WineWebNews 24 gennaio 2012 Negli States è scoppiata la Moscato mania


Dall’Italia

Ma siamo proprio sicuri che l’Amarone debba ancora crescere?
In prossimità dello svolgimento dell’Anteprima Amarone 2008 in programma a fine mese a Verona Angelo Peretti sul sito Internet Gourmet torna ad interrogarsi sulla crescita vorticosa dell’Amarone, che io preferisco chiamare “amaronizzazione” della Valpolicella e ricorda alcune analisi che risalgono al 2006, momento di avvio “di quella corsa che ha portato l’Amarone a crescere, crescere, crescere. In quantità e in prezzo”.
E citando le analisi di un professore universitario ricorda che questi “aveva previsto che lo spazio c’era, e lo scrisse in un libretto che probabilmente pochi hanno letto. Spiegava che la Valpolicella poteva spingere sull’acceleratore perché godeva di vantaggi strutturali che altri non mostravano di avere”. Ma questa spinta ha portato anche a produrre troppo e a fare decise frenate e marce indietro.
Perché mai l’Amarone (della Valpolicella) dovrebbe nuovamente tornare a crescere ora? Leggete qui

Montepulciano vino da tempi difficili
Suggestiva la valutazione che la giornalista americana Megan Headley fa sul sito americano, della Virginia precisamente, Internet C-Ville.com.
Dopo aver tracciato un ritratto molto positivo, completo ed esaustivo del Montepulciano d’Abruzzo e delle sue caratteristiche, lo definisce senza esitazioni “A budget-friendly Italian red you’ll love”, un vino dal costo amichevole da amare e scrive: “If ever there were a wine that could answer our prayers in this winter and economy of discontent, it would be Montepulciano d’Abruzzo. It’s red, alcoholic, consistently tasty, meant to be drunk young, divine with weeknight pasta, and best when it’s under $15”.
E poi “some producers are restricting yields and using longer oak-aging in more expensive bottlings, but I think “fancy” Montepulciano d’Abruzzo misses the point. It should be like your favorite sweater or your oldest friend—easy, comfortable, reliable, forgiving, and always makes you feel like everything’s going to be O.K.”.
In altre parole sostiene che il Montepulciano é la migliore risposta alle richieste dei consumatori in cerca di buoni vini risparmiosi in questa difficile epoca di crisi e crea l’illusione che tutto vada bene anche se effettivamente le cose non sono poi così ok… Leggete qui

Chianti Rufina Selvapiana o della platonica idea di bellezza

Celebrazione entusiastica di un Chianti Rufina 2009 da parte del top wine blogger statunitense Jeremy Parzen sul suo blog Do Bianchi. Jeremy racconta la trasformazione del vino da quando è stato aperto e appariva “so tannic, dense, and chewy on the palate that your first impulse is to recork it and put it down for another few years”, ovvero come un vino chiuso e bisognoso di altri anni di riposo in bottiglia, a quando dopo una breve areazione “the wine starts to reveal its gorgeous ripe red and berry fruit, its ethereal mouthfeel aligning with its bright, translucent granite color”, fino a quando il fondo di bottiglia, l’ultimo bicchiere, un paio di giorni dopo, si svelava come una “platonica idea di bellezza, una quintessenza di quel che un vino (perfetto da abbinare al cibo) appare a suo avviso: “the wine appeared to me as a Platonic ideal of beauty, the quintessence of what fine (food-friendly) wine should be in my view: bright, bright acidity, balanced alcohol (around 13%), a nose reminiscent of dewy pine, and ripe plum and black cherry”.
Una descrizione poetica che designa davvero un grande vino. Leggete qui

I migliori vini rossi dell’anno secondo Tom Hyland
Per chi volesse conoscere quali siano stati i migliori vini rossi del 2011 secondo un affermato wine writer e wine blogger statunitense, sarà interessante la lettura, sul suo blog Learn Italian Wines, del primo post che Tom Hyland from Chicago dedica ai suoi vini del cuore dello scorso anno. Tra loro 6 Barolo 2007 e 4 Barbaresco 2008. Leggete qui

Vini valdostani da conoscere

Sul suo omonimo blog il wine writer statunitense di origine italiana Charles Scicolone parla con entusiasmo di una serie di vini valdostani come Blanc de Morgex, Torrette, Fumin degustati recentemente a New York vini espressione di “some interesting grape varieties that are not very well known in this country such as: Prié Blanc, Cornalin, Fumin, Petit Rouge and Moscat Petit Grain”. Ed è simpatico vedere che anche nella Grande Mela i vini della Vallée si fanno onore. Leggete qui

