Mondo del vino italiano? Tutto va bene e nessuna crisi! Un’incredibile puntata de Il Gastronauta

Non avrei proprio voluto essere nei panni dell’ottimo Davide Paolini se per un malaugurato caso mi fossi trovato a condurre al posto suo la puntata di questa mattina della sua sempre interessante trasmissione Il Gastronauta che si presentava, come si legge sul sito Internet dedicato, con questo menu: “La crisi dei consumi ha colpito anche il cibo oltre la ristorazione. Il vino mostra un andamento disomogeneo: ci sono infatti denominazioni che soffrono maggiormente il calo di domanda, mentre altre possono essere definite “aree felici”, a cominciare dall’Amarone e dal Prosecco.
Quali sono le denominazioni che più di altre segnano il passo? Perché queste marcate anomalie? Dipende dalla qualità, dal prezzo o da politiche di commercializzazione? Quale il futuro per il vino italiano?”.
Non solo larga parte degli intervenuti, soprattutto alcuni vecchi volponi del vino italiano tipo Emilio Pedron, Sandro Boscaini ed Ezio Rivella, hanno dimostrato che il mondo del vino italiano è sempre lo stesso, che non intende cambiare e riconoscere i propri errori, e che vorrebbe andare avanti come se non ci si trovasse di fronte ad un cambiamento epocale, ma ci hanno convinto di essere dei visionari, di aver immaginato qualcosa che in realtà non esiste.
Secondo le loro parole – e invito tutti ad ascoltare la registrazione in podcast della trasmissione, qui sul sito di Radio 24, quando tra pochi giorni sarà disponibile, per larga parte del mondo del vino italiano non si può parlare di crisi, perché come hanno detto – e Paolini l’ha più volte sottolineato con trasparente stupore e una qualche perplessità – il vino è un’isola felice e altro che problemi, tutte le cose vanno bene, madama la marchesa!
Per il presidente del Consorzio Valpolicella Pedron non c’è nessun problema e nessuna contraddizione nel passaggio della produzione di Amarone (lui lo chiama così, senza mai dire come dovrebbe Amarone della Valpolicella) da cinque milioni a 12 in pochi anni, e si deve parlare di riqualificazione del territorio, per Antonio Rallo presidente di Assovini Sicilia aver consentito di imbottigliare fuori zona i vini della Doc Sicilia non è stato un clamoroso errore e tutto va bene per i vini siciliani.


