Rivella a Barolo sceglie la strada dell’insulto. Tutti d’accordo i produttori di Montalcino?

Ogni appassionato sincero di vino oggi dovrebbe rivolgere i più sinceri complimenti ad Alessandro Morichetti che ieri ha fatto quello che ogni serio cronista del vino (anche il sottoscritto che per evitare attacchi di bile, del resto non ero nemmeno stato invitato e non so nemmeno se mi sarebbe stato consentito assistere al dibattito, ha preferito restarsene a casa) avrebbe dovuto fare ieri: andare a Barolo, sentire quello che ha detto Ezio Rivella in occasione del dibattito organizzato dalla Strada del Barolo e grandi vini di Langa e raccontarlo.

Bravo Alessandro, ottimo lavoro!
Così oggi sappiamo, dal suo puntuale resoconto pubblicato su Intravino, che secondo il presidente del Consorzio del Brunello, come riferisce Morichetti, non solo “Le tradizioni sono palle al piede, servono al massimo come ancoraggio storico”, e “Qualità è quello che piace. Chi vende ha ragione. Chi non vende non ha niente da insegnare”, che sono tutto sommato dei giudizi molto soggettivi ma non scandalosi, soprattutto considerata la storia e l’excursus professionale di chi li ha pronunciati.
Ma veniamo a sapere che, sempre secondo Ezio Rivella, “Le flessioni di mercato del Brunello di Montalcino dopo Brunellopoli? Vaneggiamenti di giornalisti che si sono masturbati”, e poi che “I blog si autoincensano, ci sono dietro degli incompetenti”.
Due semplici domande di fronte a queste osservazioni che si commentano da sole e preferisco non commentare.
Come ha reagito la platea, formata, racconta Morichetti, da un parterre de roi di produttori di Langa di fronte a queste affermazioni?
Qualcuno si è alzato e ha eccepito qualcosa o tutti sono stati in silenzio ad ascoltare anche solo per la curiosità di vedere cosa potesse dire ancora Rivella?
E inoltre, ma davvero i produttori di Montalcino intendono essere rappresentati, anche in una conferenza, pardon un “incontro di formazione”, da un personaggio che non solo racconta la storia del Brunello e di Montalcino a modo suo, ma usa toni insultanti e diffamatori, pieni di volgarità, nei confronti di chi ha l’ostinazione di criticare quello che è successo a Montalcino negli ultimi anni?
Se così davvero fosse, ci sarebbe davvero da disperare per il presente ed il futuro del vino toscano più noto al mondo…

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24 pensieri su “Rivella a Barolo sceglie la strada dell’insulto. Tutti d’accordo i produttori di Montalcino?

  1. Buonasera Franco, sono uno spacciatore, o pusher se preferisce gli anglismi. Grazie a Dio va tutto bene, vendo 1 bel po’ al mese e guadagno(in nero of course) molto bene. Il mercato non è mai in flessione perché come dice il grande uomo da lei citato “Le tradizioni sono palle al piede, servono al massimo come ancoraggio storico”, e “qualità è quello che piace. Chi vende ha ragione. Chi non vende non ha niente da insegnare”, per cui “fatturando” io alla grande ho ragione no? Non sarà lei mica 1 di quei pennivendoli da strapazzo che si indignano da moralisti perdenti perché vendo un prodotto illegale? Suvvia, non sia vecchio! Caro Ziliani si liberi dagli ancoraggi! Brunello che Brunello non è, sostanze psicotrope o dopanti, materiali proibiti che differenza fa? Ancora legati alle vecchie leggi della salubrità, della sanità o anche solo della tradizione!? Suvvia ascolti il buon vecchio R: l’importante è ciò che il mercato chiede! Vini 100% autoctoni con un buon 40-30% di internazionali? Vini fatti in barba ai disciplinari con grave danno di chi si ammazza nel rispetto della storia e della tradizione? Altre merci illecite di varia natura che teoricamente non avrebbe liceità di commercializzazione, ma che il mercato chiede a gran voce? Sia moderno caro Ziliani la smetta con qs polverose e fuori luogo questioni di decenza e correttezza.E’ il nuovo che avanza… Ricorda “Caro Diario”? Scion scion, scion scion… E’ il nuovo mio caro, il Brunello merlotizzato, DOC fantasiose come Vnezia o Roma, allargamento smisurato delle antiche zone vocate…che vuole che sia? E’ il mercato bellezza, e vere meretrix come certe persone lo sanno bene: chi paga, ha sempre ragione. Quale disperare per il futuro o il presente…. Scion scion caro Ziliani, scion scion…

