Ezio Rivella invitato a parlare a Barolo: per “insegnare” cosa? Una stravagante scelta della Strada del Barolo

Sono già così tanti gli anni che ho trascorso in questo strano mondo del vino che mi sembra ormai inutile, pura perdita di tempo, stupirsi per le continue, assurdità e contraddizioni che questo mondo mette in evidenza.
Eppure, di fronte al programma di incontri di formazione organizzati dalla Strada del Barolo e grandi vini di Langa in collaborazione con il Consorzio I Vini del Piemonte, incontri “rivolti agli associati della Strada del Barolo, ma più in generale a tutti i produttori vinicoli, agli operatori del turismo e del commercio e ai rappresentanti delle istituzioni”, confesso che mi sono cascate le braccia.
Intendiamoci, per trattare il tema conduttore dei cinque incontri, che recita “Piangersi addosso o reagire alle difficoltà?” la Strada del Barolo, è libera di invitare gli “esperti di marketing, comunicazione e strategia turistica” che ritiene più interessanti, visto che, come annunciano, il “programma è stato studiato per offrire consigli concreti e suggerire nuove opportunità strategiche, anche cercando di trarre spunti da esperienze particolarmente istruttive provenienti da aree vitivinicole di successo in Italia e nel resto del mondo”.
E come dice il Presidente della Strada, Nicola Argamante, si tratta di incontri che puntano a “creare tra le aziende un atteggiamento maggiormente imprenditoriale, grazie allo sviluppo di un senso di appartenenza, in modo da favorire percorsi strategici comuni e di natura collaborativa”.
Ma cosa diavolo avrà mai da insegnare, quali esperienze utili potrà raccontare ai produttori della Langa del Barolo, visto che sarà lui ad inaugurare lunedì 13 febbraio alle 18, presso il Museo del Vino a Barolo, il cavalier Ezio Rivella, Presidente del Consorzio Brunello di Montalcino, che “illustrerà le strategie di mercato utilizzate da un altro “re” dei vini e dialogherà con il presidente della Strada del Barolo Nicola Argamante”?
Cosa possono mai imparare da Rivella, piemontese di nascita ma tutt’altro che innamorato dei vini dei piemontesi e del loro più prestigioso esponente, il Barolo, i produttori della Langa?
Il signore, ovviamente illustre enologo già presidente di un sacco di cose (Unione Italiana Vini, Associazione Enologi Enotecnici, Comitato tutela vini a denominazione, ecc. ) ha sicuramente maturato tante esperienze nella sua lunghissima vita di lavoro, ma anche i bambini sanno che ha sempre mostrato di avere idee profondamente diverse da quelli che dovrebbero costituire (le costituiscono ancora?) le idee guida dei produttori di una zona e di vini unici come la Langa ed il Barolo.

E per rammentare questa solare evidenza voglio suggerire al Signor Presidente delle Strade del Barolo la lettura, era il febbraio 2008, solo un mesetto prima dello scoppio di Brunellopoli, lo scandalo dovuto all’azione di una serie di disonesti che ha rischiato di mettere in ginocchio Montalcino ed il re dei vini base Sangiovese, di due articoli che pubblicai all’epoca.
Il primo sul sito Internet dell’A.I.S, il secondo su questo blog. Articoli che prendevano lo spunto da un’intervista, pubblicata sul numero 79 dell’ex rivista ufficiale dell’Associazione Italiana Sommeliers fatta dall’ottimo giornalista Cesare Pillon nientemeno che a Rivella, intervista dove Rivella, mantenendo fede al proprio antico convincimento sfrenatamente liberista e stile laissez faire, sosteneva che la denominazione dovrebbe prescindere dai vitigni o indicarne un grappolo, a percentuale facoltativa, in modo da permettere al produttore di esprimersi e di personalizzare il suo vino, e che la “mania di voler fissare disciplinare rigidi è un’aberrazione italiana e non aiuta la qualità, perché deve tenere conto dei produttori meno abili”.
E ancora che “si dovrebbe dire “Montalcino” e poter impiegare tutte le migliori uve che crescono su quei terreni”, ovviamente non pensando che queste “migliori uve” non si chiamino e non siano una sola, quella che rende unico il Brunello, ovvero il Sangiovese, bensì quelle bordolesi.
Tanto convinto di ciò, che nel caso non si fosse capito come la pensi (ma le conosciamo benissimo le sue idee…) rincarava la dose affermando testualmente che “se il Barolo potesse utilizzare anche uve Barbera e Syrah uscirebbe certamente di livello qualitativo più elevato”.
E all’epoca, febbraio 2008, un mese prima dello scoppio di Brunellopoli, osservavo: Rivella ha detto Barbera e Syrah, ma anche i bambini sanno che in cuor suo, parlando di Barolo, ma anche del Brunello, pensasse agli amatissimi, da lui, Cabernet e Merlot, per tacere di altre uve minori come potrebbero essere Petit Verdot o chissà che.