E poi per il presidente del Consorzio del Brunello Ezio Rivella il Brunello va a gonfie vele, e nel 2011 produzione e vendite sono cresciute di un milione di bottiglie rispetto al 2010, il Brunello è ancora di moda, il valore immaginario del vino è sempre cresciuto “non intaccato da attacchi e operazioni negative”.
E quando Paolini riferisce dell’sms di un ascoltatore che lamenta la poca territorialità dei vini toscani e veneti dove spicca l’influenza dell’enologo, gli è venuto naturale replicare, nonostante nessuno abbia parlato di blogger, che “si tratta di opinioni dei blogger sulle quali è inutile disquisire”, perché il Brunello progredisce e gode di un trend positivo.
E poi nonostante Sandro Boscaini, patron della Masi agricola, riferendosi al problema degli incassi, di cui si era lamentato giudicandolo gravissimo, Marco Giannoni presidente del Consorzio vini Cortona, che aveva criticato anche la Doc Sicilia con possibilità di imbottigliamento fuori territorio, lo avesse definito “uno dei problemi in Italia per chi vende a ristoranti e enoteche c’è difficoltà del credito e del business meno lavoro meno bottiglie importanti vendute”, l’Amarone resta il vino “più di moda e ha ragioni per esserlo”, come esempio di “lusso accessibile”, di qualità attuale moderna, frutto nel vino, importanza nel vino e nella veste, territorialità dichiarata, uve autoctone e storia, romanzo.
Per lui, e sembrava di essere negli anni Novanta e nel 2012 della crisi, “insieme all’Amarone si raccontano tante cose, ha tutti gli ingredienti per bere non solo vino ma un lusso. Oggi l’Amarone va molto bene ma non dobbiamo banalizzarlo e non farlo diventare solo bene di consumo ma mantenere il mito”.
E poi notizie positive anche dal direttore Consorzio Lugana, che ha parlato di trend estremamente positivo, con oltre 10 milioni bottiglie e 50% di export, da Pietro Ratti presidente del Consorzio Barolo e Barbaresco, secondo il quale “va bene anche da noi, dati positivi 2011 cresciuti del 10% rispetto 2010”.
E dal super ottimista Gianluca Bisol, noto produttore di Prosecco, secondo il quale analizzata la crescita del Prosecco negli ultimi 40 anni, con un tasso del 9,6% di crescita annua, se questa resterà nei prossimi anni porterà il Prosecco a numeri importanti.
E oggi mentre nessuno si sogna di dire che lo Champagne, che come ha ricordato bene Paolini ha secoli di storia e un’immagine e un prestigio consolidati e non andrebbe tirato in ballo e tirato per la giacchetta, produce troppo con 330 milioni di bottiglie, la crescita del Prosecco spaventa e fa pensare a difficoltà a gestirla.
Mentre il Prosecco, con i suoi attuali 270 milioni di bottiglie che lo collocano ben al di sotto dello Champagne, tra Doc e Docg, essendo passato da un mondo totalmente indisciplinato in passato, di grande confusione, ad uno oggi regolamentato, è dotato di una “piramide di qualità che garantisce il consumatore e garantisce di avere un prodotto dignitoso per tutte le tasche”. E così mentre qualche corifero della grande industria del vino e delle sue logiche (responsabile di un sito dove spiccano i banner pubblicitari di quelle aziende e di quei consorzi che ci assicurano che di crisi non si deve parlare) ci rassicurava dicendo che le cantine hanno aumentato il fatturato, e ci parlava di marchi affermati su mercati esteri reti grazie a commerciali solide, e per singoli vini del ritorno alla politica delle assegnazioni bottiglia per bottiglia e di fatturato aumentato per valore.
Mentre la logica dice che i fatturati aumentano per i volumi mentre i prezzi calano, e in trasmissione arrivavano telefonate di spettatori che parlavano di vini Doc e Docg di denominazioni anche note e prestigiose in vendita a prezzi molto ribassati, quasi svendite, nella grande distribuzione e di prezzi di vini comuni non a denominazione in aumento, perché sono tantissimi, a causa di quella crisi di cui non si deve parlare, che non sfiora nemmeno il mondo del vino, ad essere passati a quei vini a causa del drammaticamente diminuito potere d’acquisto.

Ma allora questa dannata crisi di cui parlano in tanti, le cantine piene, i prezzi in discesa, i conti che tornano, quando tornano, solo se si abbassano i prezzi e si accetta di guadagnare meno, l’eccesso di produzione causato dalle scriteriate politiche di crescita di tante denominazioni, ce la siamo sognata, è un’invenzione oppure questi signori che ci parlano di vino isola felice immune da crisi ci stanno prendendo in giro?
Ascoltandoli parlare, questi padroni del vapore del vino italiano mi hanno fatto pensare a questo irresistibile sketch di Antonio Albanese, con il trio di rassicuranti bugiardi che con tutta la tranquillità possibile ci dice, con voce flautata, che “tutto bene noi stiamo veramente bene non ci sono più problemi”….
E saranno pifferai del genere, simili capitani Schettino, che porteranno la nave del vino italiano alla stessa sorte della Costa Concordia… Poveri noi…

17 pensieri su “Mondo del vino italiano? Tutto va bene e nessuna crisi! Un’incredibile puntata de Il Gastronauta

  1. ho letto il suo commento e l’ho trovato di un pessimismo incredibile. Io sono un suo lettore da anni, dai tempi di Wine Report e la stimo molto, ma le chiedo se con una simile amarezza diffusa e un tale catastrofismo lei non rischi di isolarsi dal mondo del vino e di apparire come una Cassandra portatrice di sventura
    Ci pensi Ziliani