  2. Ci fosse stato Franco Ziliani presente a quel dibattito non credo sarebbe finito in maniera “tranquilla”! Non entro nel merito delle capacità “manageriali” del Sig. Rivella che sicuramente ha avuto in passato i suoi successi in termini di aumenti del fatturato e di volumi di esportazione della nota azienda per cui ha lavorato.
    Semplicemente io appartengo a quella schiera di Passionali Romantici Amanti del Vino, che per altro credo sia composta da moltissime persone, che vedono nella “Tradizione” uno splendido valore a cui non si vuole rinunciare.
    Credo che per quella moltitudine di piccoli Vignaioli di cui è preziosamente costellata l’Italia non si possa accettare di produrre un Vino spogliato dei suoi valori storici, “dopandolo” di omologazione al sol fine di incrementare le vendite. Io non voglio credere che questi piccoli Vignaioli mettano da parte il loro credo fondato su territorio, tradizione, storia….. sarebbe come rinnegare se stessi in nome di una globalizzazione del Vino che interessa chi deve gestire enormi volumi di produzione. Sono realtà con esigenze diverse….. ma noi Passionali Romantici Amanti del Vino vogliamo fortemente degustare dei Nettari che sappiano raccontare la storia di chi li produce e del territorio su cui nascono!

  3. Non condivido nessuna delle parole di Bardamu e mi sembra ovvio. In più sopporto anche poco questi personaggi boriosi come Rivella che vogliono insegnare a chi di Barolo vive e ha vissuto regalando emozioni indimenticabili (Rinaldi, Mascarello tanto per citarne un paio), e vogliono andare a comandare a casa degli altri.
    Questi personaggi sono i “becchini” della qualità italiana, che la seppelliscono sotto l’omologazione e la standardizzazione del gusto.
    Ecco qual è il problema più grosso dell’allungamento dell’età pensionabile, che certa gente rimane in giro a far danni.

  4. @daniele sala

    “Credo che per quella moltitudine di piccoli Vignaioli di cui è preziosamente costellata l’Italia non si possa accettare di produrre un Vino spogliato dei suoi valori storici”.
    Appunto per questo motivo non si riesce a capire come mai , da alcuni di questi piccoli vignaioli, sia stato chiamato a parlare il ben noto cavaliere piemontese.

    Con questa logica per per i prossimi ritiri spirituali delle monache di clausura si potranno interpellare
    Antonella Clerici:
    http://www.youtube.com/watch?v=HQfIyE2R9hI
    e , ormai libero da impegni di governo, un altro cavaliere lombardo.

  5. Franco, non ce la prendiamo più di tanto. Quello di Rivella è solo un penoso caso umano. A ottant’anni suonati, con qualche probabile acciacco di salute, dopo essere stato duramente bastonato ed insultato dai soci nelle ultime assemblee del consorzio del Brunello, Rivella capisce di essere ormai fuori dal giro. A questa constatazione reagisce in maniera rabbiosa ed arrogante facendo sfoggio della sua solida cultura da istituto professionale agrario. Ma è comunque fuori e anche quei quattro gatti che ancora lo appoggiano nell’illusione di qualche effimero vantaggio commerciale dovranno darsi pace. Perfino i suoi vecchi datori di lavoro cominciano a dare segni di serio imbarazzo. Tra qualche anno nessuno parlerà più di Rivella e anche l’unico interessante risultato da lui raggiunto, quello di essere stato il peggiore presidente del Consorzio dalla sua fondazione, sara polvere nel vento. Sic transit gloria mundi.

  6. Io benchè abbastanza giovane rientro nella categoria dei Passionali Romantici Amanti del Vino e ho apprezzato molto la capacità di Morichetti di raccontare un evento cercando di oggettivizzare il suo giudizio nonostante fosse chiarissima la sua posizione e le sue idee.

