Rosati italiani: ancora un mistero per molti al mondo

Evidentemente negli States l’eco di quella importante iniziativa che è stata – almeno a detta degli organizzatori – la prima edizione del Concorso rosati d’Italia, quello che voluto e organizzato dalla Regione Puglia, anche per sostenere e promuovere l’immagine di questa terra da vino come legittima leader dei rosati italiani, ha messo a segno l’exploit di non vedere nessun rosato pugliese vincitore, non è arrivata.
Si spiega solo così, oltre che con il fatto che i rosatisti italiani, che pure non avrebbero nulla da invidiare ai francesi, non entrano nell’ordine di idee di fare cartello e di promuovere iniziative comuni di comunicazione e promozione, il fatto che in due distinti articoli dedicati ai rosati, pubblicati in questi giorni negli Stati Uniti, dei rosé di casa nostra praticamente non si parli.
E’ un vero peccato, perché se appena si avesse la costanza e l’abilità di farsi conoscere, di trovare il modo di far provare i nostri migliori rosati (quelli pugliesi, abruzzesi, del Garda in primis, ma anche i molti altri che vengono prodotti dal Piemonte sino a Calabria e isole) a chi scrive di vino in modo influente all’estero, si creerebbero spazi di conoscenza (e quindi possibilità di mercato) impensabili. Ma tant’é…
Pertanto una buona occasione di far parlare loro dei nostri rosati si è persa nientemeno che con il critico di vino del New York Times, Eric Asimov, che in un articolo che si può leggere sulla versione on line del celebre quotidiano, e poi in un post sul blog della sezione Dining & wine, si è detto un sostenitore dei rosati, dichiarando di esserne un consumatore tutto l’anno e non solo nella stagione estiva.
E ha sostenuto che non tutti i rosati sono versatili, e che un eccesso di alcol o un livello elevato di dolcezza toglie equilibrio e piacevolezza ai vini. Prendendo aperta posizione a favore dei rosati secchi e ricchi di nerbo, dotati di ampia tessitura e rinfrescanti.
E cosa porta a casa da questi articoli di Asimov sul New York Times l’Italia dei rosati? Ben poco, niente di più che una citazione, un po’ confusa e tale da generare confusione, di un notissimo produttore abruzzese, Valentini, di cui viene testualmente scritto “Valentini in Montepulciano” (anche se la citazione contiene un link che rimanda ad un preciso articolo sui vini dell’azienda), senza chiarire se Montepulciano sia il nome del vitigno e della denominazione abruzzese, oppure il nome della località senese dove si produce il Vino Nobile. Di Montepulciano.
L’articolo celebra la grandezza dei rosados, d’annata, commercializzati dopo dieci anni, della fantastica bodega riojana Lopez de Heredia, cita qualche domaine nel Bandol e nella AOC Palette e poi altre in Provence, nella Navarra in Spagna e nelle Isole Canarie, e poi produttori in California e a Long Island, e ovviamente in Champagne. Ma per l’Italia in rosa tutto finito. Occasione persa e un’unica citazione solo per i rosati ottenuti dall’uva Nebbiolo (che per inciso sono buoni, ma sono pochi e devono ancora farsi conoscere soprattutto al di fuori dai confini regionali), anche in un simpatico articolo di Megan J. Headley pubblicato sul sito Internet Charlottesville news & arts. Che ha una portata decisamente minore rispetto agli articoli di Asimov, essendo espressione di pagine Web della Virginia e non del NYT.
Bell’articolo, che spiega bene la particolarità della complessa tecnica di produzione dei rosati, come vadano benissimo nella stagione estiva, quando comincia l’epoca del grill e dei barbecue, ma poi non c’è niente da fare, anche se puntualmente si citano gli eccellenti rosé provenzali di Tavel, quelli della Valle della Loira, oppure in Spagna da uve quali Garnacha o Tempranillo, e persino quelli californiani o prodotti in Washington State, e tutto l’articolo è una celebrazione della piacevolezza, della fragranza, della freschezza dei rosé, la multiforme nazionale dei rosati d’Italia viene puntualmente ignorata.
Cari rosatisti, vogliamo seriamente studiare di fare qualcosa, insieme, ciascuno per la propria parte, perché altre simili occasioni per far parlare dei nostri rosati non vengano più perse?

3 pensieri su “Rosati italiani: ancora un mistero per molti al mondo

  1. Caro Franco, leggo sempre con interesse tutti i post di questo blog, tuttavia mi sembra che negli ultimi trempi gli argomenti trattati riguardino la “politica” del vino. Non che non sia interessante leggere e capire come vanno certe cose, ma da semplice appassionato e consumatore vorrei più post di “consigli” su produttori e vini (che fine ha fatto “100% garantito da me”?). Con stima.

    • Purtroppo, quanto da te rilevato è un qualcosa che coinvolge sempre più “enoblog”… si parla sempre di meno del vino in quanto “bevanda alcolica” e sempre di più del vino come “prodotto di marketing”…credo però che sia un normale segno dei tempi che viviamo.
      Per fortuna per riprendere il contatto con il Vino abbiamo sempre la possibilità di comprare una buona bottiglia e di stapparla alla nostra salute!

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