  2. Pessimismo? dal 2008 al 2010 sono stati estirpati in Italia circa 30.000 ettari di vigneti (dati 2011 non ancora disponibili) pari al 5% della superficie nazionale. Nel 2011 varie regioni hanno applicato la misura comunitaria della vendemmia verde, cioè un indennizzo a fronte della distruzione del raccolto, per un totale mi pare di altri 25.000 ettari, di cui 13000 solo in Sicilia.
    Non tutte le aree soffrono allo stesso modo, questo è vero. tra quelle che soffrono di più c’è, chi l’avrebbe detto, il Piemonte, in particolare per i vini da Barbera e Dolcetto. Il Barolo ha in effetti aumentato le vendite nel 2011 sull’anno precedente, ma i listini sono scesi, e il 2010 era stato un anno terribile: rispetto ad anni fa Barolo e Barbaresco sfuso all’origine hanno perso il 40% del loro valore, rimanendo appena appena redditizi solo per chi non ha fatto molti investimenti e non si è indebitato. I vini a DOC da Barbera e Dolcetto si comprano sfusi a prezzi che mi vergogno a riferire, ma si trovano sui siti delle camere di commercio. Come pure quelli del Chianti classico: meglio non parlarne. Questi sono i numeri, e valgono più delle chiacchiere.

  3. Premetto che non ho ascoltato questa puntata del Gastronauta, e che sempre più ritengo difficile esprimere un parere sui blog (vinicoli e non) senza far prevalere l’emotività, tarpando le ali a una “sana” dialettica. Sono infine sempre più convinto che, per usare i blog in modo più costruttivo, bisognerebbe impedire di firmare anonimamente i commenti. Fatte queste premesse, credo che l’industria del vino (non la viticoltura) in realtà sia sempre stata molto più in salute di tanti altri settori agroalimentari. Dunque non mi meraviglia più di tanto il fatto che i personaggi intervistati da Paolini oggi si siano dimostrati ancora una volta moderatamente ottimisti, nonostante la gravissima crisi economica che ci tocca tutti, più o meno. Anch’io, come mi sembra faccia Franco Ziliani, a volte mi chiedo perché questa crisi stia colpendo più alcune categorie professionali piuttosto che altre, alcune cantine piuttosto che altre, e così via. Non credo sia vero che chi sta resistendo meglio alla crisi è necessariamente chi in questi ultimi anni si è messo più in discussione, ha innovato di più, ha avuto più coraggio, etc. Dunque in parte condivido la reazione “a caldo” di Ziliani, ma posso confermare che a Londra, da dove sto scrivendo questo post, alcuni vini italiani vanno molto meglio di quanto mi aspettavo (Amarone e Prosecco in primis. Tutt’altra storia per il Pinot Grigio, ormai banalizzato). Dunque gli intervistati da Paolini qualche sincera ragione per essere ottimisti (o perlomeno non così pessimisti) potrebbero averla davvero…

  4. Letto l’articolo e non ci posso credere. Ma in Italia mangiano paglia la mattina. Ma nessulo gli ha spiegato che dagli inizi del 2010 alla fine del 2011 l’euro ha perso all’incirca un quinto del suo valore nei conronti delle altre monete forti!? Tutti gli importatori di vino stranieri stanno comprando di più. Stanno facendo magazzino nel caso l’euro risalga. Senza contare che fanno più ricavo vendendo i vini ai prezzi di listino precedenti. Risulta così difficile da capire che non è grazie alla sanità del nostro mercato ma grazie all’euro debole che si vende di più all’estero oggi!? E poi dai, come si fà a parlare di buon mercato del vino quando all’estero si trovano sempre i soliti quattro vini famosi? (Barolo, Brunello, Amarone e Chianti) Oltrettutto gli stessi che sono osannati dai grandi midia del vino Americani. (Che si fanno le degustazioni in anteprima direttamente con i produttori) Questa non è sanità di un mercato questi si chiamano patti commerciali.
    Senza contare che i “furboni” (scusa se ti rubo il temine ma ci stà tutto) aumentano la produzione. Come si fà ad aumentare la produzione di vini come l’amarone o il barolo. Considerando che una vigna per produrre necessita di almeno 3 anni con le nuove tecnologie e che comunque l’uva prodotta non è sicuramente all’livello dei vini di cui si stà parlando. Che comunque le zone e i quantitativi di produzione sono limitati in dimensioni e ben delimitate geograficamente. Come fai a passare da 5 a 12 Cosa fai… Semplice fai diventare il rosso della valpolicella Amarone o magari produci meno Ripasso della valpolicella. Meno Nebbiolo e più Barolo.
    Così la qualità si abbassa e il prezzo resta lo stesso, ma tanto dall’altra parte non se ne accorgono. Poi di là se ne accorgono e ci vanno di mezzo tutti.
    Giusto per anticipare possibili commenti.
    Non sono pessimista ma realista.
    Saluti
    Simone Berliat