    La questione la semplificherei ulteriormente:
    il vino italiano può avere successo nel mondo e uscire dalla crisi attuale se ha una sua identità perfettamente definita dalla tradizione e dalla cultura che grazie a Dio abbiamo in questo campo da oltre un secolo, nonostante spesso c’è nè dimentichiamo e non siamo in grado di fare gruppo (parlo anche di piccoli team con strategie comuni: Barolo, Amarone, Taurasi, Verdicchio…) come i cugini d’Oltralpe riescono a fare diventando riconoscibili sul mercato sempre e comunque;
    una cosa è produrre 30.000 bottiglie una cosa è produrne 3.000.000 o più, in questo ultimo caso un orecchio al mercato è opportuno tenerlo anche a costo di sacrificare un pò di tradizione!

    Ritengo infine che le strategie di successo di Rivella, indiscutibili, sono oggi assolutamente demodè salvo avere un atteggiamento propositivo e aggressivo piuttosto che piangersi addosso e restare immobili, forse solo questo è giusto tenere a mente del suo intervento all’incontro di formazione a Barolo.

  7. @ vecchio produttore

    ” Quello di Rivella è solo un penoso caso umano. A ottant’anni suonati, con qualche probabile acciacco di salute, dopo essere stato duramente bastonato ed insultato dai soci nelle ultime assemblee del consorzio del Brunello, Rivella capisce di essere ormai fuori dal giro”

    C’e’ una cosa che non mi e’ chiara. Il nostro, se non sbaglio, e’ il presidente in carica del Consorzio Brunello :
    dopo essere stato insultato e bastonato e’ stato eletto.
    Chi ha votato per lui ? Marziani scesi da un’astronave o venusiani a cavallo d’un raggio di luce?
    Ci sono forse due Rivella ? Uno presidente, regolarmente eletto del Consorzio ed un altro che, “ormai fuori dal giro” , tiene conferenze in Langa ?

  8. Pingback: Ezio Rivella e il Barolo made for USA « primo bicchiere

  9. Ho riflettuto molto prima di scrivere questo post, soprattutto perché non voglio aggiungere danno ad altro danno. Ma questa è solo l’ultima di una serie di dichiarazioni inaccettabili, e ormai si è superata ogni misura. Vorrei essere chiaro. Il privato cittadino Ezio Rivella può scrivere e dire tutto ciò che vuole, può scrivere un libro che cozza con i dati storici e se vuole può attribuirsi pure la scoperta dell’America, è suo diritto farlo. Basterebbe che non diffamasse gli altri accusandoli di allevare polli nelle botti dove poi fanno il vino (fonte: Decanter) e simili amenità. E lo stesso vale anche quando il privato cittadino Ezio Rivella agisce come organo di un’azienda, è pienamente lecito promuovere la propria ditta o la propria persona offrendo una visione soggettiva della realtà e della storia anche se questa cozza con i dati che altri possono avere. Ma il Presidente del Consorzio del Brunello Ezio Rivella è in una posizione diversa. Come Presidente lui è la voce di altri duecentotrenta soci o meglio, è la voce degli oltre trecento fruitori della denominazione, di un territorio e di una collettività. E come Presidente non può dire, come ha fatto a Carlo Macchi, che oltre l’ottanta per cento dei suoi soci ha violato la legge. Non può dare del villano ignorante che non è mai stato neppure a Milano a un socio in assemblea, e insultarne in modo simile tanti altri. Non può dire in pubblico che le tradizioni sono palle al piede e servono al massimo come ancoraggio storico, perché i suoi soci (che abbiamo ragione o torto non conta) in quelle tradizioni ci credono e il loro Presidente deve rispettarli e rappresentarli. Anche nelle cose che personalmente, e legittimamente, non condivide. E soprattutto un Presidente non deve mettere inutilmente i soci gli uni contro gli altri i soci, come accade con queste sue interpretazioni della storia recente del Brunello. Io non voglio litigare con una certa grande azienda, ma non posso accettare che il Consorzio per bocca del suo Presidente gli attribuisca così enormi meriti che sono invece dovuti al duro lavoro di noi tutti. Anche al lavoro di quell’azienda, per carità, ma non certo solo a quello. E non deve dividerli in fazioni ringhiose come è accaduto con l’assurda picca di voler rivotare a tutti i costi quel taglio sul Rosso di Montalcino che era stato già rigettato con maggioranze bulgare (sia con voto palese che segreto) poco più di un anno prima. Oppure disprezzarli come è accaduto con la vicenda delle stelle alla vendemmia, quando ha rifiutato di tener conto che quasi tutti i soci si sono dichiarati contrari ad attribuirle poco dopo la vendemmia; un vino che richiede quattro anni di affinamento non può essere valutato a quattro mesi di vita. Così come accade ormai continuamente in mille piccole occasioni, con polemiche surreali e minacce di vie legali contro soci mandate con circolari del Consorzio. Io non parlo a nome di tutti perché non ne ho né il diritto né il desiderio ma, a titolo del tutto personale, trovo che il Presidente Ezio Rivella dovrebbe pensare al grande passato che ha dietro di sé ed al rispetto che si è meritato con le tante cose che ha fatto, e dovrebbe riflettere bene sull’effetto che troppe azioni simili stanno avendo su una grande storia personale. La sua.

