Collio Bianco 2007 Rosenplatz Livio Felluga: tappo a vite, ma perché?

Domanda: ma come evolvono in bottiglia i vini, soprattutto bianchi, per la cui tappatura i produttori hanno scelto il più alternativo dei tappi alternativi ovvero il tappo a vite o screw cap?
Qualche giorno fa, avvistata in cantina una bottiglia, per di più di un fior di produttore come Livio Felluga, mi sono detto: “ora posso provare a dare una risposta”. La bottiglia portava in etichetta l’annata 2007 e con quattro anni trascorsi dall’imbottigliamento potevo dire di disporre di un lasso di tempo più che sufficiente per poter verificare l’evoluzione del vino e raccontare le mie impressioni.
Tutto a posto? Niente affatto. Nel mio ragionamento non avevo fatto i conti, più che con l’oste, che in questo caso non c’entra, con il produttore, con le sue ambizioni.
Secondo la mia visuale sicuramente molto provinciale per quale motivo vale la pena rinunciare al sughero e puntare sul tappo a vite? Per non rischiare l’annoso problema del gusto di tappo su vini, soprattutto vini bianchi da consumare giovani e rosati, per consumare meno sughero e fare in modo che questo tappo venga riservato ai grandi vini rossi soprattutto e anche bianchi in alcuni casi, da invecchiamento.
E quando parlo di bianchi giovani e rosati o in qualche caso anche di rossi giovani e beverini penso naturalmente a vini per la cui vinificazione ed il cui affinamento si faccia ricorso unicamente all’acciaio.
Cosa è successo invece nel caso del vino che mi è capitato di stappare – diciamo così – e di degustare? Che non ho potuto fare la verifica sulla tenuta ed evoluzione del vino che mi ero ripromesso, perché mi sono trovato di fronte ad un vino che non prevedevo fosse destinato ad una bottiglia con screw cap.
Cosa ho letto, una volta consultato il sito Internet della Livio Felluga, consultando, come potete fare anche qui, la scheda tecnica del Collio bianco Rosenplatz 2007 che avevo assaggiato?
Ho scoperto che il Rosenplatz, che “si rifà alla tradizione asburgica della provincia di Gorizia. Il vino interpreta in chiave moderna ed elegante le tradizionali tecniche di vinificazione dei vini bianchi del Collio”, cuvée di uve Chardonnay – Sauvignon – Pinot Grigio, è sì un vino dove “la fermentazione avviene con macerazione delle bucce a temperatura controllata in recipienti di acciaio inox”, ma è anche un bianco dove “a fine fermentazione i vini vengono assemblati e travasati in fusti di rovere francese dove avviene la fermentazione malo-lattica e la lisi dei lieviti di fermentazione”.
Questo processo produttivo quali risultati ha avuto? Non solo che non ho potuto darmi una risposta circa l’evoluzione di un bianco di quattro anni con screw cap, ma, cosa peggiore, che mi sono trovato di fronte non solo ad un vino la cui parte aromatica mi è parsa molto lontana dalla descrizione fornita nella scheda tecnica, ovvero “sentori di mango, maracuja, lychees, anice stellato, pompelmo rosa, foglia di pomodoro, lillà e glicine; sfumature di asparago, gelso, felce e gradevoli note di pasticceria”, ma soprattutto ad un vino evoluto in maniera strana che non mi ha assolutamente gratificato all’atto dell’assaggio e non mi ha invogliato affatto a bere.
Colore paglierino oro molto intenso brillante di grande luminosità e brillantezza, e un naso molto secco, maturo, con note di fieno e fiori secchi, accenno di spezie e una leggera nota di frutta gialla non sovramatura, di frutta secca tostata accenni petrosi minerali, un bouquet molto secco deciso, tutt’altro che elegante o floreale, con una leggera vena alcolica che tende ad emergere.
In bocca attacco largo e di ampia tessitura, ma il vino tende a chiudersi subito su note molto asciutte secche, astringenti, con una prevalenza drammatica del legno che fa chiudere il vino su note amare di poca piacevolezza, che hanno reso impossibile andare oltre al primo bicchiere, peraltro nemmeno bevuto per intero.
Morale: a mio modesto modo di pensare il problema non è il tappo a vite, è il legno usato nel corso della fermentazione del vino. Non ci fosse stato quello il vino con ogni probabilità sarebbe ancora fresco vivo, piacevole.
Ma quando la capiranno i produttori italiani che ad esagerare con il legno nel caso dei vini bianchi si uccide il vino, si uccide il piacere si preparano vini che sono noiosamente stanchi, privi di allegria, prevedibili e monotoni?
Perché mai mettere in bottiglia con tappo a vite un vino che fa la malolattica e parte dell’affinamento in legno?
Restando in attesa di poter fare un’altra verifica su un vino bianco, possibilmente affinato in acciaio, restato in bottiglia con screw cap per almeno due-tre anni, resto in attesa, se vorrà dire la sua, di conoscere il punto di vista del produttore.

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11 pensieri su “Collio Bianco 2007 Rosenplatz Livio Felluga: tappo a vite, ma perché?

  1. Ciao Franco,

    io imbottiglio il ns. vino “base” (fra virgolette perché trattasi pur sempre di un crue aziendale) sia col tappo a vite che col tappo in sughero.

    I risultati di mantenimento della freschezza col tappo a vite sono notevoli, già ad un anno dall’imbottigliamento.