Questo ad uso e consumo degli smemorati di Collegno, pardon Alba e dintorni, ovvero dei componenti del Consiglio di amministrazione della Strada del Barolo, nonché i soci della Strada, solo un piccolo memorandum per non dimenticare a chi si troveranno di fronte lunedì pomeriggio, alla vera identità di chi hanno chiamato a parlare, “per offrire consigli concreti e suggerire nuove opportunità strategiche”, nonché per sviluppare “un senso di appartenenza”, ai produttori di Barolo presso il Museo del vino di Barolo. Un anziano signore, protagonista di mille esperienze e avventure imprenditoriali, secondo il quale (si ascolti nuovamente il dibattito sul Brunello dell’ottobre 2008 a Siena) “il primo requisito per un vino è essere buono e se il Brunello “taroccato” ha avuto così grande successo a livello internazionale, perché continuare a produrre solo Sangiovese?”, e che se avesse avuto il potere assoluto di decidere oggi ci troveremmo di fronte ad un Barolo al Syrah e ad un Brunello al Cabernet – Merlot.
Ed è una persona del genere, con queste idee chiarissime lontane anni luce dall’estetica e dalla filosofia di ogni Nebbiolo di Langa degno di questo nome che si deve chiamare a parlare a Barolo?
Povera Langa, povero Barolo!

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31 pensieri su “Ezio Rivella invitato a parlare a Barolo: per “insegnare” cosa? Una stravagante scelta della Strada del Barolo

  1. Caro Franco,
    spero che chi andrà al convegno abbia la lucidità e la freddezza di “filtrare” idee simili,se verranno proposte,purtroppo e per fortuna i fatti del Brunello sono recenti e spero che il mondo produttivo non abbia ancora dimenticato.
    Mi dispiace di non poterci essere,sarei curioso di sentire quale filosofia condurrà la discussione.
    Abbiamo un grande vitigno e grandi vini ne derivano, facciamoli conoscere come sono, basterebbe essere più coesi nella comunicazione , e tutto avrebbe un altro aspetto.
    Speriamo in bene!

  2. Concordo pienamente con Sergio, ma devo confessare che questa scelta non mi piace affatto, pur rispettando la grande esperienza del sig. Rivella. Vorrei sentir parlare di marketing di prodotti davvero speciali e non di grandi numeri o di industria del vino, tantomeno di “imbastardimento” di un vitigno unico quale abbiamo. Il nostro territorio ed i suoi prodotti vanno difesi, tutelati ed esaltati per quello che sono nella loro purezza e nelle loro sfumature. Abbiamo già troppi grandi produttori/commercianti/imbottigliatori che remano in senso inverso e rovinano immagine e mercato, forse per questo motivo i nostri predecessori hanno evitato le “coesioni” allargate (che avrebbero potuto divorarli) mantenendo ben saldi i loro principi e portandoci in eredità il vero Nebbiolo.