  10. Da semplice appassionato penso che il sig. Rivella, che tanto poco apprezza le tradizioni, sia oggi egli stesso prigioniero del recente passato, fermo agli anni ’90 dei vinoni iperconcentrati-barricati-merlottizzati-cabernettizzati-robertparkerizzati. Non sono un esperto di marketing, ma da tutte le parti leggo che il mercato internazionale si è stufato di quei vini tutti uguali e oggi cerca la tipicità o meglio ancora l’unicità. Sarà un caso se, per es., gli australiani dopo decenni di syrah, chardonnay e sauvignon affogati nel rovere oggi stanno piantando i nostri fiano, negroamaro, sangiovese, barbera e chi più ne ha più ne metta? Sarà un caso se quasi tutti gli importatori di vini italiani all’estero (mercato USA in primis) dicono che oggi essi sono apprezzati principalmente per la loro “diversità” rispetto ai soliti cabernet cileni o californiani? E se anche nel breve periodo la sua politica si rivelasse ancora vincente, secondo lui nel medio lungo periodo l’internazionalizzazione dei nostri vini non sarebbe invece disastrosa? In un mondo di vini tutti uguali, secondo lui domani il consumatore continuerà a comprare il brunello al merlot in salsa di legno o magari preferirà comprare direttamente il merlot cileno (o cinese o indiano) che sarà più o meno lo stesso ma costrà 10-15 volte di meno? Che poi alla fine tutto questo problema nell’usare vitigni diversi io non ce lo vedo. Ognuno può piantare l’uva che vuole, basta non prendere per i fondelli il consumatore: il brunello è brunello perchè è sangiovese grosso, il barolo è barolo perchè è nebbiolo, il taurasi è taurasi perchè è aglianico, se voglio aggiungere altre cose il vino lo chiamerò Toscana IGT (o Piemonte IgT o Pippo, Pluto e Paperino), tanto se è buono sarà il mercato a premiarmi, a prescindere dalla denominazione. Per fare un esempio, Flavio Roddolo fa dei grandissimi dolcetto e un ottimo barolo, però fa pure il Bricco Appiani chè un cabernet in purezza e lo vende lo stesso perchè è un grande vino, non perchè fa parte di una denominazione.
    Mi scuso per la lunghezza.

    • voglio aggiungere una cosa. Non mi stupiscono, conoscendo il personaggio, gli insulti e l’arroganza di Rivella. Mi stupisce e mi indigna un po’ il silenzio dei produttori di Barolo, molti dei quali persone che conosco e frequento da molti anni, che non sono sinora intervenuti, salvo un paio, a dire la loro sia sul fatto che Le Strade del Barolo e dei grandi vini di Langa abbiano invitato a parlare Rivella sia sulle castronerie e gli insulti gratuiti che ha pronunciato davanti a loro. E’ questo loro silenzio che mi indigna, non le volgarità del cavaliere…
      p.s.
      aggiungo un’altra osservazione
      Ieri avevo inviato ad Intravino un commento di felicitazioni sincere ad Alessandro Morichetti. E’ rimasto un po’ in attesa di moderazione e poi non é stato pubblicato.
      Peccato perché ci tenevo anche lì a fare i miei complimenti, come li ho fatti qui, a Morichetti…

  11. Je me suis posé exactement la même question que M. Colombini: il y aurait-il deux Rivella?
    Je pense que non, bien sûr, et tout ce que dit il cittadino Rivella engage le Président du Consorzio.
    Or ses électeurs ne l’ont pas élu pour dire des choses qui vont à l’encontre de la notion même de Dénomination, de terroir, de tradition, de patrimoine, etc…
    La qualité est ce qui se vend, dit-il. A qui s’est-il vendu, lui? Pas au diable, j’espère….

