Sapevate che in Australia stanno piantando Negroamaro? Matt Paul ci racconta come e perché

Sapevate che nella lontana Australia, la patria di tante oaky fruit bomb base Syrah, pardon Shiraz, ci sono un sacco di varietà italiane presenti nei vigneti, varietà come Nebbiolo, Sangiovese, Glera e Pinot Grigio, ma anche Sagrantino, Montepulciano, Negroamaro, Vermentino e Fiano, e che l’industria del vino australiano che si trova ad affrontare grandi cambiamenti guarda addirittura verso varietà alternative come il Negroamaro, che si adatta meglio al clima caldo di Down under, per percorrere nuove strade?
Sorprendente, vero? L’Australia (del vino) è oggi un grande laboratorio, dove il modo di produrre vini da noi è cambiato, i livelli alcolici si sono ridotti, minore l’uso e l’influenza del legno e viene data una grande importanza alla piacevolezza e bevibilità dei vini, e questo immenso continente sta riscoprendo anche le sue diversità regionali, e vuole mostrare al mondo di essere capace di fare molto meglio di semplici “bombe di frutta” da esportazione, magari a basso prezzo come Yellow Tail
Di questa nuova realtà, in fieri, del vino australiano, della crescita di un consumo del vino (a scapito della birra) che apre spazi impensati anche ai vini provenienti da Paesi e tradizioni vinicole lontane, parla diffusamente, in una lunga e interessante intervista, che ho pubblicato altrove, qui, Matt Paul, responsabile, insieme ai soci Michael Trembath e Virginia Taylor, da molto tempo attivi nel wine business australiano, della società Vino Italiano, che importa distribuisce e commercializza molti marchi italiani nella terra dei canguri.
Basta visitare il loro sito Internet www.vinoitaliano.com.au molto ben fatto e vivace per scoprire quale intenso lavoro il trio stia svolgendo nella patria dei corposi Shiraz, non limitandosi a vendere ma promuovendo attraverso un lavoro culturale di comunicazione e promozione esteso a denominazioni, varietà di uve, zone di produzione.
Come racconta Matt, che ho conosciuto nel più moderno e 2.0 dei modi, attraverso quell’utile social network che è Twitter, in Australia “i vini italiani sono molto ben accolti anche se c’è ancora molto da fare. I francesi sono molto in vantaggio sugli italiani nella promozione delle loro regioni e dei loro crus e io cerco di presentare e parlare di Barolo, Chianti e Brunello nello stesso modo che utilizzo per i vini della Borgogna.
Una delle cose più difficili è la confusione relativa alle Doc e Docg e alla legislazione sul vino italiano che a mio avviso è diventata un gran caos. Io invito i miei clienti a prestare attenzione ad una cosa in particolare, il produttore, il produttore, il produttore!”.
E inoltre racconta perché gli appassionati di vino Aussie siano interessati ai vini italiani, “per prima cosa direi che vogliono gustare qualcosa di diverso. Noi produciamo dei buoni Cabernet in Australia e così gli appassionati quando vogliono bere toscano normalmente scelgono il Sangiovese.
La principale differenza tra i vini italiani e australiani è che i vini italiani sono dotati di una fantastica acidità rinfrescante. E la differenza si coglie facilmente, soprattutto a tavola, con molti marmellatosi e iper legnosi Shiraz di casa nostra…”.
Vaglielo a dire a tanti produttori (e winemaker) di casa nostra che pensano ancora (con diabolica perseveranza nell’errore) che i nostri vini diventano appealing all’estero quando perdono connotazioni provinciali, regionali o nazionali per assumere un improbabile, anonimo, stile internazionale..

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4 pensieri su “Sapevate che in Australia stanno piantando Negroamaro? Matt Paul ci racconta come e perché

  1. Io in Australia ci lavoro da oltre 20 anni e posso garantirvi che i consumatori Australiani in quanto a gusto, lo hanno molto più evoluto di quando noi possiamo pensare, infatti loro hanno sempre anticipato quello che sarebbe successo sul mercato. Il fatto che produttori australiani riscoprano vitigni italiani, è la conseguenza del successo dei nostri vini in quel Paese e per ovvie ragioni, l’interesse del consumatore non è mai verso vini da prezzo basso, per quello bastano ed avanzano le offerte locali. Il problema è che per tantissimi anni li abbiamo erroneamente ritenuti terzo mondo enologico anche se, inconsciamente ne seguivano (a grande distanza temporale), lo stile. Ci ricordiamo il periodo in cui si prendevano i premi nelle guide di casa nostra solo in base ai parametri di colore, alcol e legno? Beh, gli australiani avevano già compreso che con quel tipo di vini non si andava da nessuna parte ma, due ambasciatori di quella scuola enologica imperversavano dalla Sicilia al Piemonte facendo da punto di riferimento a tanti scimmiottatori nostrani. Io mi ricordo di vini bicchierati, addirittura anche molti piemontesi che erano color nero inchiostro (vero degustatori ed ex pentiti del Gambero Rosso????).
    E’ vero che 6 gruppi controllano il 94% della produzione ma, la vera differenza su quel mercato la fanno i consumatori che hanno un gusto molto evoluto ed una grande voglia di conoscere ed apprezzare quello che accade nel resto del mondo e noi, con una scuola di cucina fortemente dominante nel Paese, non possiamo non prenderne vantaggio. Sta solo a noi decidere se vogliamo prenderne vantaggio come esportatori di viti oppure, come esportatori di vini!!!!!

  2. Leggendo questo illuminante post (e il commento di Valentino@) mi rifrullano in mente le ‘solite’ considerazioni, le riflessioni che sono state scritte su questo blog – ma anche su altri – a proposito di ‘legami con il territorio’, di comunicare correttamente, e soprattutto a proposito della corretta conoscenza del mercato e della necessità di rivolgervisi in modo efficace e (aggiungo) continuativo.

    Sono considerazioni che hanno guadagnato terreno, mi par di capire, ma che ancora non scalfiscono chi è più lontano dalla consapevolezza che conoscere, sapere, scambiare idee, è la base per scegliere le politiche giuste, per lavorare bene, per valorizzare al meglio il proprio lavoro e – in periodi di cambiamenti grandi e profondi – anche mettere a frutto valori come il territorio (e niente come il vino può rappresentarlo nelle sue unicità).
    Ma è difficile che questo diventi un pensiero diffuso, in un momento in cui la gente è generalmente sotto pressione e tende a dare il peggio di sé.

    Bisognerebbe che quelli che governano le politiche del vino nel nostro paese fossero autorevoli colti e lungimiranti… allora sì!

  3. Forse quel “made in italy” di cui spesso ci vantiamo dovrebbe venire fuori più spesso dalle nostre idee e dalle nostre aziende e non dobbiamo mai dimenticarci che è la squadra che vince la partita e non il singolo individuo. La partita dei tre bicchieri è ormai una partita chiusa già da diverso tempo che non ha fatto ne vinti ne vincitori! Un augurio di buon anno a tutti.

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