  3. Stimatissimo Franco,
    leggendo il tuo articolo, mi sovviene una frase del celeberrimo professor John Keating, interpretato dal magistrale Robin Williams ne “L’attimo fuggente”, quando ai suoi allievi sbigottiti sentenziava che la poesia non poteva essere codificata in grafici e che “leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è fatta di passione…” e vioa dicendo.
    Queste signore,Rivella, con la complicità di altri probabili gaglioffi, vorrebbe togliere la poesia a quel capolavoro di madre natura che è il nebbiolo, ingabbiandolo nell’abitudinaria faciloneria del prodotto internazionale, mischiandolo ad altri. Ma noi, come diceva il Prof Keating, non glielo permetteremo. Anche perchèSe così fosse, non ne comprerei più neanche una bottiglia. Ah, dimenticavo che i soloni non ricordano che lui, sua Maestà, sta bene da solo.
    Caro Franco, continua la tua battaglia.
    Saluti

  4. Il percorso delle “Strade del Vino” mi sembra coerente : Rivella inizia spiegando come internazionalizzare il Barolo, Vallarino Gancia chiude illustrando i trend internazionali.
    Forse i trend internazionali non sono stati, da parte della nota azienda spumantistica, interpretati molto bene in quanto il pacchetto di controllo e’ passato in mano russa.
    http://www.gamberorosso.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=300010:ecco-perch%C3%A9-i-gancia-vendono-ai-russi&lang=it&Itemid=5
    Complimenti per i risultati ottenuti! La scelta dei relatori sara’ senz’altro giusta ma anche questa volta http://www.youtube.com/watch?v=JCNO_ZAHfR8
    Mai come in questo momento mancano uomini della levatura di Bartolo Mascarello (che aveva bollato certi personaggi come “Industriali del vino” ) e Baldo Capellano con il quale tu avevi smascherato, durante quel famoso dibattito in Toscana, una strategia volta a distruggere il vero Brunello.

  5. grazie per questo post Ziliani. Solo lei ha il coraggio/incoscienza di andare come un Don Chisciotte contro i potenti del vino.
    Voglio inoltre fare notare una cosa. Quell’AIS che ora l’ha rottamata come una vecchia ciabatta giudicata inutile (e fastidiosa) quattro anni fa era orgogliosa di pubblicare la sua ferma critica alle dichiarazioni rilasciate da Rivella a De Vinis.
    Come sono cambiati purtroppo, i tempi per la gloriosa Associazione…

  6. Grazie a Dio continuano ad esistere i Cappellano nel nome di Augusto, i Mascarello, nel nome di Maria Teresa, i Giuseppe Rinaldi e figlie e tanti tanti altri piccoli produttori anche della nuova generazione che continuano concretamente a mantenere quella che riassumo come purezza. Gente di Langa con radici profonde nella terra e non avventurieri del prodotto vino che inventano i “vinot” da bere un mese dopo la vendemmia o rovinano i mercati con prezzi assurdi mettendo in ginocchio i viticultori fingendo di volerli salvare. Che dire di alcune Cooperative che stanno in piedi grazie alle sovvenzioni (ovvero con i nostri soldi) e producono milioni di bottiglie orrende svendute alla GDO? Politiche sbagliate, istituzioni che programmano eventi ai quali presenziano più politici che produttori di vino e visitatori… Dobbiamo continuare a dire “vabbuò” oppure è il caso di far sentire la nostra voce?

  7. Chi andrà potrebbe poi riferirci quanti secondi passeranno dall’inizio della prestigiosa docenza alla frase “il mondo del vino è in crisi e l’unica via per uscirne è aprirsi ai mercati internazionali, non solo in termini di mercati da battere, ma anche in termini di internazionalizzazione del gusto dei vostri vini”?

    Il brutto è che, nei momenti di crisi, qualcuno preso dallo sconforto potrebbe davvero pensare che il prestigioso docente abbia ragione.
    Qualcuno gli ricordi il destino commerciale tragico dei toscani dal gusto internazionale!

    P.S.: suggerimento: quando si vuole invitare a parlare qualcuno che parli di “sistema” e “fare squadra”, consiglio di puntare lo sguardo verso nord ovest, zona Borgogna (per i vini), Castelli della Loria (per il sitema turistico), Scozia (per la valorizzazione e salvaguardia di un prodotto storico): loro sì, che avrebbero qualcosa (di furbo e verificabile) da insegnare.