Moscato superstar negli States
Sorprendente report della wine writer americana Lettie Teague sulla sezione On wine del Wall Street Journal. La giornalista si lascia andare ad una previsione: “The hottest wine of 2012 will be Moscato. Just like it was in 2011”, ovvero il vino “più caldo”, quello su cui puntare nel 2012, sarà il Moscato, le cui vendite nel 2011 negli States sono cresciute del 78%.
Grandi produttori americani come Gallo e Trinchero stanno cercando Moscato nel mondo per poter rispondere alle richieste. Secondo un importatore californiano, solitamente ben informato, la Gallo ha acquistato tutto il Moscato disponibile in bulk, in cisterna, nel Nord Italia, soprattutto quello piemontese.
Alcuni osservatori statunitensi giudicano l’attuale corsa al Moscato simile alla moda dei wine-cooler prodotti con vino e succo di frutta, prodotti che passarono presto di moda.
Secondo altri osservatori, invece, come Danny Brager, vice presidente della Nielsen’s alcohol research team, quello del Moscato è un caso assolutamente a sé, un qualcosa che non ha mai incontrato in dieci anni di analisi dei trend del vino. Sicuramente quello della scoperta del Moscato negli States è un tema su cui varrà la pena tornare nel corso dell’anno… Leggete qui e poi ancora qui

Vin Santo celebration
Ancora un wine writer americano di origini italiane, Alfonso Cevola, ed il suo blog On the wine trail in Italy, per un articolo di grande poesia che celebra uno dei più misteriosi e tipici vini italiani, il Vin Santo Toscano. Come scrive Alfonso, “We all seem to think Chianti or Vino Nobile or Brunello are the quintessential expressions of Tuscan, and to a greater extent, Italian wine. But that night, Vin Santo was the full moon in the sky shining brighter than all the rest.
And don’t take it wrong, this isn’t a “Vin Santo is better than Chianti” kind of assertion. Far from it. No, the spirit of the evening, the perfect storm of wine and service and respect and the weather, and yes, the full moon above might have had something to do with it too. But in that brief moment, a flash it was, and with it Vin Santo appeared to me to be the perfect symbol for the spirit of Tuscan wine”.
Basta un momento magico e una grande bottiglia per scoprire che il Vin Santo può essere “il simbolo perfetto dello spirit del vino toscano”. Altro che Super Tuscan, vini di Bolgheri e Brunello modern style! Leggete qui

Dall’estero

Sommelier protagonisti in New Zealand
Anche in questa nuova edizione delle WineWebNews su Vino al vino non mancherò di dare lo spazio che merita alla figura del sommelier e al suo ruolo centrale nella comunicazione sul vino oggi.
Lo spunto mi arriva da un articolo del giornalista Jo Burzynska pubblicato sull’edizione on line della New Zealand Herald dedicato alle nuove Superstars della wine industry, tra cui i sommelier, che non vengono più visti come semplici camerieri che suggeriscono i vini, ma come figure chiave nella gestione di un ristorante che aspiri ad una proposta intelligente di vini. Secondo “Cameron Douglas, New Zealand’s only Master Sommelier. “But we’re getting there as more restaurants recognise the role’s value”. A suo avviso il sommelier non deve essere saccente o mostrare di saperne di più degli ospiti, “The sommelier should never give the impression they know better, but subtly recommend and educate if guests are interested,” asserts Therese Herzog of Marlborough’s Herzog Restaurant, one of the few establishments outside Auckland with a sommelier. “Most of our guests love to learn about a new grape varieties or how a wine is grown or made”, perché molti clienti apprezzano la possibilità di saperne di più su nuove varietà e nuovi vini.
E oggi nel Paese dei kiwi, la vecchia scuola di sommelier lascia il posto ad una “new wave of young, widely travelled and open minded professionals driven by a desire to share their passion for the product rather than use their knowledge to intimidate their customers”. E negli Stati Uniti ed in Australia molti sommelier, ormai considerati indispensabile parte della proposta di ogni ristorante degno di questo nome “are increasingly being viewed as cutting edge opinion leaders.
This is something recognised by New Zealand’s wine industry, which regularly flies over Aussie “somms” to keep the country’s wines at the forefront of their recommendations”. Secondo “Jeremy Ellis, a New Zealander who has been working as a sommelier for more than a decade agrees ” the role of sommelier is incredibly relevant, even more so as people’s wine knowledge broadens, but generalises in the same moment,” he observes. “The diplomacy in communicating and guiding such people is becoming more and more important, especially in restaurants with broad wine lists.” E così promossi ormai ad opinion leader, a comunicatori ed educatori, i nuovi sommelier si fanno ampiamente onore. Leggete qui

Ma gli organic wines sono davvero migliori?
Stimolante intervento di Daniel Duane su Men’s Journal sul tema dei vini naturali o “organic wines”. A suo avviso la menzione di “organic” sparata in etichetta  non garantisce una qualità migliore e si deve piuttosto dire che “organic has become a magic word”, e così molte aziende vinicole stanno spendendo ingenti somme per riconvertirsi a produttrici di vini organici: “Some eagerly splash the word all over their labels, but others hardly bother to tell anyone”. In etichetta appaiono sempre più spesso menzioni tipo “100 Percent Organic Wine, Made From Organically Grown Grapes, Sustainably Farmed Wine, and Biodynamic Wine”.
Questo anche se molte aziende temono ancora di dichiarare apertamente in etichetta che si tratta di vini prodotti in modo organico o biodinamico: “worried that consumers might be turned off and perceive the wine as low-quality hippie juice. The moral of the story: Don’t fear words like organic and biodynamic. They’re now seen on some excellent wines. But if you care about good wine, don’t buy exclusively organic or you’ll miss out on some terrific Earth-friendly vintages”. Leggete qui

