Miracoli enoici: a medaglia l’89% dei vini inglesi partecipanti al Decanter World Wine Award

Non sarò certo io, che al fenomeno emergente, anzi già ampiamente emerso, degli English Sparkling wines e alla new wave del vino in UK , ho già dedicato numerosi articoli, qui, qui e poi ancora qui, a voler sminuire l’importanza e l’elemento di novità rappresentato dall’incremento, quantitativo e qualitativo, della produzione di vino in una terra da vino non dotata di antichissime tradizioni come il Regno Unito.
Però che di fronte ai risultati dell’edizione 2012 di un concorso internazionale, organizzato dalla più importante rivista di vino inglese, Decanter, risultati di cui prendo oggettivamente atto senza enfatizzarli e senza sminuirli, non si può non rimanere stupiti.
E pertanto, così come ha fatto in questo post, un caro amico e collega francese, Hervé Lalau, sul suo blog vinoso Chroniques vineuses, non posso che rimanere perplesso e gridare al miracolo, ovviamente al miracolo enoico e alla conseguente moltiplicazione delle medaglie, di fronte all’autentico exploit della English wine industry e agli English wine producers.
Avvenuta grazie ai buoni uffici dei degustatori – “over 200 wine merchants, sommeliers, journalists and authors including 54 Masters of Wine and 11 Master Sommeliers” – del Concorso di Decanter, il Decanter World Wine Award.

All’edizione 2012 hanno difatti preso parte qualcosa come 97 vini britannici. Provate ad indovinare quanti sono premiati, hanno avuto una medaglia (oro, argento o bronzo) o un diploma di riconoscimento?
Una percentuale che una volta si sarebbe definita bulgara e che oggi va ribattezzata britannica, visto che si tratta nientemeno che dell’89%.
Su 97 vini, due hanno ricevuto una medaglia d’oro, 19 una d’argento, 43 una di bronzo e 21 un attestato di “recommended”. E di 64 vini medagliati ben 49 erano sparkling wines.
L’exploit dei vini inglesi é fantasmagorico, ma passa in secondo piano se si considera la performance di un altro Paese vinicolo che agli inglesi sta particolarmente a cuore, la Nuova Zelanda (già membro dell’Impero britannico e oggi membro del Commonwealth).
Ben il 92% dei vini from New Zealand partecipanti al Decanter World Wine Award sono andati a medaglia.
Come osserva bene Hervé Lalau “è una proporzione enorme. E a titolo di paragone nei concorsi patrocinati da OIV e Vinofed il regolamento prevede che non possano essere premiati più di un terzo dei vini presentati.
Allora, pur tenuti a rispettare i risultati di questo concorso giunto alla nona edizione, che ha visto 14.119 vini di 47 Paesi ai nastri di partenza, ci viene in mente un detto andreottiano, secondo il quale “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.
Soprattutto dopo aver visto che anche il 72% dei vini di un Paese al quale in questo momento non si nega di certo un po’ di solidarietà, la Grecia, sono andati a medaglia, e soprattutto, come strilla una news di Decanter.com, anche 18 vini cinesi partecipanti al DWWA sono stati premiati, con una medaglia d’oro, una d’argento, 10 di bronzo e 5 riconoscimenti di recommended.

Lo scorso anno fecero scalpore le 11 medaglie a vini cinesi, tra cui l’International Trophy nella categoria Red Bordeaux varietal over £. 10, quest’anno sono già diventate sette di più.
E considerando che Decanter, come ha annunciato nei giorni scorsi, si avvia a lanciare in autunno una Decanter China Web edition bilingue, anglo-cinese, “dedicated to the country’s ever-growing audience of wine lovers” e considerato, come scrivono, chethe Asian wine market has grown dramatically in recent years, with Chinese consumption reaching 156.19 million cases in 2011, putting China in 5th place of the top 5 wine-consuming nations worldwide, according to a Vinexpo study”, come non pensare che pur di fronte ad un rigorosissimo “blind tasting”, ovvero una degustazione alla cieca, nei confronti dei vini cinesi, come pure di quelli britannici, ci possa essere stato una sorta di miracoloso, anche se impeccabile nella forma, “occhio di riguardo”?
Tutto, si sa bene, aiuta a far crescere il business, sia quello nell’immenso nuovo mercato orientale, sia, God Save the Queen, dell’emergente nuova industria del vino britannica. Perché non tenerne conto, nel nome di una salutare e comprensibile realpolitik?
Domanda finale: se un atteggiamento del genere l’avessero tenuto i francesi si sarebbe parlato di chauvinisme. A quale termine inglese dobbiamo invece fare ricorso in questa occasione?

5 pensieri su “Miracoli enoici: a medaglia l’89% dei vini inglesi partecipanti al Decanter World Wine Award

  1. Mah, direi che la manifestazione è chiaramente un’occasione per pubblicizzare i vini inglese. Il risultato si commenta da solo e questi premi perdono di significato…

  2. Statistiche interessanti ma comunque il tuo commento Franco mi sembra un po’ esagerato.
    Prima di tutto perche’ la procedura del DWWA e’ molto rigorosa ed i vini che vanno ad ottenere medaglie sono assaggiati alla cieca tre o quattro volte da panel di assaggiatori la cui competenza non credo possa essere messa in questione.
    Infatti gia’ l’hanno scorso dopo il clamoroso trofeo per il Cabernet cinese molti hanno suggerito un interesse commerciale nel premiarlo ma alla fine la procedura che lo ha premiato difficilmente e’ criticabile.

    Secondo, come con tutte le statistiche, non basta dire solo che l’89 dei vini inglesi siano stati premiati. Per essere onesti bisognerebbe guardare quali vini sono stati presentati, in quali categorie sono stati assaggiati e con quale concorrenza. Per quanto riguarda i vini neozelandesi mi e’ facile immaginare che al concorso e’ stato inviato solo il creme de la creme e da li’ l’alta percentuale dei premiati.

    Poi c’e’ poca logica nel premiare da una parte ivini inglesi o cinesi, dove la Decanter ha ovvi interessi commerciale, e dall’altra vini della Grecia, difficilmente reperibili nel Regno Unito, commercialmente marginali e dove non vedo proprio quale interesse possa avere la Decanter.

    • Tutto giusto, ma credo sempre di piú che sarebbe meglio riportare tutto ció che ha a che fare col vino (concorsi enologici compresi) a una bella dimensione dionisiaca. Ovvero gioco, piacere e divertimento. Se non la finiamo di prenderci tutti così mortalmente sul serio con procedure rigorose, panel e Dio solo sa che noiose commissioni stancheremo a morte chi beve il vino. E se si premiano millanta chiaretti sciapi dei nebbiosi colli del Surrey pazienza, è solo un gioco!

  3. Che in tutti i paesi produttori di vino ci sia sempre stata un pò di patriottismo commerciale non c’è proprio da stupirsi. Quello che peró dovrebbero tenere in considerazione i nostri cari organizzatori è di quanto la lingua inglese ingigantisca queste valutazioni che spesso e volentieri sono più legate a conoscenze locali / statali che non ad effettive conoscenze internazionali. Mi è capitato di presenziare a concorsi definitisi “internazionali” organizzati da giornalisti di settore molto vicini a produttori e commercianti. Certamente i risultati non erano poi così sconvolgenti. Quello che ci deve allarmare ripeto è solo l’onda comunicativa che la lingua inglese puó mettere in atto. Perché quando non si può importare il gusto sono solo le parole che infuenzano in consumatore.
    Saluti

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