  8. Guardate che “internazionalizzazione del gusto del vino” e´ di per sé una minchiata di portata storica. Ed ancora piú grossa perché detta da una delle personalitá di spicco della nostra enologia. Ma é vieppiú minchiata perché é gettata li, nel mucchio senza collegamento a terra. Per assurdo, prendiamola per buona: allora bisognerebbe specificare (a) quali vini vanno internazionalizzati (b) per aprire quali mercati (c) a quali costi. Si, perché la prima cosa che penso, che il giorno che avró “internazionalizzato”
    un Groppello, un Freisa, un Lacrima di Morro d’Alba, un Aglianco del Sannio, con costi e tempi di conversione tutti da quantificare, a chi li vado a vendere ? a chi vado a fare concorrenza ?” me ne vaco in America ?” a fare concorrenza al potabilissimo vino Cileno a 0,85 euro free on board Valparaiso ? vado
    a propormi come alternativa ai vini sudafricani, argentini, australiani e presto cinesi ed indiani, che hanno
    costi di produzione un quinto dei nostri e burocrazia di produzione praticamente inesistente ?
    Ma Rivella o chi per lui, si chiedono mai perché in Borgogna queste fregole di internazionalizzare il loro vino non gli vengono mai ?

    E se mettiamo il Colosseo, il Duomo di Milano e le grotte di Castellana in ogni capitale mondiale, i turisti
    che picchio ci devono venire a fare in Italia ? a vedere se la copia é meglio dell’originale o l’originale meglio della copia ?

  9. Grande Franco ed amici che mi leggete,
    lasciatemi sfogare, ancora una volta siamo in mano a personaggi a cui consiglierei la pensione coatta, si al Cv. Rivella con le sue idee da giovane rampante anni 80 e` ora di dire basta!
    Pensate alla ricchezza del territorio Italiano, basta fare pochi chilometri, per scoprire prodotti tipici unici nel loro genere.
    Pensate invece ad una Italia che in tutto il territorio ci sia la stessa cucina e lo stesso vino, vino di gusto INTERNAZIONALE, spremuta di legno, vino che si vende cosi` bene, che tutti gli anni e uguale, che se possibile non invecchi, vino che sia facile da fare, chiunque con qualche miglioncino di euro, comprando un pezzo di territorio, anche non vocato, possa fare IL GRANDE FALSO.
    Vi piacerebbe questa Italiota, no spero proprio di no, l`ecellenza Italiana e` dovuta alla straordinaria differenza di sapori, non all`omologazione dei prodotti.
    Barolo, mi ricordo ancora anni fa un magnum di Barolo Ratti 85, a distanza di 27 anni ho ancora il ricordo meraviglioso, delle sensazioni che provai.
    Brunello, mi ricordo di una degustazione di anni fa, in cui provai sensazioni di merlot e sirha, pensai ad un errore di valutazione, poi sappiamo tutti come andata!
    E certamente piu` difficile fare un vino da monovitigno, ma se la tradizione e` quella bisogna rispettarla, e farlo fare a chi lo sa fare, a chi lo fa con amore seguendo le tradizioni, usando la tecnologia al rispetto della tipicita`.
    Quindi Signor Rivella, il Signor Barolo ed il Signor Brunello come tutti i vini della tradizione Italiana, non si toccano, a noi piacciono cosi, anche nelle annate meno buone, ci piacciono veri e diversi tutti gli anni.
    Ed agli amici della strada del barolo, rispettando la scelta che hanno fatto invitando il Cv. Rivella, pensate che avete in mano uno dei piu` esclusivi territori vitivinicoli al MONDO, riflettete se non e` il caso di fermare tutto, sedersi un attimo, guardarsi indietro, e pensare ai racconti dei nostri saggi VECCHI.

    RB

  10. Lasciando da parte a questione dei tagli, che l’esperienza di Montalcino ha ormai dimostrato al di là di ogni dubbio non servire né per migliorare la qualità né per aumentare le vendite, ma il sig. Argamante potrebbe gentilmente spiegare cosa c’entra il cavalier Rivella con una strada del vino? Non credo che chi si é sempre opposto a che se ne facesse una a Montalcino (dove sono nate, da un’idea di mia sorella Donatella) sia proprio l’oratore più adatto. Invitare il sempre interessante cavalier Rivella a spiegare le strade del vino é decisamente bizzarro, magari la prossima volta il sig. Argamante chiamerà il nostro ex premier a spiegarci le bellezze dell’omosessualità.

