WineWebNews 11 gennaio 2012 Cina? Per il mondo del vino è sempre più vi…Cina!

Dall’Italia

La burocrazia soffoca i produttori di vino
Priorità assoluta questa settimana al vibrante articolo di Carlo Petrini, pubblicato sul sito Internet di Slow Food, che denuncia l’eccesso di burocrazia che sta letteralmente soffocando in una morsa infernale i produttori di vino, soprattutto le piccole aziende agricole artigianali che si trovano a dover affrontare le medesime incombenze cartacee e certificative che toccano alle grandi aziende. Che hanno mezzi e personale ed economie di scala per poter far loro fronte.
Scrive Petrini che “il mondo del vino è giunto al limite della sopportazione. Al calo dei consumi, alla crescita della concorrenza mondiale, agli effetti della crisi economica sulla classe media, i viticoltori italiani devono aggiungere una pressione burocratica che pesa oggi come mai in passato. Paradossalmente, per loro è la burocrazia a ubriacare.
Quello del vino è un settore su cui si concentrano controlli e soprattutto adempimenti di varia natura in misura superiore a ogni altro comparto del settore agroalimentare. E questo stato di cose non può più continuare per due ordini di ragioni: primo, perché pretendere dall’industria e dal vigneron gli stessi adempimenti può diventare la peggiore ingiustizia e, secondo, perché la ragione di molte scartoffie è venuta meno, ma sono rimasti chili di moduli, da compilare, spesso, attraverso consulenti, associazioni di categoria e “professionisti” variamente interessati”.
E questa serie di cose “si traduce in una difficoltà iniqua, per chi voglia condurre un’attività a misura d’uomo e di ambiente, perché aggiunge pensieri e costi alla fatica, agli incerti atmosferici, al mercato sempre più affollato. E se penso che tanti ostacoli diventano un deterrente ulteriore, per un giovane che voglia iniziare l’attività agricola, sostengo con ancor maggior forza che il mondo del vino non solo non può più permettersi questo stato di cose, ma, quel che è peggio, rischia di non sopravvivergli”. Ma è tutto l’articolo da leggere, condividere, commentare… Leggete qui

Barbaresco 1959: come stapparlo e servirlo?
Lunghissimo, intrigante post del blog Brooklynguy’s wine and food blog, dedicato ad una bottiglia di Barbaresco con oltre 50 anni d’età visto che l’etichetta parla di 1959. L’autore chiama in causa amici ed esperti di vino vari, tra cui il sommelier Levi Dalton, per sapere come stappare, servire, apprezzare al meglio una vecchissima annata. Un articolo di riferimento per chiunque dovesse trovarsi nella stessa situazione. Leggete qui

Prosecco alternativa allo Champagne?
Sorprendente la sicurezza del sito Internet britannico Askmen.com:, non solo lo Champagne deve far fronte all’offensiva di sparkling wines di diversi Paesei “dall’Argentina alla Nuova Zelanda”, ma, anche se sono prodotti completamente differenti, con in comune solo.. le bollicine, ma il Prosecco sarebbe l’alternativa allo Champagne, anzi “a glorious alternative in the form of Prosecco, so well made and well priced that people in the Veneto region where it is produced will drink it throughout a meal.
If you are looking for an alternative bottle for that special occasion or simply want to spoil yourself with a glass of fizz, why not check out these superb alternatives?”.
Il sito ricorda che si tratta di un “lower-cost production method of fermenting in stainless steel tanks”, ovvero che i costi di produzione sono decisamente inferiori, ma in ragione del basso tenore alcolico e del gusto vivace e secco, “it is the perfect alternative to champagne for picnics and barbecues.
In recent years, with improvements in production methods, it has gone from being a drink mainly consumed by locals to a wine with one of the fastest growing rates of sale in the world”. Ma non erano gli inglesi i più grandi fan, dopo i francesi, dello Champagne? Leggete qui

