Soave: per molti consumatori un grande bianco classico ancora tutto da scoprire

E’ stato interessantissimo e per certi versi rivelatorio condurre giovedì scorso a Milano, per la delegazione milanese dell’Onav, un’ampia degustazione, comprendente qualcosa come ben dieci campioni diversi, di annate 2011-2010 e 2009, di Soave, Soave classico e Soave Superiore. Una degustazione, resa possibile dalla preziosa, fondamentale collaborazione del Consorzio tutela Soave, che voglio ringraziare pubblicamente e che ha fornito un supporto straordinario (voglio segnalare la presenza a Milano di uno dei più validi tecnici del Consorzio, l’amico Giovanni Ponchia, che ha condotto la serata insieme a me e fornito un sacco di informazioni e dettagli utili sulla denominazione) che ha proposto i seguenti vini:

Soave DOC “La Capelina” 2011 Franchetto
Soave DOC classico “Cà Visco” 2011 Coffele
Soave DOC “Il Casale” 2010 Vicentini Agostino
Soave DOC “Vigna della Corte” 2010 Corte Adami
Soave DOC classico “Il Roccolo” 2010 Le Mandolare
Soave DOC classico “Tovo al Pigno” 2010 Corte Mainente
Soave DOC classico “Roccolo del Durlo” 2010 Le Battistelle
Soave Superiore DOCG cl.”Castelcerino” 2010 Cantina di Soave
Soave Superiore DOCG cl. “Foscarin Slavinus” 2009 Montetondo
Soave DOC classico “La Froscà” 2009 Gini

Bene, questa degustazione non solo ha consentito di dimostrare, manco ce ne fosse bisogno, che il Soave, nelle sue diverse tipologie, è un vino “maledettamente” serio, nonostante le sue dimensioni importanti, gli oltre sessanta milioni di bottiglie prodotte, i circa 7000 ettari vitati, il fatto che la produzione sia appannaggio non solo di una fitta rete di piccole e medie aziende agricole, ma anche di una serie di grosse aziende imbottigliatrici e di un gruppo di cantine sociali, anche di grosse dimensioni, che cercano un po’ tutte, anche se con idee e criteri diversi da quelli dei piccoli produttori, di fare qualità, ma ha rivelato una serie di altre evidenze.

In primo luogo lo straordinario lavoro di conoscenza, esplorazione e analisi del territorio del Soave, estremamente differenziato, condotto da uno dei più validi e attivi Consorzi italiani, che ha portato non solo ad un serio lavoro di zonazione, ma alla individuazione e chiara definizione di una vera e propria mappa dei tanti cru, roba che solo nelle Langhe del Barbaresco e del Barolo hanno fatto di tanto dettagliato.
Una mappa dei cru precisa dettagliata, redatta ovviamente in base all’origine geologica dei terreni, estremamente differenziata, che comprende sia terreni di origine vulcanica che altri di origine calcarea e altri ancora che presentano un mix dei due tipi di terreno, che trova perfetta corrispondenza nelle caratteristiche dei vini.
Nel loro gusto, nel loro profilo aromatico, nel grado di acidità, nella maggiore o minore mineralità, nella presenza più spiccata o sfumata dei caratteri fruttati, accanto a quelli floreali, nella loro ricchezza e corposità, nella disposizione superiore o inferiore ad evolvere positivamente nel tempo, nella loro piacevolezza subito, da giovani, freschi di imbottigliamento, oppure con un anno o due di bottiglia, quando c’è stato tutto il tempo di sviluppare caratteristiche meno appariscenti e più sostanziali.
E’ stata una serata, snocciolata tra assaggi di vini provenienti da terreni basaltici rossi, terreni calcarei, terreni basaltici, terreni basaltici con affioramenti calcarei, terreni di basalto nero o di basalto e tufo, che ha fatto capire come accanto al lavoro, importantissimo, dell’uomo, sia fondamentale, in un’ottica di vini di personalità, vini che raccontano delle storie e rivelano la loro origine, il ruolo della terra, la collocazione del vigneto e la struttura, la formazione del terreno dove le vigne sono collocate.
Una serata che ha però fatto capire un’altra cosa, sottolineata dalle reazioni molto sorprese e soddisfatte della sessantina di persone che hanno partecipato alla degustazione.
Sto riferendomi all’idea diffusa che il Soave sia solo un vino molto popolare e prodotto in quantitativi importanti, spesso disponibile a basso prezzo nei canali della GDO o negli hard discount, e non quel classico, dalle innumerevoli sfaccettature, legate al terroir, alla provenienza di quella grande uva che è la Garganega da vigneti vocati e dalla loro collocazione, che in realtà é.