  11. Mah! Un testimonial non si sa mai che cosa andrà a dire! Capita spesso che vengano portati ad esempio anche i casi negativi, no?
    Effettivamente però, Donatella Cinelli è proprio la persona – anzi l’imprenditrice – che più avrebbe da dire a proposito di Strade del Vino; ma anche a economia del turismo in Bocconi* (*così trendy di questi tempi) sanno moltissimo sulle strade del vino, per averle studiate a fondo.
    Caro Rino@, l’Italia dei paesaggi e dei prodotti – unici – che vi nascono è in tutti i giornali (del mondo), per non parlar dei blog; è persino sul Sole 24Ore, con buona pace degli economisti la crescita che dovremmo perseguire è proprio quella dell’attenzione ai fattori che possono – per davvero – premiare i fatturati, dando un colpo di reni alla nostra reputazione scalcinata. La tipicità non premia solo i piccoli, ma andrebbe a vantaggio anche delle aziende agricole di dimensioni più importanti. Con alcuni distinguo, ma sempre aderendo al concetto di made in Italy (espressione che mi pare un po’ stracca, ma dice quello che dovrebbe essere). Cioè al concetto di autenticità.

  12. Caro Bisuttik, l`esperienza mi insegna che non si parla mai abbastanza di qualita` e tradizione.
    La gente ha sempre meno soldi, e quei pochi li vuole spendere bene, qualita` prezzo sono fondamentali sono la marcia in piu, i fatturati vengono premiati dalla serieta e continua qualita` del prodotto, non da false innovazioni che sicuramente modernizzano, ma abbruttiscono e snaturizzano il prodotto.
    Per quanto riguarda i mass media, e bene che ne parlino, anche se il piu` delle volte castroneggiano alla grande.
    Non rischiamo di buttare il bambino con l`acqua sporca,
    teniamoci e valorizziamo quel poco o tanto che abbiamo!

    RB

  13. Caro Rino@! non era abbastanza chiaro che sono molto d’accordo?
    (del resto non ho mai nascosto come la penso). Voglio solo sottolineare che la fedeltà al concetto che tu esprimi (ap)pagherebbe anche le imprese agricole più grandi. Per dire che ai prodotti di cosiddetta nicchia – che hanno, mi pare quasi inutile sottolinearlo ma facciamolo pure, tutto da guadagnare dall’adesione alla tradizione – aggiungerei pure quelli provenienti da imprese più grandi.
    Inoltre chi i soldi ce li ha non ama essere preso per i fondelli. Finiti (quasi) i tempi dei brubru semianalfabeti dal soldo facile che basta che sia caro allora lo compro…
    Su quel target alcuni hanno giocato, ma il cliente quando si accorge di essere stato buggerato si risente e va altrove. Stringiamo pure tutti i bulloni che è ora.