Andamento produzione vino in Trentino (e Alto Adige)
Puntuale aggiornamento da parte dell’analista finanziario Marco Baccaglio sul suo blog I numeri del vino sui dati Istat e FederDoc relativi alla produzione vitivinicola in Trentino e Alto Adige, che non si capisce perché vengano messi insieme pur rappresentando due realtà ben distinte.
Emerge un dato molto interessante ovvero che nelle due aree “le superfici vitate sono invece stabili nel 2010 e in crescita in prospettiva storica (+3% annuo), a dimostrazione della vivacità dell’area, che con la provincia di Trento (+6% annuo sulle superfici vitate) e la produzione di spumanti ha un cavallo di battaglia non indifferente”.
Baccaglio ha dato anche l’aggiornamento sulla “produzione di vini DOC di Federdoc, aggiornata però al 2009. Degli 1.1 milioni di ettolitri prodotti nel 2009, circa 618mila sono ormai appannaggio della DOC Trento (anno record, dopo essere stata sul livello di 500mila ettolitri per 3 anni), che é diventata la quinta DOC italiana per dimensione (ma sarebbe diventata la quarta se non avessero istituito la DOC Prosecco, balzata nell’anno della sua istituzione al n.2 in Italia)”. Leggete qui

Una verticale di Trento Doc
Bell’articolo di Mauro Pasquali, sul sito Internet Gourmet di Angelo Peretti dedicato ad una verticale di vecchie annate di uno dei protagonisti del TrentoDoc, Cesarini Sforza.
Come scrive, “Del Trentodoc è persino superfluo parlare: più di un secolo di storia e quasi dieci milioni bottiglie prodotte all’anno parlano da sole e raccontano della prima doc italiana di un metodo classico, di tanti produttori, piccoli e grandi e di un vitigno principe: lo chardonnay che ormai caratterizza in modo quasi monotono un’intera regione.
Sono passati ormai dieci anni da quanto la Cesarini Sforza, fra le prime aziende a credere nel Trentodoc metodo classico, è entrata in quel colosso della cooperazione vitivinicola che è il gruppo LaVis. Dieci anni durante i quali mantenendo la sua autonomia, Cesarini Sforza ha potuto attingere a quell’immenso patrimonio di terreni vitati del gruppo LaVis”. Leggete qui

Del prezzo del vino al ristorante
Sarà anche vero, come qualcuno ha scritto nel corso del dibattito, che “Quello dei ricarichi è un falso problema, ognuno applichi quelli che ritiene più opportuni, se riesce a far girare la cantina ha ragione”, eppure, anche in seguito alla puntata di sabato 7 de Il Gastronauta di Davide Paolini su Radio 24, che potete riascoltare qui, in questi giorni sulla wine blogosfera si è scatenato un dibattito vivacissimo sul tema dei prezzi troppo elevati dei vini al ristorante.
Ne troviamo testimonianza in un articolo di Alessandro Bocchetti sul blog Scatti di gusto – leggete qui – in uno di Fiorenzo Sartore su Intravino – leggete qui – e di Lorenza Fumelli su Dissapore – leggete qui.
Visto il numero cospicuo di commenti viene da chiedersi se fosse davvero un “falso problema”…

Le interviste del Masna
Un bel colloquio con il Maestro Giorgio Grai, geniale enologo bolzanino, inaugura la serie di interviste del canale You Tube della rivista Enogea di Alessandro Masnaghetti. Sentite qui

Gli americani scoprono la Schiava in South Tyrol
Incredibile ma vero, ci volevano gli americani, nella fattispecie un ottimo wine writer come Wolfgang M. Weber e l’edizione on line del San Francisco Gate, per scoprire e celebrare, cosa che in Italia chissà perché non accade, quello che viene definito lo “innate appeal” dei vini base Schiava.
E così mentre del più considerato Lagrein viene scritto che “is still searching for an identity” è ancora alla ricerca di un’identità, la Schiava viene definita “versatile, easy-going”.

L’articolo riporta l’opinione di una esperta come Shelley Lindgren del ristorante SPQR in San Francisco, secondo la quale “The spice, acidity and lower tannins all make it incredibly versatile with food”.
E nell’articolo si ricorda che buona parte dei vigneti di Schiava sono coltivati con il tradizionale sistema a pergola, “It’s a method often associated with industrial-scale agriculture and heavy cropping, and a reminder that most of the Schiava grown here ends up as bulk table wine consumed locally”. Leggete qui