Mercato del vino Usa: i piccoli possono sperare?
Incoraggiante analisi di Fabio Nanni, consulente per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese del settore vitivinicolo, sul suo nuovo blog Wine Marketing Digest, sulle prospettive del mercato del vino negli States.
Come scrive, “dal mio personale punto di vista possono ritenersi incoraggianti soprattutto per i piccoli-medi produttori di vini di qualità, che hanno scelto gli Stati Uniti come mercato target.In particolare dai dati presi in analisi dalle fonti Wines & Vines e Wine Business (sulla base di dati Nielsen), è evidente che il consumo di vino negli States non conosce crisi, neppure alla luce del contesto macroeconomico dell’ultimo biennio.
Si nota un incremento in valore del 33% rispetto al 2010, che rispecchia un aumento del 21% delle quantità vendute connesso ad un aumento di circa il 10% della media prezzo delle bottiglie”. A suo avviso questo significa che “oltre a spendere di più per una bottiglia di vino, il consumatore americano presta particolare interesse a vini più ricercati, venduti al dettaglio, piuttosto che a prodotti maggiormente di massa”. Pertanto non sembrerebbe “troppo azzardato ritenere che i due fattori analizzati, 1-propensione alla spesa e 2-propensione all’acquisto al dettaglio, possano essere del tutto incoraggianti soprattutto per i produttori medio-piccoli. Coloro che mettono tutta la loro passione nella produzione di vini di qualità, sia essa espressione di un territorio o di una personalissima filosofia”. Leggete qui

Usa primi consumatori di vino al mondo
L’analisi ottimistica espressa da Fabio Nanni trova conferma nei dati contenuti nell’edizione on line del Daily Mail. Come si legge, “Americans consumed the equivalence of 3.73billion bottles of wine in 2011, making it the top global consumer of fermented grapes. Old World wine drinkers came in next, with Italy, France, and Germany coming in second, third, and fourth places, respectively”.
Gli americani si confermano come primi consumatori di vino nel mondo, lasciando al secondo, terzo e quarto posto Italia, Francia e Germania. I consumi di vino crescono soprattutto nel Nuovo Mondo e in Oriente: “The report, released by trade show Vinexpo and International Wine and Spirit Research, revealed that the New World and the Far East greatly increased their consumption in recent years”.
Secondo lo studio in Cina il consumo di vino dovrebbe crescere di più del cinquanta per cento nei prossimi quattro anni: “The country is expected to grow more than 50 per cent in the next four years”. Leggete qui

Ancora sui consumi di vino
Un altro articolo pubblicato sul sito Internet australiano Adelaide now, fornisce altri dati sull’analisi sui consumi di vino nel mondo. Negli Stati Uniti i consumi dovrebbero salire del 10 per cento tra il 2011 ed il 2015, mentre nello stesso periodo Cina e Hong Kong dovrebbero crescere del 54,3%. Entro il 2015 i bevitori americani dovrebbero consumare 13 litri pro capite, mentre in Cina la media dovrebbe arrivare a quota due libri. Questo mentre in Francia, Italia e Regno Unito i consumi calano rispettivamente del 4,4, 2,7, 4,3% e solo la Germania cresce, del 2,1 per cento. Anche i consumi di vino mondiali dovrebbero crescere: “Global wine consumption is predicted to grow 6.2 per cent between 2010 and 2015, reaching 34.1 billion bottles, an increase of two billion bottles”. Leggete qui

Brasile nuova frontiera del vino

Sono in molti ormai a puntare sul Brasile come il Paese su cui puntare per vendere vini. L’ultimo in ordine di tempo è il wine writer e wine blogger americano W. Blake Gray che sul sito Internet americano Palate Press definisce il Brasile “the next great frontier for the wine world”. Alcuni dati che Blake Gray fornisce (corredandoli con impressioni di degustazione su vini brasiliani da lui degustati e sulla produzione di vino nel Paese carioca) sono molto interessanti: “Brazil now drinks just 1.6 liters of wine per capita per year—significantly less than some Muslim countries like the Maldives and United Arab Emirates, according to the Wine Institute. By comparison, the US drinks 9 liters per capita per year. Most European countries drink more than 20 liters per year. But Brazil’s population is huge — 200 million, about the same as France, Spain, Portugal, Italy and the Netherlands combined. But Brazil’s population is huge — 200 million, about the same as France, Spain, Portugal, Italy and the Netherlands combined. And unlike the US, where 1/3 of the adult population doesn’t drink alcohol, Brazilians love to drink; Rio de Janeiro is practically a 24-hour party. Combine that witha strong economy and increasing interest in the world outside, and you have the right recipe for a hot wine market”. Insomma quello tra Brasile e vino é un love affair da prendere seriamente in considerazione.. Leggete qui

Arrivederci alla prossima settimana e buona lettura!
Franco Ziliani

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