  14. Gentilissimo sig. Ziliani,cari personaggi intervenuti su questo blog,
    sono Andrea Faccio,agricoltore e produttore di vino a Canelli,trovera’ il mio nome tra gli organizzatori di questi incontri come presidente del consorzio “I vini del Piemonte”.Per la cronaca non sono produttore di Barolo,ma della mia amata Barbera!
    Dispiace molto leggere le righe che compaiono su questo blog,perche’ dimostrano come troppo spesso si scriva nell’ignoranza degli argomenti!
    Invito innanzitutto, chi volesse, a venire almeno una volta a sentire gli argomenti di cui si dibatte ed a prendere in considerazione le attivita’ che svolgiamo.Raggruppiamo oltre 100 piccole,medie e grandi cantine,tra cui alcuni piccoli consorzi del mondo piemontese.
    La nostra filosofia è quella dell’aggregazione di piu’ produttori della nostra regione per fare promozione tutti insieme,aiutando in particolar modo le aziende medio piccole come la mia a promuovere la nostra magnifica realta’ in giro per il mondo,cercando innanzitutto di superare lo storico campanilismo che troppo spesso è stato zavorra per tutti noi.
    Tranquillizzo il signor Cinelli Colombini e tutti gli intervenuti,il dott Rivella non parlera’ della strada del vino ne verra’ ad insegnarci a fare il vino…l’abbiamo invitato a fare una chiaccherata per la sua immensa esperienza e per raccontare da “grande vecchio” il mondo del vino degli ultimi decenni visto dal suo punto di vista.
    La storia recente del vino italiano,d’accordo o meno,lo ha visto protagonista.
    Anche nel vino vige fino a prova contraria la democrazia,io adoro il Barolo di Monforte,magari lei quello di La Morra,sono opinioni diverse,è bello confrontarle prima di dire che qualcun’altro sbaglia!
    Quello di cui abbiamo bisogno noi produttori non è la sterile polemica,nessuno di noi vorrebbe imbastardire i propri vini,anche e soprattutto il dott Argamante,che non ha bisogno della mia difesa e che meriterebbe ben altro commento rispetto a quello riportato poche righe piu’ sopra,avendo sempre lavorato nella direzione che voi sostenete qui.
    Nostri argomenti sono da sempre il rispetto assoluto del territorio e della nostra tradizione,ma non dimentichiamo che questo non vuol dire non guardare avanti,vuol semplicemente dire fare tesoro dell’esperienza nostra e di chi ha coltivato le nostre vigne prima di noi per capire cosa fare domani,senza stravolgimenti.
    Nessuno di noi vuole oltretutto sconfinare nel terreno minato della composizione dei vari disciplinari,non è il nostro mestiere e lo lasciamo fare ,generalmente bene, ai vari consorzi di tutela. A disposizione per fare una chiaccherata quando lo ritenete meglio,purchè sia costruttiva e non distruttiva del lavoro altrui.
    Un caro saluto
    Andrea Faccio

    • Signor Faccio, “sterile polemica” un bel niente. Trovo, e sono d’accordo con me vari produttori di Barolo che letto quanto ho scritto mi hanno contattato, dicendosi d’accordo con me, assurda e scarsamente utile, ai produttori di Barolo in primis, la vostra scelta di chiamare a parlare loro Ezio Rivella.
      P.S.
      Un consiglio, la prossima volta eviti di scrivere sciocchezze tipo “Dispiace molto leggere le righe che compaiono su questo blog,perche’ dimostrano come troppo spesso si scriva nell’ignoranza degli argomenti!”. Farà migliore figura mi creda

  15. Ecco quello che mi aspettavo,Egregio Signor Andrea Faccio non sempre le critiche sono espressione di ignoranza, forse e meglio che se le rilegga con piu calma e umiltà.
    Rino Billia.

  16. Caro Andrea Faccio@, le faccio (e scusi il bisticcio) i complimenti quando scrive “…cercando innanzi tutto di superare lo storico campanilismo …”; potrà sembrare pochino, ma io lo trovo un obiettivo impressionante e inconsueto (sono una zuccona!).
    Rino@: sì, si potrebbe incominciare con …

  17. “La storia recente del vino italiano,d’accordo o meno,lo ha visto protagonista”.

    Berlusconi,Fede, Lele Mora, d’accordo o meno,di notte, ad Arcore, erano protagonisti.
    Il comandante Schettino, il primo ufficiale Ciro Ambrosio, d’accordo o meno, sono stati protagonisti all’isola del Giglio.

  18. Biasuttik cominciamo con una doccia di umilta, visto che sembra essere merce rara, magari qualche Mr. Vino so tutto io riflettera.
    Anche se ne dubito!?
    RB

  19. @Andrea Faccio: non si senta colpito dalle reazioni di quanti sono intervenuti. L'”oggetto del contendere”
    non é né Lei, né la Sua iniziativa ed in fondo in fondo neanche Rivella, che credo sia oramai al di lá del bene e del male. La critica negativa é diretta contro la malnata, e, peggio ancora, non provata concezione, che internazionalizzando il vino italiano esso conquisti mercati. Ho usato prima la parola “minchiata” per definire questa idea e me ne scuso: avrei dovuto usare un termine molto piu´pesante e volgare. Perché proprio volgare é questa ignoranza della radice nostra piu´profonda e piu´vincente. Guardi signor Faccio, ho scritto “vincente”, non ho scritto né “facile” né “economica”. Si metta in testa che tutti gli altri paesi produttori al mondo, Francia in primis, farebbero carte false per avere uve come grignolino, ruché, timorasso etc. E Lei che le ha nel giardino di casa, cosa fa ? invita un luminare il cui cavallo di battaglia é
    l'”internazionalizzazione” del Suo vino ? non Le sembra ci sia qualche distonia o perlomeno qualche attimo di distrazione ?