Negli States il Nero d’Avola ha un grande fan!
Incredibile quello che ci racconta la wine writer Lettie Teague in un articolo sul Wall Street Journal e in un post presente sul blog che conduce per lo stesso celebre quotidiano.
Negli States il Nero d’Avola ha un grandissimo fan, un ex grande campione di baseball, Mike Piazza, uno che nel 2005 veniva pagato 16 milioni di dollari l’anno, che ha giocato nel ruolo di ricevitore con i Los Angeles Dodgers, i Florida Marlins, i New York Mets, oltre a squadre di San Diego e Oakland, e “viene considerato il miglior ricevitore battitore di tutti i tempi e detiene il record di fuoricampo battuti in carriera da un ricevitore con 396”.
Come scrive la Teague, “Mr. Piazza visited Sicily a couple of years ago and tasted some very good wines made from Nero d’Avola. If he were ever to make his own wine, Mr. Piazza said, it would be from Sicily, though he wasn’t sure it would sell in an American market”.
E così, dopo essere stato conquistato dal Nero d’Avola Piazza dice che potrebbe essere il Garibaldi della Sicilia “I could be the Garibaldi of Sicily!” Mr. Piazza joked. (Garibaldi is credited with the liberation of Sicily; perhaps Mr. Piazza could liberate the island again, this time from its vinous obscurity?”.
Per la wine writer il Nero d’Avola non é una varietà particolarmente nota negli States: “Although Nero d’Avola is the most important red grape in Sicily, it’s otherwise little known. There are no Neros of note in California or France and it’s not a grape that other Italians seem to covet. In fact, Sicilians didn’t take it too seriously themselves until fairly recently, when they stopped blending it with other grapes and began bottling it by itself”.
E anche per questo Piazza sostiene che “Nero d’Avola is an important part of his Sicilian heritage and when (or if) he makes a Mike Piazza wine, he wants it to be a Mike Piazza Nero d’Avola”, considerandolo una parte importante delle sue origini siciliane e dichiara che se un giorno volesse mettersi a produrre un proprio vino, allora sarebbe proprio un Nero d’Avola.
Leggete qui e poi ancora qui



Dall’estero

Alcol, vino, incidenti stradali
Ancora Marco Baccaglio e il suo blog I numeri del vino con il resoconto di un recente studio molto interessante, pubblicato sul sito Internet dell’American Association of win economists, a firma di Bradley J. Rickard, Marco Costanigro e Teevrat Garg sulla “correlazione tra i consumi di alcol e in particolare la disponibilità o meno dei prodotti alcolici nei canali di vendita tradizionali dei prodotti alimentari e la mortalità stradale”. Anche dallo studio americano emerge un’assoluta evidenza di cui si sta perdendo traccia nell’era della criminalizzazione, a colpi di etilometro, anche di un consumo moderato di vino.
Come fa notare Baccaglio “é provato che maggiori consumi di alcol determinano un numero maggiore di morti sulle strade, anche se il tipo di bevanda alcolica è una determinante; a parita’ di alcol consumato, una maggiore quota derivante dal vino sarebbe correlata a un minore numero di morti sulle strade, cosa che invece varrebbe al contrario per quanto riguarda la birra; gli Stati dove il vino é distribuito nei negozi di alimentari hanno un consumo maggiore e un prezzo più competitivo”. E infine che “il consumo di superalcolici è quello che in assoluto è più associabile alla mortalità stradale”. Leggete qui



Cina & Cabernet

C’è spazio per i Cabernet della Napa Valley sul mercato cinese? E’ questo l’interrogativo che si pone il wine writer californiano Steve Heimoff sul suo omonimo blog.
Cosa accadrà quando i cinesi scopriranno i Cabernet Sauvignon della Napa Valley “What will happen when the Chinese discover Napa Valley Cabernet Sauvignon?”. Per avere una risposta bisogna guardare a Bordeaux, e alla Cina che oggi è diventato il primo mercato export per la celebre zona vinicola francese – “China is now Bordeaux’s largest export market” una posizione a lungo tempo appannaggio del Regno Unito.
Oggi un certo tipo di pubblico cinese di nuovi ricchi sta acquistando i grandi crus di Bordeaux, e di alcuni sono diventati proprietari. Non si sa quando questa Bordeaux-mania avrà fine. Ma quando accadrà quando i cinesi si accorgeranno che questa loro mania ha un costo troppo elevato, ovvero “What happens when top tier Bordeaux starts to be too expensive in Beijing, Hong Kong, Shanghai? People look to second tier Bordeaux. So we already see incredibly high pricing pinching the prices of First Growths in China, leading to increased demand for “lesser” but still prestigious Bordeaux”?
Si accorgeranno, dice Heimoff, che “After Bordeaux, what’s the most famous region in the world for Bordeaux-style wines?”, che la seconda zona del mondo specializzata nei vini stile Bordeaux é la California. E quindi, dice, ci sono ottime prospettive per il principale Paese produttore di vini degli States. Leggete qui