  5. Per carità, dell’estero non so nulla da quell’ignorantone che sono,ma ho amici millanta e nessuno che abbia il denaro sufficiente per una o due casse di Angelo Gaja,che del resto produce vino per gli happy few di provincia. Io stesso chiedo al povero Ziliani di indicare il prezzo delle bottiglie di cui parla nei post. Insistentemente. La capacità d’acquisto non è contemplata dai vari rodomonte delle vendite, ma è la realtà ad essere magistra vitae, mica la fantasia. Un post di Ziliani per ogni retro di etichetta!

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  7. Beh, con la massima simpatia per gli intervenuti vorrei farvi notate un dato anagrafico che spiega molto, se non tutto; io ho 55 anni ma tutti loro (escluso l’amico Antonio) sono della generazione dei miei genitori. E qualcuno dei miei nonni. Sono amico di quasi tutti questi onorati “senior” del mondo del vino, ma da persone con così tanti onori e polvere sulle spalle cosa vi aspettate? Da bravi nonni fanno il bel discorso ottimistico e di immagine che ci si aspetta da loro, ed é giusto così. Non vi preoccupate, che in ditta chi combatte le battaglie con realismo e senza tante illusioni ce l’hanno.

  8. Parole sante Stefano, la crisi ha messo in ginocchio tutti i settori, anche quello turistico, di conseguenza anche quello della viticultura.
    E un momento difficile, non solo in Italia, un momento di mare molto mosso direi burrasca, e per imparare a nuotare ci vuole il mare piatto, chi sa nuotare non affoga, quindi direi che chi ha lavorato bene nel passato, galleggia aspettando tempi migliori, chi invece ha fatto la cicala…

    RB

  9. Non saprei Franco, in Italia la situazione mi sembra preoccupante, ma può darsi che queste denominazioni e aziende beneficino di un momento felice grazie all’apertura di nuovi mercati. I Bordeaux più rinomati ad esempio continuano ad aumentare di prezzo sotto la spinta del mercato asiatico, Cina in testa. I nuovi ricchi dell’estremo oriente stappano magnum di Chateaux Lafite come fosse acqua minerale. Certo, al di fuori dei 5/6 marchi top il resto non se lo fila nessuno, quindi il produttore intermedio probabilmente soffre molto di più del marchio prestigioso.

  10. E’ innegabile che la crisi ci sia in questo settore come negli altri, diciamo che molti “cialtroni” sono stati spazzati via.
    Mobilieri, impresari edili, proprietari di Hotel, si erano messi a fare il vino perchè faceva fico e si pavoneggiavano con gli amici “questo lo faccio io”, ed adesso vendono alla cantina sociale 13 ettari di Prosecco perchè non hanno nemmeno la cantina dove tenerlo o perchè servono soldi per sostenere l’azienda agricola e l’altra che non guadagna più come prima o estirpano per vendersi le quote.
    Bisognerà aspettare un pò, ma non conosco agricoltore che non sia paziente, io sono sulla sponda del fiume ed aspetto, ne sono passati molti ma altri hanno da venire.

  11. Già… mangiamo paglia tutte le mattine. Appunto. Ma cui prodest questa retorica ottimistica di cui gronda questo settore…più di tanti altri. Quale è il meccanismo che fa sempre dire… tutto bene madama la marchesa. Ogni tanto me lo chiedo… E mi rispondo che questo, da una ventina d’anni a questa parte, questo è un settore dove la parola letteraria ha assunto un valore fondamentale anche nella creazione di valore, è diventata essa stessa una delle quote fondamentali nella formazione del prezzo finale del vino. In questo delirio di parole, forse qualcuno immagina che le questioni di fondo siano risolvibili, appunto, attraverso la parola. Ottimistica.