  20. Mentre mi faccio (molto volentieri) una bella doccia d’umiltà (v. RB@ qui sopra), mi associo con calore totalizzante – dalla prima all’ultima parola – all’intervento di Carlo Merolli@. Trovo addirittura preziosa e rara la seconda parte dell’intervento perché sottolinea (e ce n’è bisogno estremo) quanto sia impervio il mercato oggi (ma forse anche ieri, per chi pratica la religione della correttezza), anche per i vini più … più tutto. Questo “nessun dorma!” lo trovo un warning salvavita.

  21. Caro signor Faccio, ho il massimo rispetto per ogni iniziativa che cerchi di formare i produttori e magari anche di capire quale futuro ci attende. Noi non ci conosciamo, ma non le sarà difficile rintracciare questo atteggiamento in tutto ciò che ho fatto. Ma il problema del formare sta tutto nella direzione che si indica, e qui casca l’asino. Lei dice giustamente di aver chiamato un grande vecchio, e il cavaliere indubbiamente lo è. Ma mondo del vino ci sono grandi vecchi di ogni tipo che hanno predicato ogni possibile scelta, ed anche tra le persone di successo bisogna distinguere; c’é chi ha avuto successo per un territorio e chi lo ha avuto a spese di un territorio, e sono due cose molto diverse. Nel mezzo ci sono infinite sfumature.
    Peró nelle scelte sarebbe opportuno essere coerenti. Lei scrive chi il suo argomento è sempre stato il rispetto assoluto del territorio e delle nostre tradizioni, e aggiunge che questo non deve voler dire tapparsi gli occhi verso il nuovo. Condivido al 100%. Io si, ma il cavalier Rivella (legittimamente) no. Assolutamente, dichiaratamente e coerentemente da tutta la vita ha sempre sostenuto e applicato tutt’altri principi; i vincoli sono inutili gravami, le DOC dovrebbero essere quasi solo nomi di vini che vengono fatti in libertà in un territorio, le tradizioni …… Tutte opinioni legittime e rispettabili, che in molti casi hanno dato grandi risultati economici, ma che configgono con quelle che lei dichiara di sostenere come il diavolo con l’acqua Santa. Io rispetto e stimo il cavalier Rivella, che è un grande uomo del vino, ma non mi nego (né lui onestamente mi ha mai negato) che lui con territorio e tradizioni non ha proprio nulla a che vedere. E con i principi che lei enuncia? Vuole formare i suoi 100 soci su quella, rispettabile, filosofia? Questo è il punto su cui, pur con il massimo rispetto, mi permetto di non concordare con lei.

  22. Caro Franco,

    quello che avevo da dire l’ho scritto su Intravino dopo aver letto un resumé dell’incontro. Desidero però ringraziarti per aver dato il tuo contributo a risvegliare l’attenzione sui rischi della distorsione e manipolazione della storia recente di Montalcino. E anche sui rischi di creare miti che non servono e si rivelano dannosi.
    Mi dispiace che tutto cioò accada e che accada dieci giorni prima dell’anteprima del Benvenuto Brunello. Un evento che ha l’intento di presentare l’unità e la qualità della produzione vinicola di una delle zone più vocate in Italia e che invece spesso causa litigi, polemiche e divisioni.

    • dopo aver letto i “giudizi” del cavalier Rivella mi chiedo che senso abbia che io, “incompetente” e “segaiolo” (Rivella dixit) e per di più giornalista di serie B, scenda a Montalcino per il Benvenuto Brunello. Andarci per poi trovarmi di fronte una persone, un presidente di Consorzio, che dispensa “giudizi” del genere?

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