.C – un ambiguità conflittuale – tra ‘brand’ e la distinzione naturale. Charlotte Horton”

  9. Non so cosa possano dire i miei amici e colleghi, personalmente trovo che la lettera della signora Horton è una tipica espressione di una tendenza culturale rispettabile ma diversa dalla nostra, tipicamente francese; per loro la peculiarità di ogni azienda e/o di ogni vigna è più importante di ciò che può avere in comune una zona omogenea. Non è casuale che usi il termine terroir e non uno dei numerosi sinonimi italiani. Rispetto quello che dice, ma non lo condivido affatto. Sempre a titolo personale ritengo che la DOC sia il più importante contributo italiano del ‘900 alla vitivinicoltura, un concetto geniale che ha permesso ad aziende sconosciute e piccole di sfidare insieme sotto uno scudo comune i mercati del mondo. Nessun produttore di cinquemila bottiglie avrebbe mai potuto sperare di trovare un importatore in USA senza la DOC (e poi DOCG) Brunello, Barolo, Chianti o simili. E da quel primo gradino sono potuti crescere, si sono fatti le ossa e ora sono realtà importanti, ma senza quello scudo non avrebbero mai potuto neppure esistere. E non è nemmeno vero che quella uniformità sia dannosa per la creatività dei singoli produttori; certo, ci sono delle regole, ma chi ha mai detto che all’interno di quelle regole non ci sia spazio per l’abilità personale o per terreni più vocati? Quanto al punto della signora Horton sulla differenza di ogni vigneto, è reale e c’è però è altrettanto vero che un sangiovese di Montalcino tende ad essere molto diverso da ogni sangiovese di Scansano, del Chianti o di Puglia, e riconoscibilmente simile ad ogni altro sangiovese di Montalcino. Simile non vuol dire uguale, e ci sono mille differenza di terreno (non terroir, prego, perchè qui Paris è Parigi e London è Londra!) e di microclima, ma non c’è dubbio che la similitudine sia maggiore delle differenze. Al netto delle lavorazioni di vigna e cantina, ovviamente. Può bastare come risposta?

  10. A parte la parola terroir – quale combinazione felicemente unica tra suolo microclima (o clima) e sguardo dell’uomo – sono completamente d’accordo (e come non esserlo?!) con Stefano CC.
    Bisogna essere molto stupidi – facendo vino a Montalcino – per non accorgersi del vallo tra il sangiovese di qui e quelli – alcuni davvero notevoli – delle terre circostanti (circostanti, appunto) per non accorgersene e non approfittarne, lavorando per approfondire quel vallo (quindi lavorando sempre meglio, diciamo pure quasi ossessivamente)e rimarcarlo.
    Ci si provi un momento a scordare le polemiche, i fatti e i fattacci, e questo ‘dopo’ di rinsavimento; proviamo. Quello che resta, al netto degli sforzi della politica (sfumante) per generalizzare e spalmare le / la qualità di Montalcino, è proprio solo quest’ultima: da tenere da conto come il santo Graal. E sarebbe ancora più grave se – come a volte pare di capire – non tutti quelli che fanno vino l’avessero capito a chiare lettere.
    Senza niente togliere agli splendidi vini delle zone contigue, c’è un volo dentro al Brunello e al Rosso suo fratello che non ha eguali.

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