    Non ho mai pensato di imbottigliare i ns. vini più importanti affinati in legno con chiusure diverse dal sughero naturale mono pezzo.

    Ho bevuto anch’io lo scoro anno il vino di Felluga che hai descritto. Proprio l’annata 2007. Devo dire che il vino mi è piaciuto, anche se non so se al momento dell’imbottigliamento la freschezza fosse l’aspetto da preservare più desiderato da parte del produttore.

  2. Salve. Premetto che non sono mai stato scettico nei confronti del tappo a vite e anzi lo sempe consideranto uno strumento utile da avere. Dalla mia esperienza biennale in Australia e Nuova Zelanda ho avuto la fortuna di lavorarci spesso, trovando pregi e difetti.

    I difetti che ho potuto constatare sono l’inchimicamento dei profumi, una scomposizione del gusto, spesso puntato alle freschezze, mineralità e alcolicità. Dei pregi una fruttosita sempre accentuata,un controllo più facile in cantina e un più facile approccio da parte del cliente. Quindi tenendo conto di questi parametri lo sempre visto ottimo con vini giovani che generalmente hanno trà le loro caratteristica, diciamo, un pò di schiettezza e sono destinati ad un consumo “rapido”. Sempre palando di esperienza ho trovato che il tappo a vite rallenta e modifica in maniera negativa l’invecchiamento del vino. Salvando il colore e l’intensita ma perdendo sempre in finezza e armonia.
    A questo punto, ricapitolando. Ho sempre considerato questo strumento utile e lo faccio ancora, ma sempre con le dovute cautele. Magari posso essere meno preoccupato riguardo al locale di invecchiamento e al problema tappo. Che per altro in Italia non è un poi così grande. Sono però sempre cauto sui tempi di “respiro” che ,sembra ironico ma, con le bottiglie invecchiate sotto tappo a vite, sono sempre più lunghi.
    A questo punto, per concludere, dalla mia esperienza il tappo a vite va bene quando il vino è stato imbottigliato da poco, un annetto, sei mesi. Può anche essere 10 dieci anni vecchio ma deve essere stato imbottigliato recentemente. E il personale di servizio lo deve saper trattare comunque.
    Riguardo grandi aziende come Livio Felluga, posso compendere che per espandersi su mercati ricchi come l’Australia o l’America lo screw cup sia diventato un obbligo ma, non per questo, produrre i propri vini riserva sotto vite è a mio parere, una mossa vincente. I rischi di perdere mercati già aperti può diventare importante.

    Spero che questa mia opinione sia interessante magari d’aiuto.
    Cordiali saluti
    Simone

  3. Buongiorno. Non mi convince a parte la tappatura, la fermentazione malo-lattica nei fusti di rovere la quale richiedendo un aumento della temperatura favorisce ancor più il rilascio di essenze legnose.
    Su un eventuale problema di acidità non è forse meglio agire nella vigna nei tempi dela vendemmia che in cantina con queste “forzature”?
    Poi con questo “legno” non si toglie un po di tipicità al prodotto?

  4. propongo 3 considerazioni di diversa natura:
    -il sughero è un bene in esaurimento,quindi bisognerà prima o poi valutare sistemi di chiusura alternativi(vite,coestruso,vetro,ecc…);
    -ho lavorato in Australia,nello specifico in clare valley e sul disciplinare dell’Appelation, il riesling,varietà più importante di questa zona,aveva l’obbligo(per essere conforme alla d.o.c)dell’ utilizzo dello screw-cap.
    -alcuni dei più buoni gruner velltliner e riesling che abbia mai assaggiato(anni 90) sono con il tappo a vite.
    in definitiva penso che su certi prodotti il tappo a vite non sia da demonizzare

  5. Se ho ben capito la questione provo a rispondere.
    L’uso di tappo a vite anche nei vini affinati in legno è a parer mio giustificato. Infatti il tappo a vite non è impermeabile all’ossigeno, ma lavori scientifici hanno dimostrato che è in grado di far passare concentrazioni di ossigeno paragonabili ad un tappo di sughero di buona qualità. Quindi anche questa chiusura alternativa è in grado di far evolvere il vino, scongiurando al 100% la comparsa del difetto di tappo.
    Cordiali saluti
    Vittorio

  6. Se mi posso permettere. Mi piacerebbe sapere per quale motivo il sughero e considerato bene in esaurimento e il rovere Francese no!
    Ringrazio

    Simone

  7. “…Ma quando la capiranno i produttori italiani che ad esagerare con il legno nel caso dei vini bianchi si uccide il vino, si uccide il piacere si preparano vini che sono noiosamente stanchi, privi di allegria, prevedibili e monotoni?…”

    Gentile Franco, riprendo questo inciso per dare la mia risposta: il problema, come ha ribadito lei, non è il tappo a vite ma l’eccessivo uso del legno per i bianchi. Premetto che non ho mai assaggiato il vino in questione, ma secondo lei il risultato sarebbe stato diverso col tappo in sughero? Secondo me no…
    I bianchi (e i rossi…) iperbarriccati lasciamoli ai seguaci di Parker!

  8. Ho avuto analoghe sensazioni con un altro vino di casa Felluga, allora denominato Tocai, con tappo di sughero. Bevuto giovane era ricco e profumato. Bevuto dopo 3 anni era senza profumi e scomposto. Forse il quesito andrebbe posto all’enologo. Chissa’ che “le forzature” paghino nel breve, ma nel lungo rendano alcune caratteristiche evanescenti.

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