    (mi scuso di non potere scrivere in italiano)
    link
    http://hlalau.skynetblogs.be/archive/2012/02/14/pour-ezio-rivella-la-tradition-est-un-boulet.html

  12. @cantabruna
    Sulla elezione di Rivella bisogna tenere presente due fattori, in primis il numero dei voti a disposizione delle grandi aziende è tale che queste riescono sempre a controllare il consorzio e ad eleggere presidenti di loro gradimento, secondariamente nessuno fino al momento delle elezioni aveva conosciuto direttamente la natura arrogante e maleducata del soggetto in questione.

    • caro “vecchio produttore”, che non si conoscesse, come dice, “la natura arrogante e maleducata del soggetto in questione”mi sembra strano…
      Bisogna avere comprensione, solo perché ha 79 anni e dimostra, proprio come i Brunello taroccati, di invecchiare male, molto male…

  13. Affermazioni pesanti rivolte al lavoro di quei produttori di
    Montalcino che dal lontano 1967 si sono riuniti in un Consorzio per lavorare e promuovere un loro bene comune.
    Direi pure affermazioni anche fuori luogo visto che nella
    prossima settimana saremo tutti insieme (produttori/giornalisti) protagonisti nel commentare le nuove annate di Brunello e Rosso di Montalcino e magari
    saremo distolti nel parlare di ben altro !!!!

  14. Ziliani,ecco, ancora una volta mi trovo d’accordo con Lei,non è possibile appoggiare uno o più personaggi che non accettano i punti di vista diversi.
    Non dovrebbe mai accadere,ne in questa,ne in altre occasioni.
    Nessuno ha diritto di insultare(ne quando ha torto,ne quando ha ragione)a maggior ragione personaggi conosciuti,però come dice Cinelli-Colombini,il ruolo di questo signore gli impone di non poter fare certe affermazioni,il Suo buonsenso gli dovrebbe imporre di essere educato e non insultare………….ma questa è un’altra storia………

  15. Pingback: Ezio Rivella: “Tradition is a ball and chain.” « Do Bianchi

  16. Buonasera. Quali fossero le idee del Sig. Rivella riguardo al vino, penso che lo sapessero tutti quelli che si occupano di questo settore. Poteva uno così essere il presidente del consorzio del Brunello? Evidentemente qualcuno lo ha votato no? Mia nonna diceva “il male voluto non è mai troppo”.
    Quindi eccovi servito colui che dovrebbe difendere la “tipicità” del miglior sangiovese al mondo.
    E i signori delle langhe cosa avrebbero dovuto imparare dal Sig. Rivella? Qualcuno me lo sa dire?

    • quello che mi chiedo é: ma i signori delle Langhe del Barolo che lunedì si sono sentiti raccontare queste facezie dal cavalier Rivella perché non si sono alzati e l’hanno lasciato da solo a sproloquiare?
      Invece sono rimasti lì, come se si fossero trovati di fronte a qualcuno da cui avessero qualcosa da imparare.. mah!

  17. Anche in questo caso non so da che parte cominciare.
    Vediamo, il succo della motivazione per questi incontri formativi in quel di Langhe è “inutile frignare, facciamoci dire da chi sa cosa fare per il nostro futuro e quello dei nostri vini”. Per questo motivo è stato invitato come Primo Oratore il Cavaliere Ezio Rivella dal curriculum lunghissimo. Sull’episodio è già stato scritto molto, pure troppo, me compresa.
    Ci sono però due aspetti che non posso fare a meno di considerare.