Nell’immaginario collettivo, anche nella mentalità di quel tipo di consumatore decisamente maturo e consapevole e curioso che è chi partecipa a serate di degustazione come questa, il Soave deve ancora conquistare uno status e un blasone di grande vino bianco italiano, di grande classico dei bianchi da vitigni autoctoni.
E quando si mostra multiforme, variegato, ricco di sostanza, come nella serata di giovedì scorso, sorprende, lascia stupefatti.
E questo accade nonostante il lavoro intenso, appassionato, tenace di promozione e comunicazione di un Consorzio che costituisce un modello, con la sua azione a 360 gradi, tra i Consorzi del vino italiani.
Possibile che il popolo del vino, pronto ad infiammarsi ed entusiasmarsi per il più recente vitigno riscoperto diventato di moda, per vini che non hanno la storia, la continuità qualitativa, la reperibilità (ed il prezzo che per moltissimi esempi costituisce un prezzo popolare e tutto sommato abbordabile nonostante la crisi) del Soave, continui, per una certa forma di pigrizia, o perché abituato ad associare il Soave ad un prodotto indistinto di massa, a mantenere una forma di diffidenza nei confronti di questo grande vino bianco veneto?
E cosa si può fare, visto che il Soave continua ad essere un vino destinato in larghissima parte all’export, per fare in modo che venga maggiormente apprezzato, consumato e gustato, soprattutto a tavola, anche in Italia?

6 pensieri su “Soave: per molti consumatori un grande bianco classico ancora tutto da scoprire

  1. Salve a tutti. Premetto che sono un estimatore del Soave, uno dei grandissimi bianchi Italiani. Però mi permetto di dissentire quando si dice che il Consorzio sia un modello, almeno per quanto riguarda la comunicazione, basta aprire il sito per accorgesene, il blog lasciato parecchio a se stesso, eventi segnalati due, sito di difficile fruizione, almeno la pagina facebook sembra essere abbastanza seguita. Non può essere inalzato ad esempio (http://www.vinsdeloire.fr/SiteGP/FR/) questo potrebbe esserlo, manca quella fusione di vino-cibo-territorio che è poi la vera promozione, molti più eventi, pubblicità.
    Manca in Italia la voglia di investire e credere in progetti.
    Se volete sono qui, disposto a tutto per promuovere il vino e farlo tornare sulle tavole degli Italiani. Ecco alcuni esempi: temporary shop “monomarca”, punto vendita “monomarca”, promozioni itineranti, seguendo eventi, anche minori, ma che avvicinino alla gente, molte altre sono le copse che si potrebbero fare. Non è facile, si dirà che non è il momento ma io credo che sia proprio questo il momento di credere in quello che si fa e nelle idee.

  2. Faccio parte di quella “sessantina” di fortunati che ha partecipato alla serata e, pur conoscendo il Soave da tempo, devo dire che l’assaggio di alcune bottiglie presentate mi ha lasciato davvero impressionata, a fronte di prezzi assolutamente onesti. Occorre davvero “sdoganare” questo vino perché gli italiani imparino ad apprezzarlo come già da tempo accade all’estero.

  3. Anche io sono stata tra i fortunati che hanno partecipato alla serata di degustazione del Soave, un grande vino che meriterebbe sicuramente tutt’altro trattamento; è vero quello che sostiene Zilani: curiosi ed amanti del vino sono/siamo in cerca del vitigno autoctono, sconosciuto, raro, introvabile di cui magari fare sfoggio nelle discussioni con altri appassionati e curiosi ma se diciamo “ho assaggiato un grande Soave ieri” veniamo subito guardati con diffidenza…: ma come si parla di pallagrello bianco, di nerello cappuccio vinificato in purezza, di petit arvine e allimprovviso arriva “un grande Soave”…perplessità dei presenti… e si, devi insitere..è proprio un grande vino! Lo stesso problema è emerso nella serata di ieri, sempre all’Onav di Milano, con una degustazione di Freisa, in versione vivace, ferma e spumantizzata, grande vino e tanto di cappello. Nel dibattito con i produttori e con il professor Gerbi che sta conducendo uno studio sul Freisa, si poneva la stessa questione: come superare la diffidenza dovuta ad un “marchio” a fuoco di “vinello” che difficilmente si riesce a cancellare. Si è parlato dell opportunità di una “denominazione” comune da mettere in etichetta che magari facesse nascere la curiosità, superare la diffidenza e “identificare” subito quel tipo di vino e forse è unìipotesi su cui riflettere. Resta però una considerazione: il vino -che fortunatamente continua a fare appassionati e proseliti- allo stesso tempo sembra stia diventando una moda da “salotti a numero chiuso” di intenditori o -ancora peggio- una bandiera per battaglie pseudo ambientaliste o di identità territoriali ma questa è unìaltra storia..

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