La prossima volta che vi parleranno di “cultura del vino” spernacchiateli

Veramente istruttivo un articolo dell’agenzia Reuters pubblicato nei giorni di apertura del Vinitaly. Ci fa capire chiaramente quale sia la strategia commerciale di una serie di marchi della cosiddetta “eccellenza italiana” per vendere i propri vini. E cosa pensino veramente dei consumatori.
Puntare sui valori culturali, sulla capacità di esprimere il territorio di origine che quei vini rappresentano, raccontare come siano unici, inimitabili, come sappiano rappresentare la terra da cui arrivano ed essere testimonianza di una storia, di un savoir faire umano, di una tradizione? Niente affatto.
La mission è puntare su chi ha soldi da spendere, su chi acquista quei vini considerandoli status symbol, ostentazione del potere, espressione del lusso. Poco conta che di quei vini capisca poco, che sia in grado di interpretarne i valori, basta che abbia tanti soldi e paghi.
Leggete cosa hanno dichiarato alcuni grandi nomi del vino italiano, in occasione del Grand Tasting organizzato sabato 24 da Fondazione Altagamma per rinsaldare il legame tra il vino e gli altri settori dell’eccellenza italiana in collaborazione con Wine Spectator.

Per Cristina Mariani-May, co-CEO della Banfi, “As soon as you say ‘Prada and brunello’, ‘Ferrari or Maserati and brunello’, it makes a very vital association, especially for consumers around the world that might not know the differences in the wine”.
In altre parole bisogna associare brunello (scritto con la minuscola e senza mai aggiungere di Montalcino) a simboli del lusso come Prada, Ferrari o Maserati, perché questo crea un’associazione vitale, specialmente per i consumatori che non conoscono differenze e sfumature nel vino.
Per questi produttori la moda è lo specchietto per le allodole e un’alleanza con il mondo della moda aiuta a far conoscere i vini italiani. L’Asia può diventare il più grande mercato export per il vino italiano, dicono i produttori, se aumentano i redditi e la gente è più disposta a spendere per una bottiglia di vino di alta qualità come spende per auto di lusso o marchi di moda.
E questi gradi marchi, secondo Lamberto Frescobaldi, dalle auto al vino alla moda, si vendono meglio in Cina che negli Stati Uniti. Come si vede nessun accenno alla storia, alle tradizioni, al legame con il territorio, di quei vini che loro sono così impegnati non a presentare e fare conoscere ma semplicemente a vendere.
Accomunati dalla loro forte connotazione simbolica, come i prodotti di design, moda, alimentare, gioielleria, velocità, ospitalità, posti nella fascia più alta del mercato, non richiedono da parte dell’acquirente che un unico sforzo, estrarre il portafoglio e la carta di credito e produrre business.

Allora signori miei, se sentirete uno di questi produttori “d’eccellenza” raccontarvi con voce ispirata che “se un grande vino deve trasmettere emozioni e, come disse Mario Soldati, il vino deve essere la poesia della sua terra, le nostre etichette hanno successo anche perché sanno trasmettere l’emozione della cultura e dello stile di vita del nostro paese”, non fatevi incantare, perché a loro interessano i fatturati, non la poesia.
E quando li sentirete parlare di “cultura del vino”, mi raccomando non fate i violenti e non mettete mano alla pistola come amava dire Baldur Benedikt von Schirach, ma siate terreni e popolani quanto basta e prendeteli a pernacchie…

10 pensieri su “La prossima volta che vi parleranno di “cultura del vino” spernacchiateli

  1. Caro Franco, tu hai ragione ma anche la signora Mariani, dal suo punto di vista, ha ragione.
    La nostra epoca segna il trionfo del ricco somaro: ed è lui il “target” più ambito. I soldi e la cultura non sono mai stati così lontani. Un tempo la borghesia erano i laureati: oggi sono i Cetto Laqualunque, e i laureati, soprattutto giovani, sono alla fame. Ci sono eccezioni, ma questa è la norma, anche nelle economie emergenti.
    Non è strano quindi che per vendere i vini costosi si punti, precisamente, su quel “target”.

    • loro hanno ragione, commercialmente parlando, a puntare sul “neo ricco scemo”, che sa poco di vino e compra la griffe. Ma non ci parlino più, per favore, di cultura del vino, perché allora le pernacchie sono assicurate. Quanto meno da parte mia…

    • Sì ma il “ricco somaro” ammazza il futuro, negando l’autenticità e sottolineando solo gli aspetti più ‘epidermici’.
      Il somaro, ancorché ricco funzione sul breve; il Brunello ha degli aspetti che lo rendono ‘di lusso’, ma – a mio immodesto parere – si tratta di un lusso molto più chic , vivaddio.

  2. a questo punto mi vien da dire: lasciamo ai cinesi il brunello, io continuerò a bere Brunello di Montalcino, quello fatto dal piccolo produttore, che se gli tocchi la terra e il Sangiovese, si incazza.

  3. Caro Franco buonasera, come sono d’accordo con le tue parole e le citazioni che utilizzi,dovrebbe bastare questo per capire…. ma in questa epoca di zotici Cetto, ti aiuteremo a spernacchiare sempre di più.

  4. Mah….ogni paese ha le sue elites ed ogni elite se la giuoca come vuole.
    Vendere Obbedire Combattere: non mi sembra ci siano molte altre scelte.
    A fine giornata é meglio che i neoricchi comprino vini che né tu ne io amiamo, ma italiani, che non haute de gamme di altri paesi concorrenti.
    Se le Grandi Marche esistono é perché il mercato le richiede. Andare a rimorchio di Versace e Ferrari non é il massimo della originalitá, ma esiste comunque una fascia di consumatori che insiste solo nel comprare nomi “affidabili”. Se Lacoste é diventato marca non é certo perche´ha prodotto camicette scadenti: chi si fida di Lacoste si fida del marchio di
    garanzia. Poi tu puoi proporgli una maglietta altrettanto di qualitá o addirittura meglio: ma senza marchio. Nessuna te la compra: o meglio devi riiniziare tutta la trafila di vendita per farti conoscere. Se applichi questo discorso ai vini, vedrai che il neoricco non é necessariamente
    acritico o ignorante, ma nella stragrande maggioranza dei casi mette i propri soldi nella affidabilitá. La storia, le tradizioni, il legame con il territorio sono per una certa clientela valori aggiunti cui non viene attribuito un grande…valore. Conoscerli e saperli apprezzare richiede tempo ed interesse. Per le Grandi Marche poi sono argomenti spesso a doppio taglio e quindi vengono bellamente saltati o comunque sottaciuti.
    Insomma caro Franco giusta la tua critica da passionato uomo di vino
    ma a la pernacchia non arriverei. Piuttosto un sano silenzio.

  5. Beh, quest’anno Benvenuto Brunello è stato tenuto nello spettacolare chiostro degli Agostinianiani del Museo Diocesano e Comunale di Montalcino tra i fondi oro e le statue lignee medioevali, con assaggi nel Palazzo Pieri Nerli e buffet tra gli affreschi del Palazzo Vescovile; in quel contesto tutte le aziende del Brunello di Montalcino, nessuna esclusa, hanno fatto una figura fenomenale. Forse sarò un poco retrò, ma vino e cultura è questo.

  6. fermi tutti, sono un genio!!
    Prendiamo il tavernello, lo mettiamo in una bottiglia disegnata da Pininfarina (the Frerrari’s Designer), la infiliamo in un astuccio di Prada e vendiamo il tutto a 2000€; tutto made in Italy (sulla carta). Ah.. così si che usciremo dalla crisi.

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