Mercato del vino in Cina
A proposito della situazione attuale, delle prospettive, delle caratteristiche del mercato del vino in Cina è assolutamente imperdibile uno studio che appare sul sito Internet Knowledge Wharton della University of Pennsylvania a firma di Ulysses Auger, Jeanne Chen, Catherine Ho e Andrew Rowe. Emergono dati incredibili, ovvero che la Cina ha superato Germania e Regno Unito diventando il principale mercato estero per i vini di Bordeaux, e questa trasformazione ha sta portando la Cina a diventare un vero e proprio mercato di “mass wine consumption”.
Oggi, come dice lo studio, la Cina “by volume, the country is currently the seventh-largest consumer of wine, with expected sales of 1.6 billion bottles in 2011. In contrast, the U.S. and France, the first and second largest consumers of wine, are expected to consume 4.0 billion and 3.9 billion bottles, respectively. Since 2006, the Chinese market has experienced more than 20% annualized growth, and experts predict it will further double by 2014 to become the world’s sixth largest”. Tre soli produttori totalizzano circa la metà del vino prodotto in Cina, e le importazioni stanno crescendo rapidamente: “In 2010, imports grew to more than 20% of total wine consumption, a four-fold increase since 2005.
Reductions in tariffs following China’s accession to the WTO have been one factor in this growth. Currently, an estimated 20 million adults drink imported wines on at least an occasional basis. Given that this figure is a fraction of the overall estimated 200 million plus people who have the purchasing power to buy imported wine, the future for foreign wine appears bright”. Insomma, per il mondo del vino la Cina… é sempre più vicina…. Leggete qui



Punteggi dei vini in ascesa: qualità migliore o critici più generosi?

Ancora il wine writer californiano Steve Heimoff sul suo omonimo blog affronta un argomento intrigante: i punteggi sempre più alti che molti vini californiani ricevono dalla critica specializzata (di cui lui fa parte) sono dovuti all’aumento della qualità intrinseca dei vini o ad una generosità della critica?
Di fronte alle contestazioni circa la veridicità della prima ipotesi Heimoff prende cappello e rivendica che a suo avviso larga parte della critica si esprime liberamente senza condizionamenti e interpreta il gusto medio, il sentire diffuso di buona parte dei consumatori. E dice che le aziende cercano di produrre vini che piacciano sia alla critica che ai consumatori e nessuno può accusarle di nulla.
Come scrive “if scores are rising for certain categories of wine, it’s because quality is improving. Critics are simply perceiving that increased quality, and rewarding it with higher scores.
The claim that winemakers are deliberately appealing to certain critics’ palates has been around for a long time. I suppose it’s true, in a way, but what’s so strange about that?
A winery is a business, just like the movies or automobiles. Spielberg makes the kinds of films he believes Americans want to see. Detroit makes the kinds of cars they think Americans want to drive. If a winemaker decides to go counter to prevailing consumer preferences, chances are he’ll go bankrupt. The reason I have an impact in the sale of wine is because I reflect the general consumer preference in America. I don’t manufacture it and I don’t lead it. I like these wines because they’re good, made in a style to appeal to the wine-loving American, which includes me. When they succeed, they deserve the high scores I give them”.
Un punto di vista che é difficile contestare… Leggete qui

Arrivederci alla prossima settimana e buona lettura!
Franco Ziliani

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3 pensieri su “WineWebNews 11 gennaio 2012 Cina? Per il mondo del vino è sempre più vi…Cina!

  1. Riguardo al vino in Cina. Siamo veramente lontani dal parlare di vino e cinesi e lo dico dopo i primi 20 giorni di viaggio trà Shanghai e Beijing. Ho pranzato e cenato sempre fuori per motivi tecnici e non ho mai visto una bottiglia di vino in tavola. Costano mediamente troppo e la ristorazione non è assulutamente preparata a riguardo. Si in percentuale ci sarà un numero maggiore di “ricchi” che si possano permettere di comprere vini costosi ma di incontrare qualcuno che ne capisca veramente qualcosa e che sopratutto sappia riconoscere la qualità c’è veramnete da contare per poco. Sicuramente comprano quello che li fà sembrare più ricchi, che poi siano tentati di mischiarlo con la coca cola questo è altrettanto sicuro.
    P.s. Ma chi gli ha detto poi al signore qui sopra che dopo i Cabernet Bordolesi vengono quelli di Napa Valley. Ma vive sulla terra?

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