  12. Non e’ possibile che il mondo del vino italiano vada bene quando tutta la struttura della nostra economia sta andando a rotoli. Anche l’industria bellica che in questo momento sta avendo enorme fortuna potrebbe avere i giorni contati e di sicuro crollo se gli Usa decidessero di staccare la spina.
    Quindi non esistono isole felici perche’ tutti i settori sono interconnessi e dipendenti da questa cosidetta crisi che altro non e’ che una vera e propria guerra mondiale in chiave moderna e che lascera’ sul campo tante vittime.
    Purtroppo nel settore vinicolo saranno molti a dover chiudere ed in futuro prossimo si prevede che piangeranno anche quelli che in questo momento esportano bene in oriente, per esempio prosecco perche’ sta tirando e magari guadagnano anche perche’ spediscono roba mediocre con etichetta diversa per non squalificare il marchio.
    Il fatto e’ che l’Italia ha un debito enorme che matura interessi insostenibili e che e’ matematicamente impossibile estinguere.Il Sistema che ha alimentato il debito sta facendo di tutto per rientrare prima che tutto crolli e quindi il governo e’ costretto a richiedere ulteriori tasse perche’ e’ impedita una alternativa tipo Argentina. Siccome la societa’ italiana e’ storicamente smembrata non si ha la forza di reagire a questa enorme truffa. E’ truffa! e tutti i settori produttivi indistintamente la subiscono e la subiranno, anche quello vinicolo.

  13. L’ottimismo in questo caso è essere ben coscenti di quello che accade e se non lo si è di investire per esserlo. Valutare i propri prodotti in maniera lucida, focalizzare i propri obbiettivi e confrontarli con gli strumenti di cui si dispone. Comprendo, dire che tutto và bene può dare l’esempio e quindi soddisfare un bisogno di “ottimismo” mantenendo il mercato più stabile (sig. Piovasco). Ma io preferirei che loro dicessero la verità, spiegassero come intendono affrontare il problema e poi si dichiarassero fiduciosi nella professionalità di chi opera in questo settore. Farlo magari scopre un po’ le carte in tavola ma quanto meno favorirebbe lo scambio di idee. Creando maggiore consapevolezza e stimolando il mercato.

    Sempre naturalmente che loro non stiano puntando alla selezione naturale e a far cadere un pò di mele marce, come il sig. Gianluca C. lascia intendere.
    Saluti

  14. “Il Brunello è sempre di moda…” mi sembra un’espressione davvero pericolosa. Lo sarebbe per qualsiasi prodotto del settore vino o di altri comparti. A maggior ragione lo è per un vino il cui posizionamento – non solo per resistere e sopportare questo tempo difficile, ma anche per entrare con lo stile e la reputazione che il marchio merita nei nuovi mercati – deve essere quello di un “grande classico espressione delle più alte della Toscana”.
    Le mode passano, anche sotto la spinta di fattori futili, mentre i grandi classici possono avere flessioni o momenti più felici, ma sono espressioni allo stesso livello delle opere d’arte. E come tali vanno trattati; non è questione di moda.

  15. Aggiungo una considerazione che mi viene in mente scorrendo i titoli dei quotidiani.
    Come si può pensare che un qualsiasi settore delle vendite sia immune da difficoltà, pensando a quante centinaia di migliaia di posti di lavoro sono andati in fumo e alla perdita del valore d’acquisto sentita soprattutto dalla (ex)classe media? (Prendere il metro e il tram, ogni tanto, aiuta a mantenere il contatto con la realtà.)
    Con il divario in aumento, tra le classi economiche, teniamo d’occhio i (pochi) che vedono il loro potere d’acquisto aumentare.
    E’ un altro punto che fa ritenere la tipicità e i valori a essa legati come i più promettenti a cui legarsi, per andare avanti; soprattutto sui mercati esteri.

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