    Il primo è una lunga domanda

    “A che serve chiamare come consigliori qualcuno che si è sempre occupato di Grandi Aziende, dove per Grande si intende un’ azienda estesa come ettari e/o quantità di bottiglie, e che quindi fornisce suggerimenti completamente inutili per un territorio frazionato in tante piccole produzioni”?
    Se non sbaglio il Cav. Rivella, prima di diventare Deus ex Machina della ex Villa, ora Castello Banfi, lavorava per la Gotto d’Oro.
    Ho l’impressione che il Parterre des rois presente all’incontro fosse più curioso di ascoltare il Personaggio che di abbeverarsi ai suoi suggerimenti.
    Tutta la mia simpatia ad Alessandro Morichetti per la tenacia dell’ascolto e l’impudenza intelligente e onesta del resoconto.

    Il secondo aspetto sposta geograficamente l’asse dal Piemonte alla Toscana.

    Il commento di Stefano Cinelli Colombini è esemplare. Conoscendolo, penso che gli sia costato non poco farlo. Per chi il vino lo compra, lo consuma, ne scrive, è difficile capire cosa sia non solo essere un produttore, ma un produttore storico da generazioni. Non si tratta solo di arrivare ad “essere” il proprio vino, ma anche di sentirsi il carico e la responsabilità del proprio territorio. A volte, addirittura, a discapito della propria azienda, che può passare in seconda linea per favorire la comunità di cui ci si sente parte.
    Se Stefano ha scritto quello che ha scritto non è in difesa dei propri interessi o di quelli della sua famiglia, e nemmeno contro una persona in sé. Ma è per cercare di chiarire, ancora una volta, che cos’è Montalcino e perché i suoi vini sono così importanti.

    Fra una settimana ci sarà l’anteprima delle nuove annate. Arrivarci a mente fredda e con le idee chiare su quel che è stato servirà a capire quel che si dovrà fare in futuro. Il Principale Rappresentante della comunità dei produttori dovrebbe capire che rappresentarli vuol dire lasciar da parte la celebrazione di sè stesso e delle sue glorie passate e darsi da fare per comunicare un’immagine coerente con la volontà di chi lo ha chiamato a farlo.

  18. Caro Franco, se le fortune del Brunello di Montalcino fossero legate all’attività e alla promozione fornita dal consorzio guidato dal suo illustre presidente, come si dice in Toscana, staremmo freschi! Il Brunello va avanti per per l’intelligenza, l’intraprendenza e la cultura dei suoi produttori, grandi aziende comprese, i quali spesso si associano tra di loro mettendo in opera costose operazioni di promozione del territorio che in teoria dovrebbero essere di pertinenza del consorzio stesso. In questo preciso momento il consorzio è percepito solo un ufficio (costoso) che distribuisce contrassegni statali e incassa una tangente (elevata), più o meno come una tabaccheria. Questo spiega il fatto che le amenità di Rivella lascino il tempo che trovano. Se però dalle sciocchezze “espresse” si passa alle sciocchezze “effettive” (vedi la storia del disciplinare del rosso) allora la musica cambia radicalmente ed il popolo dei produttori sa esattamente come regolarsi.

  19. Credo che, come ha detto bene Stefano Cinelli Colombini, il Presidente del Consorzio dovrebbe essere riportato ad agire e parlare pubblicamente avendo in mente le sue funzioni istituzionali ed anche la responsabilità di dover fare parte di un sistema paese.

    E dico questo anche perchè se si parte dicendo “Le tradizioni sono palle al piede, servono al massimo come ancoraggio storico”, allora si va contro gli interessi del nostroa paese a livello internazionale, per esempio riguardo alla difesa delle indicazioni geografiche, che per l’Italia costituiscono giustamente un caposaldo della nostra politica commerciale.

    Pesare meglio le parole e non gettarle al vento: un presidente di consorzio non è uno strillone da piazza o un battitore libero, la sua funzione lo limita e lo inquadra.

    Altrimenti il suo ragionamento senza mezze misure rischia alla fine di portare giustificazioni anche ad aberrazioni internazionali come quella che obbliga in Canada (e non solo) il Consorzio del Prosciutto di Parma a esportare il suo prosciutto come “Real Italian Ham” perchè il marchio “Prosciutto di Parma” l’ha già registrato una ditta canadese che si fa il prosciutto in casa e lo commercializza col nostro nome: le tradizioni sono palle al piede? Ma se le molli rischi di trovarti qualcuno che le trova utili.. per se. Cerchiamo di essere sensati e non solo moderni.

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